Se non è amore me ne andrò all’inferno: The Conjuring – Per ordine del Diavolo

“Avrà notizie dal mio avvocato!”

Bisogna dargliene atto a James Wan. È riuscito dove praticamente tutti hanno fallito, creando un universo condiviso di successo in un’epoca in cui tutti quanti e i loro cugini stanno tentando invano di rivaleggiare il successo della Marvel. Non ci è riuscita manco la DC col suo parco di personaggi, figurarsi poi la Universal coi mostri. C’è invece riuscito un regista sino-australiano alto 1,68, lo stesso che ha sfornato franchise di successo con la sicumera di un Kevin Feige qualunque e ha diretto due blockbuster con incassi miliardari.

Purtroppo, come spesso capita (sto parlando con te, Geiggei!), questi creativi dall’animo irrequieto hanno bisogno di continue nuove sfide e lasciano le loro creature in mano ad altri. Wan, che con la sua Atomic Monster è anche un produttore di successo, lo ha fatto con Saw, Insidious e ora anche con The Conjuring. Ok, con The Conjuring lo aveva già fatto: a parte i primi due film, il resto dell’universo incentrato intorno alle indagini di Ed e Lorraine Warren non porta la sua firma dietro la macchina da presa. Ma la saga principale finora era roba sua. Nel caso di The Conjuring: Per ordine del Diavolo, il buon James si è invece limitato a contribuire al soggetto e produrre, lasciando il lavoro sporco nelle mani di Michael Chaves. Costui è il regista de La Llorona, promosso alla saga di punta del franchise. Posso dire una banalità? Si vede che manca James Wan. Sigla!

Vi ho mai parlato di quanto mi fanno paura i film di possessioni demoniache? Mi cago sotto, talmente tanto che mi mancano alcuni titoli del filone perché, onestamente, non ho tutta ‘sta voglia di andarmeli a recuperare. E sono ateo! Eppure c’è qualcosa che mi disturba nel profondo, l’idea di un male che è un male solo se lo giudichi relativamente alla sfera umana, mentre in assoluto è semplicemente qualcosa di imperscrutabile, alieno, che non può essere compreso e dunque difficilmente si può fermare. E cazzo se James Wan non ha un talento spaventoso per questo tipo di atmosfere e concetti: come ti mette in scena lui un’apparizione inquietante, al margine dell’inquadratura, non lo sa fare nessuno. La prima volta che ho visto Insidious, da solo nella mia stanza al buio, sono stato male fisicamente e non ho dormito. Al cinema l’esperienza è indubbiamente smorzata – hai un sacco di gente intorno che sgranocchia popcorn e fa battutine nervose per dimostrare agli amici di non avere paura – ma in sala ci ho visto i primi due The Conjuring e quando uno è bravo è bravo: mi hanno fatto paura lo stesso (più il primo del secondo, ma vabbè). Tutto questo per dire che sono la cartina di tornasole perfetta, il vostro spettatore target/cavia: se non fa paura a me, non fa paura.

“Te non fa paura ammé, bella merda pe tutti.”

The Conjuring: Per ordine del Diavolo non fa paura. Chaves prende le atmosfere meticolosamente costruite di Wan, quella tensione crescente che esplode in idee visive pazzesche e terrificanti, le getta dalla finestra con la stessa nonchalance di un professore universitario con il libretto di uno studente scarso e le sostituisce con il nostro caro vecchio amico. Lo spaghetto. Altrimenti detto SBRAAAM!, quell’effetto sonoro abbinato a persona/presenza/animale che entra così debbotto nell’inquadratura e ti fa saltare sulla poltroncina. E finché lo fai una volta mi va anche bene: nel primo atto, specialmente, il finto spaghetto per torturare un po’ lo spettatore e tenerlo sulle spine è parte del circo, è quasi un rito di iniziazione. Lo fa anche Wan, salvo poi sterzare a 180 verso un senso di terrore più fitto e denso. Chaves invece non sa letteralmente proporre altro. Non è capace nemmeno di inquietare con le classiche scene di “personaggio che cammina nel silenzio tra le stanze di una casa inquietante”. Ma che proprio guardi l’orologio e pensi “Sì ok, adesso però andiamo avanti, no?”.

Guardando The Conjuring: Per ordine del Diavolo, me la ridevo tra me e me pensando “BELLA LA FOTOGRAFIA”, che è la sintesi perfetta di cosa sia questo film: un prodotto confezionato a regola d’arte, con delle impostazioni ormai collaudate – come i film Marvel – a cui manca però la voglia di vivere. Da saga “d’autore” a scoreggia di un executive in una sala riunioni con l’aria condizionata a palla (o durante un meeting su Zoom, visti i tempi) il passo è davvero brevissimo. Ed era un po’ inevitabile che si finisse qui, ma quello che fa incazzare è che sia accaduto proprio con Per ordine del Diavolo che, sulla carta, avrebbe potuto spaccare il culo ai passeri.

L’unico asiatico che vedrete dietro una macchina da presa in questo film.

Per me, ma fermatemi se sbaglio, ciò che rende figa la saga dei (degli?) Warren non è tanto il fatto che sia “ispirata a fatti realmente accaduti” (un’espressione che potrebbe essere considerata sbagliata per molte ragioni, tutte valide), non ha niente a che vedere con “POTREBBE ESSERE SUCCESSO DAVVEROH!! POTREBBE SUCCEDERE AMMÉ!!1!”. Ciò che la distingue, e che, incidentalmente, la rende più tollerabile per quel tizio con due pollici che si caga sotto, me, è che i (gli?) Warren sono praticamente l’A-Team dell’occulto. Vengono, vedono e si inculano il demone con il loro sistema collaudato, e il demone si deve cagare sotto lui, perché ci sono due nuovi sceriffi in città e la pacchia per i vapori a erranza di quinta classe è finita.

TC: PODD aveva la storia perfetta per mettere in risalto questo punto di forza assoluto della saga. La storia, nella fattispecie, è ispirata al caso di Arne Johnson, che, nel 1981, ammazzò a coltellate il suo padrone di casa e, al processo, tentò di difendersi sostenendo di essere stato posseduto da suo zio Pazuzu. Tesi sostenuta da Ed e Lorraine Warren, che poco tempo prima avevano assistito la famiglia della morosa di Arne, Debbie Glatzel, il cui fratellino David era stato, secondo loro, posseduto da un demone (o più demoni, nella versione “ufficiale”). Secondo i due indagatori dell’incubo, a un certo punto dell’esorcismo, Arne aveva invitato una di queste entità dentro di sé per salvare David. Quello stesso demone aveva poi fatto il patatrac.

Cose che sarebbe meglio non “evocare” (LOL).

Il film piazza tutto questo nel primo atto e, per il resto, imbastisce una detection da vero e proprio giallo: c’è una persona accusata “ingiustamente” di un delitto (lo so, lo so, moralmente è un terreno scosceso, ma sticazzi, qui ormai di vero ci sono solo i nomi dei personaggi), bisogna provare che è innocente trovando il vero colpevole prima del processo. TC: PODD è praticamente un Whodunit, anzi, un Whodamnedit, visto che si parla di una maledizione operata da uno stregone misterioso. La corsa contro il tempo, la ricerca delle prove, la scoperta di collegamenti tra questo e altri casi precedenti, persino il personaggio che a un certo punto entra in scena quasi di sfuggita e poi si scopre, come nei migliori episodi della Signora in giallo, che era implicato: c’è tutto. Sulla carta, lo ripeto, era una gran cazzo di signora idea. Prendere ciò che distingue The Conjuring dagli altri horror e costruire tutto su quella caratteristica, mostrare due investigatori che investigano, il metodo rigoroso che batte i Grandi Antichi.

Ma Chaves non ce la fa. Non c’è un secondo di TC: PODD che abbia un minimo di tensione. Tutto avanza con il peggiore dei piloti automatici, accumulando scene ripetitive che sperano di fare paura con qualche scricchiolio e l’occasionale SBRAAAM. Peggio ancora, buttando via elementi della storia che, in mani più sagge, avrebbero potuto fare la differenza. Tipo: TC: PODD non è assolutamente il legal thriller che vi aspettavate. Il tribunale si vedrà due volte di sfuggita, della strategia della difesa si parla una volta sì e no. Nella realtà, l’avvocato di Arne Johnson andò in Inghilterra per incontrare i colleghi che avevano tentato, prima di lui, di imbastire la difesa sull’ipotesi della possessione. Progettava di far arrivare esperti ed esorcisti a testimoniare. Nel film, viene tutto risolto in un dialogo e accontentarsi, perché adesso dobbiamo tornare alle scene di gente che cammina in case buie.

“Mi appello al Quinto Emendamento!”

Andando a leggere del caso vero di Arne Johnson, poi, mi sono imbattuto in questo (su Wikipedia):

According to the show, a few days after Johnson egged the demon on during the exorcism, he was attacked rather viciously by the demon, which allegedly took control of his car and forced it into a tree; fortunately, Johnson was unharmed. After this incident, Johnson returned to the rental property to examine an old well that supposedly housed the demon. In both the dramatized version and his personal account, Johnson recollects that this was his final encounter with the demon while completely lucid. After encountering the demon at the well, and making eye contact with it, he became possessed. The Warrens claim to have warned him not to do this.

Che, voglio dire, ma come cazzo ti viene in testa di non includere una scena del genere nel tuo film? Arne che scende in un pozzo buio e letteralmente incontra un demone e lo fissa negli occhi. Mi vengono i brividi solo a leggerla, e raccontata così pare Un giorno in pretura.

Ma forse il problema di The Conjuring sta nella sua natura ibrida, che sta diventando un bel limite. Come sappiamo, la saga prende spunto dai supposti casi dei coniugi Warren, ma ci costruisce sopra un sacco di invenzioni. Finché l’ambientazione era circoscritta a case infestate, però, la cosa poteva funzionare. Qui, invece, lo spettro d’azione dei (degli?) Warren si allarga, viene tirata dentro la polizia, c’è un’indagine in corso con implicazioni più ampie, non solo verso il caso di Arne Johnson, ma anche nella risoluzione di delitti precedenti. Ed è tutto finto. Davvero, l’unica cosa “reale” del film è, in parte, il processo. Tutta l’indagine dei (degli?) Warren, la storia della maledizione contro i Glatzel, i riti satanici e compagnia cantante, è tutto completamente inventato. Ma non “liberamente ispirato a dettagli del caso”, proprio creato di sana pianta davanti a birra e sushi.

“Obiezione respinta!”

Ormai i coniugi Warren di Patrick Wilson e Vera Farmiga sono dei personaggi di pura finzione, i casi sono ispirati a storie vere, ma TL, DR, ho visto il titolo del giornale e tanto mi basta per scriverci una sceneggiatura. E, sia chiaro, non è che io mi stia lamentando di questo. Va benissimo.

Il problema è che lo stesso TC: PODD, nella persona dello sceneggiatore David Leslie Johnson-McGoldrick Serbelloni Mazzanti Viendalmare e del regista Chaves, Michael, non ci crede fino in fondo a questa transizione nel reame della pura fantasia. Perché, vedete, TC: PODD è costruito su un non-caso. Nella realtà, la tesi della possessione venne rigettata immediatamente dal giudice in quanto non provabile in un tribunale. Perciò il film vorrebbe raccontarti tutta questa mega impresa di trovare le prove, incastrare Pazuzu o chi per esso, la corsa contro il tempo e contro la diffidenza del sistema giudiziario per arrivare infine in tribunale e scagionare un pover’uomo innocente, e invece tutto si sgonfia nella maniera più disdicevole in un finale che, fischiettando, dissolve a nero su una didascalia sintetica che ti lascia a tirare le conclusioni e unire i puntini da solo. Peccato che quelle conclusioni siano sbagliate, in quanto costruite su assunti faziosi e disonesti, e i puntini vadano a formare la sagoma di uno che ti fa il gesto di ciupare. Che a ‘sto punto era meglio cambiare anche il finale e tornarsene a casa con un’opera più d’impatto, no?

“Stavolta è finita per te, Satana! Ci vediamo in tribunale.”

Avrete ormai capito che nel film non c’è posto per quell’ambiguità che ci si aspetta dopo The Exorcism of Emily Rose: Arne è posseduto, punto, e quindi è innocente, punto. È una cosa che tocca mandare giù da subito, ma d’altro canto non è che potevamo aspettarci diversamente da un franchise che ha preso da subito il punto di vista degli investigatori e non delle vittime. Qualunque tema interessante avrebbe potuto essere sollevato esaminando questo caso viene allegramente piallato e, per manifesta incapacità o mancanza di voglia di approfondire, Chaves e Serbelloni Mazzanti fanno quello che molti di loro hanno già fatto prima: puntare su L’AMORE. L’amore come forza salvifica, con tanto di messaggio da Baci Perugina (“Il dimonio credeva che era la nostra debolezza e invece è la nostrafforzah”) che ha lo stesso sapore di un caffè in cui ti è caduta una zolletta di troppo: una nota stonata quando meno te lo aspetti.

E boh, bella la fotografia, credo. Anche se l’ho visto all’UCI e – non fraintendetemi – sono contento di essere tornato al cinema, ma… alzate quella cazzo di lampadina, maledetti.

Obbligatoria sigla finale:

(Back to) DVD quote:

“Bella la fotogrAGHSFDGHLRGHsono Pazuzu, e non approvo”
Pazuzu, SelvaOscura.org

>> IMDb | Trailer

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16 Commenti

  1. Johnny Cloaca

    Quindi non è il prequel di quel film recensito qui eoni fa dove lo dimonio veniva citato in giudizio da un avvocato evangelico, si presentava sotto le spoglie di Malcolm McDowell e veniva poi condannato a pagare una penale?

  2. Dave

    cazzo anche io l’ho visto all’uci e ho pensato “alzate la luminosità schermo un pelo per favore!”

  3. TONK TONK (il rumore di law and order)

    “Dott. Pazuzu, lei deve scontare 2 anni di servizi socialmente utili e pagare ammenda di 300 sterle più le spese processuali che ammontano a 5000 sterle.”

  4. Djenco Unchained

    Chiedo scusa in anticipo per il commento, però ho visto “Suspicious Minds” in una rece su un film di possessioni demoniache e mi è venuto in mente che Elio e le Storie Tese hanno inciso al contrario quel pezzo di Elvis tirando fuori “Ignudi fra i nudisti”. Vabbè, niente, ci tenevo a condividere questo link mentale.

  5. Past

    mi sono abbioccato a circa 2/3 e i primi due mi erano piaciuti molto…

  6. Maiti Gion

    No niente volevo solo dire che quando, guardandoun film penso “bella la fotografia” viene sempre da ridere anche me…
    Questo film lo salto senza pensarci troppo, è dall’Esorcista che non guardo film sui posseduti dallo dimonio perché pure a me fanno cag@re addosso, quindi evito a prescindere.

  7. camp ameriga (latina)

    io regaz tutto sto amore per l’esorcista non l’ho mai capito, magari è colpa del fatto che ero bambino quando uscí nelle sale ed era diventato un fenomeno di costume del quale nolente o volente dovevi sentirne parlare, e inidpendentemente dal film qualsiasi cosa che venga presentata con tanta enfasi è normale che finisca per deludere.

    temo che parte del gran successo del film sia che è uscito nel momento perfetto quando, partendo dagli usa, per approdare in europa, abbiamo avuto sto revival di paranoia (cristiana) di demoni, satani e folletti cornati.

    io il film non lo vidi quando uscí peró andai al cinema quando riuscí rimasterizzato. dopo il cartaio di argento y soldi peggio spesi a un cinema.

    e ci sta che non si sia d’accordo su tutto, ma quando avevo scritto cose simili nella recensione dei 400 calci mi si era risposto che se tutti lo considerano un capolavoro per qualche motivo sará, possibile… sicuramente è colpa mia non sono un esperto, ma nzomma magari una risposta piú articolata poteva far nascere una bella discussione (sia deto con tutto l’amore per il sito che mi piace un sacco).

    • L’Esorcista non “uscì al momento giusto”, la moda delle possessioni la lanciò esso. Lanciò anche un botto di idee che magari hai poi rivisto in decine/centinaia di altri film, e se l’hai visto dopo di essi mi pare ovvio che non può provocare l’orrore puro che generò allora. All’epoca, il semplice trucco sul volto dell’impossessata bastava, se poi le fai girare la testa a 180° e la fai camminare come un ragno avevi già vinto tutto. Ma di idee innovative il film è pieno zeppo, prendi quando la portano in ospedale: in un film soprannaturale vedere una sala tutta bianca piena di strumenti diagnostici (ai tempi quasi sinonimo di “salvezza”) creava un contrasto lacerante, anche perché la diagnosi era “ma no sta bene signora non si preoccupi). Ancora oggi, in ogni caso, L’Esorcista è molto più inquietante di “The Conjuring”

    • camp ameriga (vespucci)

      ti ringrazio per la risposta.
      in realtá devo ammettere che non ho visto in vita mia un film su questo argomento che mi abbia colpito… diciamo che forse è colpa della mia insofferenza nei confronti della robba cristiana, probabilmente è pure vero come dici che non avendolo visto all’uscita non ho apprezzato certe soluzioni che all’epoca erano originali, ma davvero io mi aspettavo forse veramente troppo…

      sul discorso che ha generato la tendenza invece io non sarei cosí sicuro, ma è anche un argomento abbastanza complesso che non credo interessi discutere qui. ;)

  8. camp ameriga (latina)

    y per “i” mi piace un sacco, ma “mi si era” è irragiungibile. e mettiamola una catsu di funzione “edita” :D

  9. Ruper Tevere

    “Vengono, vedono e si inculano il demone”

    Potresti aggiungere un “senza indugio” prima di “si inculano”?

    Sottoscrivo il passaggio: è esattamente questo che rende anche a me (cagasotto come te) visibili i film. Peccato che questo sia una ciofeca, ci credevo

  10. Federico Fellone

    Se l’associazione del titolo è un riferimento all’ANDS
    dei Paolino Paperino band ti sposo subito George

  11. Come si possa avere paura guardando The Conjuring (pure il primo) per me resta un mistero, a meno di non essere davvero a digiuno di film dell’orrore. E’ un mistero che manco le bellissime recensioni de i400calci m’hanno svelato. Boh.
    Un appunto: i jump-scares non fanno paura, tantomeno orrore; spaventano, tutto lì. Io da un “horror” pretendo l’orrore.

  12. L’analogia più calzante per la quale mi faccio un sacco di complimenti da solo é che vedere questo film é come aprire un cesto di biancheria sporca pieno di maglie, pantaloncini e calzini usati per fare atletica risalente alla settimana prima.

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