The Vigil: un horror a lume di sette candele

Questo è il tipico film di cui noi (ma non solo noi, anche quelli che ci imitano perché sono gelosi) diciamo: inizia col botto. Non nel senso che inizia con una scena d’azione tesissima o con qualcuno che muore male – oddio sì, c’è un prologo in cui in effetti qualcuno muore male a Buchenwald e qualcun altro sopravvive peggio; ma mi riferisco alla sequenza iniziale di un gruppo di amici attorno a un tavolo, in cui la situazione del protagonista viene presentata con una chiarezza e una precisione impressionanti, un insidioso biglietto da visita registico per l’esordiente Keith Thomas che lascia presagire ciò che verrà: un film terrificante coi controcoglioni.

E tutto girato al buio

Yakov e i suoi amici sono un gruppetto di ex-fedeli Chassidici che hanno trovato la forza di allontanarsi da un culto che li opprimeva e che li ha lasciati impreparati alla vita nel mondo reale. Vivono ancora a Brooklyn, nel quartiere ebraico di Borough Park, ma non hanno alcuna intenzione di tornare alla vita di religiosi praticanti. Yakov, in particolare, è psicologicamente debole, soffre di allucinazioni dovute a un trauma non ancora digerito e ai sensi di colpa che ne conseguono; non trova lavoro, non sa parlare alle ragazze, e per giunta è ancora tormentato da un rabbino (Menashe Lustig, personaggione sia sullo schermo che non) che approfitta della sua vulnerabilità e lo pedina per riportarlo all’ovile. Yakov ha il volto triste e tormentato di Dave Davis, che da solo sostiene praticamente tutto il film sulle sue spalle ed è superlativo; ma non divaghiamo.

Mica scherzo, è davvero tutto così!

Con la promessa di pochi ma preziosi soldi, il rabbino convince il povero Yakov a passare la notte dalla vedova Litvak, scorbutica e demente, per vegliare il marito appena defunto: è il ruolo che nella tradizione ebraica si chiama “shomer”, colui (spesso un membro della famiglia, ma all’occorrenza uno sconosciuto) che veglia il cadavere durante la sua prima notte da morto, per proteggerne il passaggio nell’aldilà. Yakov ovviamente finisce nei cazzi. La vedova Litvak, che ha il volto meravigliosamente arcigno di Lynn Cohen buonanima e che percepisce l’infelicità del ragazzo, glielo dice subito: scappa prima che sia troppo tardi, altrimenti il Mazzik che tormentava mio marito si impossesserà di te, spaccandoti l’anima e le ossa. Il Mazzik è, nella mitologia ebraica, un demone che cerca un ospite per nutrirsi del suo dolore e dei suoi sensi di colpa; è rappresentato con la testa girata all’indietro, perché simboleggia l’impossibilità di abbandonare il passato; morto il signor Litvak, Yakov ne è la vittima perfetta.

Paura, eh?

Quindi la veglia funebre si trasforma in un viaggio dentro il rimorso che tocca i grandi temi dell’Olocausto e del nuovo antisemitismo (anche Yakov, così come il signor Litvak, ha un senso di colpa da cui non riesce a districarsi), dell’ambivalenza di una comunità religiosa che ti abbraccia e poi ti stritola, della ricerca di un’identità equilibrata. E fa una paura boia! Girato interamente con una fotografia livida e buia, The Vigil è un compendio di claustrofobia in cui l’ambientazione principale, cioè la casa dei signori Litvak, diventa simbolo della mente di Yakov ma anche dell’oppressione della religione Chassidica sui fedeli. Pur non raggiungendo la furia iconoclasta de L’Esorcista, la profondità psicologica di The Babadook o la magniloquenza di Hereditary, questo film instilla un senso di inquietudine che deflagra molto efficacemente durante i vari spaventerelli (niente di nuovo, ma fatti bene) messi al posto giusto; dopotutto il budget è basso ma usato nel modo giusto, e Keith Thomas è un esordiente senza nemmeno una grande gavetta ma con un gran talento; e col coraggio di dirigere uno Yiddish-horror, filone finora non molto nutrito, con lunghi dialoghi in Yiddish. Se si vuole cercare un paragone, secondo me è meglio guardare al recente Relic (anch’esso prodotto da IFC): anche in quel caso, il demone della mente viene sconfitto solo attraverso la compassione e l’accettazione. Comunque, se possibile non guardatelo in casa da soli di notte.

E soprattutto, occhio alle spalle

 

Streaming domestico notturno solitario quote suggerita:

«Paura, eh?»
(Cicciolina Wertmüller, i400calci.com)

IMDb | Trailer

 

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7 Commenti

  1. Quindi ancora c’é speranza?Ottimo, metto in testa della watchlist notturna.

  2. ste

    Relic visto solo grazie alla vostra recensione…e non ha deluso…guarderemo anche questo con gioia e luci accese

  3. Bella Tarr

    Forse una realizzazione meno moderna e con una ambientazione stile “Sauna” ne avrebbe esaltato l’iconografia. Rimane un buon titolo.

  4. Past

    Ottime atmosfere, l’illuminazione della casa, il quadro dietro il divano e altre tante chicche niente male.

    • Sciuretta

      Visto al cinema, a suo tempo. Dato che sono una codarda ho gradito sentire la musica aumentare di volume ogni volta che stava per succedere qualcosa di spaventoso. Non allaccia neanche le scarpe a Babadook ma non è male

  5. Daniela Caneschi

    Pochi soldi, quasi un unico ambiente, quasi sempre un unico personaggio in scena: film pauroso quindi buono

  6. Jaeger

    Visto al cinema a Settembre scorso, francamente l’ho trovato talmente modesto da non dirmi nulla, non so cosa ci si possa trovare di speciale.

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