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Agente 007 – Missione Goldfinger, o di come nel 1964 diventammo tutti più fichi.

In preparazione all’imminente No Time to Die, prendiamo la rincorsa ripassando la storia dell’Agente 007 con un film per ognuno dei suoi interpreti.

Le basi.

Nel 1964, al terzo film basato sul personaggio di Ian Fleming, la serie di 007 aveva un buon riscontro ma non aveva ancora espresso le sue potenzialità al massimo. Nell’aria c’era tanto la voglia di continuare quanto quella di un “o la va, o la spacca”.

Broccoli, dopo Licenza di UccidereDalla Russia con amore, decise allora di andare fino in fondo, di fare decollare Bond a tutti i costi, anche esagerando il materiale originale se necessario. Scomoda tutti i contatti possibili, investe più soldi che nei primi due episodi sommati tra produzione e pubblicità (comprese trovate come la copertina di Life, a ridosso dell’uscita, con Shirley Eaton dipinta d’oro), addirittura chiama un vecchio amico Generale per farsi dare dei permessi inediti, onde girare alcune cose dentro Fort Knox. Da carta bianca allo scenografo Ken Adams per creare situazioni esotiche e intriganti… Insomma, citando il grande Duccio Patanè, Albert “Cubby” Broccoli “apre tutto” ed entra a gamba tesa dritto nella leggenda.

Entrare nella leggenda.

Ken Adams per la scenografia e Peter Murton alla direzione artistica crearono per il film, praticamente, soltanto situazioni/oggetti/immagini iconiche e la loro Aston Martin DB5 super-accessoriata oltre a divenire l’emanazione di 007 par excellence divenne anche l’oggetto di merchandise cinematografico per eccellenza: il suo modellino Corgi divenne il giocattolo più venduto del 1964 ed è rimasto in produzione, più o meno invariato e in edizioni più o meno limitate, da allora praticamente senza sosta.

Qualche anno fa, interpellato su queste prestigiose pagine, riguardo a quale fosse la mia scena preferita dei tanti 007, ne raccontai una tratta proprio dal mio Bond preferito: Missione Goldfinger. A distanza di cinque anni non ho cambiato idea, né sul film né sulla scena, del resto già cinque anni fa rispondevo con una convinzione maturata in tanti anni di passione bondiana. Del film in quanto tale si potrebbe parlare più tecnicamente ma in fondo gli aspetti che contano non sono di regia e scrittura, pur essendo buoni senza dubbio, gestito come è da una sobria regia di Hamilton che sa benissimo che quello che sta riprendendo si vende da solo: basta inquadrare bene le scenografie di Ken Adams e lasciar fare alle icone il loro gioco, tanto sin dalle prima note della colonna sonora cantata da Shirley Bassey, con le scene del film proiettate sul corpo dorato della Easton, il pubblico è totalmente comprato. Perché Goldfinger nasce come esperienza, come stile di vita, prima che film.

Vi invito a rileggere quell’intervento perché parlo di cose che non starò qui a ripetere ma trovo altresì giusto riportarvi un passaggio a mo’ di premessa:

Goldfinger non lo scelgo a caso o di pancia: è da sé il film che definisce la gran parte delle cose che pensiamo quando pensiamo “James Bond”. Tutto quello che definisce la narrativa e l’estetica di Bond in Goldfinger viene sancito qui per sempre. Contiene tantissime icone del personaggio ed è un film disegnato per eccellere. L’Aston Martin con i sedili eiettabili, la donna placcata d’oro, lo smoking bianco, Odd Job, molto di quello che è “Bond” nella testa delle persone viene da qui.

Aggiungo alla carretta di icone anche l’inseparabile combinazione Rolex Submariner e accendino Ronson, di cui parlo invece qui.

Quindi, oltre questi due pezzi che altro dire? Poco, in fondo. Il senso della mia preferenza, e secondo me del film, è sempre quello: l’iconicità che ha, alla quale venni esposto da bambino e che influenzò abbastanza i miei gusti e che, al di là della dimensione personale, lo rende uno dei film che definiscono un’epoca, una star e più in generale un modello, quello fondante di ciò che oggi chiamano world building al cinema.

siamo comprati

Gli anni sessanta, quando ero bambino prima e ragazzino poi, furono massicciamente riscoperti pressoché in ogni ambito culturale, partendo da quelli sottoculturali e in crescendo fino al mainstream. Iniziò la musica già dagli anni ottanta, con il fenomeno delle varie ondate di garage revival prima e poi tutta la riscoperta della cosiddetta lounge music, per non parlare di tutto il gigantesco movimento del Mod Revival che dalla fine degli anni settanta in poi non è mai cessato, riviste come Bassa fedeltà e Metallic KO recensivano ristampe di oscure band garage e beat 1964-1969 e in qualche anno apparirono riviste specializzate che trattavano cinema di genere del periodo. Nella seconda metà degli anni novanta, dopo un montare costante per più di dieci anni, gli anni sessanta arrivarono nel mainstream: dallo stile che ammiccava a Jay Ward e Hanna & Barbera nei prodotti Cartoon Network, ai primi libri scrupolosi sul Mid Century Modern e persino sul cosiddetto Googie design, considerato vernacolare e di scarso interesse quando non decadente, ai tempi. Vintage si attestava come parola d’uso comune (prima era rigatteria) e diventava parte delle codificazioni della moda del tempo, il capo d’epoca, vero o rielaborato, era immancabile per le strade come nei costumi al cinema.

Segnaposti iconografici maschili della cultura di massa in cui sono cresciuto.

Persino la marginalissima cultura Tiki trovò la sua legittimazione: nel 1999 usciva per Taschen la prima edizione di quella che diventerà la bibbia del suo revival, The Book of Tiki di S. Kirsten e da fenomeno di nicchia in California è oggi immancabile in qualsiasi bar che offra dei cocktail di qualità, anche qui.  Quando arrivarono e si maturarono queste istanze culturali, nell’arco dei vent’anni in cui io da bambino diventavo un giovane adulto, venni inevitabilmente influenzato da queste. Perché vi dico questo? Perché Bond, e quindi sillogisticamente Missione Goldfinger, erano già un segnaposto ufficiale per una certa coolness degli anni sessanta; quando arrivò il revival del decennio questi erano lì a dire 60’s cool da molto tempo ed erano già attestati come icone del loro tempo pressoché ovunque, senza particolare ironia postmoderna, diventando una delle basi per tutta quella massa di persone che riscopriva stili e modi, dei primi sessanta fino agli anni settanta, dalle colonne sonore all’arredo, dai vestiti fino ai film dimenticati, tutti alla ricerca di elementi che aggiungessero un pezzetto di orizzonte culturale a quello segnato da Bond e dalle altre icone già accreditate e sfondassero l’imposizione dell’alienante e imperversante “nuovo che avanza”, prendendo in prestito uno slogan infausto del tempo.

la portata iconografica

Missione Goldfinger per la sua portata iconografica, che lo renderà il film di Bond necessario per capire gli anni sessanta modernisti, nonostante sia il terzo film della serie fu il film che di fatto sintonizzò realmente il pubblico sul personaggio, conclamando la Bond-mania e formulando con precisione perché James Bond è fico,  un prodotto premium di quelli che ti fanno sentire aitante e facoltoso solo a ponderarne l’acquisto, che “te fa sentì importante anche se nun conti gnente”, citando l’Antonellone Venditti di Grazie Roma, una democratizzazione del lusso e dello stile talmente potente che in fondo ogni uomo in alcuni momenti della sua vita ha pensato di essere Sean Connery per alcuni secondi (spoiler: non è mai vero), quello slancio che ti fa comperare un maglione dolcevita anche se hai il collo tozzo o una bottiglia di Bollinger per capodanno, che verrà sprecata in bicchierini di plastica da amici già ubriachi per la mezzanotte. Quando ero ragazzino il 1964 era già ben lontano ma nei barbieri, così come nei negozi di abbigliamento maschile, Connery, assieme ad altri coevi, spesso appariva ancora nei panni di Bond come riferimento su come dovesse cadere un abito e come fosse un buon taglio di capelli da uomo; questo è il livello di fichezza di cui parliamo: quando moda e stili si sono avvicendati per decenni e tu sei rimasto comunque lì a fare a libro di testo a tre generazioni di persone.

E coolness fu.

Dove nei film seguenti la saga di 007 a volte esagererà con l’equilibrio di trovate/avversari pittoreschi/belle donne/umorismo/camp (svaccando a volte e arrivando a creare proprio un nuovo genere con il Bond camp di Moore), in Goldfinger invece è tutto dosato alla perfezione. Iconico e consapevole di esserlo, sicuro di sé nelle scelte, anche avventurose (dare a un personaggio serioso e adulto come Bond una macchina da eroe dei fumetti non era una cosa così ovvia da fare, ai tempi), proprio come il suo personaggio.

In Missione Goldfinger il personaggio di Bond compie, infatti, una sorta di salto verso il fumetto d’avventura e supereroistico ma senza raggiungerlo, fermandosi con Connery (a differenza di Moore) intelligentemente prima di diventare un giocattolone, pur mantenendone alcune caratteristiche tipiche come gli antagonisti molto caratterizzati, i gadget tecnologici per ogni situazione, i geni del male con piani criminali elaboratissimi, le belle donne (qui addirittura tre, tra cui la mitica Pussy Galore), le ambientazioni esotiche e i colpi di teatro. Tutto l’immaginario maschile delle generazioni del dopoguerra è lì, distillato con ironia e sapienza. Per capirci: è il film in cui James Bond fa uno dei suoi numeri più celebri e connotanti, togliersi la muta da sub dopo un’immersione e rivelare che indossa uno smoking perfettamente in piega sotto di questa, ma è anche l’unico in cui questo genere di sbruffonate risulta bilanciato nel complesso e non solamente sopra le righe. Ed è un equilibrio divertente da pazzi, tant’è che torneranno con tutte le gestioni a venire, in qualche modo, a guardare alla sua formula, a citarlo, a rubarne i vapori nel tentativo disperato di ricreare quella magia che, però, nessuno ha mai replicato davvero, fino in fondo.

Umberto Eco (appassionato e studioso del James Bond tanto letterario quanto cinematografico, al quale dedica con O.Del Buono un primo saggio già nel 1962), nel suo bellissimo Il Superuomo di massa (1978) ascrive la struttura archetipica del racconto di 007 proprio a Goldfinger, e allo sceneggiatore Paul Dehn, che contiene tutti i nove momenti che definiscono una storia di James Bond e che possono avvenire in ordine o meno, ma sono tutti essenziali.

  1. M da una missione a Bond
  2. L’antagonista appare a Bond
  3. Bond analizza l’antagonista per la prima volta o viceversa
  4. La Bond girl fa la sua entrata
  5. Bond va a letto con la Bond-girl o inizia a sedurla
  6. L’antagonista cattura Bond o la ragazza, a volte ambedue
  7. L’antagonista tortura Bond o la ragazza
  8. Bond fa fuori l’antagonista e/o i suoi scagnozzi
  9. Bond possiede la Bond-girl, che poi perde o perché lei se ne va o perché viene uccisa

 

colpi di teatro che rimangono nella storia

Quindi: per collezione di scene, personaggi e oggetti di culto, per struttura narrativa, per impatto sulla cultura poplare del novecento, per tutto insomma, quando guardiamo un film di 007 che ci piace, stiamo godendo ciclicamente di Missione Goldfinger, perché le coordinate secondo cui una cosa è bondiana sono le sue. E come con Missione Goldfinger, le trovate che oggi nei film di Craig ci sembrano il massimo della fichezza, nella migliore delle ipotesi, invecchieranno dolcemente e diventeranno il simbolo di un’eleganza ironicamente aggressiva, di una sbruffonaggine innocua e divertita, di un’eleganza forse decadente ma ancora affilata, come le one-liner che Connery assocerà da qui, per sempre, al personaggio.

IMDb | Trailer

DVD-Quote consigliata:

Un film che vi farà sentire fichi solo a guardarlo.

Darth Von Trier – i400calci.com

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17 Commenti

  1. jax

    ho perso il conto di quante volte ho visto questo film da ragazzino. Uno dei punti fermi di mio padre.

  2. Cris

    Bellissimo pezzo. Mi ha fatto ricordare come in Prova a prendermi Frank dopo il film di 007 si compra Aston Martin e completo sartoriale identico a quello di Connery.

  3. Denis

    Infatti la scena con la muta da sub è pure citata in Metal Gear Solid, c’è pure il costume in smoking nero bondiano sbloccabile, e pure Burton in Batman citava una scena con Bat-Mobile che entra con le mitragliatrici, c’è una con l’Aston Martin.
    Una bella one liner del Bond di Connery era ” sardine che si credono squali”

  4. Vincent Cocotti

    Seminale, visto con mio padre la prima volta a 6 anni… È tutto stupendo, Oddjob, Fort Knox, Goldfinger con la sua Rolls Royce, Pussy Galore e poi un gigante, Sean Connery, se trovate uno più carismatico di lui fatemelo sapere….

  5. Axel folle

    Colpevolemete ho visto solo le cose con Craig e ho “paura” che la chiosa finale in cui ne parli di avvererà (in realtà va anche bene così, non tutto può diventare iconico e seminale)

  6. tommaso

    E’ l’Hard Day’s Night di Bond, il terzo assaggio che fa partire davvero la “-mania”.
    Indiscutibilmente il film bondiano piu’ bondiano di sempre. Da bambino fui angosciato e morbosamente conturbato dalla ragazza uccisa con la pittura d’oro, ricordo che le spiegazioni di mio padre sulla traspirazione della pelle mi convinsero poco.

    Il mio Bond preferito (inteso come personaggio) resta comunque il prima di “Dr. No”, dove e’ caratterizzato ne’ piu’ ne’ meno come un gangster a cui piace ammazzare la gente, anche a sangue freddo. Caratteristica subito edulcorata film dal film subito dopo.

    Verissima la storia dell’equilibrio non piu’ ritrovato nei film successivi. Mio pallino e’ amare proprio il Bond di Connery piu’ squilibrato (in molti sensi) di tutti: You Only Live Twice, un film assurdo fatto quasi solo di arredi ultra-vintage, scenografie in cinemascope, inquadrature cool, esotismi plastificati. Il film che piu’ si avvicina a quell’idea di superficialita’ scientificamente ricercata che faceva dire a Fellini che i film di 007 erano i migliori e piu’ precisi specchi dei loro tempi.
    E visto che ho citato Fellini sparo una mia vecchia teoria: il James Bond cinematografico non e’ altro che la versione “noir” del Marcello de “La dolce vita”. Cos’altro e’ Bond se non anche lui un elegante viveur moderno, quasi sempre introdotto in ambienti cool da personaggi femminili, ambienti dove si muove agevolemente ma dove pero’ e’ perennemente un intruso: perche’ e’ una spia con una missione da compiere, laddove il personaggio di Mastroianni era un giornalista.

  7. Ho letto di recente un articolo interessantissimo sul sito L’Indiscreto che parlava di Hugh Hefner. Tra le altre cose spiegava come l’immaginario di Playboy si fondi sull’uomo che se ne sta nella sua bella casa, sempre padrone della situazione e pieno di gadget moderni, in pratica era già (dal ’53) l’ideale che il James Bond cinematografico sarebbe andato ad incarnare alla perfezione.

  8. L'ozio è il padre di Virzì

    Concordo al 100% con Darth. Non è il miglior film di Bond, non ha i cattivi migliori e neppure i gadget più fighi o le donne più belle. Ma nonostante tutto è Bond all’ennesima potenza! Un concentrato di 007 fatto di idee e modi di fare che in seguito e da più parti cercheranno di copiare. Alcune volte con buoni risultati, altre volte meno.

  9. Enrico

    La fallacia dei film di Bond è solo una, che ormai l’Uk dopo la seconda guerra mondiale è un vassallo degli Usa (l’Italia per intenderci è al massimo un valvassore), quindi per quanto cerchino di dare a Bond dei poteri e abilità fuori dal comune è sempre un inglese che gioca a fare l’americano.

  10. Kylo Renoir

    Ahimè non è più imminente: uscita posticipata a Novembre.

  11. Johnny Pneumonic

    Addirittura tutto questo hype per il prossimo 007?
    L’ultimo era parecchio noioso, c’erano più marchette del solito e gli stessi attori sembravano parecchio annoiati a girarlo. A mio parere per questo nuovo in uscita rimandata avrebbero dovuto fare un bel repulisti.

    E comunque non capisco ancora come non sia uscita la recensione di Uncut Gems. Un giorno spiegatemi l’avversione che avete verso Netflix.

  12. Rocco Alano

    Se, all’epoca, ironizzare su “il nuovo che avanza” e guardare con una certa nostalgia al passato erano sentimenti comprensibili e, in certa misura, anche sani, adesso questa ossessione per i revival è asfissiante e culturalmente mortifera.
    Tanto che, pur facendomi cagare, considero la trap una boccata di aria fresca.
    Musica per sedicenni che fa schifo ai loro genitori. Tutta salute!

  13. Samuel paidinfuller

    A me i james bond fanno lo stesso effetto dei musical, ossia mi fanno cacare.
    Tutti, indifferentemente, anche senza averli visti.

    • LeChuck risponde a Samuel paidinfuller

      Lei, signore, non merita l’esistenza di un film come i Blues Brothers, ecco!

  14. Zaku

    È il film in cui James Bond “cura” una lesbica dalla “malattia” dell’omosessualità dopo averla aggredita e stesa a colpi di judo..?
    Si altri tempi…

  15. Matthew

    Straordinario. In Quantum of Solace, Bond ritrova morta una delle girl ricoperta di petrolio. In Casino Royale la posa al tavolo da gioco di Craig è la stessa di Connery. Principalmente ho visto solo Connery e Craig nelle vesti di Bond ma ricordo Brosnan in After the Sunset con Salma Hayek c’è una scena in cui toglie la muta da sub e ne esce in smoking.
    Il mio ringraziamento agli autori di questo sito e delle recensioni come queste che aiutano profani come me ad apprezzare maggiormente cinema e saghe in particolare.

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