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Ora c’è, ora non c’è più! La recensione di L’uomo invisibile – The Invisible Man (2020)

Parlando di un film come The Invisible Man credo sia importante prima di tutto precisare l’importanza di quello che c’è ma non si vede e quello che si vede che non c’è.
Non occuperà nella nostra immaginazione un posto d’onore come il mostro di Frankenstein o il conte Dracula, lo stesso l’uomo invisibile è un membro imprescindibile di quella scuderia di mostri archetipici di cui la Universal sfrutta i diritti cinematografici da quasi cent’anni. Come i suoi più illustri colleghi vanta origini letterarie altissime — nasce con un romanzo di H. G. Wells — e come i suoi più illustri colleghi è stato fagocitato a tal punto dalla cultura popolare che quelle origini sono state abbondantemente perse di vista e a nessuno importa veramente più chi l’abbia scritto e come l’abbia scritto.
Grave.
Proviamo a rimediare.
Uno scienziato geniale, Adrian Griffin, scopre il siero dell’invisibilità. Lo sperimenta su se stesso, è un successo, ma c’è un imprevisto: la trasformazione non è reversibile! Griffin inizia lentamente a perdere il senno e, invisibile agli occhi della giustizia, compie azioni sempre più terribili. Ma… sarà vero che sta diventando un criminale, o l’invisibilità gli ha solo dato il pretesto per assecondare quella che è sempre stata la sua natura?

‘sup

Due cose saltano all’occhio. Una è che, nonostante la facilità con cui è stato adottato dall’immaginario horror, si tratta molto chiaramente di un racconto di fantascienza in piena regola. L’altra è che, vista con l’occhio allenato di oggi, questa è in tutto e per tutto, insindacabilmente, vi sfido a sostenere pubblicamente il contrario, l’origin story di un super cattivo, un cinecomic servito su un piatto d’argento che aspetta solo di essere girato con un budget spropositato e attori enormi in ruoli umilianti. E se dovessi scommetterci dei soldi direi che era esattamente questa la chiave di lettura su cui intendeva puntare la Universal, quando David Goyer si baloccava con l’idea di uno script e Alex Kurtzman vaneggiava di voler fare gli Avengers coi mostri: L’uomo invisibile come capitolo di un franchise, un kolossal di effetti speciali con Johnny Depp nel ruolo dell’ambiguo-ma-affascinante-sicuramente-un-po’-matto protagonista.

Segnatevi questa data: 22 maggio 2017, un momento storic–ooops.

Non lo sapremo mai con certezza, perché a volte anche a Hollywood succedono i miracoli: La Mummia floppa male e i produttori iniziano a fare i vaghi, Bride of Frankenstein, previsto per San Valentino 2019 (fa sempre ridere e dà la misura di che cazzo di priorità confusissime dovessero avere alla Universal) viene discretamente fatto sparire sotto il tappeto e piano piano l’idea del “Dark Universe” viene accantonata. La Universal ha limitato i danni ma ora si ritrovata con una serie di titoli annunciati o in pre-produzione con cui non sa più che fare ed è a questo punto che inizia la nostra storia, con l’ingresso in scena della Blumhouse.
Jason Blum ormai lo conoscete. Iconoclasta, visionario, animato da un furore sacro, si è distinto nel panorama cinematografico attuale grazie a idee rivoluzionarie e spregiudicate come “e se, tanto per provare una cosa nuova, facessimo film non di merda e che costano meno del PIL di una nazione?”. Universal è così disperata che accetta. In quattro e quattr’otto il migliore amico di James Wan, Leigh Whannell, viene rapito dal set di Upgrade e messo a scrivere e dirigere il nuovo The Invisible Man secondo il modello Blumhouse: un horror solido, minimale e, senza abusare dell’aggettivo “politico”, con una spiccata propensione a parlare del presente attraverso il duttile linguaggio del cinema di genere.

Certo, qualcosa di quell’idea di fare il cinefumetto tutto sommato dev’essere rimasta perché, in questa nuova incarnazione, Adrian Griffin è evidentemente Tony Stark: è ricchissimo, è un inventore geniale, vive in una casa che sembra un Apple Store, ha un’alta opinione di sé ed è un maniaco del controllo. E non credo sia un caso se in questa iterazione l’invisibilità è data non da un siero, ma da una tuta (l’inglese “suit” si applica senza probilemi anche alle armature di Iron Man), non qualcosa di così fuori dal mondo, ma una tecnologia “plausibile” in mano a un uomo con tanta immaginazione quanta hybris. La differenza è che Adrian Griffin è matto in culo e questa tecnologia pazzesca, invece che per aggiustare il mondo, la usa per perseguitare la propria ex.
E qui troviamo anche la svolta, l’intuizione che trasforma la premessa, diciamo pure datata, dello scienziato pazzo che diventa invisibile per fare gli scherzoni in una roba molto più intelligente e attuale di quanto avremmo immaginato. The Invisible Man sposta il fuoco dall’uomo invisibile alla sua vittima per raccontare, in modo dolorosamente accurato, una relazione tossica fatta di stalking e di abusi, fisici e soprattutto emotivi. La metafora non potrebbe essere più lampante di così: una violenza continua che è sotto gli occhi di tutti, ma che solo chi ne è vittima riesce a vedere. Ovviamente il film “fa paura” perché c’è il killer virtualmente onnipotente che non sai dov’è, non sai quando colpirà, sai solo che ha deciso di renderti la vita un inferno. Ma dove qualsiasi cretino avrebbe inserito il pilota automatico dei jumpscare per un’ora e mezza, Whannell va di sottrazione e lavora sui silenzi, sugli spazi vuoti, sulle reazioni più che sulle azioni. Mette in scena l’orrore più sottile, più reale, del sapersi perseguitati e non essere in grado di dimostrarlo, la frustrazione di non essere presi sul serio e la paura di restare (affettivamente) soli, in balia del proprio carnefice.
Detto fuori dai denti, The Invisible Man non è un film sulle donne che subiscono violenze. È un film sulle donne che denunciano e non vengono credute.

Bitches be crazy, am I right?

Se poi questo impianto delicatissimo, cerebralissimo, funziona a dovere è anche perché l’intero film poggia sulle spalle gigantesche (metaforicamente, nella realtà è piuttosto minuta) di una Elisabeth Moss che, di fatto, dà vita a due personaggi: il suo e quello del suo aguzzino, un nemico che è sempre presente, anche quando non si vede, anche quando non c’è. Non è facile lottare col nulla senza sembrare scemi, ma Moss fa un ulteriore passo in avanti, lotta col nulla e lo fa sembrare vero, lo fa sembrare una questione di vita o di morte, fin da quella primissima sequenza che da sola fa gelare il sangue.
In tutto questo Johnny Depp, a scanso di equivoci, si è fatto da parte già da un bel pezzo: sicuramente c’entra la sua proverbiale allergia ai film belli e che non ruotano al 200% attorno a lui, ma andiamo, in questo momento della sua carriera l’ultima cosa di cui aveva bisogno era interpretare un ex pazzo e violento. Non si può biasimarlo (nel senso che si può biasimarlo per un sacco di cose, circa tutte, ma non questa). Al suo posto, per quella scena e mezza in cui lo si vede, Griffin ha il volto di Oliver Jackson-Cohen, una di quelle facce da telefilm che hai visto un milione di volte e mannaggia se ti ricordi dove, tanto più efficace perché utile a portare avanti il discorso sull’assoluta banalità del male.

Oliver Jackson-Cohen in una scena del film

Se The Invisible Man non passerà alla storia sarà perché soffre dei limiti strutturali di qualsiasi horror modello cattivo-perseguita-protagonista/protagonista-passa-al-contrattacco e perché molto di ciò che dice non è necessariamente nuovissimo. Di thriller, anche fantascientifici, su stalker che non sanno accettare un no ne esistono a dozzilioni, mentre il filone sul tema del gaslighting ha origine negli anni 30 con una piece teatrale che si chiama Gas Light. Cionondimeno, che è una parola che amo usare, la visione e le intuizioni di Whannell, l’input produttivo della Blumhouse, la puntualità con cui un film del genere arriva sui nostri schermi e la chiave di lettura tutt’altro che ordinaria ne fanno una gemma rara in un panorama — l’horror da multisala* — ancora troppo scadente.
Bonus: ha un finale che è assoluta perfezione e ripaga qualunque fatica e sacrificio fatti per arrivarci.

Streaming-quote:

“Invisible men are trash”
Quantum Tarantino, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

*Sì lo so che i multisala ora sono tutti chiusi ma stiamo parlando, e parleremo credo ancora per diversi mesi, di film che sono stati concepiti all’interno di quel sistema produttivo e di valori. È solo un modo per dire “cinema mainstream, dal grosso appeal commerciale e non esattamente d’autore”. Gesù, datevi una calmata, anche a me manca uscire di casa! Ah e se ve lo state chiedendo in Italia L’uomo invisibile si trova a noleggio su Infinity, su iTunes e su Chili.

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28 Commenti

  1. tommaso

    Uhm, non lo so.
    Sara’ che sono arrivato a guardarlo con aspettative create da pareri semi-entusiasti come quello della rece, ma a me ha un pelo deluso. Mi e’ sembrato “solo” un thriller carino e ben fatto, esattamente il film che mi aspettavo dal trailer.

    E’ vero, il lato poltico/sociale della vicenda parte potentissimo nella prima splendida sequenza. Ma poi diventa il classico film dove non solo il/la protagonista subisce impotente angherie per tre quarti film, ma sembra fare di tutto per assecondare i piani del cattivo facendo e dicendo puntualmente sempre la cosa piu’ sbagliata possibile. La trovo sempre una cosa pigra e irritante.

    Idem con la performance della Moss. Non conoscendola affatto all’inizio, soprattutto dopo la gia’ citata prima sequenza, mi sono detto “cavolo, ma questa ‘ una grande attrice”. Dopo tipo un’ora, al quarantesimo primo piano che urlava “ammirate come faccio bene la donna che ha subito un trauma!”, mi stava un pizzico annoiando pure lei.

    Detto cio’, e’ appunto e comunque un buon film. Molto azzeccata l’atmosfera da noir piu’ che da horror, quasi da film RKO degli anni 40, che riscatta e rende coerente quel che piu’ temevo: il declassamento del tema dell’invisibilita’, messo al servizio di una storia su uno stalker paranormale, intercambiabile con il solito fantasma o demone da horror movie.

    Dopo mezz’ora di film pensavo di aver capito tutto l’inghippo, mentre lo avevo capito solo in parte. In generale e’ un film che, senza shyamalanwistate, rimescola bene le carte e gioca bene con gli stereotipi, assecondandoli, spostandoli e rinfrescandoli.

    In un primo momento il film sembra persino prendere un’interessante strada meta-cinematografica, con allusivi giochini di messa a fuoco e l’identificazione dell’occhio della cinepresa con l’occhio dell’uomo invisibile (in fondo nel cinema chi sono i veri uomini invisibili se non la troupe?). Peccato che sia una sfumatura che perde appena si incanala nei binari da thriller da prima serata televisiva.

    Tanto di cappello alla Blumhouse per l’ennesimo colpaccio, ma in tema di maniaci invisibili che perseguitano una donna il vecchio “Entity” di Sidney J Furie lo sotterra in quanto a originalita’ e inquietudine. Tra l’altro quel film con Barbara Hershey aveva il coraggio di mostrare quello che questo film ha rimosso chirurgicamente e metoo-samente: il sesso.
    Certo per ricordarci che perseguitare una donna non ha nessun tipo di giustificazione, ma ottenendo per paradosso il risultato di anestetizzare il tema e mettere comodi gli spettori (maschi), dato che togliendo ogni morbosita’ al soggetto l’uomo invisibile diventa un cattivo che e’ cattivo perche’ si’.

    • Vincent Cocotti

      Di Whannel ho preferito Upgrade (probabilmente anche per una ost memorabile ed un finale che lasciava il segno, per me tra i migliori ultimi 10 minuti finali della decade cinematografica… ), però anche qui dimostra di saperci fare non poco non inventando nulla ma reinventando, citando dal genere e facendolo bene e parecchio direi: sempre con un budget ridotto ma con una grande scelta di location, effetti sonori e in questo caso con una protagonista in stato di grazia.
      Forse rispetto al film precedente è il finale a non soddisfare pienamente anche perché il villain è inquietante ma non così carismatico anche se è davvero grande la scelta di farlo descrivere come un maniaco ed un manipolatore più che farlo vedere (perché per l’ appunto per la quasi totalità della durata è invisibile!!).
      Se in Upgrade erano i minuti finali il pezzo forte, qui è l’ inizio a colpire in maniera potente pur non avendo ancora introdotto il tema portante della sceneggiatura.
      Aspettiamo a questo punto la terza prova del grande amico di James Wan perché ultimamente lo ha superato senza se e senza ma.

    • Hugo Drodemberg

      Sostengo entusiasticamente il tuo commento, che è quasi una seconda recensione, con tre distinguo:
      1 La Moss è DAVVERO una Signora Attrice; è il personaggio che interpreta ad essere irritante (e per quello avrei usato lo stesso aggettivo)
      2 Eliminare il sesso non tranquillizza solo i maschi, tranquillizza TUTTI
      3 Questo film non ha nulla a che fare col me-too (uno dei movimenti più ipocriti e ottusi degli ultimi anni, guai a scambiarlo con la sempre necessaria sensibilizzazione sulla condizione femminile)

    • tommaso

      Sull’ultimo distinguo: certo, non e’ un film direttamente #metoo, ne’ del resto per me sarebbe per forza negativo lo fosse (lo e’ probabilmente Assasination Nation che per me e’ una bombazza di film), ma mi pare chiaro che su quella scia ormai si sta prendendendo una strada di autocensura generalizzata abbastanza inquietante. E anche molto ambigua: ad esempio, io ho visto come un paradosso che [SPOILERONE] l’aver voluto evitare accuratamente ogni riferimento diretto al sesso abbia reso quasi una questione secondaria e di passaggio la vera e piu’ schifosa violenza che l’uomo invisibile fa subire alla protagonista: la violenza sessuale per metterla incinta.

    • Hugo Drodemberg

      Mo infatti l’avevi detto (e l’avevo capito) anche senza spoiler. Il tuo commento mi è piaciuto praticamente in tutto, per questo ho scritto di distinguo e non di critiche, chè a me la parola “distinguo” fa sempre ridere XD (rido).
      Detto questo a me il #metoo sta sui cojoni come qualsiasi altra ipocrisia, ma un conto è usarlo a caso come in Assassination Nation, che infatti mi ha divertito molto, un conto è usarlo in maniera seria, e The Invisible Man è, purtroppo per lui, un film tremendamente serio.
      Insomma ho fatto anche il distinguo (ahahah) sulla Moss perchè la conosco da “sempre” e so che è un’ottima attrice, ma anche lì avevi ragione da vendere sull’effetto che fa nel film ;)

  2. Pitch f. H.

    Surprise!

    Bel film. Mentre eserciti il legittimo diritto di indignazione nei confronti del gaslightning di Adrian, il regista e gli attori si divertono facendo gaslightning… a te.

    Infatti non è un film #metoo ma neanche, come detto in recensione, un film sulle donne che denunciano ma non vengono credute.
    In realtà dimostra come sia spesso difficile, sia per le forze dell’ordine, sia per gli amici e parenti, scegliere da che parte stare anche quando le accuse di una donna sono credibili e disperate.

    • Pitch f. H.

      p.s.: c’è qualcosa di papabile nel catalogo Infinity? Se no disdico al volo la trial…

    • Davide

      Se non l’hai già visto puoi guardare Codice 999 prima che lo tolgano dal catalogo, oppure c’è Accusato Speciale con Dave Bautista.

    • Samuel paidinfuller

      Ho attivato il trial di 2 mesi dopo anni che non ci tornavo e ho trovato il catalogo movie molto migliorato, probabilmente migliore di quello netflix e Amazon.

      Ci sono cosette recenti interessanti tipo il joker, dr sleep, i 2 IT, tutti i DC movie, Godzilla KoM, il corriere con clint, + una prima visione a settimana.

      Poi ci sono i noleggi che si pagano a parte, ma quelli manco li ho visti.

      Alla lunga quella unica prima visione aggratis non vale il prezzo dell’abbonamento mensile, anche perché l’app spesso funziona di merda.

    • Hugo Drodemberg

      Scusa ma a te sembra credibile un uomo invisibile? A sto punto non c’entra manco essere donne o meno, chè se lo dicesse un uomo che c’è una donna invisibile finirebbe pure lui in psichiatria XD

    • Pitch f. H.

      @Davide e @Samuel paidinfuller

      Grazie! Ora mi ci faccio un giro. Brofist (a 1 metro di distanza) :-)

      _

      @Hugo Drodemberg

      Prima avviso dell’imminente spoilerone….

      SPOILERONE

      … poi ti dico, ovviamente l’uomo invisibile è parte della metafora. Se però fai attenzione, a parte la scena in cui Adrian rompe il finestrino, della violenza dell’uomo ne abbiamo notizia solo attraverso la donna, la quale si dimostra pianificatrice ed estremamente lucida nell’ucciderlo.

      Per quello ho scritto che il film fa gaslightning allo spettatore.

  3. L’ozio è il padre di Virzì

    Perso in sala causa chiusura. Ottima notizia il noleggio su Infinity. Mi faccio la settimana a scrocco e poi disdico che qua ho mille cose attive ma sempre zero tempo.
    La Moss (vista in MAD MEN ma sopratutto come Ancella Difred in The Handmaid’s Tale) ha dei primi piani che tolgono letteralmente il fiato.

    • Hugo Drodemberg

      Per me la serie più bella che ha fatto la Moss è Top Of The Lake, che tra l’altro conta dei buzzurri neozelandesi che fanno talmente brutto da renderlo quasi calciabile. Più in generale è tra le più belle (mini)serie che abbia mai visto, volevo consigliartela, ciao

    • L'ozio è il padre di Virzì

      Segnata, grazie.

  4. Alessandro

    Io non l’ho trovato un film meetoo. Meetoo è una cosa precisa, sensibilizzare la gente al fatto che dentro ogni uomo c’è un conquistatore e che se non gestisce bene questa cosa finisce col conquistare in modo buzzurro e partendo da chi appare più facilmente conquistabile (nella nostra società, i meno abbienti, e le donne, perché incidentalmente concediamo meno carisma alle loro denunce), è tutta un’altra cosa. Non è che se c’è una donna oppressa da un cattivo di sesso maschile, allora è un film meetoo (movimento che è nato utile ma alla fine è diventato goffo e revanchista. Ora, venendo al film, non condivido (sebben comprendo perché non è stupida, solo non sono d’accordo) che un film senza sesso fila meglio. Diciamo che secondo me è più difficile rendere le scene di sesso non-gratuite. E’ la gratuità di qualcosa che in sé ci tocca da vicino (sesso, violenza, frasi ad effetto, ecc) che uccide un film. Non necessariamente la loro presenza. Togliete ad un film la violenza, il sesso, e perfino qualche momento mega-epico: non resta nulla. Al massimo un buon film di quelli “deludo tutti, snervo tutti, non faccio divertire nessuno, sono un film di denuncia sociale, il mio scopo è farvi uscire dalla sala con le palle girate”. Che non è facile realizzare. Ma qualunque altro tipo di film, se gli levi quelle cose, non resta nulla. Perché sono proprio le cose che ci toccano e quindi che vogliamo vedere. Poi non sempre ci stanno bene. Mettetemi una scena di sesso esplicito in un film come questo e distruggete l’atmosfera. Ma NON sempre. Ora, in sé, a me il film è piaciuto. E’ ben fatto nel creare la sensazione claustrofobica di non saper come uscire dall’incubo. E non ricordo quando è stata l’ultima volta che un film ha saputo farmi sentire così. Poi da lì a definirlo un capolavoro, ce ne corre. E’ lungo, forse un po’ troppo, si poteva, forse, creare la stessa atmosfera senza il fratello, e con mezz’ora di film in meno, ma davvero quella è l’ultima delle mie preoccupazioni. Indubbiamente senza falle, ma non per questo cosmico, gli do un 8 robusto perché il mondo del 7, con tutte le su sfumature, è totalmente indegno della cura con cui questo è realizzato. Ma più di 8 no. Gli manca qualcosa. O semplicemente ha dato il massimo nel campo dell’uomo invisibile ed è l’argomento in sé che non può produrre un film da più di 8. A me è piaciuto assai. Ma fila un goccio meno che “perfettamente”. Non saprei dire perché. Non un capolavoro. Ma graziosissimo. Su Johnny Depp e il fatto che non gli faccia bene impersonare un pazzo stalker misogino: la Heard è una spostata e infatti dopo il polverone, nessuno crede più a nemmeno una delle cose che ha detto su Depp (io non le ho mai creduto fin dall’inizio, uno come Depp io l’ho capito benissimo, è un edonista, e come tale è iracondo, affamato, egocentrico, maniaco del controllo, depresso quando non ha ciò che vuole, ma odia visceralmente tutto ciò che è brutto, e quindi non lo compirebbe mai per primo. Psicologia da manuale sull’edonista egosintonico). Però ok il film è filato benissimo anche senza di lui.

    • Hugo Drodemberg

      Due cose non riesco a tacerti:
      1 Il #metoo non è una cosa precisa, è solo un’isteria collettiva, ma riguarda esclusivamente le donne, non altre minoranze per razza o classe o orientamento sessuale… e per fortuna, chè già ha fatto un danno d’immagine non da poco al femminismo SERIO.
      2 Se scrivi che un film senza sesso, violenza o epica è una rottura di cojoni, fai il gioco di quelle isteriche del #metoo e fai la figura del buzzurro che loro odiano tanto. Ci sono un botto di ottime commedie (ma anche signori film di fantascienza) che non contemplano o quei tre elementi, suvvia…

    • Pitch f. H.

      @Hugo Drodemberg

      Il #metoo parte in realtà con uno scopo preciso e condivisibile, ovvero denunciare le molestie alle donne da parte di uomini che detengono una qualche forma di potere. Classico l’esempio del regista/produttore che pretende sesso dall’aspirante attrice, o del dirigente d’azienda che prospetta una promozione ad una dipendente ma subordina lo scatto di carriera ad una o più prestazioni sessuali.

      È diventata pura e semplice isteria collettiva perché come cassa di risonanza ha usato quel letamaio umano che sono i social e la TV trash ci si è buttata come un maiale nella merda (es: un noto programma di infotainment ispirato a Tarantino ci ha sguazzato per mesi).

      Perché è “fallito” o quantomeno più nessuno prende il #metoo seriamente?

      Per due motivi: il primo è perché ha tradito l’intento originario e si è polarizzato in un banalissimo donne vs uomini, con questi ultimi dipinti come sempre molestatori fino a prova contraria.
      Secondo, perché in oltre tre anni nessuno e nessuna ha fatto anche solo un nome, uno solo, di una donna che invece ha accettato e beneficiato del “sesso in cambio di“. E se vuoi eradicare un malcostume non puoi limitarti a puntare il dito contro chi lo mette in atto (alcuni uomini), ma anche contro chi ha contribuito ad alimentarlo (molte donne).

    • Alessandro risponde a Drodemberg e Pitch

      Non ti do torto amico, infatti ho detto che se in un film come quello ci metti una scena di sesso esplicito rovini l’atmosfera. Le commedie mi fanno cagare per definizione, rispetto i drammatici ma solo perché c’è dolore (che è violenza della vita verso l’individuo), e i film di fantascienza senza un briciolo di violenza per me sono commedie di fantascienza (ergo mi fanno cagare) o drammatici di fantascienza (ergo li rispetto ma non mi piacciono). Quanto al fare la parte del buzzurro odiato dalle metoo, non volevi offendere assolutamente e l’ho capito, per di più non mi sarei offeso comunque, perché vedi, ciò che le metoo odiano dell’uomo, e che mi porta ad avere compassione di loro e non odio, è proprio ciò che fa dell’uomo se stesso: parlo dell’umano in genere, ma nel maschio di più, per quello all’inizio il mondo è stato conquistato dai maschi, ma alla lunga tutto si equalizzerà perché anche le donne hanno il lato caratteriale che sto per descrivere, solo che si manifesta con la strategia e quindi impiega più tempo. Ed è l’impulso al pericolo. La sopraffazione. La conquista. Solo una persona che si crede migliore di chi cerca di sopraffarlo, o ha dei piani che richiedono di non avere padroni, o semplicemente necessita di libertà per trovare se stesso, si ribella a ciò. Un uomo che sa chi è, sa come mandare avanti la propria vita anche in presenza di un padrone, e ha tutto lo spazio vitale che gli serve nonostante ci sia un padrone, e rispetta il suo padrone, non ha problemi ad avere un padrone. Il punto è che nemmeno l’uomo migliore del mondo stacca abbastanza il peggiore da giustificare di essergli padrone. Il distacco necessario per giustificare la dominazione è quello che passa tra un essere pensante (come l’uomo) e la materia inanimata. E ad esempio lo abbiamo, tale dominio: si chiama tecnologia. Tra umani non dovrebbe esserci. Ma esiste una cosa che si aggiunge alla giustizia teorica, ed è la necessità del momento. Ogni moderna relazione tra popoli nacque da guerre, fusioni di tribù nate da conquistatori. La conquista è un impulso sano, solo dovremmo essere abbastanza lucidi da capire che oggi né è obsoleto l’uso. Ma oggi. Quando un giorno troveremo nuovi mondi e ci voleremo con le astronavi, e troveremo giungle e mostri, non credi che prima di iniziare a studiarli o metterli negli zoo. dovremo bruciare un po’ di foreste per fare piste di atterraggio, e uccidere qualcuno di quegli alieni per evitare di averli di continuo intorno al campo, pronti a mangiare gli astronauti? La guerra cambia motivi, protagonisti, location, ma è eterna. Come tale, l’impulso a farla è sano. Oggi ne è obsoleto l’uso ma resta in noi. In me ad esempio l’impulso alla conquista è così forte che dopo una gioventù nelle bande vivo di pugilato (oddio ora ho smesso) e meditazioni, e arrivismo carrieristico. Sennò ucciderei qualcuno a mani nude. Le donne strillano di piacere a letto con me nonostante io non sia esattamente un modello, addirittura si passano il mio numero di cellulare. Gli uomini mi rispettano e mi temono. In passato non ero una bella persona. Oggi, dopo vent’anni di cammino esoterico e psico-analitico, vengo considerato quasi un guru. Ma sono solo un furbo utilizzatore della miniera di furia che la genetica ha posto in me. Non è farina del mio sacco. Senza tutti quegli ormoni, sarei cinico e depresso. Un perdente. Un fallito. E’ la mascolinità che mi da vita. Le donne (ho quasi solo amiche donne) mi insegnano la femminilità, la spiritualità. Ma se fossi un orsacchiotto non perderebbero tempo con me. Le metoo odiano questa possanza maschile, dovrebbero invece solo odiare chi non si prende la responsabilità di capire 1) che va incanalata e 2) che solo la donna è la sirena capace di dischiudere tale chiavi dell’anima, e senza lei l’uomo è solo un’arma da guerra, limitato e volgare. Ho pietà di quelle donne, non odio. Ma non temo di ricalcare lo stereotipo che descrivono: l’uomo di cui parlano, innatamente violento, è reale e va benissimo! L’uomo nobile né solo la versione civilizzata, non l’opposto. Solo chi ha una belva dentro e la doma, diventa un re. Se non la domi diventi una belva. Se non ce l’hai non sei un uomo, sei un ominicchio. Quindi mi va benissimo essere odiato dalle metoo: loro se ne fregano di quanto morale sei nel canalizzare quella furia, gli basta che tu ce l’abbia per diffidare di te ed odiarti. E io ce l’ho. E ne vado fiero. E dal momento che secondo me quella furia, e la sua gestione in modi moralmente nobili, è più o meno l’unica cosa che conta nella vita, provo scarso interesse per gli ambiti (anche cinematografici) in cui non fa capolino nemmeno un po’. In questo film non ci sono né sesso né violenza esplicita né frasi ad effetto: però c’è tensione, scontro, pathos. Non dico debbano essere volgarmente presenti. Ma devono esserci. Sennò, bada bene, non è nemmeno “calciabile”. Non è forse per quella che tutti noi siamo qui? (oltre al fatto che è una community adorabile piena di gente sensibile ed intelligente). Quanto al commento di Pitch, sto imparando a capire quanto sia sottile questo tizio. Diciamo che non so se condividere perché mi mancano informazioni. Io non credo che il movimento metoo si sia spento perché era degenerato. Solo perché ha fatto il suo lavoro, sensibilizzare. Non tutto il femminismo lo ha fatto. Il femminismo serio, come qualcuno lo ha descritto, è molto variopinto, ed alcune sue frange non vogliono, come appunto indica Pitch, necessariamente cambiare il mondo, solo rinegoziare la posizione della donna al suo interno: appunto, io conosco una donna, femminista a livelli quasi revanchisti, che è felicissima della cultura dello stupro. E’ il tipo di persona che si fa riprendere di nascosto da un’amica mentre “cede” alle pressioni del capoufficio, se ne fa scopare sulla sua scrivania, poi manda il video in anonimo e lo fa licenziare, e diventa il nuovo capo come forma di richiesta di scuse dal CEO, posizione che senza quello “stupro” avrebbe impiegato anni a raggiungere. Una vera predatrice. Mai scopata. Ma la rispetto. Mi fa un pochino paura però. Quindi, tornando al discorso, il concetto di femminismo serio è così vasto che non saprei dire, ma appunto come dice Pitch indica, non tutte le donne sono scontente del modello attuale. Metoo ha raccolto in una sola forza quelle che lo erano, e non so, non credo sia morto perché troppo poco condiviso, o perché si sia spento, ma credo che semplicemente avesse un’obbiettivo e lo ha raggiunto. Ma boh. Ci capisco poco.

  5. jax

    mi è piaciuto moltissimo. sarà il fatto che è tutto in sottrazione, sarà che i film con scaro budget ma molte idee mi piacciono moltissimo, sarà che la Moss è una grande attrice, sarà un pò tutto ma veramente gran film per me.

  6. Samuel paidinfuller

    Nota di costume: su infinity il noleggio costa appena 14 euri, più di un biglietto imax qua a Roma

    WTF?

  7. Djenco Unchained

    Bella, mi sa che ‘sto film me lo vedo, però ho finito i popcorn mentre assistevo a tutti ‘sti commenti di uomini che spiegano il #metoo e qual è il femminismo serio. Dovrò ricomprarli.

  8. Giakimo

    Visto che è stato nominato il termine gaslighting e la sua origine, avrei anche nominato il film tratto da quella pièce teatrale: Angoscia (appunto Gaslight in originale) con una straordinaria Ingrid Bergman.
    È un film parecchio calciabile (forse l’unico della carriera del regista Cukor), al netto dell’essere in costume.

  9. Past

    un titolo più onesto sarebbe stato la donna visibie.

    comunque niente male, blum volpone come sempre e whannell migliora ad ogni film che fa.

  10. Jacky

    ATTENZIONE SPOILER!

    Io lo avrei fatto finire quando l’uomo invisibile scanna la sorella di lei facendola affogare nel sangue e nella sua tracotanza (infatti non l’avesse fatto lui l’avrebbe uccisa di lì a poco il cameriere del locale stesso…). Il film avrebbe avuto una conclusione dark e aperta e soprattutto si metteva l’accento sull’ingloriosa fine del personaggio più odioso di tutta la storia….

  11. Simone

    Comunque potevate mettere questa come colonna sonora:
    https://www.youtube.com/watch?v=qhIAVqdhK8E

  12. Jackson Pollon

    Una notevole Elisabeth Moss (ricordo anche io la serie Top of the lake, una “sorta” di True Detective al femminile) e il suo personaggio qui è francamente irritante per un po’. Un personaggio che ti fa subito mettere in chiaro una cosa nelle leggi della vita: se devi raccontare qualcosa di assurdo evita di sembrare pazza. Prenditi il tempo, procurati delle prove, stai lontana dai coltelli, gira qua e là lanciando farina e, ancora, evita di lanciarti in isterismi che non aiuta.

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