One way or another: L’ultimo mercenario e i 30 anni di Double Impact

Ciao, la presente per dirvi che dopo il pezzo di oggi ce ne andiamo in vacanza per una settimana. È molto meno del solito, non lamentatevi. Torniamo il 23 con una recensione che siamo sicuri sapete indovinare. A presto! Il pezzo di oggi:

L’altro giorno riguardavo Accerchiato
“Maccosa Nanni nel titolo dici che parli di L’ultimo mercenario e Double Impact e poi cominci a parlare di Accerchiato???”
FAMMI FINIRE FABRIZIO porcamiseria, stai calmo. Stai calmo!!!
“Va bene Nanni, scusa.”

L’altro giorno riguardavo Accerchiato, 1993, il primo film con Van Damme prodotto da una major.
La Sony lo aveva messo sotto contratto per cinque film dopo che il nostro aveva fatto gavetta sfornando una serie di low budget divenuti classici immortali, e un medio-budget – I nuovi eroi – che aveva incassato benone. Altri tempi: negli anni ’90 sfornavi Senza esclusione di colpi, Kickboxer e Lionheart e la Sony ti metteva sotto contratto per cinque film da protagonista; oggi sforni Undisputed 2 e 3 e (ironia) un sequel dei Nuovi eroi che è tre volte più ambizioso dell’originale, e la Marvel ti mette sotto contratto per prenderle dal mantello di Benedict Cumberbatch.
Ma basta infierire sul povero Scott Adkins.
Accerchiato è il film che dovrebbe finalmente lanciare Van Damme presso il grande pubblico mainstream, una specie di rivisitazione del Cavaliere della valle solitaria scritta da Joe “Basic Instinct” Eszterhas, in cui Jean-Claude deve dimostrare carisma e fascino misterioso e sexy (è prevista seduzione e scena bollente con la giovane vedova Rosanna Arquette), e reggere sulle spalle l’intero film picchiando duro ma senza sfoggiare eccessive acrobazie marziali.
È, insomma, un ruolo che pare pensato per il Patrick Swayze del Duro del Roadhouse.
E non so se alla Sony avessero mai visto un film con Van Damme, ma Van Damme non è esattamente Patrick Swayze.
Van Damme non è duro e carismatico, né profondo e silenzioso.
Van Damme, quello giovane, è atipico non solo fisicamente – belloccio, palestrato e con l’agilità di un ballerino, l’esatto contrario di un Chuck Norris –ma anche come personaggio.
Accerchiato è, a occhio, la sua peggiore interpretazione dei primi 15 anni di carriera: bloccato come un manichino, visibilmente a disagio, ogni volta che viene inquadrato il tono e l’emozione della scena vanno immediatamente in pezzi come un vaso di coccio improvvisamente messo in mano a Chunk dei Goonies.
Van Damme, quello giovane, è più a suo agio con ruoli esuberanti ed emozionalmente intensi: gli piace fare il simpaticone, e gli piace fare quello in trance mistico-agonistica.
E intendiamoci: non sto dicendo che fosse un brillantone alla Ryan Reynolds, ma gli venivano bene!
E la prova più lampante sta in Double Impact.

Il poliedrico Jean-Claude Van Damme

Double Impact, uscito negli USA il 9 agosto 1991, seguiva i più grandi successi di Van Damme e si proponeva come apice della sua prima parte di carriera.
Nasceva dall’idea di un genio imperscrutabile che aveva avuto la pensata di regalare a Van Damme il primo dei suoi numerosi ruoli multipli confidando che sapesse interpretare due personaggi completamente diversi: quanti altri eroi di arti marziali occidentali potevano farlo? Vi verrebbe la stessa idea con Chuck Norris? Steven Seagal? Michael Dudikoff?
Nasceva, in realtà, dall’insistente idea di Van Damme stesso di riadattare I fratelli corsi di Dumas per dimostrare di poter fare di più che il solito eroe dritto del cinema di arti marziali.
JCVD interpreta due gemelli cresciuti separati: uno nel lusso e nel glamour della California, l’altro fra le strade malfamate di Hong Kong.
Chad è stato cresciuto dallo zio (Geoffrey Lewis!), ed è un istruttore di karate e aerobica di Los Angeles che gira con vestitini attillati e fluorescenti.
Alex è stato cresciuto dalle suore, e puntualmente è diventato un trafficone malavitoso che fuma il sigaro e si rilecca i capelli come Meazza negli anni ’30.
Lo zio porta Chad a Hong Kong e gli fa incontrare Alex a tradimento: Chad è comprensibilmente sconvolto dal trovarsi di fronte a un gemello che non sapeva di avere; al contrario Alex, da vero maschio, è prima di tutto molto incazzato che la sua morosa abbia scambiato Chad per lui, e solo con calma, a un livello di priorità molto inferiore, scosso nelle interiora dall’esperienza lovecraftiana di trovarsi di fronte al proprio doppio – uno che veste con polo verde, bermuda rosa e calzettoni lunghi, per di più.
Insieme, sventeranno i piani di un malavitoso e vendicheranno la morte del padre.

C’era un tempo in cui queste mosse le faceva davvero lui… (shhh)

Double Impact era nato per far divertire Van Damme e noi con lui, e succedono puntualmente entrambe le cose.
Doppio Van Damme, e di conseguenza doppio budget rispetto al suo film precedente (Lionheart, dello stesso regista/sceneggiatore Sheldon Lettich).
Io me le ricordo le interviste dell’epoca al buon Jean-Claude: come già vi spiegavo parlando di Kickboxer, quello che lo distingueva dagli altri è che aveva il fuoco dentro.
Non aveva magari particolare talento, ma aveva un’intensità imbattibile se paragonata alla sua concorrenza: Chuck Norris era felice di aver trovato un’alternativa alla carriera di sportivo e si lasciava trasportare; Michael Dudikoff era un fotomodello diventato action star per caso; Steven Seagal aveva un ego incontenibile da sfogare in personaggi tutti uguali.
Van Damme non voleva semplicemente sfondare nel cinema: voleva recitare.
Van Damme si proponeva con un approccio fisico rivoluzionario per il cinema dell’epoca – la fazza da teen magazine, il corpo da culturista, l’agilità e l’eleganza da ballerino – ma non faceva che dichiarare che avrebbe voluto diversificare, interpretare commedie romantiche, drammi in costume, confrontarsi con grandi attori classici (riuscirà in seguito a condividere lo schermo con Roger Moore in La prova e Charlton Heston in The Order).
Non diventi esattamente Daniel Day-Lewis a recitare con Sheldon Lettich – uno che ha fatto tantissimo per il cinema di arti marziali ma che fuori da lì vanta solo la sceneggiatura di Rambo III – ma Double Impact è la prima occasione di travestirsi, provare toni e personaggi diversi, dramma, scambi comici, scene romantiche, e lui la coglie con energia e naturalezza, esaltandosi nel bisticciare con se stesso. Nessuno lo scambierebbe per un camaleontico Johnny Depp, ma ci crede tantissimo: l’esuberante Chad è vicino al suo carattere di tutti i giorni, Alex è il classico duro ed è un ruolo tutto sommato facile, e tanto basta.
Ogni tanto me lo chiedo cosa sarebbe riuscito a combinare uno con la sua fame se non si fosse perso immediatamente in un mare di cocaina appena arrivato nella Hollywood che conta, ma non lo sapremo mai e pazienza.
Double Impact è uno di quei film che mantengono esattamente quello che promettono: ritmo, azione, divertimento, e botte di prima qualità, grazie a un protagonista al picco della forma e anche all’idea di richiamare Bolo Yeung da Senza esclusione di colpi e lasciare che si rubi di nuovo le sue scene grazie alla sua mimica irresistibile.
E finché c’è azzarda anche tentativi di stile grazie alla fotografia extra-lusso di Richard H. Kline (King Kong, 2022: i sopravvissuti), e azzarda le prime strizzate d’occhio a John Woo (la slow motion, la doppia pistola) quando ancora non era uscito manco Hard Boiled, figurarsi Le iene o Matrix. E ha persino Philip Chan, che poi comparirà appunto in Hard Boiled.

L’ultimo mercenario, il più expendable di tutti

Tra Double Impact e L’ultimo mercenario ne è passata di acqua sotto ai ponti.
Ne sono successe di tutti i colori.
Van Damme si è disintossicato, gli è stata diagnosticata bipolarità, si è risposato con la terza moglie, si è rifugiato nel circuito Direct to Video e si è dato una calmata.
Un concittadino pazzo nel 2008 gli aveva dato l’occasione per recitare davvero nel finto autobiografico JCVD, e lui l’aveva colta alla stragrande, sfoderando un’interpretazione drammatica sorprendente che aveva catturato l’attenzione di diversi critici fuori dal solito giro, e persino di Nicolas Cage. Sarebbe potuto rinascere da lì, ma ora il buon Jean-Claude mette la salute e la famiglia davanti a tutto e non ha più la stessa foga di prima di diventare una star: è già una star, nonostante tutto.
Da lì in poi è comunque riuscito a diversificare e divertirsi: ha continuato a fare i suoi periodici DTV d’azione ma è apparso anche negli Expendables, ha recitato in un ruolo comico, ha avuto una miniserie autoironica su Amazon, ha sfondato a livello virale grazie a un paio di spot pubblicitari.
Ora, a 60 anni pieni, si gode la compagnia di moglie, figli e dei suoi adorati cani, e coglie le occasioni che passano.
L’ultimo mercenario è una commedia francese.
Una commedia.
Una commedia d’azione, si potrebbe stirare, ma prima di tutto una commedia.
E, purtroppo, non è una commedia moderna demenziale/surreale come Jean-Claude Van Johnson, ma proprio una commedia tristissima e caciarona: diciamo un po’ l’equivalente francese di un film con, che ne so, Massimo Boldi e il Non Giovane Francesco Mandelli, in cui Van Damme è l’eroe figo che fa contrasto (così su due piedi mi viene in mente Luc Merenda in Superfantozzi).
È il tipo di commedia che non solo usa ripetutamente One Way or Another dei Blondie scopo simpatia frizzante, ma che a un certo punto imposta un’intera sequenza action su un ciccione in mutande e in monopattino, non dimenticando un primissimo piano sulle mutande.
La cosa assurda è che, con tutta la merda che ha vissuto negli ultimi 30 anni esattamente da Accerchiato in poi, oggi Van Damme non solo ha un volto vissuto incredibile che è più interessante di qualsiasi acrobazia sappia (fingere di) fare, ma si è anche specializzato proprio nel tipo di personaggio che gli veniva richiesto in Accerchiato.

Fa ridere perché quell’altro non ci vede e andrà a sbattere dappertutto

Oggi Van Damme è perfetto proprio per quello: il malinconico eroe che ne ha viste di tutti i colori e vive solitario, parla poco, rimane aggrappato ai suoi valori etico/morali più forti, sa menare quando serve, sa sedurre con eleganza, e soprattutto non ha paura di mostrare i propri sentimenti.
L’ultimo mercenario gli dà la possibilità di interpretare un ruolo pseudo-serio inserito autoironicamente in contesto comico, di divertirsi con qualche travestimento, ma anche di dimostrare le sue doti drammatiche con qualche dialogo intenso con il figlio che non aveva potuto crescere.
A un certo punto ha il suo pezzo di bravura: non i combattimenti, purtroppo, eseguiti al 90% da apposita controfigura, ma un monologo straziante in cui l’intensità lo porta a diventare paonazzo e con gli occhi lucidi. Descritta così magari fa ridere, ma funziona: il mio sospetto è che la passione di Van Damme per il cinema sia nata tanto dai film di Bruce Lee e dai polar francesi quanto dal monologo di Stallone alla fine del primo Rambo.
Ma no, non ve lo consiglio lo stesso, manco per quella scena lì.
Ho preso un’altra volta il proiettile per voi, ringraziatemi e tirate dritto.
Buona giornata.

SIGLA:

Netflix-quote:

“C’è un ciccione in mutande su un monopattino!!!”
Nanni Cobretti, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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19 Commenti

  1. Gigos

    La indovino con una: F9

  2. Rocco Alano

    Però un film in cui Van Damme mena Boldi e De Sica lo andrei a vedere.

  3. Raimondo Vinello

    Vorrei ricordare ,io lo vidi in diretta su canale 5 ,l’ospitata di JCVD a c’è posta per te nel pieno dela mare di bamba in cui nuotava.
    Una cosa triste e bellissima alla stesso tempo, purtroppo introvabile in rete.

  4. Ho modificato e aggiunto la sigla dei Gen perché mi sono sempre chiesto chiccazzo fossero, e da una mia ricerca risulta che fossero “assolutamente nessuno” e la cosa per qualche ragione non mi sorprende.

    • tommaso

      Da ieri mi scervellavo perche’ ero sicuro che il nome mi fosse noto e avessero fatto qualcosa di famoso, anche se google negava. Quasi un giorno ad arrovellarmi prima di capire che mi confondevo con i (per altro da me totalmente rimossi) Len di Steal My Sunshine.

    • anacleto

      gen? chi sono i gen? noi qui si ascolta solo i GEM (e le olograms) :D

  5. Takeshi Diocaro

    “Accerchiato” solo per le tette della Arquette meriterebbe un Premio Omar

  6. Lorenzo Pigiamas

    Excursus sui trascorsi del protagonista piu’ interessante di un film che fallisce in tutto, nella parte action ed in quella comedy. Davvero il post-moderno si misura nell’autoironia metacinematografica, nel fare le spaccate o nel citare Bloodsport appendendo un poster?

    L’ingenuita’ della concezione dell’immunita’ diplomatica – elemento alla base di tutto il plot – rivaleggia con quella di Arma Letale 2, che pero’ e’ del 1989. Forse una raffinata citazione non colta?

    Inutile, inoltre, il riferimento al figlio che vive nella banlieu, peraltro di rendita, senza poi sviluppare minimamente il tema. Quale sarebbe l’approccio contemporaneo?

    Sarebbe stato meglio se il film avesse preso una posizione piu’ netta, o solo commedia o solo azione, ma probabilmente per fare quest’ultima scelta sarebbe servito un budget ben diverso.

    • Ubik

      Senza contare che in Arma Letale 2 l’irritante presenza dal concetto di “immunità diplomatica” come armor plot viene negata dalla sceneggiatura stessa, risolvendo la questione con un colpo di 38 in ‘da fazza da parte del buon Murtaugh. Con Knockin’ on Heavens door che parte subito dopo. Vero cinema.

  7. JAMES VAN NOKER

    Peccato, xke’ il grande VAN potrebbe dare ancora tanto secondo me…. Nel ruolo semicomico non mi dispiace troppo, mi e’ simpatico ma cosa sarebbe stato con un ruolo con i controcoglioni serio???
    Nessuno pensa a fargli fare un action diciamo “d’addio” come si deve! Sulla scia HARD TARGET o Lionheart!! Con un espressivita’ noir alla LUKAS…e sfoderare di nuovo il suo repertorio marziale. Che tanto ci ha fatto sognare! (Nonostante i limiti dell eta’)
    Io ci penso Sempre!!

  8. Federico Fellone

    Buone vacanze a tutti! Tra l’altro la spiaggia in estate è perfetta per allenarsi coi calci volanti

    • Shu-Shá

      Io pure mi sono irritato molto per l’uso infantile del concetto, però in realtà si capisce alla fine.
      JVCD aveva ottenuto per il figlio l’immunità totale, per proteggerlo a vita. Non c’entrava nulla l’immunità diplomatica.
      Dopodiché il funzionario corrotto ruba l’identità del figlio per coprire il trafficante kazako o quel che è.

      Semmai la cosa assurda e forzata é che tutta la Francia voglia ammazzare il figlio di JVCD non appena revocata l’immunità. Per quale cazzo di motivo???

  9. Matthew

    Film divertente, niente di particolare.
    Credo che JVCD si stia unicamente ”sfiziando”! Divertente per una serata in famiglia.

  10. Lestofante

    Ho voluto prendermi la pallottola. Il film fa schifo. Sono anni che ho rinunciato ha capire Van Damme ormai. Peccato è stato uno dei talenti più sprecati della storia del cinema secondo solo a Orson Welles ( ok calma è per farvi capire!)

  11. Lestofante

    a capire…

  12. jax

    Ci vorrebbe un film di Clint Eastwood con Van Damme protagonista

  13. Buondì LaMotta

    Siamo ormai pronti per il seguito di Double Impact, con JCVD ed Elio Germano.

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