The Kicks Say Chic: Freaks Out

Io penso che, per quanto bene si possa volere al cinema fatto con due spicci e tante idee, un regista dimostri chi è veramente solo quando gli danno un pacco di soldi. Denis Villeneuve è partito facendo i drammoni indie ma appena gli hanno dato una valigia di dollari ha urlato fortissimo “ASTRONAVI” e non è più tornato indietro. Peter Jackson ha detto “Fottesega gli horrorini simpa, voglio fare una trilogia fantasy iper-ambiziosa come non era mai stata fatta prima”. Guillermo del Toro s’è dato alle diatribe tra robot molto grossi e mostri altrettanto grossi.

Che state a guardà?

Gabriele Mainetti, invece, appena ci hanno dato la pecunia è venuto fuori che voleva fare Spielberg. Nella recensione di Lo chiamavano Jeeg Robot, parlando di Luca Marinelli lo avevo definito “geniale punto di incontro tra i fumetti americani e l’universo malavitoso alla Romanzo criminale”. Questa frase potrebbe anche applicarsi senza sforzo a tutto il film, che veramente metteva in scena una storia di supereroi di borgata mista a suggestioni à la Sollima, con una spolverata di citazionismo nerd/pop utile a trascinare i culi al cinema. Jeeg Robot restava comunque un esperimento, un film fatto con due spicci e tante idee (see what I did there?) e la dimostrazione che Mainetti era in grado di gestire la narrazione di un lungometraggio tanto quanto quella dei suoi ben noti corti.

Da quel film sono passati sei anni, pare incredibile ma, nel frattempo, di Mainetti non è uscito altro. Eppure lui e lo sceneggiatore di Jeeg Robot Nicola Guaglianone non se ne sono restati esattamente con le mani in mano. Solo che per realizzare Freaks Out ci hanno messo un po’ di più perché è un filino più ambizioso del suo predecessore. Ma proprio un cicinino, guarda. Sigla!

Freaks Out è, come Jeeg Robot, una storia di emarginati con superpoteri ambientata a Roma. Detta così pare che Mainetti e Guaglianone abbiano rifatto la stessa cosa, ma, se lo scheletro è simile, è tutto l’impianto a cambiare, a evolversi, a esplodere in una cornucopia di trovate, set, costumi, effetti visivi. Freaks Out è, in sostanza, PIÙ GROSSO di Jeeg Robot, anzi MOLTO PIÙ GROSSO. Innanzitutto perché è un film corale: là c’erano tre personaggi, qua solo i protagonisti sono quattro, a cui si aggiungono il cattivo d’ordinanza, figo e centrale come lo era lo Zingaro di Marinelli, e una banda di partigiani zozzi e storpi che meriterebbero uno spin-off.

Mainetti non dimentica le cose che avevano funzionato in Jeeg Robot. Innanzitutto trova subito una lingua parlata credibile eppure cinematografica, che mescola dialetto, riferimenti colti forse anche lievemente anacronistici, e dirige gli attori con mano sicura senza mai scadere nel melodramma televisivo anche quando questi producono i classici urli da ATTORI BRAVI italiani. In secondo luogo sceglie benissimo le location: la Roma che Fulvio, Matilde, Cencio e Mario attraversano è mezza disastrata eppure bellissima, tra scenari da cartolina e altri più selvaggi (non tutto è stato girato a Roma, c’è anche tanta Calabria e alcune scene girate nei dintorni di Cosenza).

Aò, ma che ve guardate?

Da parte sua la scrittura definisce alla perfezione i personaggi, e i reparti trucco e costumi fanno il resto, dando a ciascuno un carattere ben definito e complementare a quello degli altri. I “Fantastici Quattro”, vengono definiti a un certo punto del film, e chiaramente la lezione marvelliana non è distante (anche se siamo più dalle parti degli X-Men fatti bene, bene come forse non sono mai stati fatti al cinema). Altra cosa che Mainetti e Guaglianone assolutamente non si sono dimenticati, e che a questo punto possiamo definire un loro tratto autoriale, è di inserire un villain talmente complesso ed empatico da essere quasi il vero protagonista. Al Franz di Franz Rogowski, un freak nazista con sei dita per mano, che vede il futuro e suona i Guns N’ Roses e i Radiohead al pianoforte, viene riservato il conflitto interiore più importante di tutto il film, tra la sua natura di fenomeno da baraccone e l’aspirazione a conformarsi ai rigidi dettami del Reich. Un anti-eroe votato all’autodistruzione che rappresenta lo specchio dei protagonisti: loro devono imparare ad accettarsi e a vedere i propri poteri come doni, lui vorrebbe essere normale.

Siamo dalle parti dell’amore per i mostri di Guillermo del Toro, insieme a Steven Spielberg (e sì, Fellini, e sì, Rossellini) nume tutelare di Freaks Out e presenza ingombrante che si riflette nei set iper-saturi, nel design barocco degli oggetti di scena e nel tono da fiaba cupa per bambini adulti.

Ma che indichi? Che cazzo c’è?!

Altra cosa che Mainetti non dimentica è includere uno scontro all’interno di un locale lungo e stretto. Qui è il vagone di un treno ed è una delle scene madre del film, con i quattro mutanti che sbaragliano un piccolo esercito di nazisti token dopo aver scoperto, finalmente, la gioia di usare i poteri tutti insieme. E forse è proprio questo il punto di Freaks Out: per quanto ambientato in uno dei momenti più cupi della nostra storia (l’occupazione nazista), è un film gioioso e ottimista, che abbraccia la diversità e la erge a valore.

Un paragrafo se lo meritano anche gli attori. Ho già citato Rogowski, che dà una signora prova, ma anche i quattro freaks meritano: su tutti Aurora Giovinazzo, vera rivelazione del film nei panni di Matilda, mentre Claudio Santamaria qui trova un certo carisma sotto chili di trucco e peli finti. Intorno a loro si muovono Pietro Castellitto (che assomiglia un casino a Marinelli, a ‘sto punto mi sa che non è un caso), Giancarlo Martini e un Max Mazzotta in modalità ve faccio vedere io nei panni di un leader della Resistenza ispirato al Gobbo del Quarticciolo.

Io boh…

Sono molto felice di questo film, anche solo del fatto che possa esistere, che qualcuno ci abbia creduto abbastanza da farlo, e questo comporta che potrei rischiare di sorvolare sugli aspetti meno riusciti, anche se pochi. Forse ci sarebbe stato da sforbiciare qua e là per portare la durata sotto le due ore e mezza. Forse l’arco narrativo di Matilda, la sua trasformazione e presa di coscienza dei propri poteri, non è a fuoco come dovrebbe (sfigura, come detto, di fronte a quello di Franz con le sue visioni e i suoi vezzi anacronistici). Forse la battaglia finale nazisti vs. freaks è un po’ troppo caotica, anche se evidentemente l’intenzione era proprio quella di evocare il caos del campo di battaglia e lo schifo della guerra.

Poi però arriva quel finale, che Simon Kinberg e Brett Ratner dovrebbero guardare attentamente, picchiandosi ripetutamente il palmo sulla fronte davanti alla prova inconfutabile del loro non averci capito un cazzo (#Fenice).

“E poi j’ho detto, ma ndo cazzo guardi?” “LOL.”

Sono molto felice. Dovremmo esserlo tutti, che ci piaccia o meno questo film, perché la sua sola esistenza significa che quei semi che avevamo visto sparsi qua e là in Jeeg Robot sono sbocciati. Ora, se solo andassimo tutti a vederlo, anche i produttori potrebbero convincersi a non tornare a produrre solo cinepanettoni o film con Antonio Albanese. Purtroppo non sta andando così, almeno per ora. Perché? È il titolo troppo ostico? È la durata troppo durevole? È la scena dopo i titoli di coda di Venom? È il Coviddi? Perché?! Ditelo a zio George. Non arriverei a pagarvi il biglietto di persona, ma forse potrei convincervi a spendere quei nove euro demmerda.

DVD quote:

“Gli X-Men fatti bene”
George Rohmer, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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117 Commenti

  1. samuel paidinfuller

    dati i miei euri.
    in ritardo, ma dati.

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