omsicrosE: la rece di Anything for Jackson

«È l’ora del clistere!»

Ora vi parlo della carriera di Justin Dyck e Keith Cooper.

Conoscete Justin Dyck e Keith Cooper? Io non li conoscevo finché non ho visto il loro Anything for Jackson, che è tutto tranne che il loro debutto eppure in un certo senso è come se lo fosse. Eccovi alcuni titoli ai quali o Dyck o Cooper o tutti e due insieme hanno lavorato, il primo in quanto regista il secondo in quanto sceneggiatore, negli ultimi cinque anni:

Potete immaginare che vita facciano Justin Dyck e Keith Cooper? Si svegliano la mattina, si danno il buongiornissimo via WhatsApp, aprono il calendario, scoprono di quale variazione sul tema “Natale” toccherà sfornare almeno qualche paginetta o portare a casa qualche scena se non si vuole indispettire chi paga, realizzano che oggi è il turno di “Emma has anxiously waited to reunite with her best friend Tracey who’s been recovering after a serious accident. But Will, Tracey’s brother, won’t allow it as he blames her for the accident. When forced to work together to better their community, can Will and Emma learn to respect each other?”, piangono, piangono di nuovo, piangono ancora un po’, si mettono al lavoro, chiudono qualche paginetta o qualche scena, escono, vanno al pub, bevono come idrovore, si stortano come non capitava dalla sera prima, contemplano le loro scelte di vita, ascoltano gli Slayer, scapocciano spensierati per qualche minuto, si ricordano che domani c’è una riunione con il cast di Ponysitters Club, tornano a piangere, si salutano, vanno a dormire, stringono il cuscino mentre soffocano le lacrime, sognano cadaveri squarciati che grondano viscere sulla faccia di una suora scomunicata per blasfemia.

Tutti i santi giorni.

«Tutti tutti?»

Finché un giorno i due non ce l’hanno fatta più e hanno deciso di dare sfogo alle loro turpi voglie scrivendo un film di paura, e mettendosi di buzzo buono per creare un horror originale e mai visto per lo meno da loro (o così raccontano). E si sono inventati Anything for Jackson, il genere di film che sarebbe ilare crudelissimo far vedere al loro solito pubblico ma che è invece un bocconcino croccante e ripieno di satanismo per tutta noi brutta gente a cui piace vedere altra gente che ficca la testa in uno sparaneve.

Anything for Jackson non è un film particolarmente ambizioso, né sperimentale, e nemmeno tanto originale quanto crede. È però un film pieno d’entusiasmo, quel genere di entusiasmo che solo chi ha vissuto finora di film di Natale può provare di fronte a una sceneggiatura che comprende esorcismi e fantasmi, ma anche ultraviolenza e una cascata di Clive Barker. Si vede che è fatto da gente che non vedeva l’ora di poter sfogare la sua passione per l’horror e che l’ha approcciato non con il piglio intellettuale e un po’ polemico di chi si convince di poter cambiare le regole del genere con il suo genio, e neanche con quello di chi ha studiato e non vede l’ora di ripetere la lezione a memoria. Dyck e Cooper sono piuttosto due fan che si sono fatti le ossa con anni di gavetta e si sono silenziosamente applicati per imparare tutto quello che gli serviva per fare finalmente un film che loro stessi per primi avessero voglia di vedere.

Indeed.

Indeed.

È un film che urla GUARDATEMI, ESISTO, STI DUE CIALTRONI CE L’HANNO FATTA!, e pure bene – talmente bene che intravedo già all’orizzonte il rischio che vengano opzionati e coperti di soldi per girare il quattrocentosessantesimo inutile spin-off di un qualsiasi Conjuring del cazzo. Intanto però ce li abbiamo qui tutti per noi, con un horroraccio satanico che è tutto tranne che fatto per piacere a più persone possibile, e ce li godiamo con questa SIGLA introdotta dalle sempiterne parole del poeta:

Well son, the funny thing about regret is that it’s better to regret something you have done than to regret something that you haven’t done. And by the way, if you see your mom this weekend, will you be sure and tell her… SATAN!!! SATAN!!! SATAN!!!

Audrey e Henry sono una deliziosa coppia di vecchini che sembra uscita da American Gothic nel senso del quadro di Grant Wood. Henry è un dottore, Audrey una casalinga e i due si godono la vecchiaia accarezzando le palate di soldi che hanno guadagnato. C’è però nella loro vita un doppio buco a forma della loro figlia morta suicida e soprattutto del loro nipotino Jackson, che ha perso la vita in circostanze che il film spiegherà meglio di quanto potrei fare io – o forse no, perché una delle caratteristiche di Anything for Jackson rispetto alla quale dovete decidere da subito come schierarvi è che spiega relativamente poco e lo fa a botte di suggestioni e non di spiegoni (la mia scelta lessicale vi dice da che parte sto io).

Siccome però Audrey e Henry fanno anche parte della chiesa satanica locale, decidono che la loro vita senza il nipote non ha senso, e l’unico modo per risolvere il problema è con un rito demoniaco orgiastico evocazionistico tribale rituale. L’idea è quella dell’esorcismo al contrario: invece di prendere uno spirito maligno ed espellerlo da un corpo, si prende uno spirito presunto benigno (il piccolo Jackson) e lo si trasfonde dentro il corpo di un neonato, di fatto reincarnandolo. Lasciamo stare per un attimo ogni questione relativa all’identità e al c.d. “animo umano”: il problema grosso di questo piano è che serve, per l’appunto, un neonato.

«Eh vabbe’ ne troviamo uno che problema c’è»

Una delle robe che va più di moda nell’horror a basso-medio budget ultimamente è il film che sembra una cosa e poi evolve e ne diventa mille altre. Quest’anno in questo senso sta andando tra il bene (The Empty Man) e il benissimo (Bloody Hell), e sono felice di poter aggiungere Anything for Jackson al novero. Perché all’inizio sembra una storia di prigionia alla Split: Audrey e Henry rapiscono la povera signorina Becker, paziente di lui e incinta di otto mesi, la ammanettano al letto, e le spiegano abbastanza in fretta qual è il loro piano – usare il suo figlio non ancora nato come recipiente per l’anima del piccolo dolce Jackson. E quindi il film diventa subito uno di quegli horror spaventosi con i vecchietti supergentili e sempre sorridenti anche quando dicono cose orrende, tipo The Visit, ma con la protagonista legata al letto.

Ed è qui che si vede che Dyck e Cooper ci tengono un sacco.

Perché invece di andare sul sicuro e declinare la storia nel modo più prevedibile – lunghe scene di prigionia intervallate a momenti di vita quotidiana che ci fanno vedere questi due psicopatici perfettamente funzionali -, e soprattutto invece di trattare Audrey e Henry solo come due villain, la buttano sull’emotività. Intendiamoci, rimane una coppia di squilibrati socialmente pericolosi che hanno rapito una donna incinta per riempirla dell’essenza del loro nipotino morto, ma le loro motivazioni più profonde (diverse per lei e per lui) sono complesse e stratificate, e il loro modo di rapportarsi alla situazione in cui si trovano è spontaneo e genuino, e lascia intravedere fin da subito più di una crepa nella loro facciata di sicumera satanica.

«Ma che cazzo dici?»

Sto dicendo che la pur brava Konstantina Mantelos deve farsi da parte di fronte a Sheila McCarthy e Julian Richings, che non sono solo “la coppia satanica cattivissima” ma i veri protagonisti di Anything for Jackson; gente che chiaramente non vuole fare quello che sta facendo, ma che è arrivata a un vicolo cieco esistenziale in fondo al quale c’è solo un cartello con scritto “o così oppure fate prima ad ammazzarvi”. Credo ci sia un discorso appena accennato sull’elaborazione del lutto e sull’incapacità di accettare di essere sopravvissuti sia alla figlia sia al nipote, e una dolce e graduale discesa nella follia che non permette mai loro di diventare pienamente mostri, ma che li trattiene anche dal venire trasformati in vittime.

Perché ovviamente, in ossequio a quanto dicevo sopra, la parte di kidnap&impregnate (esisterà?) è solo il primo atto, e neanche tutto, di Anything for Jackson. Il rituale, quello che altrove sarebbe stata la scena madre, avviene molto presto, e quasi in sordina; è da lì in avanti che tutto sbrocca, perché ovviamente Audrey e Henry non sono satanisti navigati che hanno guardato dritto nell’abisso e hanno riso di fronte ai suoi tentacoli, ma due adorabili vecchini in odor di pensione che trafficano con forze e misteri molto più grandi di loro. E quindi non è chiarissimo (a loro, e all’inizio anche a noi) se il trucchetto abbia funzionato e Jackson sia in arrivo, oppure se abbiano fatto casino e abbiano evocato qualcos’altro. La presenza in casa loro di contorsionisti insanguinati con un sacchetto di plastica in testa e anziane signore che si strappano i denti uno per uno con il filo interdentale sembra suggerire la seconda.

Il cosa di che.

Non è chiarissimo quali diventino le regole di Anything for Jackson da questo momento in avanti, e da un certo punto di vista è un bene perché è un film con una fortissima qualità onirica e il fatto che alcune robe succedano perché sì è in linea con l’atmosfera e ne aumenta anche l’impatto. Si ha, più di una volta nel corso del secondo atto, l’impressione che questo approccio freeform nasconda in realtà una mancanza di direzione e che il film si diverta ad accumulare jump scare e stranezze da Hellraiser giusto perché può farlo – il punto è che, soprattutto in considerazione di com’è andata finora la vita professionale di regista e sceneggiatore, sono disposto a farglielo fare. Pazienza se Anything for Jackson decide di insistere su inquadrature inquietanti di questa tizia che si fa saltare i denti uno dopo l’altro: ve lo siete meritato, Dyck e Cooper, e sono sicuro che tutte le assurdità ultraviolente che si vedono sono le stesse che vi proiettavate in testa mentre eravate sul set di Baby in a Manger (un titolo, peraltro, facilmente migliorabile con l’aggiunta di una L al posto giusto).

Ovviamente, perché il 90% degli horror degli ultimi vent’anni ha questo problema, Anything for Jackson perde un po’ di spinta sul finale, e proprio quando ritrova un senso narrativo. Per esempio, entra in gioco un personaggio fin lì solo intravisto e che assomiglia pericolosamente a un deus ex machina, la cui presenza complica inutilmente il climax del terzo atto. In un film che fin lì aveva parlato del male contro l’ancora più male, l’inserimento di un terzo incomodo che è anche lui male, ma non è chiarissimo quanto male, non fa altro che incasinare i rapporti di forza, e depotenzia un po’ quella che altrimenti sarebbe una splendida parata di tutti gli orrori contorti e sanguinanti che si erano visti fin lì.

«Perché sono nel film?»

Ma pazienza: è il primo horror scritto da Cooper e il primo horror diretto da Dyck, e sia l’uno sia l’altro (l’altro, soprattutto) dimostrano di saperci fare e di avere idee, se non geniali e rivoluzionarie, quantomeno originali, o personali. Se non finiscono immediatamente nel tritacarne delle grandi produzioni di genere – e il fatto che per il 2021 Dyck abbia già in programma di dirigere Romance in the Wilds e Christmas in the Wilds mi fa pensare di no – potrebbero regalarci delle soddisfazioni.

Streaming quote perché tanto figuriamoci se un film del genere finisce in sala in Italia suggerita:

«SATAN!!! SATAN!!! SATAN!!!»
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)

IMDb | Trailer

PS sogno che il film diventi un lungo franchise perché non vedo l’ora di vedere come se la cavano con il titolo del quinto capitolo, Anything for Jackson Five.

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15 Commenti

  1. GGJJ

    Il possibile titolo del quinto capitolo è meraviglioso :D

    Ma è presente presso qualche servizio di streaming legale?

  2. Lavid Dynch

    Visto qualche tempo fa. A me ha pesato probabilmente più che a Stanlio questa “freeform”, che si risolve secondo me più in una serie di maccosa che in suggestioni spaventevoli. Però in generale una visione piacevole ed effettivamente un lavoro attoriale ottimo.
    Approfitto del commento per segnalare “Bac Nord”, uscito fuori concorso a Cannes e film davvero calciabile, soprattutto per una produzione francese.

    • Però se me lo segnali qui sotto io mi aspetto un’altra roba con Satana e invece viene fuori che è un polar e mi sa che hai sbagliato calcista a cui chiedere, non è troppo la mia tazza di tè…

    • Lavid Dynch

      E ci hai ragione, Stanlio. Magari durante la prossima caccia grossa a Valverde puoi passare la segnalazione al calcista più adatto ?

  3. Bandini

    Dal “buongiornissimo” in poi ho riso forte, grazie.

    In ogni caso il vero horror qui è la trilogia del Christmas, poche balle, che brividi. In uno c’è anche l’invecchiatissimo Bobby Ewing.

  4. Articolo oltremodo giusto e inoppugnabile, che bellezza, ho pure ripescato tra la polvere Locust Abortion Technician, che bandona i Buttholes. Io a ‘sto film diedi 6/10, che è un buon voto considerando la pipa in radica che c’ho su per il culo.
    @Stanlio Kubrik: l’ultimo kidnap&impregnate che ho visto è Don’t breathe/Man in the dark. L’ultimo film invece era qualche ora fa, era In The Earth e già a metà ero lì a dirmi “l’unico che abbia il diritto di recensire questo film è Stanlio Kubrik”. Non è ‘sto filmone, eh

  5. Takeshi Diocaro

    Spero che la citazione del clistere sia riferita al cafolavoro dei Prophilax. Nel qual caso, rispetto incondizionato per i prossimi 20 anni

    E se “tutti tutti?” lo hai preso da Trinità, i miei reni sono tuoi, se un giorno ne avrai bisogno

  6. Ficky Bobby

    Il film sembra molto interessante, ma nello hai venduto con la sigla dei surfisti del buco del culo <3

  7. Landis Buzzanca

    @Stanlio

    “Anything for Jack5on”
    (Disney style con cammeo di Cuba Gooding Jr.)

  8. Donnie Danko

    Ma lui non è Morte di Supernatural? Non si dimentica la sua fazza da caratterista.
    Comunque me lo hai venduto, sono curiosissimo di vederlo, sperando che arrivi in Italia su qualche piattaforma di streaming.

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