Un dos tres un pasito pa’lante Fear Street

“Do you have the time to listen to me whine?”

Visto?

Ce l’avete chiesto, avete insistito, avete organizzato petizioni su change.org e manifestazioni di piazza, e alla fine abbiamo ceduto: eccovi una serie TV sui 400 calci, si chiama Fear Street ed è composta di tre episodi lunghi un’ora e tre quarti l’uno, ispirati agli omonimi romanzi di R.L. Stine, lo stesso di Piccoli brividi.

Non è ovviamente così facile: la strutturazione stessa di Fear Street è uno dei dettagli più interessanti di tutto il progetto, e uno che acquista senso solo una volta che si arriva alla fine del percorso. Sono tre film? Non esattamente, o meglio, sono lungometraggi con un arco narrativo che inizia e più o meno finisce, ma non del tutto; c’è una trama orizzontale che li tiene insieme e che non è solo cornice ma una storia completa lunga più di cinque ore che inizia quasi dalla fine, poi torna all’inizio ma solo per accumulare energia per fiondarsi verso la conclusione. Si possono guardare i film indipendentemente e goderseli lo stesso? Secondo me no: il primo si chiude prima di finire, il secondo è un enorme flashback che non porta avanti nulla, il terzo sono due film in uno che non hanno senso senza i primi due; è una roba più simile a quella serie TV lì su Sherlock Holmes con Wimbledon Tennismatch che a una classica trilogia per il cinema.

“Seems like we’re making up more than we’re making love/And it always seems you got something on your mind other than me”

Anche perché non lo so se funzionerebbe al cinema, non perché la sala di per sé abbia un problema ma perché il modo in cui è gestita la già citata trama orizzontale e in particolare i cliffhanger e le parentesi lasciate aperte beneficiano del fatto che ogni capitolo è uscito a una settimana di distanza dal precedente e non sei mesi; è roba fatta per essere vista più o meno tutta di fila, pensata con lo sguardo alle scadenze di un’uscita in streaming e non a una in sala.

Ma soprattutto, strutturalismi a parte, che roba è Fear Street?

Prima di rispondere credo sia necessario porsi un’altra domanda: per chi è stato fatto Fear Street? Qual è il pubblico di riferimento? Non è una menata fine a sé stessa: parliamo di una roba – perdonatemi – targettizzatissima, concepita scritta e girata con certe persone in testa, per cui il vostro gradimento dovrebbe essere direttamente proporzionale alla vostra vicinanza con la fascia d’età 14-20, e inversamente proporzionale a quanta della roba che viene citata, copiata, omaggiata, clonata o replicata pari pari già conoscete. È un horror entry level che serve a spingere la gente a guardarsi per la prima volta Non aprite quella porta o a leggere IT, non un omaggio a Tobe Hooper o a Stephen King per far felice chi è già fan. Vi consiglio di filtrare ogni cosa che dirò sotto questa lente altrimenti rischiate di rimanerci male e poi mi accusate di avervi ingannato e tra cause legali e duelli d’onore all’alba non se ne esce più.

È anche una Roba Di Netflix per cui si porta dietro tutti quei difetti che ormai sembrano essere strutturali nelle Robe Di Netflix, ma di questo parleremo più approfonditamente dopo la SIGLA!

Fear Street comincia malissimo, con un capitolo intitolato 1994 che è una collezione di come non si affrontano le cose quando devi girare un horror, quando devi inventarti una trilogia, quando stai facendo worldbuilding e tutto il resto del bla bla bla.

Siamo nelle cittadine gemelle di Shadyside e Sunnyvale (il cui nome anticipa il fatto che sì, c’è ovviamente anche un po’ di Buffy in Fear Street), che un tempo erano un’unica città chiamata Union: è già chiaro da queste due righe che l’opera di Leigh Janiak, della quale avevamo parlato strabene ai tempi di Honeymoon, è più didascalica che metaforica, l’ennesima “storia sull’America” illustrata con un pennarello dalla punta grossissima. A Shadyside va sempre tutto male, tanto che è nota come Shittyside; in particolare, una volta ogni tot anni compare un serial killer da film slasher che ammazza un po’ di gente e poi sparisce. A Sunnyvale invece va sempre tutto bene.

E sapete come scopriamo questa cosa? Grazie a un voiceover che spiega esattamente quanto ho scritto fino ad adesso. Fear Street 1994 commette fin da subito uno dei peccati capitali del cinema e del worldbuilding in particolare: non lascia al suo mondo il tempo di respirare e svelarsi un po’ alla volta perché ha fretta di raccontare un sacco di cose e preferisce quindi affidarsi alla scorciatoia dello spiegone. Ecco, Fear Street è, anche al di là di quanto succede nei primi dieci minuti, un’opera di spiegoni, che procede a botte di gente che verbalizza tutto e che lascia quindi pochissimo all’immaginazione, all’interpretazione e quindi all’immersione. Le stesse cose vengono spiegate e rispiegate più volte all’interno dello stesso capitolo, ed è difficile non vederci un riflesso del fatto che è un prodotto pensato per lo streaming casalingo e quindi per pause frequenti e altrettanto frequenti distrazioni. È impossibile perdersi qualcosa in Fear Street: qualsiasi snodo di trama viene ripetuto allo sfinimento a ogni occasione possibile, per mantenere il progetto a prova di sguardi furtivi ai social durante la visione.

“Once there was this girl who wouldn’t go and change with the girls in the change room and when they finally made her they saw birthmarks all over her body she couldn’t quite explain it they’d always just been there”

Mi sono perso di nuovo, ma come dicevo Fear Street è più interessante come progetto che come trilogia di film. Fatto sta che dopo che 1994 ci ha spiegato tutto quanto, e ci ha fatto vedere il primo paio di omicidi a opera del serial killer di turno, arriva il momento di conoscere i personaggi che ci accompagneranno in questo viaggio; e qui il lavoro fatto è eccellente, soprattutto il casting della coppia protagonista composta da Deena e suo fratello Josh. Tutta la faciloneria con cui viene trattato il lato horror della faccenda lascia il posto a una costruzione dei personaggi approfondita e ragionevolmente originale, spontaneamente queer e supportata da un cast di gente parecchio brava e che chiaramente si diverte un mondo a fare quello che sta facendo.

Purtroppo quello che sta facendo non è particolarmente interessante: 1994 è un pessimo slasher, addomesticato come neanche Scream è mai riuscito a essere nonostante tutti gli sforzi di Kevin Williamson, con poche idee e quelle poche prese di peso dai classici e rimasticate il minimo sindacale per evitare una causa per plagio. C’è poca gente che muore e quelli che lo fanno non lo fanno in modo particolarmente interessante (a parte in un caso), e tutta la tensione è sacrificata in favore dell’approfondimento psicologico e del succitato spiegone. Dice molto il fatto che le scene migliori di 1994 sono le scene di sesso, concepite e girate con una delicatezza e un’attenzione estrema al non oggettificare una serie di adolescenti di vari orientamenti che scopano in luoghi pubblici: il contrasto con la banalità di tutte le sequenze horror è clamoroso e tradisce il fatto che Fear Street sia prima di tutto un’operazione sui personaggi e sulle metafore, e che il contorno slasher sia stato scelto principalmente perché i neon fanno figo.

1978, il secondo capitolo, è un gigantesco flashback nel quale cominciamo a scoprire qualche dettaglio ulteriore sulla maledizione di Shadyside. Perché ovviamente il ciclico arrivo di un mostro da slasher non è un caso, ma il risultato di qualcosa che è successo centinaia di anni fa, quando ancora il posto si chiamava Unity. Al tempo la bigottissima popolazione locale impiccò una strega, dal delicatissimo e assolutamente non didascalico nome di “Sarah Fier”, ed è lei che periodicamente torna dagli inferi per ammazzare un po’ di gente (forse). C’è solo una persona che è riuscita a sopravvivere a uno di questi episodi: è Gillian Jacobs, ed è suo il ricordo di un’estate che costituisce la spina dorsale di 1978.

“I travelled to a distant shore/I felt I had to go/An inner voice had called me there/But why I did not know”

Che è quindi, molto ovviamente, un remake non ufficiale di Venerdì 13: ci sono gli anni Settanta, c’è un campeggio estivo pieno di adolescenti che scoppiano di ormoni, e c’è un tizio mascherato che li ammazza uno dopo l’altro. Come operazione mimetica funziona meglio di quella di 1994, soprattutto perché quella di 1994 aveva come base di partenza un’opera già citazionista di suo, mentre 1978 va a ripescare uno degli originali e lo rifà quasi pari pari – senza dimenticarsi di namedroppare più o meno qualsiasi cosa, da Carrie al resto della bibliografia di Stephen King con quel piglio ultrapop che fa tanto Stranger Things.

Per dire, appena sono partiti i titoli di testa ho fatto partire un cronometro: volevo vedere quanto tempo sarebbe passato prima che nella colonna sonora spuntasse Don’t Fear the Reaper; e ovviamente non ci è voluto molto, perché – e questo vale anche per 1994, ma mi è venuto in mente solo ora – un altro dei grossi problemi di Fear Street è che è l’incrocio perfetto tra il citazionismo spinto e l’approccio Netflix alla colonna sonora che prevede di programmare una playlist di Spotify e sparare un pezzo famoso dopo l’altro a un ritmo insostenibile, una roba insopportabile che depotenzierebbe qualsiasi canzone del mondo e che qui fa una strage di classici che non si vedeva da quella volta che in spiaggia Fabrizio ha attaccato con Wonderwall ed è andato avanti un’ora a fare brutte cover di pezzi da heavy rotation su MTV.

Detto che questo modo di trattare le colonne sonore dovrebbe estinguersi entro i prossimi tre giorni se ci fosse giustizia al mondo, 1978 è un teen slasher che più dritto non si può: 1994 provava a sovvertire qualche archetipo di scrittura con mosse grossolane ma tutto sommato efficaci (la cheerleader role model che però spaccia la droga, la final girl peccaminosa), il secondo capitolo invece non ci prova neanche (fa eccezione la presenza di Ryan Simpkins, ma più per ragioni di casting che di scrittura del suo personaggio), e alla fine ci guadagna anche. Gli manca ancora il guizzo del vero slasher: è pur sempre un film con un serial killer che uccide tutte le sue vittime allo stesso cazzo di modo. Rientra tutto nel discorso iniziale sul target: 1978 non è un film per chi si nutre di slasher ed è alla ricerca di brividi nuovi ma per chi si sta avvicinando al genere e se lo ritrova impacchettato in una confezione moderna e appetibile seppur quasi priva di personalità – che anche qui è tutta deputata alle protagoniste, in particolare Sadie Sink, che guarda caso viene da Stranger Things.

“Oh, it’s a heartache, nothing but a heartache”

(dite “sì OK ma di cosa parla?”. Parla delle stesse cose del primo, qualche anno prima: esistono potenzialmente tanti horror della serie Fear Street quanti sono i serial killer che hanno punteggiato la storia di Shadyside; qui incontriamo quello del 1978)

Su 1666, terzo e ultimo capitolo del progetto che comprende in realtà anche il quarto, cioè l’ovvio ritorno al 1994 per chiudere la storia, ho da dire cose ancora più complicate. Da un lato è indubbiamente il migliore dei tre film, anche solo per il fatto che chiude tutta la faccenda di Sarah Fier la strega in modo soddisfacente e più o meno sensato, che è più di quanto si possa chiedere di solito a un progetto del genere più interessato ai messaggi che alla coerenza. E l’idea di spostare il racconto indietro fino al 1666, e quindi di fatto provare a rifare The Witch, è coraggiosa e anche sorprendente: la prima ora di 1666 è la più lenta e d’atmosfera di tutta la trilogia, una scelta che potrebbe ammazzare il ritmo (solitamente questa roba è relegata al secondo capitolo, “quello strano”) e che invece funziona perché lascia il tempo a tutti i metaforoni di sbocciare. È qui che scopriamo che Fear Street è un’opera che parla di puritanesimo, discriminazione, della doppia anima dell’America – convenientemente illustrata dalle città gemelle e dalle origini dello strappo – e di quanto male ci sia nascosto là dove dovrebbe esserci il bene, e viceversa ovviamente.

“Command is given, we must obey, and quite forget old Christmas day: kill a thousand men, or a Town regain, we will give thanks and praise amain”

C’è il problema che lo scopriamo in quella che sembra essere una fiera di cosplayer più che un’accurata ricostruzione storica grondante atmosfera. Mi rendo conto che replicare l’operazione filologica alla Eggers fosse non solo impossibile ma anche non consigliabile visto il tono leggero e pop di tutto il resto; e anzi il fatto che la prima ora di 1666 sia la più cupa e disperata della trilogia, e non conceda mai nulla al citazionismo o all’ironia postmoderna, è più che sufficiente per promuoverla. Però i finti accenti irlandesi e i costumi e set patinatissimi non aiutano a rimanere appieno dentro il film; ancora una volta, magari è roba che al target del progetto non interessa, ma non posso fare a meno di segnalarla.

Come devo segnalare il fatto che la coda, la scena madre, lo scontro finale, il momento in cui tutte le fila vengono tirate, è sorprendentemente efficace – sorprendentemente perché esteticamente è un ritorno allo slasher fatto male di 1994, ma efficacemente ibridato con altra roba di quegli anni (in particolare Mamma ho perso l’aereo) e girato da Leigh Jeniak con molta più fantasia e creatività di quanta ne avesse dimostrata nel primo capitolo. È un po’ un peccato che Fear Street trovi definitivamente la quadra solo nell’ultima mezz’ora (su cinque e passa), ma per lo meno è garanzia di un finale più soddisfacente di tutto quello che è venuto prima.

“I feel the pain of everyone/Then I feel nothing”

Che è un po’ il merito ma anche il grosso difetto di Fear Street: preso pezzo per pezzo non è nulla di che, né troppo violento né troppo originale né particolarmente ben girato; e ha parecchi difetti inaccettabili, al punto che alla fine del primo capitolo avevo solo voglia di fare altro tipo dare fuoco al mondo. Ma come arco narrativo unitario che copre tre film e racconta la storia di una maledizione secolare? Mannaggia a loro, così funziona, e ha un paio di intuizioni che ricorderò con piacere molto a lungo (una su tutte quella che per evitare spoiler definirò semplicemente “la creatura nella cantina”); è un progetto ben pensato sulla lunga distanza, per cui se avete voglia di perdonare gli inciampi, e partite dal presupposto che se siete supermegafan dell’horror Fear Street NON è fatto per voi, potreste godervelo.

Netflix quote suggerita:

«Più della somma delle parti»
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)

IMDB 1 2 3 | Trailer 1 2 3

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26 Commenti

  1. Mamoru Osho

    Avevo cominciato a vedere 1994 per poi abbandonarlo più per stanchezza che per altro; proviamo a dargli un’altra possibilità, giusto perché mi hai incuriosito (e dietro tutto c’è R.L. Stine).
    Prossima recensione netflixiana? “A Classic Horror Story”, visto venerdì: ottimi mezzi, ma c’era un odore strano sotto, credo l’abbiano pestata in pieno. Se vorrete, ne parliamo più avanti

  2. André Bazinga

    Il primo è oggettivamente una roba terribile. Sul fatto che l’ultimo sia il pezzo migliore, mi fido al 100% della recensione e non vado a verificare.

  3. Vitto Ogami

    Mi hai fatto venire voglia di vederlo e non gli davo due lire (colpa di R.L. Stine, credo).
    Poi vedo se ringraziarti di cuore o mandarti uno slasher. ^^

  4. Pitch f. H.

    parliamo di una roba – perdonatemi – targettizzatissima, concepita scritta e girata con certe persone in testa, […] con la fascia d’età 14-20, e inversamente proporzionale a quanta della roba che viene citata, copiata, omaggiata, clonata o replicata pari pari già conoscete.” (dalla recensione)

    Ovvero il dilemma morale di qualsiasi over 40. Esci con una ventenne per sentirti più giovane, e funziona. Per i primi due giorni. Al terzo ti senti irrimediabilmente ancora più vecchio di quanto tu già sia. Nabokov lo scrisse molto meglio di me in Lolita (passo ripreso da Kubrick nell’omonimo film).

    Concordo che il terzo sia *migliore* dei primi due, che per un vecchio come me sono solo uno spunto per il giochino del “dove l’ho già vista una cosa simile?“. Ma è migliore per comparazione, non in senso assoluto.

    Non un brutto progetto nel suo insieme, ma superfluo e sadomasochistico se si è passata indenne la pubertà.

    • iNiorante

      eh si anche io sono fuori target, ma in generale certe cose mi sembrano proprio fatte male anche per un teenager, tipo nel primo capitolo l’abuso dell’ombra nera che passa veloce in primo piano: a me non genera tensione e mi avrebbe fatto ridere anche a 16 anni. ed è un esempio ma ce ne sareberro a pacchi.

  5. Samuel paidinfuller

    Sono nel mio periodo sabbatico da netflix, quindi non l’ho visto ma lo recupererò anche se un paio di disclaimer nella rece sul target me hanno preoccupato.

    Visto che viene menzionato un paio di volte lo chiedo diretto: ma l’hanno fatto applicando pari pari l’algoritmo di stranger things?

    • Pitch f. H.

      @Samuel paidinfuller

      “l’hanno fatto applicando pari pari l’algoritmo di stranger things?”

      Imho, No.

    • Samuel paidinfuller

      Riformulo la domanda:

      se stranger things, soprattutto la prima stagione, mi ha fatto relativamente cacare/ infastidito parecchio, c’è il rischio che mi faccia relativamente cacare/infastidisca parecchio pure questo?

    • Pitch f. H.

      @Samuel paidinfuller

      c’è il rischio che mi faccia relativamente cacare/infastidisca parecchio pure questo?

      Più che rischio, direi una certezza.

    • iNiorante

      hahah sicuro, stanne alla larga

  6. iNiorante

    sulla colonna sonora invece è stato impossibile non pensare all’episodio di bojack ambientato negli anni 70 dove si sente alla radio lo speaker che dice “e ora un pezzo veramente anni 70″….

    • Rocco Alano

      Ho visto Bumblebee con i miei figli questa settimana e, anche lì, l’uso della colonna sonora per sottolineare che il film è ambientato negli anni ’80 è a dir poco imbarazzante.

  7. Past

    Mi sono bloccato ai primi 20 minuti dove anellano una dietro l’altra-senza rispetto-la colonna sonora della mia vita…poi non c’è l’ho fatta…”troppo vecchio per queste stronzate”…non sono ancora pronto per il rip-off di scream, preferisco aspettare l’ennesimo scialbo inutile sequel.

    • Pitch f. H.

      L’uso banalissimo di “CLOSER” dei NIN (che nonostante il ritornello NON è incentrata sul sesso) è imperdonabile.

  8. Peldrigal

    Io ho 37 anni, non mi piacciono gli horror, e mi e’ piaciuto molto, soprattutto perche’ e’ sostanzialmente un film d’avventura.

    Mi e’ piaciuta molto una cosa: che il sovrannaturale viene accettato molto rapidamente e non si perde tempo in esiste/non esiste (cosa che mi ha fatto piacere il primo The Conjuring), e poi ho adorato una cosa che invece non vedo come si potesse fare in un film normale invece che in una miniserie: i personaggi mettono insieme i pezzi, capiscono come funziona la maledizione, mettono un atto un piano e SBAGLIANO! La loro intuizione e’ sbagliata, ricostruire la maledizione e’ ovviamente impossibile, a meno che qualcuno te la spieghi. L’ho trovato sinceramente geniale.

    • Nathan

      Condivido, e penso che noi si sia il secondo target di questa operazione: decisamente lontani dalla fascia 14-20, ma a cui non piacciono gli horror.
      Io ho gradito molto che abbiano evitato gli “spaventerelli”, anche quando per situazione ed occasione in un qualsiasi altro horror sarebbe srato montato appunto uno jump scare.
      Il fatto che la gente prenda su, faccia cose e sbagli, o che anche gli informatissimi prendano cantonate (la chatter all’inizio pare saperne a pacchi, ma poi pare essere vittima come tutti della malainformazione, il che aggiunge potenzialmente il fatto che i killer periodici possano essere più di quelli passati alla storia).
      In generale l’ho trovato godibile: la parte nel 1666 per me è durata un po’ troppo e forse poteva essere sforbiciata un po’, oppure non saprei… in alcun momenti mi calava proprio la palpebra; l’altro aspetto che potevano implementare – ma avrebbe alzato il rating dei film, suppongo – sono gli ammazzamenti da parte dei vari killer… alcuni avvengono direttamente fuori campo, mentre altri sono anche esplicitamente rappresentati (i colpi plurimi del primo ammazzamento del 78, la scena nel supermercato nel 94).

      Comunque il lato forte sono i personaggi, la costruzione e lo svolgimento.
      Sono interessato ad un possibile sequel, ma solo se riusciranno a replicare la struttura multi-livello.

      Nathan

  9. jax

    No troppo da giovani, non ce la faccio

  10. Killing Joke

    Gli darò una chance.
    R. L. Stine mi sta pure simpatico, l’horror per regazzini che si è inventato è una bella trovata (oltre che una miniera d’oro per le sue tasche, tanto di cappello)

  11. VandalSavage

    Ho dato ben DUE chance a questa merda: niente da fare. Una qualsiasi coonscopia effettuata senza sedazione in un ambulatorio veterinario è di gran lunga più divertente.

  12. avdf

    Concordo sul fatto che il terzo sia il migliore.. soprattutto perchè rende,a posteriori, migliori i primi due episodi.
    E sconvolge un po’ le carte in tavola, visto che la storia sembrava lineare e ormai recepita dallo spettatore già dopo il primo episodio..con la strega cattiva e la sua mano da ricomporre ecc.. ecc…

    SPOILER

    SPOILER

    e invece il terzo episodio sovverte tutto… bene.
    (Però, nel complesso, restano tre filmetti mediocri.)

  13. iNiorante

    hahah sicuro, stanne alla larga

  14. Rocco Alano

    Finito di vedere ieri: non capolavori, ovviamente, ma tre film (specie il terzo) divertenti e ben ritmati.
    Per altro, in 1666, ci sono un paio di scene davvero pese (i maialini e i bambini).
    Per me promosso, anche se ho superato i 40.

  15. negrodeath

    Niente, io volevo fare i complimenti a chi ha messo per didascalia “Evening Star” dei Judas Priest.

  16. diokomen

    Mah boh, guardate che in realtà l’avevate già recensita una serie tv qualche anno fa, la prima stagione di cobra kai. Ma qualcuno sta lavorando su titane? Probabilmente merita.

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