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Il colera venuto dall’oceano: The Beach House

PER DEI CAPELLI FAVOLOSI ANCHE DOPO UNA GIORNATA IN SPIAGGIA TRA SOLE E SALSEDINE

Il bello di Lovecraft è che le sue opere hanno ispirato e continuano a ispirare centinaia di opere di ogni genere e specie.

Il brutto di Lovecraft è che era un misogino razzista, ma a parte questo il brutto di Lovecraft è che la maggior parte di queste opere fanno schifo, sbagliano il tono, l’approccio, la scrittura, trovano sempre un modo insomma per rovinare tutto il nostro entusiasmo di seguaci di divinità cosmiche.

Non so cos’abbia questo 2020 un po’ malandrino, sarà forse quell’aria da fine del mondo, fatto sta che per la seconda volta quest’anno mi trovo a scrivere di un film lovecraftiano fino al midollo e a lodarlo ed esaltarlo e consigliarne una visione il più presto possibile. E se Il colore venuto dallo spazio aveva dalla sua la fonte originale, un regista sfigatissimo ma bravo e uno degli attori più totalizzanti dell’intera storia del cinema, The Beach House ha solo tanta buona volontà e voglia di essere strano; non ha soldi, non ha volti noti, è stato distribuito per ora solo su Shudder (prima che lo chiediate, tra meno di un mese arriva anche in Blu-ray) ed è il primo lungometraggio di un tizio che finora ha lavorato al cinema e in TV come location manager, e che una decina di anni fa ha deciso nei ritagli di tempo di provare a scrivere e girare un film, e un anno fa ce l’ha finalmente fatta.

La vedete l’esperienza del location manager traspare da questa diafania?

In giro per l’Internet ci sono un po’ di interviste a questo signore che si chiama Jeffrey Brown e che è un tizio interessantissimo, che sogna da più o meno sempre di fare un film e che ha passato la carriera ad aiutare le produzioni a trovare i posti dove girare i film solo per avere la scusa per passare un sacco di tempo in compagnia di gente brava e imparare i trucchetti del mestiere. Brown sostiene (e io gli credo eh) di essere uno che ha visto un sacco di film in vita sua e quindi di avere un’idea abbastanza precisa di cosa sia già stato fatto allo sfinimento e di quali storie invece non siano ancora state raccontate a dovere. E in quanto appassionato di horror, sa benissimo che una di queste storie è quella di un batterio killer che emerge dalle profondità dell’oceano per sterminare ogni forma di vita sulla Terra. Voi gli dareste torto? SIGLA, gentilmente offerta dall’autore della fenomenale colonna sonora di The Beach House:

Lo sapete cos’è un vent idrotermale? È una roba che sta sott’acqua, molto sott’acqua, ed è una fessurazione del fondale oceanico dalla quale fuoriesce acqua bollentissima riscaldata dal fatto che al centro della Terra fa caldo. In questi ambienti apparentemente inospitali e ostili e troppo estremi perché la vita possa sopravvivere esistono invece una grande varietà di forme biologiche, che formano ecosistemi complessi e interamente dipendenti proprio dall’acqua bollente, e non dal sole, come fonte di energia primaria. È tutto molto interessante non solo di per sé ma perché capire come funzionano le cose là sotto potrebbe darci indizi su cose tipo “com’è nata la vita sulla Terra?” e altri quesiti esistenziali giganteschi.

Ne parlo perché ne parla anche The Beach House, un film che fa sua una delle più importanti lezioni lovecraftiane e cioè che gli oceani e le loro profondità sono uno dei luoghi più spaventosi della Terra e la cosa più vicina che abbiamo sul pianeta agli orrori cosmici raccontati dal tizio di Providence. Fin dai primi minuti Jeffrey Brown, anche grazie all’abbondante utilizzo di girato di vita negli oceani profondi gentilmente fornito dalla NOAA, ci tiene a far capire che il suo film avrà a che fare con il terrore di ciò che potrebbe risvegliarsi sui fondali dell’oceano e dell’apocalisse che porterebbe sulla terraferma se questo succedesse.

Un esempio di orrore cosmico sbrilluccicoso dai fondali dell’oceano.

Tutto questo è incorniciato in una storia che, soprattutto nel primo atto, si colloca senza troppa vergogna in territori horror-slow-burn/mumblecore/”non succede nulla per un sacco di tempo poi a un certo punto succede tutto”: Emily e Randall sono una coppia di adolescenti in crisi che vogliono passare un weekend a discutere e fare la pace nella casa al mare del padre di lui, mentre Mitch e Jane sono una coppia di amici del padre di lui che ha avuto la stessa idea; le due coppie, ritrovatesi per caso sotto lo stesso tetto e ciascuna tormentata dai propri fantasmi (Jane sta molto male), passano quindi una piacevole serata insieme tra una buona grigliata e un paio di space cake, al termine della quale STRIPPANO MALE e da lì il film impazzisce.

Rispetto ai classici slow-burn The Beach House ci mette molto di meno ad accelerare, e a prendere fin da subito direzioni inaspettate. Esteticamente non ha l’aria del film lovecraftiano ma piuttosto del thriller psicologico, o dello home invasion in casa lussuosa: è tutto bianco, pulito, simmetrico, armonico, raccontato con movimenti di macchina lenti e fluidi, il genere di film dal quale ti aspetti che la simpatica coppia di adulti a un certo punto sbrocchi e cominci a provare a fare a pezzi gli adolescenti. Con il passare della serata, però, e dopo un paio di monologhi sull’astrobiologia e le origini della vita nell’universo da parte di Emily che la rendono istantaneamente la miglior protagonista di un film horror degli ultimi, Brown abbandona gradualmente la perfezione e la simmetria, intensifica l’uso di camera a mano, comincia a bruciare le immagini agli angoli o a sdoppiarle e, complici anche le già citate space cake, fa partire un mega-trip drogatissimo che in un altro film meno ambizioso sarebbe stato piazzato sul finale. E a quel punto le cose si fanno stranissime.

A inizio serata

A fine serata

La mattina dopo

Vedete, il fatto è che passata la botta psichedelica, durante la quale scopriamo tra l’altro che il mondo intero è stato ricoperto da una sostanza viscida e sberluccicante che urla “Annientamento puppa la fava” da ogni fibra del suo essere, i nostri quattro eroi si svegliano e STANNO TUTTI MALISSIMO. E da lì fino alla fine The Beach House diventa un film di gente che STA MALISSIMO e che non ha esattamente capito cosa le sta succedendo, solo che non è una cosa buona; per cui diventa un horror senza il mostro ma con la persistente sensazione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato nella realtà stessa, e che anche respirare sia una sfida contro forze che vanno oltre la nostra comprensione.

Tutto questo Brown lo racconta benissimo un po’ perché ha la fortuna di avere un ottimo cast, soprattutto Liana Liberato, che non c’entra con Liberato ma che si chiama comunque Liana, che è un nome fantastico, e che è bravissima a tenersi il film sulle spalle in quanto “unica persona su quattro a non stare troppo male la mattina dopo”, un po’ perché, con quattro soldi, due figurine e l’occhio giusto per le location riesce a creare un’atmosfera che più diventa horror più ricorda quelle create dal miglior regista lovecraftiano di sempre cioè John Carpenter – perché ovviamente The Beach House è carpenterissimo, forse anche carpenterissimissimo, e non solo perché la cosa più simile al mostro del film è una nebbia assassina la cui natura vi lascio il piacere di scoprire, per quanto questo aiuti.

Cthulhi spiaggiati (no spoiler)

Per i flauti dei flautisti ciechi di Nyarlathotep, andrei avanti per ore a parlare di questo film e delle sue delizie. Lo sapete che l’hanno girato in 18 giorni? Diciotto! Sulle spiagge di Cape Cod, in Massachusetts, dove ci sono alcune delle maree più assurde del pianeta! Significa dover girare certe sequenze sempre alla stessa ora perché basta mezz’ora in più e la spiaggia è già irriconoscibile. Sapete quant’è costato? Sette! “Sette cosa?”, sette niente: sette! (non è vero, è che non trovo il budget in giro). I film del genere che più si avvicinano a un tale rapporto qualità-prezzo negli ultimi anni sono quelli di Benson e Moorhead, con i quali The Beach House ha più cose in comune della semplice vicinanza all’immaginario lovecraftiano.

Emily è una chimica organica! Vuole studiare astrobiologia! Fa tutta una tirata sulle origini della vita sulla Terra e sui misteri degli oceani e quante volte si sente parlare di queste cose, che nascondono una notevole dose di orrore cosmico a chi sa dove guardare, nel contesto di un film sull’orrore cosmico? Voglio dire che Lovecraft scrisse certe cose anche perché le nuove frontiere della scienza, in particolare della fisica e dell’astronomia ma anche della biologia, quella evoluzionistica in particolare, lo terrorizzavano e lo facevano sentire piccolo sperduto disorientato e schiacciato dall’immensità e dalla gelida indifferenza dell’universo circostante; The Beach House usa la scienza allo stesso modo, come motore del terrore, e condisce tutto di inquadrature oblique, filtri viola, bizzarrìe assortite e almeno una sequenza di paura silenziosa di fronte all’infinità dell’oceano che è la scena più spaventosa che abbia visto in un film nel 2020.

C’è pure un mostro in cantina, carpenteriano pure quello, tutto pustole e ferite purulente – The Beach House è pieno di ferite purulente! È un horror, l’ho già detto prima mi sa ma mi ripeto, nel quale i protagonisti si fanno malissimo quasi subito e stanno malissimo per tutto il resto del film, e devono lottare non solo contro un nemico invisibile che si sconfigge solo chiudendosi in casa e indossando la mascherina per proteggersi dai droplet, ma anche contro il dolore che solo ritrovarsi con un verme che ti nuota sottopelle nel piede può causare.

The Beach House fa così tante cose giuste con così poco che sono disposto a perdonargli tutti i difettucci; forse la roba che gli riesce meglio è il modo in cui frulla insieme riferimenti estetici che vanno dai documentari naturalistici che guardi dopo aver fumato un botto ai cataloghi di interior design ai film di Carpenter, e li mette tutti al servizio di un horror nel quale l’orrore è inesorabile e l’unica possibilità è accettare di venire travolti e godersi il viaggio.

Il vero volto dell’orrore: il perlinato

Blu-ray quote suggerita:

IMDb | Trailer

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5 Commenti

  1. jax

    mi hai convinto!

  2. Shudder in questa pandemia è stato un contenitore di gioia allo stato puro.
    Cioé, alla fine di The Beach House ci sono arrivata con il fiato corto e una voglia di piangere fuori scala, però è davvero un film ben fatto e uno degli horror migliori di questo ricco 2020.

  3. GGJJ

    Beh, era ora che uscisse qualcosa di lovecraftiano decente.

    Cmq a me, oltre a “il colore venuto dallo spazio” è piaciuta anche “Lovecraft Country”. Ovviamente è paradossale (e cercato) che una serie TV che rende cosi bene e si serve profondamente dell’orrore cosmico di HPL sia in modo cosi forte anti-razzista e abbia come scopo quello di denunciare i crimini dei bianchi (anche esagerando, lo concedo). Ma è venuta decisamente bene

  4. Videosbronz

    Ehi ma questa è una vera chicca, non vedo l’ora di vederlo

  5. Oltre a concordare con tutto quello che è stato scritto, ho riso per dieci minuti a causa del titolo. Non è che sto iniziando a sbroccare pure io?

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