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Sessant’anni di The Twilight Zone

Quest’anno che volge alla fine marca un anniversario di grande peso, per il formato televisivo ma in generale per la narrativa. Lo scorso Ottobre ha compiuto infatti sessant’anni lo show televisivo che ha letteralmente cambiato il modo in cui concepiamo le serie televisive, l’horror, la fantascienza e con il quale ci si deve andare a confrontare per qualità e portata, ancora oggi. Ai confini della realtà, The Twilight Zone, infatti debuttava il 2 Ottobre del 1959 sulla CBS, cambiando da subito (intendo letteralmente, già ai tempi si parlava di svolta epocale appena dopo il suo debutto) le regole del gioco e posizionando l’asticella così in alto che ancora nessuno l’ha toccata, nemmeno le varie riedizioni dello show stesso, pur essendo sempre di buon livello. Ai confini della realtà, questo il titolo italiani, è talmente rilevante per questo sito, e per chi vi scrive, che sarebbe stato ingrato non celebrarne il sessantennale in qualche modo.

Auguri!

In Italia, presi come siamo a berciare sui social network commenti ironici su talent da subumani e serie TV di una mediocrità che fa male alla pelle solo a venirne esposti, la cosa è passata assai sotto traccia ma almeno ci siamo noi a supplire a questa mancanza di rispetto.

Andiamo qualche decennio indietro con la memoria: nel 1958, un pluridecorato veterano della seconda guerra mondiale, un gentiluomo di nome Rod Serling ha un’idea chiara per uno show televisivo: una serie antologica di fantascienza dominata dall’assurdo, dal paradosso, con un taglio più adulto delle serie televisive di fantascienza coeve, ma non esclusivo, accessibile a tutti anche se su livelli diversi. Propone un episodio pilota dal titolo The Time Element, in cui un paradosso temporale scatena una serie di eventi collegati all’attacco di Pearl Harbor. In quell’episodio seminale c’è già tutto il materiale che segnerà per sempre il formato dello show e i suoi contenuti.

“…Eravamo sempre sull’orlo della cancellazione della serie”

Buck Houghton – produttore della serie da “A Critical History of Television’s The Twilight Zone, 1959-1964”, McFarland books, 1998

Il pubblico stenta a innamorarsi della serie e seppur con buoni ascolti e ottime critiche, il successo arrivava con lentezza ma anche con una certa costanza. Al sesto episodio, il cruciale “Escape Clause”, il pubblico finalmente ingranò con il meccanismo e impazzì: i fan inviarono oltre seimila lettere di apprezzamento in meno di un mese, i critici confermarono i commenti positivi e la CBS, che era incerta se continuare o meno l’operazione, sbloccò il progetto per una serie completa, con gli sponsor convinti a rmanere a bordo.

Un’introduzione sagace, narrata dallo stesso Serling, una vicenda paradossale ma estremamente legata all’attualtà, un colpo di scena finale e una chiosa enigmatica, sempre narrata da Serling che scriverà tantissimi episodi di suo pugno e seguirà tutta la serie fino alla sua conclusione. Da subito la chiosa che si conclude inevitabilmente con “… Ai confini della realtà”  diventa un tormentone, la CBS raccoglie ascolti da finale di campionato ogni puntata, Serling stesso nelle sue chiusure in giacca e cravatta diventa un’icona della TV e la dissonante, ossessiva, inquietante, sigla di apertura a opera nientemeno che di Bernard Hermann, diviene LA colonna sonora del thriller, sintomatica di carisma ed enigmatico mistero per sessant’anni. Cosa c’era dietro questa ricetta tanto miracolosa quanto semplice, che vanta innumerevoli tentativi di imitazione, anche da parte dello show stesso? Eppure il formato della fantascienza a episodi, della voce narrante, dei racconti del mistero esisteva già in TV e alla radio, come anche nei fumetti. Cosa lo rese speciale da subito? Come nelle migliori tradizioni commerciali il segreto sono ingredienti di altissima qualità e la visione, inalterata, del suo fondatore.

“Rod incoraggiava tutti a fare come sentivano sarebbe stato più creativo con i suoi soggetti, siamo stati lieri di sperimentare tutto quello che volevamo con lui!”

Douglas Heyes – regista della serie, da “A Critical History of Television’s The Twilight Zone, 1959-1964”, McFarland books, 1998

Serling, scrittore prima che militare, aveva infatti una grande visione d’insieme, quella di un curatore antologico che compone un libro coi migliori racconti inediti che potesse trovare. Ha modelli solidi nella letteratura egli stesso quando scrive e sa chi andare a coinvolgere come scrittori ospiti, dando loro un canovaccio che di fisso aveva solo apertura e chiosa, con nel mezzo un’unica regola: lasciare a bocca aperta e se possibile far riflettere. Negli anni si avvicendano nomi cruciali della fantascienza come Bradbury, Matheson, Clayton, Bizby ad altri cruciali della televisione come Reginald Rose e Jerry Sohl, senza contare i debiti più o meno espliciti a Poe, Lovecraft, Aasimov e via dicendo, rendendo lo show l’emanazione più alta del racconto del mistero, in forma non scritta, arrivando a vincere numerosi premi Hugo.

L’Autore, nella sua forma inalterata.

Ma c’è di più nella sua visione, ed è secondo me la cosa inimitabile: la sua sensibilità e il suo dolore; elementi che si traducono in un’attenzione ai temi inarrivabile oggi, nell’era dell’investimento sicuro e del dolore raccontato di seconda mano. Serling era un uomo devastato dalla guerra, con un logorante stress post traumatico che gli impediva di dormire e perseguitato dai flashback degli orrori visti. Dietro il veterano dal sorriso  sicuro, che ha combattuto sotto MacArthur nel Pacifico e con una spanna di decorazioni sul petto, c’era un ex ragazzino irrequieto, introverso, il clown della classe con la passione per la lettura, un bambino sensibile, uno come tantissimi di voi che leggete, che venne chiamato a fare quello che doveva fare, fottendosi l’innocenza per sempre e che, una volta tornato, cercò la pace interiore, il suo posto nel mondo, attraverso la scrittura e attraverso l’empatia con gli altri.

“Quando si tratta di soldi o del prodotto lascio che se ne occupino il network e lo sponsor, ma quando si tratta dei contenuti voglio che la cosa sia lasciata a me (…) Continuo a fare televisione perché sono convinto che si possano produrre contenuti significativi, stimolanti, adulti, importanti, senza scatenare contorversie che possono mettere a repentaglio il prodotto. Credo sia criminale che non si possano affrontare direttamente temi e drammi della società ma questa è la realtà con cui devo venire a patti…”

Rod Serling, da un’intervista con Mike Wallace nel 1959

Le tematiche contro il razzismo, il consumismo, le nevrosi, l’isteria di massa, i canoni di bellezza imposti, i ruoli nella società, l’antimilitarismo, la corsa al nucleare, che vengono veicolate a milioni di giovani in ogni puntata sono sentite e mai “pelose”, mai paternalistiche, mai di facciata o di circostanza. Dietro il cavallo di Troia del racconto di fantascienza, Serling, faceva entrare nelle case le cose che voleva realmente dire, per educare al meglio ma divertendo; scatenava riflessioni sull’etica, sul tempo, sulla vita e sulla morte, con grande precisione e altrettanto grande entertainment, come nessuno aveva fatto prima e per fare questo con efficacia sviluppò un vero e proprio metodo per dire-senza-dire, in modo da evitare qualsiasi censura politica da parte della CBS. Un’attitudine questa di Serling che in un’America ancora con la segregazione razziale e il reato di opinione, coi linciaggi regolarmente in corso nel sud, metteva in crisi il network televisivo e i suoi sponsor che però dovettero mettersi, molto americanamente, l’anima in pace solo davanti al successo crescente e ai soldi che produsse la serie coi suoi temi sociali e oltre a questi. Rod Serling prese il formato popolare della weird tale e lo trasformò nella favola e parabola (non l’antenna) della televisione, per far provare in prima persona allo spettatore tutte le sensazioni scomode dell’animo umano e capire da che parte stare, se possibile. O quantomeno instillare quella cosa che sembrava vietata nella società statunitense di quegli anni: il dubbio.

Il dubbio.

Ai confini della realtà divenne il simbolo di una televisione diversa, all’alba di una società diversa, che spingeva per un mondo se non migliore, almeno nuovo, per provare qualcosa di diverso da una società vigente militarista e paranoica, basata sulla sopraffazione e la paura. Uno show televisivo che aiutò a formare la coscienza di tantissimi ragazzi, molti di questi divennero autori cruciali a loro volta: Spielberg, che ne curerà il film del 1983, ma anche Coppola, King, Lucas, Dante… Non c’è praticamente nessun grande autore cresciuto negli anni cinquanta che non citi The Twilight Zone come pietra miliare della sua formazione, per non parlare di fumettisti come Alan Moore e scrittori come Joe Lansdale; una lista è impossibile da stilare perché riguarda praticamente tutti: qualunque autore occidentale recente abbia maneggiato la materia del fantastico per farci riflettere sul reale ha, de facto, un debito e un rapporto, quando non una venerazione, verso la serie. La perpetuazione del suo modello e della sua intenzione passa generazionalmente in forme diverse, dai nonni ai nipoti: dal suo reboot negli anni ottanta, ai figliol prodighi come X-Files ai miei tempi e Black Mirror oggi, fino ad arrivare alla chiusura del cerchio con la validissima serie celebrativa el sessantennale a opera di Jordan Peele, ultimo fan divenuto autore di grande caratura a togliersi il cappello dinnanzi a Sua maestà Rod Serling.

A Twilight Zone devo personalmente tantissimo e, senza ricorre ad anneddotica personale, vi caldeggio di rivedere nelle feste tutte e cinque le serie di Serling e se non le avete mai viste di recuperarle, se avete figli guardatelo con loro come facevano i miei con me. E poi sparatevi quelle degli anni ottanta, il film, questa di Peele… Tutto. Al di là della qualità dei sequel, per lo spirito, perché c’è tanto bisogno di Ai confini della realtà nelle vite di tutti oggi. ‘Fanculo per una volta Una poltrona per due e il suo capitalismo salvifico! Sotto le feste guardatevi “I mostri in Maple Street” in famiglia e andate a dormire inquieti e felici.

Ai sessant’ anni di gloria e inquietuidini, Signor Serling; ad maiora!

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20 Commenti

  1. L’ozio è il padre di Virzì

    Mai amata la serie classica, anche se in tutta onestà ammetto che ho visto giusto qualche episodio sparso.
    Ne capisco l’importanza, ovviamente, ma è troppo datata per i miei gusti e molte trovate geniali dell’epoca riviste oggi perdono un sacco.
    Il film degli anni ‘80 invece… Porca troia c’ho ancora gli incubi con Aykroyd-mostro in macchina. Mi cagai letteralmente addosso e per anni non volli più rivederlo.

  2. Killing Joke

    Non mi piace mai usare il termine “seminale”, fa troppo critico di internet o articolo di Vice, però se c’è qualcosa di veramente seminale per la TV di oggi è veramente “Ai confini della realtà”.
    E sottolineo anche il bel passaggio dell’articolo sui messaggi veicolati senza retorica e paternalismo, mentre oggi sono spesso sbattuti in faccia finendo spesso per scatenare il rifiuto da parte dello spettatore.
    Non ho ancora visto la nuova serie di Peele, com’è?

  3. Tommaso

    Grande post per una grande serie.
    La accomuno all’affine L’ora di Hitchcock in quanto classe e suggestione senza tempo.

  4. Rocco Alano

    Una poltrona per due è un film che ho visto e rivisto da ragazzino, quando non c’era internet e quando non era ancora diventato un cult natalizio per bifolchi. Rivisto oggi è un film stupidino con una morale infame e, francamente, non mi verrebbe mai in mente di vederlo con i miei figli

    • Killing Joke

      Per me resta oggettivamente un gran bel film, certo però che da piccolo lo prendi come una commediola innocua, da adulto ci vedi tutto un sottotesto e una morale reaganiana, altro che Rocky IV

    • Rocco Alano

      Che poi ripensandoci, ci appare oggi così. Con il senno dell’epoca, probabilmente, voleva essere un apologo antirazzista (sia pure con gli strumenti del classismo) e ironizzare sul turbo capitalismo (qualsiasi imbecille preso dalla strada può fare l’investitore e, alla fine, dietro al successo si nasconde un imbroglio). Il fatto che non offra altra prospettiva e quel finale lo fa sembrare oggi amorale.

    • Killing Joke

      Beh ma quei messaggi ci sono ancora: i vecchi capitalisti sono dei bacucchi bianchi razzisti, i giovani rampanti no perché il capitalismo offre uguali possibilità a chiunque. È il reaganismo

  5. Mito. Assoluto. Nell’articolo, grazie per mantenere le “memorie”

  6. A Rod Serling dobbiamo tantissimo ed è un peccato che non lo si studi come meriterebbe. Se Georges Méliès ha rivoluzionato il Cinema fantastico, Serling ha stravolto il mondo televisivo come mai nessuno prima di lui. Molto del Cinema che amiamo è figlio o nipote suo, perciò mi accodo con entusiasmo all’invito di Darth Von Trier di rispolverare questa meravigliosa serie.
    Grazie per l’omaggio, ho ripostato subito l’articolo su FB!

  7. Matches Jena Malone

    Mi accodo ai ringraziamenti. Gran pezzo per una serie gigantesca.
    Evviva The Twilight Zone!

  8. jax

    bravissimo Darth. Segnalo che la Fanucci fece uscire nel 2006 un libro con una selezione dei racconti originali di Serling da cui poi sn sceneggiate le puntate. Si trova ancora super scontato su Libraccio.

    • El Mariachi

      Mi sai dire il titolo? Grazie

    • Gabriel Puntello

      Autore: Rod Serling
      Titolo: Ai confini della realtà – racconti
      Editore: Fanucci
      Prezzo: circa EU 7,50 su carta, meno di 2 EU in formato Kindle (su Amazon)

    • Capitan Ovvio

      Grazie Gabriel e Jax

    • Gabriel Puntello

      Faccio un ringraziamento pubblico a Jax, perché senza la sua segnalazione non avrei mai scoperto, acquistato e letto quel gioiellino della Fanucci di cui ho riportato i dati sopra!
      E’ bene sottolinare che non si tratta di racconti desunti dalla serie tv, ma viceversa: prima Rod Serling ha scritto i racconti (o le sceneggiature), e da lì è venuta fuori la serie de “Ai confini della realtà”.
      Devo ammettere che i racconti sono come minimo equivalenti (se non in certi frangenti quasi superiori!) agli analoghi episodi TV, più ricchi di dettagli e sfumature (che magari non possono essere tutti condensati nei 20 minuti di durata televisiva), e con uno stile piacevole e scorrevolissimo.
      Davvero, questo libro merita davvero tanto e si è rivelato un’inaspettata sorpresa per la qualità dei vari racconti. Consigliatissimo xD!
      Grazie ancora.

  9. Gabriel Puntello

    Grazie! Grazie!! Grazie!!!
    E’ una serie che ho amato da sempre, fin da piccolo, (ho nell’HD di un vecchio computer (da rimettere a posto) tutte le 5 serie, sia doppiate che in originale, e ci tengo come fossero una reliquia. Mi sono sempre chiesto perché non avesse avuto da noi tutto il successo che si merita, e a cui tanti, tra scrittori e registi, devono sicuramente qualcosa se non molto. Io le devo di avermi inculcato presto il gusto del paradosso, di avermi allargato certi limiti mentali. “Ai confini della realtà” non solo solo episodi di fantascienza, ma anzi: ne fa strumento per parlare di noi, dei nostri pregiudizi, dei limiti e possibilità della natura umana.
    Il tuo articolo, Darth, mi ha fatto ricordare tanti episodi di questa magnifica serie, ma ne cito uno per tutti che allora mi colpì: si intitola “Tempo di leggere”, e credo rimarrà scolpito nella mente dei portatori di occhiali xD!
    Grazie ancora per questo bellissimo omaggio!

  10. Past

    Omaggio doveroso, praticamente comincia tutto qui.

    Però ecco, far passare così i 40 anni di Alien e’ stata una mancanza non da poco.

  11. Ciak Norris

    Ogni tanto rileggo i racconti di Serling…
    La magia antica è rimasta intatta.

  12. Onan Polanski

    Grandissima serie ma per gusti personali ho sempre preferito Alfred Hitchcock presenta: più cattiva, cinica, paradossale e senza la scorciatoia del fantastico.

    Un appunto: il motivetto “dissonante” leggendario di Ai confini della realtà NON è di Bernard Herrmann https://www.youtube.com/watch?time_continue=3&v=X7kf2DuAj-s&feature=emb_title

  13. samuel paidinfuller

    serie enorme, ancora ricordo perfettamente alcuni episodi anche se viste decine di anni fa.
    purtroppo da noi non è mai stata replicata come avrebbe meritato, ed è una di quelle cose che non mi spiego.
    un recupero l’ho in programma da sempre, qualunque piattaforma streaming la metta in catalogo ha il mio abbonamento assicurato.

    sempre in tema di recuperi (o scoperte), consiglio un opera che ha atmosfere molto simili alla twilight zone, anticipandola oltretutto di una ventina d’anni: incubi notturni, che fino a qualche tempo fa si trovava integrale sul tubo

    film che, come dico sempre, se ha lasciato a bocca aperta e con il più classico dei mind fuck quando l’ho visto nel 2010, non riesco a immaginare come ci sono rimasti quelli che l’hanno visto quando è uscito nel ’45

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