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Siamo stati al Far East Fim Festival 2020 senza uscire di casa

L’edizione numero 22 del Far East Film Festival, uno degli eventi cinematografici più succulenti di sempre (e si tiene a Udine! Che è quasi certamente in Italia! Poooo po po po po pooo poooo), ha rischiato grosso quest’anno. Pensavamo che questa storiaccia del 5G che fa venire l’aiz avesse colpito solo i gestori di bar vicino agli uffici, i tassisti e gli avvoltoi di Airbnb, invece, a sorpresa, a smenarci sono state anche molte manifestazioni artistiche che avevano questa pretesa di svolgersi in luoghi ristretti e con molte persone. Che ingenuità! La faccio breve: invece di girare in tondo urlando MORIREMO TUTTI, l’organizzazione del festival di Udine ha reagito con prontezza di riflessi e scelto di traslocare l’intera manifestazione nell’unico luogo in cui siamo tutti vicini senza sputazzarci in faccia — internet.
Il FEFF, che ci presenta ogni anno una selezione delle novità più interessanti del cinema asiatico, ha lasciato il segno anche in questo pazzissimo 2020 grazie a un’edizione completamente online che ha reso disponibile in streaming per nove giorni più di 40 film in concorso. E se da un lato che brutto signora mia rinunciare all’esperienza della sala, le luci che si spengono, il rito collettivo e l’idiota che non chiude il telefono, dal punto di vista di chi (noi) probabilmente avrebbe fatto parecchia fatica a essere lì col corpo oltre che col cuore, poter vedere più di 40 film senza uscire di casa si è rivelato un ottimo affare.
Per quanto il bello dei festival sia proprio vedere a scatola chiusa roba che mai penseresti di andarti a cercare, solo per voi siamo andati dritti su quelli che ci sembravano più calciabili e questo è quello che abbiamo da dire al riguardo.

ASHFALL (Corea del Sud)
Il vulcano Paektu, al confine tra Corea del Nord e Cina, erutta abbastanza male da far tremare moltissimo la terra anche sotto i piedi dei coreani del sud, che son quelli che fanno i film e sono amici degli americani e hanno la Samsung e il k-pop e dunque ci interessano. Niente, son passati cinque minuti di film e già il mondo va a fuoco e siamo ben fomentati. Solo che si scopre abbastanza presto – interpellando un sismologo mezzo statunitense mezzo coreano di nome Cassandra (non è vero, è Robert) il quale ha passato gli ultimi tre anni a tentare, invano, di avvisare tutti che il Paektu sarebbe esploso – che di dentro al vulcano ci sono altre tre sacche di magma pronte a saltare per aria portandosi dietro tutta la penisola coreana. L’unico modo per evitare il disastro è semplice e intuitivo: far sfiatare la camera magmatica scavando un comodo foro dentro al monte usando sei testate nuculari appositamente rubate ai vicini del nord. Una passeggiata di salute.
Oh, io mi son divertito senza vergogna a vedere Ashfall. A un certo punto diventa una versione disaster movie americano anni ’90 del Signore degli anelli, con Sam e Frodo (in viaggio verso il monte Faekto) che sono rispettivamente un triplogiochista nordcoreano che sa stare al mondo e un artificiere sudcoreano a tre dì dalla pensione che è troppo vecchio per queste stronzate; poi c’è l’anello che è un ordigno nucleare fatto più o meno a mano, mentre gli Uruk-hai sono l’esercito americano e dei brutti ceffi cinesi che volevano comprarsi l’uranio del signor Kim. Dai. Cosa vuoi dirgli a un film così?

IMPETIGORE (Indonesia)
Una ragazza indaga sul proprio passato e finisce in un villaggio dove la gente non è proprio super-duper amichevole.
Parte infilando tutti i cliché dell’horror americano (su tutti, i protagonisti che prendono sistematicamente tutte le decisioni più sbagliate) e quando pensi di aver capito dove andrà a parare cambia rotta e ti catapulta in un mondo tutto nuovo, un folklore di cui non sai assolutamente nulla e tutto all’improvviso suona audace e conturbante. Poi magari scopriremo che in Indonesia gli horror sono tutti come la seconda metà di questo film — boschi, maledizioni, stregoneria, povertà e sacrifici umani — e quindi dal loro punto di vista la parte veramente rivoluzionaria era la prima parte, ma è un rischio che vale la pena correre.

WE ARE CHAMPIONS (Taiwan)
Io ve lo metto perché, come ben sapete, senza Rocky non esisterebbero i film sportivi come li conosciamo adesso. E anche questo filmolo taiwanese, nel modo in cui costruisce l’enfasi e il fomento emotivo, dovrebbe accendere un paio di ceri a San Rocco da Filadelfia. We Are Champions ha un bruttissimo titolo e parla di due fratelli adolescenti scappati di casa (letteralmente e metaforicamente) per andare a giocare al basket; due fratelli che si volevano molto bene finché non hanno smesso di volersene per divergenze di opinioni, e finiscono per risolvere i loro screzi sul campo da giuoco come solo i veri uomini che sono troppo orgogliosi e hanno il range di espressione emozionale di un paracarro scheggiato sanno fare. Metto qui We Are Champions perché è un piccolo miracolo tecnico (mettere in scena in maniera credibile una partita di pallacanestro è ostico) e perché pare una versione ridotta e in live action di Slam Dunk. E se non vi piace Slam Dunk siete brutte persone. Ecco, nel basket purtroppo non ci sono tanti pugni né calci. L’unica eccezione potrebbe essere un film sui Pistons di fine anni ’80. Sarebbe un sogno. Un sogno molto sanguinolento, ma pur sempre un sogno.

CHASING DREAM (Hong Kong/Cina)
Johnnie To è un regista estremamente versatile che negli anni si è cimentato nei generi più disparati: è famoso ovviamente per il thriller e il poliziesco, che ha letteralmente dato forma all’action hongkonese come lo conosciamo oggi, ma ha diretto anche commedie, musical, film romantici e merda. Chasing Dream appartiene al genere merda: un campione di MMA conosce, maltratta e forse si innamora di una scappata di casa che sogna di diventare una cantante (credo) e decide di supportarla in questa sua ambizione senza senso. Gli incontri di lotta sono ben coreografati ma sporadici e di certo non valgono lo strazio di sorbirsi, per il resto del film, l’equivalente di una puntata di X Factor con svarioni che entrano dritti in territorio La La Land.

THE WHITE STORM 2: DRUG LORDS (Hong Kong)
Ha il 2 nel titolo ma è uno di quei “seguiti tematici” che non sono veramente un seguito che vanno alla grande nel cinema cinese. È la classica epica gangster hongkongese come se ne fanno da 30 anni senza cambiare una sola virgola (attori compresi, con Andy Lau e Louis Koo eterni 40enni anche a 58 e 50 anni): amore, tradimenti, sparatorie, fratelli che diventano nemici, rivali che diventano alleati, soap opera, tragedia greca, propaganda spinta e abiti eleganti.
Sul sito del FEFF è descritto come un “anti-drug-action” e non scherza: tematicamente è uno di quei filmini educativi che ci costringevano a vedere alle elementari e alle medie per insegnarci che LA DROGA FA MALE, ma con valori produttivi altissimi e recitato da star che non si alzano dal divano per meno di 5 milioni di dollari. Se alle elementari e alle medie ci avessero fatto vedere film così, probabilmente saremmo comunque diventati i tossici che siamo oggi, ma molto più risoluti.
Bonus: contiene l’inseguimento i macchina in metropolitana migliore della storia del cinema.

GUNDALA (Indonesia)
Io se fossi un executive della DC mi vergognerei come un cane a non riuscire a fare un film decente su Superman mentre in Indonesia stanno tirando su un franchise di tutto rispetto su gente che ha il potere di non morire quando viene colpita dai fulmini. Gundala è il primo capitolo di un ambizioso progetto che vuole portare sul grande schermo l’universo supereroistico della casa editrice indonesiana Bumilangit e lo so cosa state pensando, “altri film di supereroi? Piuttosto mi sparo” e non avete torto. Ma se devo scegliere tra sei ore della “Snyder cut” di Justice League e due di un’epica marziale in costume carica di sottotesti politici (il padre dell’eroe è un sindacalista ucciso dai padroni della fabbrica! Quando chiedono al protagonista “chi sei?” lui risponde ”I am the people”) dallo stesso paese che ci ha dato The Raid, non devo veramente scegliere.

A margine, tra Gundala e Impetigore, da questo FEFF viene fuori un’Indonesia che usa un linguaggio che è indiscutibilmente di Hollywood per raccontare un mondo, quasi preindustriale, fatto di povertà e disparità di classe esasperate, sfruttamento del lavoro, tensioni sociali e aspirazioni rivoluzionarie, pronto a esplodere nella violenza. E questo ci interessa assai.

THE CAPTAIN (Cina)
Parere #1 — Al grido di “IL SULLY CINESE” ecco un film che per essere presentato come la versione cinese di qualcosa ha sicuramente dalla sua parte il fatto che le cose si rompono di più. Perché sono cinesi no? AHAHAH, passo indietro: The Captain, come Sully, si basa su una storia vera, quella del Volo Sichuan Airlines 8633. Quaranta minuti dopo il decollo, a 9km dal suolo, succede che salta il parabrezza dell’aereo. Tu sei lì che stai pilotando un aereo di linea e salta il parabrezza. Delirio generale, sangue freddo e, se sei sfigato come il copilota, mezzo viaggio con la testa FUORI dal parabrezza.
Il film racconta questo, senza infamia né lode, ma buttandola lì con una spettacolarità in cui i blockbuster cinesi eccellono più di altri. L’azione, quando entra, c’è tutta, e non si tira indietro nel mostrare le cose più assurde (ve l’ho detto che il copilota aveva la testa fuori dal parabrezza? Ecco in realtà era tutto il corpo dalla cinta in su). Viaggia tra l’eroismo, l’emozione, la paura e la grande domanda “ce la farà il nostro eroe ad arrivare in tempo per il compleanno della figlia?”. È cinema popolare, è cinema strappalacrime, è cinema cinese.
I venti minuti prima del decollo sono dedicati alla presentazione del pilota, delle hostess, di qualche passeggero e del sistema aeroportuale cinese e grazie al cielo non pesano e passano al volo (eheheh). I venti minuti dopo l’atterraggio, invece, sono un misto di abbracciate i vostri figli e propaganda che fanno un po’ cadere le palle, ma che dovevamo aspettarci? Per intenderci, è stato distribuito durante il 70º anniversario della Repubblica Popolare Cinese. Andrew Lau resta un manico, anche al servizio della Patria.

Parere #2 — Oh. Andrew Lau il cinema lo sa fare. Lascia perdere gli Infernal Affairs. Prima di diventare regista, Lau è stato il direttore della fotografia del primo Wong Kar-wai. Mica ciufoli. Poi (versione romanzata) ha notato una cosa: che con l’arte (Andrew Lau ci tiene a dire che il termine va letto facendo le virgolette con le dita) e l’integrità (vedi parentesi sopra, ma di più) Wong Kar-wai riesce a malapena ad affittarsi un monolocale in zona industriale a Hong Kong. E invece a Andrew Lau ci piacciono i soldi, vuole la piscina a forma di fagiolo e per raggiungere il suo sogno è diventato il cantore ufficiale del nuovo blockbusterismo di stato cinese: da The Founding of an Army – commissionato dal governo di Pechino per il 90esimo anniversario dalla nascita dell’Esercito popolare di liberazione – a questo The Captain, son baracconate di regime apparecchiate con tutti i crismi. La storia, molto vera, è quella dell’eroico equipaggio a bordo del volo Chongqing-Lhasa, che nel maggio del 2018 fu costretto ad affrontare un atterraggio d’emergenza dopo che una turbolenza anomala aveva fatto cedere uno dei parabrezza dell’abitacolo. Il tutto sopra le creste dell’Himalaya. Son cose. Il film è solido e funzionale come un ufficio del catasto brutalista, spettacolare con banalità come i fuochi d’artificio del 4 di luglio, retorico come il discorso di un dittatore dal balcone, enfatico tanto quanto Andrew Lau quando fa le virgolette con le dita parlando di integrità artistica.

BEASTS CRAWLING AT STRAWS (Corea del Sud)
Un capofamiglia con un lavoro di merda e problemi a casa, un agente doganale che si trova a dover saldare i debiti della fidanzata scomparsa nel nulla, una prostituta che viene regolarmente gonfiata di botte dal marito e forse forse ne ha abbastanza, una truffatrice e un boss avido e violento. Destini apparentemente slegati (e che ovviamente non lo sono davvero) si intrecciano a causa di una borsa piena di soldi: sembra un film dei fratelli Coen e invece è l’opera prima di un regista coreano. Divertentissimo, nerissimo e most likely to be distribuito qui nel mondo occidentale con uno strillo del cavolo tipo “il nuovo Parasite!”.

IP MAN 4 (Hong Kong)
Questo lo abbiamo anche già recensito, ma era comunque in gara e che non vuoi cedere la parola a Nanni?
“Roba del genere la guardi perché c’è Donnie Yen su coreografie di Yuen Woo-Ping.
E perché c’è Scott Adkins su coreografie di Yuen Woo-Ping.
C’è tutto quello che ci piace: Donnie Yen e Yue Wu che si litigano marzialmente passandosi il tè tramite tavolo girevole; la congrega di esperti marziali di diversi stili; un sacco di occidentali arroganti; Kwok-Kwan Chan/Bruce Lee che prima di sparire si degna di regalarci un match serio; Scott Adkins in un devastante uno contro tutti alla sede della comunità cinese; e ovviamente anche Nino Frassica nei panni del simpatico Maresciallo Cecchini.
C’è la concentrazione che ci devi mettere quando stai girando l’evento cinematografico dell’anno. C’è l’ancora inevitabile emozione di assistere allo spettacolo di un paese per cui l’evento cinematografico dell’anno è una storia che include una dozzina di combattimenti meticolosamente coreografati e inscenati dai migliori atleti a disposizione.”

LINE WALKER 2: INVISIBLE SPY (Hong Kong)
È un film che va visto perché l’ha diretto uno che come nome d’arte si è scelto JAZZ BOON; e per non farsi mancare nulla è stato pure scritto da Cat Kwan. Quanto mi manca il Jimmy Bobo. Esattamente come White Storm, ha un 2 nel titolo che non c’entra nulla con il concetto di sequel a cui siamo abituati noi, dunque non c’è nulla da recuperare per goderselo. Non vi sto nemmeno a raccontare tutta la storia degli orfani che vengono rapiti e riprogrammati per diventare soldatini infiltrati nelle polizie di tutto il mondo per portare avanti un’agenda di terrorismo, né della hacker che scopre tutto e dev’essere messa al sicuro, né dei due bravi protagonisti Nick Cheung e l’onnipresente Louis Koo che erano migliori amici del cuore da piccoli nel loro orfanotrofio filippino e poi sono stati divisi dai cattivi e poi sono stati riuniti dal destino beffardo e via dicendo. L’importante è sapere che JAZZ BOON tiene fede al suo nom de plume sultanesco e caccia fuori un action a cento ottani, diretto come si deve (e oltre), dritto come un fuso, rispettoso della tradizione tutta bromance e onore e mai una gioia dell’hardboiled hongkonghese, e con un finale madrileno (?) tra tori in CGI e inseguimenti in Peugeot che farebbe la sua porca figura su qualsiasi grande schermo.

EXIT (Corea del Sud)
In Corea, come anche in Giappone, esiste un unico vero peccato capitale: fallire. La cosa buffa è che spesso il fallimento riguarda le aspettative altrui, quelle della famiglia e della società. Tant’è che se sei più verso i trenta che verso i venti, vivi ancora a casa con i tuoi perché probabilmente ci hai messo otto anni a prendere una triennale in economia che nemmeno volevi iniziare, sei più single di un testicolo in una sacca scrotale criptorchidica perché anche i rapporti di coppia funzionano con quel discrimine lì del fallimento, e c’hai perfino un cuginetto che al parco ti piscia e fa finta di non conoscerti perché si vergogna, allora ti chiami Yong-nam, tutti ti dicono che fai schifo e giustamente non te la vivi molto bene. Poi succede che l’ex CEO di una casa farmaceutica impazzisce e rilascia, in pieno centro a Seoul, un gas letale di sua invenzione per vendicarsi di salcazzo cosa. E proprio la sera del 70esimo compleanno della mamma di Yong-nam, con tutta la rumorosa famiglia riunita a baccagliare vicino all’epicentro dell’attentato terroristico. Yong-nam, esperto di arrampicata per passione ma soprattutto per buontempo, ha un’intuizione: l’unico modo per dimostrare alla famiglia e al mondo che anche un disoccupato senza ambizione è un essere umano degno di rispetto è di salvare tutti quegli stronzi giudicanti sacrificando la propria vita per arrampicarsi sulle facciate dei palazzi mentre il gas letale sale lentamente e inesorabilmente.

ROH (Malesia)
Una famiglia composta da una madre e due figli piccoli vive in una capanna nella giungla isolata da tutto e da tutti. A un certo punto si presenta a casa loro una bambina inquietantissima che preannuncia la loro morte. Seguono pazzi rituali, eventi soprannaturali e crescente paranoia. Più che un film dell’orrore, è un racconto popolare — e il pensiero va subito a The VVitch, che per l’appunto era “a New-England folktale” — dove non si capisce dove finisce la stregoneria e inizia la debolezza/stupidità/egoismo/vigliaccheria degli esseri umani. Una cautionary tale impossibile da decifrare perché imbevuta di credenze e superstizioni che ci sono completamente aliene. Più che fare paura fa atmosfera, grazie soprattutto alla location naturale incredibile che è la giungla e la scelta inaudita di rinunciare quasi completamente agli spaventi e di ambientare quasi tutto di giorno.

Solo due note a margine.
La prima: non abbiamo la minima idea di come e quando la maggior parte di questi titoli verrà distribuita. Gli honkongesi più grossi di solito non tardano ad arrivare in home video anche da noi o in heavy rotation su Rai4, sugli altri è un grosso BOH ma terremo le orecchie aperte.
La seconda: non è un errore di battitura e sì, sembra una barzelletta, ma Andy Lau e Andrew Lau sono due persone diverse. Il primo fa il regista, il secondo fa l’attore. E una volta fattaci l’abitudine diventa relativamente semplice distinguerli, eccetto quando uno dirige l’altro in Infernal Affairs.

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10 Commenti

  1. Raimondo Vinello

    Fino a oggi ho visto BEASTS CRAWLING AT STRAWS e ASHFALL.
    Il primo esplosivo come il secondo e il secondo divertente come il primo.
    Cazzo vedetevedeteeli

  2. F.lli Edgar Wright

    Nota a margine della seconda nota a margine: so che lo sapete, ma per una svista avete scritto che Andrew Lau fa l’attore e Andy Lau il regista. Correggete…

    Vi voglio bene!

  3. Rocco Alano

    Limite mio, ma qualunque cosa puzzi di nazionalismo e non sia il finale di “Mezzo Destro Mezzo Sinistro” (o “Rocky IV”, toh…) mi ripugna a prescindere.

  4. **** OT ****

    scusate l’intromissione ma sto cercando di recuperare il titolo di un film di cui avevo letto sicuramente qua ma che non riesco a trovare con i (pochi) elementi che mi ricordo.

    – girato in un paesino italiano
    – turista americano o simile poco piu’ che ventenne che incontra una ragazza locale molto carina ma con un qualche tocco alieno (non necessariamente sinistro).
    – love story che pero’ ha il piccolissimo problema che lei e’ una specie di “sirena” nel senso di essere non esattamente umana, piu’ che “ne’ carne/ne’ pesce”.
    – del trailer mi ricordo che era abbastanza solare come ambientazione e fotografia. Almeno la prima parte.

  5. Jaeger

    Un altro film calciabile era Detention che racconta una storia ambientata durante il periodo della legge marziale di Taiwan ma in stile Silent Hill.

    Riguardo la distribuzione, leggevo che di Ashfall dovrebbero esserci gli accordi per distribuirlo nelle sale italiane, il vincitore del festival better days mi pare ci sia già l’accordo (non calciabile ma molto bello) e spererei veramente moltissimo di poter vedere exit in sala perchè gli voglio bene come a un figlio <3

    Comunque anche i non calciabili erano moooolto ma molto belli (soprattutto I WeirDO, Kim ji-young 1982, My sweet Grappa remedys e Better days)

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