Candyman, Candyman, Candyman, Candyman, Candyman (2021)

Nel racconto originale di Clive Barker non c’è questa faccenda che Candyman lo si evoca dicendo il suo nome cinque volte allo specchio.
Mi ci ero effettivamente interrogato: che c’entra?
Come si incastra con il resto della mitologia?
Nel senso: Candyman è una specie di macabra divinità protettrice dei quartieri disgraziati, delle case popolari, di quelle zone urbane in cui vengono ghettizzati i membri più poveri e indesiderati della società e poi abbandonati a loro stessi.
Candyman è molto specifico di quel contesto: appioppargli una modalità di evocazione neutra non sembra nel suo stile. Lo si immagina maggiormente indipendente, o al limite evocato da qualcun altro, magari tramite l’altarino di caramelle e lamette di cui si accenna nel racconto.
Lo specchio… ok, simbologia facile.
Ripetere il nome cinque volte… Chi lo fa? Non è una cosa che fai per caso: lo fai perché conosci le regole, lo fai deliberatamente, lo fai per sfida, e lo fai perché non credi alla leggenda e non credi alle conseguenze.
Nel racconto di Barker, Helen sta facendo una ricerca sui graffiti e finisce alla Spector Street Estate, a Liverpool. Incontra Anne-Marie McCoy, che le racconta dell’omicidio del suo vicino, sgozzato da un uncino: quando Helen lo riferisce agli amici fighetti la sera a cena, uno di loro non le crede e le dice “se mi porti delle prove, offro la prossima cena a tutti”. Concettualmente parlando è la stessa cosa, quindi se non altro apprezzo come hanno ragionato.
Al film del ’92 la trovata serviva, perché l’idea era riadattare la storia di Barker al pubblico di Freddie Krueger, ma Candyman non era Freddie Krueger. Candyman non è il tipico serial killer di uno slasher, non ha motivo di partire a massacrare vittime a caso in leggerezza, e soprattutto non è un cazzo divertente.
Candyman è il protagonista di un racconto breve intitolato Il proibito (contenuto in Visions – Libri di sangue vol. 5) in cui Clive Barker punta il dito sugli inascoltati, sulla gente che non li ascolta, e su come gli inascoltati reagiscono al fatto di non essere ascoltati. Candyman appare nelle ultime pagine, come personificazione dei concetti, in quello che è a tutti gli effetti un racconto di denuncia sociale.
La cosa migliore del film di Bernard Rose del ’92 era quindi il non scontato rispetto di fondo: ti attirava promettendo un nuovo killer sovrannaturale che gareggiasse con Jason Vorhees e Michael Myers, scendeva a qualche piccolo compromesso, spostava ovviamente tutto negli USA (Cabrini-Green, Chicago), ma non dimenticava affatto gli obiettivi, la morale e il tono della fonte. Era, ed è ancora, una mazzata serissima con scene di una potenza inaudita.
Ma la trovata dello specchio ha funzionato, ha catturato l’attenzione, e nell’immaginario del pubblico casual Candyman è rimasto lì, nella stessa categoria della Bambola assassina.
Non ho mai voluto vedere i sequel, ma leggo che non hanno affatto aiutato.

Deve fare brutto, fa brutto

Vi ricordate l’inizio del millennio?
Il Texas Chainsaw Massacre prodotto da Michael Bay aveva inaugurato la sfilza di remake di classici dell’horror (dritto dal mio preferito…), e aveva chiarito subito le regole: patinato, sexy, disimpegnato.
Era il più classico dei trattamenti Hollywood da definizione, e ci fece incazzare subito: quei film, all’origine, avevano anche qualcosa da dire.
Poi arrivò il remake di Zombi: Zack Snyder mise qualche frecciatina all’acqua di rose qua e là e uno stile un po’ più convincente, ma il risultato era sostanzialmente lo stesso.
E via dicendo, fino al remake di Robocop di cui ancora mi ricordo le discussioni: per assurdo quella volta avevano ingaggiato qualcuno col background giusto per mantenere le critiche politiche dell’originale, e l’aveva pure fatto, peccato che il film non funzionasse per mille altri motivi, le buone intenzioni seppellite dalle polemiche sul costume moderno.
Ma il succo è: a trend finalmente cambiati e a diversa percezione dell’operazione, immaginate quanto mi possa far ridere leggere di gente che scalcia per il fatto che Candyman la butta in politica.
Non c’è momento migliore e più ricettivo di oggi per riprendere in mano Candyman e rilanciare il suo messaggio con maggior chiarezza e insistenza, e non c’è persona più ovvia di Jordan Peele per mettere mano a produzione e sceneggiatura.
Torniamo un attimo al ’92: è giusto innanzitutto sottolineare come avere una protagonista bianca fosse all’epoca sostanzialmente obbligatorio, ma è altrettanto giusto notare che aveva senso. Il messaggio toccava entrambi i lati della barricata, ma era diretto principalmente ai bianchi: Helen era il ponte necessario.
Quello nuovo si presenta immediatamente come sequel: a tratti sembra la cosa logica da fare, a tratti sembra a sua volta il suo compromesso, per infilarsi sulla scia del nuovo Halloween.
Uno dei lati positivi del fare un sequel invece di un remake è che, se vuoi (non sempre capita), puoi raccontare una storia diversa: qui il cambio di punto vista è necessario e scontato, ed è bello che non rinneghi l’utilità dell’originale, ma risulta un po’ goffo nell’incastrare la storia di Helen in una scia di diversi Candyman senza approfondire troppo come mai fosse l’unica donna bianca.
L’aggancio migliore è con la location: Cabrini-Green è un vero famigerato progetto di case popolari a Chicago, un blocco di architettura brutale diventato col tempo sinonimo dispregiativo di questo tipo di situazioni, e oggi – dopo il primo film – quasi completamente ricostruito e gentrificato. È uno spunto che si scrive da solo, e su cui il team di sceneggiatori composto da Peele, la regista Nia DaCosta e Win Rosenfeld impostano una speculare evoluzione tematica: dai graffiti urbani, al giovane e ben inserito pittore/artista concettuale che riscoprirà le proprie origini.

Mi voglio rovinare: telefonate entro cinque minuti e ve li vendo tutti e due per 99 euro

Ma passiamo al succo della faccenda: Nia DaCosta si rivela tutto sommato una buona scelta.
Non avevo visto niente di suo in precedenza, ma si adegua con naturalezza al tono impostato 30 anni fa da Bernard Rose: mano ferma, stile visivo tendente al fighetto, dramma e personaggi presi sul serio. Che Candyman è già serio, e non ha bisogno di qualcuno come David Gordon Greene su Halloween che guardi la materia dall’alto al basso e curi il messaggio trascurando la parte horror.
Certe mazzate che tirava l’originale nel ’92 – penso alla scena del cane decapitato e del piccolo Anthony rapito – non sono ipotizzabili oggi girate a quella maniera in un film che aspira ad essere mainstream, ma questo non significa per fortuna che Nia DaCosta abbia paura di creare tensione e far vedere il sangue, o che sia priva di idee in materia. In almeno un caso, lo stile è sufficientemente efficace da farsi perdonare per la minor violenza.
Yahya Abdul-Mateen II (il Doc Manhattan del Watchmen televisivo) è un protagonista solido, e Michael Hargrove un Candyman saggiamente diverso da Tony Todd: inquieta con un volto segnatissimo e presunto amichevole da sit-com andata a male (echi di Bill Cosby?) piuttosto che tramite minacciosa imponenza. Philip Glass è rimpiazzato da Robert Aiki Aubrey Lowe che lavora su un’elettronica minimale/elegante ma ne cita qua e là i cori angelici.
Dopodiché ok, la storia dell’artista che viene posseduto/divorato da improvvisa ispirazione sovrannaturale non è esattamente nuova (Devil’s Candy, Bliss, per dirne due recentissimi) e l’omicidio delle ragazzine al liceo pare messo lì tanto per allungare la parte horror, quindi non stiamo parlando di un’opera impeccabile.
Ma quando si parla di reboot è sempre più raro trovarne finalmente uno fatto al momento giusto, con lo spirito giusto e il rispetto e la concentrazione giusta.
Avercene.

Qua la man–

Quote allo specchio:

“Cineuniverso di Clive Barker,
Cineuniverso di Clive Barker,
Cineuniverso di Clive Barker,
Cineuniverso di Clive Barker,
Cineuniverso di Clive Barker”
Nanni Cobretti, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

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10 Commenti

  1. tommaso

    Oddio, mi viene il grosso sospetto che quelle due o tre volte che negli anni 90 ho visto il primo Candyman in tv (curiosamente mandato sui canali di Cecchi Gori invece della solita Italia 1) fosse bello sforbiciato. Perche’ non me lo ricordo come un horror paticolarmente violento, ma anzi lo trovavo molto “televisivo”. Questo spieggerebbe forse perche’, pur apprezzandolo, non ho mai ben capito lo stato di cult di horror bello serio che gli e’ cresciuto attorno (poi va beh, e’ diventato mega-cult persino quella caccola dell’IT di Tommy Lee Wallace).

    Coincidenzona barkeriana: giusto ieri sera mi appuntavo di voler rivedere i vecchi Cabal e Rawhead Rex, e di recuperare i mai recuperati Lord of Illusion e Underworld.

  2. RED

    Non riesco a capire se questa avversione al Politico:
    – ci sia sempre stata ma era fuori dalla mia bolla/incapace di emergere in superficie per mancanza di mezzi e adesso è esplosa grazie alle possibilità aggregative del web
    – è proprio una cosa nuova
    Poi con questa accezione, come se fosse una cosa sbagliata e, soprattutto, come se ogni cosa non fosse un gesto politico (che è la cosa bella di vivere in democrazia).
    Proprio ieri, mi è capitato sotto l’ennesimo intervento di Druckmann e sulle persone che non hanno “gradito” The Last of Us 2 non per difetti del gioco (che sarebbe sacrosanto) ma perché troppo Politicizzato…

    • Pacino! At The Disco

      Il problema di certa gente non sta solo nel fatto che è rimasta ancora alla mentalità infantile de “il giocattolo è mio e non lo do a nessun altro!” ma anche nel loro rifiuto di comprendere e imparare come il giocattolo funziona.

  3. ratto reietto

    Bene, ora speriamo incassi giusto che ci serve il sequel di Cabal/Nightbreed!!

  4. Sol

    Quella raccolta di racconti è meritevole?

    • Mamoru Osho

      Ogni racconto di Barker è meritevole: all’epoca lo vendevano come erede di King, ma se lo leggi in lingua originale vedrai che, stilisticamente, è anche meglio. I contenuti non sono adatti ai più sensibili: si va dalla commedia nera al body horror più estremo

    • GGJJ

      Si, le tematiche profonde sono parecchio diverse da quelle di King ed è sicuramente molto più nichilista

  5. Charles Sbronzo

    Cineuniverso di Clive Barker, sì cazzo! Voglio Nightbreed, Hellraiser e pure tutta la mitologia di Apocalypse!

  6. Gianpietro Miolato

    Buongiorno Nanni, come d’abitudine complimenti per la recensione. Non ho ancora visto la versione 2021 ma leggendo le tue righe ieri ho visto quella del 1992, che conoscevo solo di nome. La prima parte non mi ha convinto granché, più che altro perché mi è parsa abbastanza anonima nella messa in scena; ma dalla prima comparsa di Candyman, dal cane decapitato per capirci, a mio avviso il film ha spiccato il volo. Mi ha ricordato molto il clima di malsano barocchismo gotico di Hellraiser.
    Ti chiedo, a gusto personale, se hai notato la cura nel rendere credibili gli ambienti con la loro sporcizia – penso alla scena in bagno o alla casa in cui Helen scopre il varco. Ho avuto dei ricordi di Videodrome di Cronenberg, la parte finale sulla nave.
    Secondo te può starci?
    E, se lo sai, come hanno girato la scena del bacio con le api?
    Grazie e complimenti ancora.

    • Grazie a te! Sì, una delle cose migliori di Candyman è che Rose è un regista serio che ha capito la materia che sta trattando ed è intento a conservarne lo spirito, pur adattandolo al target. Restituire l’atmosfera di Cabrini-Green è importante. Non ho ancora guardato gli speciali sul bluray ma lo farò, sperando svelino i trucchi.

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