Patriottismo e pacchianate: Sooryavanshi

ROARRR

Tempo fa parlavo di “americanata”, spiegando che non ha una definizione, e cos’è successo?
Che alcuni hanno risposto “ma sì che ce l’ha” e puntualmente hanno dato ognuno una definizione diversa.
Da una media delle risposte che ho ricevuto, emergono comunque statisticamente due ingredienti principali.
Uno è “la pacchianata”, l’esagerazione che stira, e a volte sfonda, i confini della credibilità a scopo spettacolo. Quella che io mettevo sotto l’etichetta “rule of cool”, e su cui mi ero soffermato nel mio pezzo perché era l’argomento che mi premeva sviscerare maggiormente (sintesi brutale del mio messaggio: momento spettacolare credibile > momento spettacolare non credibile > momento credibile non spettacolare) (anzi mi sento particolarmente generoso, vi faccio pure un esempio: Neo che spara facendo una ruota su una mano perché si trova improvvisamente davanti a un ostacolo ad altezza gambe che trova naturale schivare al volo in quel modo acrobatico > Neo che spara facendo una ruota su una mano sostanzialmente a caso per schivare proiettili che in tutta quella zona per motivi imperscrutabili volavano ad altezza conveniente > Neo che spara camminando dritto come se niente fosse).
L’altro, su cui avevo preferito non dilungarmi, è un ostentato patriottismo.
Perché non mi ero dilungato?
Beh, perché è semplice patriottismo, ce l’hanno dappertutto pure quello, non è un’invenzione né un’esclusiva degli americani. È un sentimento universale, di cui alcune cinematografie abusano più o meno di altre e in modo più o meno calcato e orgoglioso, e non capisco perché ricondurlo a una specificità geografica quando – guardate sempre banalmente ad esempio Wolf Warrior 2 – la gara al più fiero ed esagerato è apertissima.
Ma la storia insegna che la paternità di un termine non va al primo che lo ispira, né al suo migliore rappresentante, ma soltanto arbitrariamente al più famoso.
Perché se insistiamo a dire che “americanata” = “pacchianate + patriottismo”, il primo problema che mi viene in mente è che a Bollywood sono più avanti di due spanne degli americani su entrambe le cose.
Trailer:

Cambiamo un attimo argomento.
Il progetto Sooryavanshi sta su queste pagine prima di tutto perché trovo giusto che sappiate che esista.
Funziona così.
Nel 2011 esce Singham, remake hindi di un film tamil (cose che succedono spesso) e settima collaborazione fra la star Ajay Devgn e il regista Rohit Shetty: diventa presto popolare anche fuori dall’India per la classica manciata di scene surreali fuori contesto che spopolano su Youtube. Persino noi ce ne accorgemmo. Singham era una specie di incrocio fra Clint Easwtood e Bud Spencer, con trama ricalcata sul buon vecchio Un duro per la legge, su un uomo integerrimo che torna al suo paese e diventa sceriffo per combattere la corruzione dilagante e un boss della mala convinto di poter fare quel che gli pare. È un successo clamoroso che consacra Devgn, leading man dal carisma inaffondabile: amo chiamarlo “il Vin Diesel indiano” per una simile combinazione di stile macho/tamarro e la capacità di piegare qualsiasi genere che affronta al suo personalissimo stile (magari un giorno approfondirò su Devgn, uno che esordì nel ’92 con la versione bollywood di Kickboxer).
Devgn e Shetty sfornano un sequel nel 2014, meno fulminante ma sempre divertentone.
Il personaggio rimane popolarissimo, ma Devgn ha l’agenda fitta, per cui nel 2018 Rohit Shetty progetta un altro poliziesco, pensato per essere una specie di specchio opposto di Singham: Simmba, poliziotto corrotto dall’attitudine più comica che macho, ma che nel corso dell’avventura riscoprirà il valore della giustizia. Se Ajay Devgn è un Vin Diesel, Ranveer Singh è un Ryan Reynolds. E nel finale, con il suo tipico ingresso annunciato dal tema musicale mentre scende al volo da un mezzo in piena sgommata, arriva anche Singham a dare man forte: è ufficialmente universo condiviso.
E questo ci porta a Sooryavanshi, che è sempre di Rohit Shetty ed è ufficialmente annunciato come parte del “Cop Universe”.
Veer Sooryavanshi è un nuovo poliziotto, interpretato da Akshay Kumar, il più serio dei tre. Diciamo un Liam Neeson.
La sua missione è fermare un complotto terrorista di matrice islamica e nel finale, come anticipato da tutto il marketing e dal trailer, verrà aiutato da Simmba e Singham in quello che a tutti gli effetti diventa gli Avengers dei poliziotti indiani.
E che vi devo dire: davanti a un concetto del genere, io depongo le armi.
È come se nel ’91 fosse uscito un film che univa Martin Riggs, John McClane e il mio semi-omonimo Marion Cobretti.

Significa “Sta arrivando la polizia”

Tornando quindi al discorso iniziale: il lato patriottismo, va detto come avvertenza, è completamente fuori scala.
Fuori scala, vi dico.
Questo è un kolossal che non si fa il minimo problema nell’agganciarsi ai veri attentati terroristici di Mumbai del 1993 (257 morti e 1400 feriti), mostrare vere e crude immagini di repertorio di vittime e danni vari, e poi attaccarci una storia di finzione sugli attentatori originali che riprogettano un altro colpo, in un film che alterna momenti seri ad azione spettacolare, scenette comiche, canti e balli.
Immaginate, che ne so, se la trama di Fast & Furious 10 riguardasse il figlio di Bin Laden che tenta il bis, in un film che inizia con le immagini di repertorio di quelli che si buttano dalle torri, ma che non per questo rinuncia ai battibecchi scemi fra Tyrese e Ludacris.
Immaginatela, e non è ancora abbastanza.
Sorvolando sulla gestione della politica interna ed estera, Sooryavanshi è un film che aggancia tutto il pre-finale in cui viene sventato l’attentato a un brano solenne di orgoglio nazionale il cui ritornello è un coro che ripete “Noi siamo Indiani”. Altro che James Brown che canta Living in America.
Sooryavanshi è, in poche parole, il Captain America del Cop Universe: non tanto il personaggio, quanto il ruolo che il film stesso si assegna di portabandiera definitivo dei valori morali della saga – ma che dico della saga, di un intero paese. Una saga (super)eroistica in cui i protagonisti non hanno un pigiama o una distintiva tenuta casual, bensì indossano tutti e tre la divisa ufficiale da poliziotto. Questa è roba al cui confronto Top Gun sembra Traffic di Soderberg.
C’è, insomma, da farsi largo col machete in una giungla di momenti allucinanti che a questo turno non sono più un sottotesto che fa da finestra su una mentalità/cultura (e ovviamente una storia complessa che non è il caso di affrontare superficialmente su queste pagine), ma testo e obiettivo principale.

Tony Scott prima maniera.

Ma dal lato pacchianate che gli vuoi dire?
Sono dei maestri.
Sono i king della rule of cool.
Akshay Kumar, il loro Liam Neeson, vuoi per il training di danza a cui ogni aspirante superstar deve sottoporsi, tira dei calci volanti al rallentatore assolutamente impeccabili.
Guardare un film del genere, su questi aspetti, è come andare a scuola: non tanto perché Rohit Shetty se ne sia uscito per forza con le sue idee migliori o perché dimostri l’abilità tecnica di un Michael Bay, quanto perché diventa una carrellata sulle regole del genere che dimostra quanto conoscano il manuale in lungo e in largo.
Vi faccio un esempio molto banale: ancora non si trovano clip adeguate su Youtube (vivo in un quartiere multiculturale e me lo sono ritrovato programmato al cinema dietro casa), altrimenti vi punterei su una sparatoria a caso e vi farei ascoltare unicamente l’audio per farvi notare come i colpi di proiettile seguano un preciso ritmo musicale – non che siano sincopati alla Baby Driver, intendiamoci (anche se probabilmente si nota perché lo sono un pelo più del solito), ma non sono a caso, sono il ritmo di batteria della scena, che è quello che dovrebbero sempre essere. Senza tirare fuori esempi ovvi come Il mucchio selvaggio, cercate qualcuna delle vostre sparatorie preferite e fate caso a quanti se lo ricordano.
Un pelo meno ovvio – nel senso: dovrebbe essere più ovvio, ma non lo è – è il modo in cui trattano la sala cinematografica come uno stadio.
Là funziona così: il cinema è un’esperienza per tutta la famiglia, grandi e piccini, e film di questo genere devono accontentare (ed educare) tutti. C’è l’azione, ci sono i sentimenti, ci sono i momenti seri e quelli leggeri.
E tutto è costruito in un crescendo epico inesorabile dove una mano esperta come quella di Rohit Shetty sa perfettamente cosa sta facendo e che effetto otterrà.
Ed è per questo che, pur in un film mediamente un po’ più serio del solito, pure in una roba che in confronto ai precedenti pare un poliziesco di Peter Berg, punteggiato da quei maledetti inserti di repertorio di attentati reali, ci si può permettere il momento a un quarto d’ora dalla fine in cui parte il tema di Singham e Akshay Kumar si volta in camera, sfonda per la prima volta la quarta parete e dichiara letteralmente “Ora anche il pubblico ha capito chi sta arrivando”.
Che vi devo dire, io sono fatto così: se mi si prende con onestà, senza malizia e senza vergogna, vorrei che tutti i film fossero così.
Vorrei che Vin Diesel e Dwayne Johnson facessero pace, e magari tenessero tutto sotto silenzio, e poi nel prossimo Fast & Furious a un quarto d’ora dalla fine a sorpresa sul più bello si sente la voce fuori campo che dice “do you smell what The Rock is cooking???”, parte Method Man, e Hobbs arriva trionfante scendendo da un carroarmato in corsa.
Vin, Dwayne, fatelo succedere.

Singham, Sooryavanshi, l’intralcio sentimentale, Simmba.

Netflix-quote:

“Anche meno”
Chuck Norris

>> IMDb | Trailer

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64 Commenti

  1. Lucas Leivatiotispacco

    Solo a leggere la rece mi è salito l’odio per il Pakistan, non riesco a immaginare cosa possa essere il film

    • Chuck Sigirah

      Uè, mi sa che i poliziotti multiverso ce li abbiamo anche qui. Si sono uniti, girano nelle piazze ad acciuffare i novaxnosupergreenpass ma se sei accorto li distingui dai costumi dei tre mondi da cui giungono: The North Face, Napapijri e K-Way. Se sei un ribelle, saranno spietati. Questa è un’ italianata.
      In Matrix 4 c’ è Neo che fa la ruota per schivare gli sputi del Nanni verso lo schermo. Questa è un’ italoamericanata.
      Il concetto di americanata intesa come orgasmo patriottico applicato anche dalle altre Nazioni non mi convince. Per me gli altri han solo fatto susseguenti copiaincolla. A parte i francesi, che cops e superuomini in armi generalmente li perculano.
      Del resto, è nata prima Hollywood o Bollywood?

  2. udokier

    Ammazza Nanni ‘sta cosa dell’americanata ti tocca proprio.

    • È tutta una situazione che apre una miriade di concetti di quelli che mi fanno quasi venire voglia di tornare ad avere 20 anni e, tra un disco dei Maneskin e l’altro, fare un’altra tesi di sociologia.

  3. Gigos

    1) Possiamo quindi definirlo una “indianata”?

    2) La descrizione del momento fomento finale mi ha ricordato quando in FF7 Hobbs si spacca il gesso gonfiando il quadricipite (perché semplicemente si è stufato di avere una gamba rotta) e scende in strada a fare casino con un mitragliatore in mano. L’entrata in scena se non sbaglio veniva annunciata dalla Rodriguez senza rompere la quarta parete, ma quasi.

    3) Capo hai dimenticato la quarta eventualità, la più mesta: momento non spettacolare e non credibile (tipo, boh, Star Wars VI quando gli Ewoks battono gli stormtrooper con una corda e due bastoni).

  4. Killing Joke

    Ma infatti americanata = patriottismo è un concetto ormai obsoleto.
    Per i film all’insegna dello sciovinismo duro e puro ormai bisogna andare in India, Cina, Russia, ecc.

    • Easter Leeno Banphy

      See, va beh, mi sa che non vai al cine da un pò. Solo contando i supereroi della gli States hanno la franchigia pagata fino al 2070.

  5. Al Panino

    Madonna non c’è proprio limite alla tamarraggine, a confronto Fast 9 è morigerato e credibile

  6. Killing Joke

    È un discorso diverso, Leeno.
    È verissimo che se c’è un’americanata nel cinema di oggi sono proprio i film dell’MCU.
    Ma è un modo diverso di intendere l’americanata, per capirci, non quello alla Top Gun. Per me “Eternals” è proprio l’esempio di cosa si intenda per americanata nel 2021

  7. Killing Joke

    @Easter Leeno Banphy

  8. Ok ci rinuncio.
    Non sono bastati articoli scritti in oltre dieci anni più un pezzo e mezzo specificatamente sull’argomento, in cui ogni volta si fa notare esplicitamente che nessuno di voi riesce a dare una definizione comune, coerente e sensata al termine.
    Penso finalmente di aver capito qual è la vera definizione definitiva di “americanata”.

    Americanata: una cosa che non si riesce a descrivere per cui si va semplicemente a guardare chi l’ha fatta. L’hanno fatta gli Americani? Americanata.

    Così può andare?

    • Michele Gardini

      Lessi da qualche parte che qualunque discussione che si prolunga abbastanza a lungo finisce in semantica. La cosa sorprendente è che vale sempre, anche e soprattutto per parole e concetti basilari come scienza, per cui si scopre che “una definizione comune, coerente e sensata al termine” non esiste. Proprio l’epistemologia ha dimostrato che è un’utile illusione, o meglio, una necessaria convenzione.
      Ovviamente tutto questo è anche troppo per un concetto come A., se esiste e lo usiamo (molto poco, sempre di meno) è perché a un certo punto della nostra storia è stato coniato e si è rivelato utile. Non serve più? Sparirà. Ne arriverà uno migliore/più adatto a esprimere il concetto in nuovi contesti/più popolare per motivi X. Io non ci perdereri il sonno. Ma nemmeno la pennichella. Infatti ora vado a farla. Yawn.

    • Il punto è che ogni volta che qualcuno dice “americanata” io non capisco cosa intende. Ma, molto più importante, e dimostrato dai commenti, anche quando lo usate fra di voi non vi capite fra di voi. Quindi ho il sospetto che stiamo parlando di un termine che usa soltanto gente che non ci tiene particolarmente ad avere una conversazione di successo, o particolarmente approfondita, o che sta scoprendo solo ora che non funziona a meno che non lo si usi col proprio migliore amico, come quando dici “coso”. A volte la gente taglia un termine fuori dalla conversazione perché non utile; altre volte, è il termine che taglia fuori certa gente perché non sa veramente cosa sta dicendo.

    • Pier

      Ma guarda, spendo i miei 2 cents, tutti abbiamo una nostra definizione diversa, è vero. Quando un significato è abbastanza complesso si abbrevia. Si la chiamiamo americanata perchp, volenti o nolenti, siamo sempre stati culturalmente sudditi dell’america per ragioni politiche, qui in europa occidentale. Non dimentichiamoci l’Americanata nel sociale: le convention, i concorsi di bellezza per bambine piccole (Cfr. Little miss sunshine), la richiesta di fidanzamento al ristorante in ginocchio con anello, la gara a chi si ingozza di più etc…. cose non da Europei.

    • Michele

      Non ti crucciare Nanni, “americanata” è palesemente un termine passepartout per buttarla un po’ in caciara, non ha una definizione univoca.
      È un po’ la pacchianata, è un po’ patriottismo, è un po’ quella vena repubblican-reazionaria che trasuda dagli action muscolari anni ’80, un po’ tutto e un po’ niente dei precedenti.
      Quel che mi sembra abbastanza certo e comune a tutte le opinioni è che l’americanata è totalmente priva di autoironia.

      Che il cinema Bollywoodiano abbia un sapore che ricorda tutto ciò ha senso, visto che ha preso il peggio di tutta sta roba e l’ha distillato tipo grappa di prugne, è normale che faccia un effetto simile.

      Comunque vorrei sottoporti questa versione del termine in oggetto che mi è capitato di udire, e che mi piace molto.

      Interno, notte. Guardiamo Pacific Rim con amici.
      Robottoni alti 100 metri pigliano a pizze mostroni altrettanto grossi —> tutto regolare, nessun problema riscontrato.
      Il robottone tira un pugno che attraversa un palazzo e con l’ultimo millimetro di corsa di quel pugno tocca una scrivania e fa partire un “pendolo di Newton” (tra l’altro violando qualunque legge della fisica e della logica molto di più con questo piccolo gesto piuttosto che con tutto il resto, ma sorvoliamo) —> ecco che uno dei presenti grida “americanata!”

      Dici che rientra nella pacchianata e nella “rule of cool”?
      Può essere, alla fine è un dettaglio del tutto inutile e fisicamente bislacco messo lì solo per rendere ulteriormente tamarra la scena.

      Però mi piace sottolineare come in questo esempio i robottoni al neon che si sfasciano a colpi di petroliere restano invece nel seminato, qualcosa che il suddetto amico ha percepito come tutto regolare (e mi sentirei di concordare).

    • Rule of cool da manuale, da un regista esperto che sa che un pugno gigante che attraversa un palazzo non è abbastanza e c’è spazio per la ciliegina sulla torta.

    • Michele Gardini

      Concordo col mio omonimo, nella mia definizione la chiave che distingue A. dallo svacco generico non è per forza il patriottismo (che può o meno essserci), quanto la completa mancanza di autoironia e l’eccesso di autocompiacimento. Non è mostrare i muscoli, è gonfiarli fino a vedere i singoli capillari, farli danzare e brillare ai riflettori in giochi di luce strobo. Chiedere alla sospensione dell’incredulità di fare l’uscita in doppio teso con carpiatura e fare finta di niente quando nell’atterraggio arriva di faccia. Spingere la rule of cool oltre, perché loro possono. Chiaro che oggi in India lo fanno meglio. Ma un tempo era praticamente il marchio del stelle e strisce. Non lo rimpiangerò. Spero.

  9. Michele Gardini

    “alcuni hanno risposto” gotcha.

    “l’esagerazione che stira, e a volte sfonda, i confini della credibilità a scopo spettacolo”. Non a volte, lo deve fare, e lo deve fare senza la minima traccia di autoironia e/o vergogna, e senza nemmeno uno scopo spettacolo: lo deve fare perché può.

    “Ma la storia insegna che la paternità di un termine non va al primo che lo ispira, né al suo migliore rappresentante, ma soltanto arbitrariamente al più famoso.” Il che a volte è anche il primo, o il migliore (per chi?), ma sempre essere quello storicamente significativo per il periodo e il contesto. Il concetto di A. è nato e si è diffuso dalle nostre parti perché per un lungo periodo da lì è arrivata la maggioranza di materiale che usava quel canone. I tempi sono cambiati, ed è innegabile che oggi c’è chi fa di meglio (ah ah), ma ci vuol ben altro per rimpiazzerà il termine, visto che i film indiani/cinesi/russi patriottardi per ora da noi hanno pubblico limitato. Ma sarei felicissimo se il buon Nanni riuscisse a lanciare un nuovo termine adatto a soppiantare il vecchio, e aiuterei volentieri a diffonderlo. Anche perché del vecchio non sentivo esattamente la mancanza.
    Vi viene mai voglia di farvi una serata a rivedervi gli episodi dei chips? Appunto.

    • Ma, vedi il mio commento sopra, in cosa lo dovrebbe soppiantare esattamente? Ormai è ampiamente dimostrato che usate “americanata” per descrivere diverse cose slegate da loro se non dal fatto che le avete viste coincidentalmente in un film americano. E che non è che i film cinesi/indiani hanno iniziato a fare adesso. Cose che, prese di per sé, un termine magari ce l’hanno già. Vedi “patriottismo”.

    • Michele Gardini

      Ho risposto sopra. Hai perfettamente ragione, lo usiamo in modo diverso, ma come tu stesso hai osservato, basandoci su un nucleo di concetti comuni, che possono variare, ma che ci permettono di capirci, magari non perfettamente, ma in modo sufficiente allo scopo. Il che riguarda praticamente qualsiasi altro termine che usiamo. Per il resto, ribadisco, lo definiamo A. perché è arrivata da là. Quante serie cinesi/indiane/russe ganassa sono passate su Italia 1 e Canale 5 negli anni 80? Quanti Rocky/Rambo/Commando cinesi abbiamo visto al cinema quando eravamo giovani? Tutto qui. In futuro, se i film più visti saranno quelli indiani e cinesi, nessuno userà più A., e se proverà a farlo si sentirà dire che è vecchio, probabilmente con la nuova versione di “OK Boomer” che andrà all’epoca. Funziona così.

    • Ah sull’origine siamo d’accordo. Però ecco, nel mio piccolo vi faccio notare che non regge, e che non vi state nemmeno davvero capendo, e spero di stimolare una riflessione.

    • Michele Gardini

      Veramente quando ho proposto la mia definizione di A. ho avuto solo approvazione e commenti favorevoli (tranne sul “ci sta”…). Il che dimostra poco, visto che mi farai osservare che altri hanno dato altre definizioni, aggiungendo o togliendo roba. Ma lo hai ammesso proprio in questo post, quasi tutti hanno individuato un nucleo di concetti condivisi, qui tu hai aggiunto un dato importante, l’origine geografica/storica, sulla quale nessuno potrebbe avere da ridire (quasi nessuno, perché qualcuno che dissente c’è sempre, appunto), infatti lo diamo semplicemente per scontato visto che è nel termine stesso. Quindi da una parte tu stesso individui le similitudini, dall’altra ti impunti sul fatto che non ci capiamo. E invece ci capiamo, visto che se non ci capissimo il termine sarebbe scomparso da anni. Sarebbe diventato da tempo inutile, e avremmo trovato altro. Hai piena ragione sul fatto che oramai è sempre meno utile, e sparirà, rimarrà al massimo uno di quei termini che individuano un periodo. Ma ribadisco, non cavalcherei troppo il concetto di “non ci capiamo” come stai facendo, come se fosse una questione di on-off. Le parole non sono formule matematiche, se le usiamo è perché rappresentano un utile compromesso per individuare concetti condivisi (dai più, o anche da una nicchia, vedi le terminologie specialistiche). Lo fanno sempre in modo più o meno impreciso, quando non servono più o si trova di meglio, saluti.
      Se poi A. ti sta proprio sugli zebedei, io voto a favore per il ban per chiunque lo usi. Se non si è capito, sta abbastanza sul pacco pure a me.

    • “se non ci capissimo il termine sarebbe scomparso da anni”

      Non sono d’accordo.
      Succedono tre cose:
      – ci sono un paio di concetti ricorrenti nei tentativi di definirlo, e io dimostro che ognuno di essi ha il proprio nome separato e che non hanno niente a che fare con una provenienza geografica piuttosto che un’altra;
      – ognuno insiste comunque a dare una definizione tutta sua, ho solo indicato i due concetti statisticamente più citati (che ne so, proprio sopra di te c’è uno che definisce americanata gli Eternals, che è un film 1- più sobrio della media e 2- che sceglie attivamente di allontanarsi dall’americacentrismo dei blockbuster medi per mostrare piuttosto una rappresentanza mondiale, ovvero l’esatto contrario dei due concetti più popolari che ho citato);
      – è un termine che non viene usato in analisi, viene usato solo colloquialmente, è una banale scorciatoia che viene usata quando sostanzialmente non te ne frega un cazzo di essere davvero capito del tutto o quando hai già pre-installato un contesto in cui, magari per esclusione, bene o male ti intendi. Come quando dico “cosa” e mi capisci perché hai letto la frase precedente, o perché sto fisicamente puntando il dito. Come tutte le scorciatoie è facile, e i contesti in cui gente che non ha interesse ad approfondire le analisi di cinema vuole parlare di cinema lo stesso abbondano.
      Io sto qua solo per farvelo notare e aiutarvi il più possibile a non illudervi/confondervi. Magari addirittura a non impigrirvi.

    • Michele Gardini

      A. nasce perché riassume concetti diversi che individualmente hanno significato differente, altrimenti nessuno avrebbe sentito la necessità di trovare un nuovo termine, e tantomeno si sarebbe diffuso. Ma il fatto che non abbiano niente a che fare con una provenienza geografica non lo hai affatto dimostrato, anzi. Non puoi infatti onestamente contestare il fatto che per un periodo di tempo piuttosto lungo, probabilmente non ancora terminato, quel tipo di patriottismo e il modo di rappresentarlo ha avuto una provenienza precisa e culturalmente definibile. E ha trovato un termine probabilmente anche in contrapposizione al nostro modello culturale, tradizionalmente più critico verso i modelli patriottardi, un tratto molto distintivo anche nella nostra cultura popolare. Ma non allarghiamoci troppo. Quello che conta è che se oggi pul fare riferimento a modelli alternativi, che peraltro rimangono molto minoritari, per lungo tempo la provenienza geografica dello stile “pacchiano” era largamente definibile cultural/geograficamente in modo condiviso.
      Come scrissi comunque già nella mia (personale) definizione, A. è una questione di grigio in cui muoversi, per cui al netto di esempi che sono diventati meme (gli incidenti dei chips, l’inizio di Rocky 4, Rambo dal 2 in poi, il “Non ho tempo di sanguinare” e via così), per il resto ognuno porterà esempi suoi e qualcun altro non sarà d’accordo, trovando più o meno accordo.
      Quanto al fatto del suo uso colloquiale sciatto, non posso che concordare. Per quello non piangerò quando sparirà. Il che sta già avvenendo, visto che non mi risulta una grande diffusione tra gli attuali ventenni, anzi mi sa che per molti non ha proprio senso. Ma non per modelli alternativi altrettanto forti, o di provenienza diversa. Il fatto è che il linguaggio si sta semplicemente impoverendo, da tempo. E personalmente preferisco maggiore varietà, con meno condivisione e più discussione, che poco ma condiviso da tutti. Perché pure quella è pigrizia. Quella della massificazione del “patrimonio condiviso”. Perché, come disse qualcuno (quasi tutti i buoni aforismi hanno attribuzione incerta) se quello che dici non offende nessuno, vuol dire che non hai detto niente.

    • Sostanzialmente accetti anche tu che quando “americanata” ha avuto un senso, se ce l’ha davvero avuto, era tra quel tipo di gente che guardava solo film americani e italiani, per cui qualsiasi cosa che non ci si sarebbe aspettata da un film italiano diventava automaticamente, spontaneamente, un’americanata. Questo gli avrà pure dato un’utilità provvisoria, ma non una definizione, o perlomeno non una che valga davvero la pena sbattersi a rifinire. Il contesto di cui parlavo più su. Più abbiamo avuto modo di allargare i nostri orizzonti, più la gente che aveva interesse ad allargarli ha smesso di usarlo. Ma di base, lo citavo nel vecchio pezzo, l’amico Wim Diesel aveva già sintetizzato tutto quando disse “tu le chiami “americanate”, io le chiamo “film in cui succedono cose”.”

    • Che poi intendiamoci, se gli trovassimo davvero un utilizzo preciso e circoscritto anche spurio, tipo quando diciamo “bacio alla francese” anche se si bacia uguale in tutto il mondo, ci posso anche stare. Ma così significa solo “non mi viene un termine preciso per la cosa che intendo e/o non ho idea che la stessa identica cosa si faccia da sempre anche altrove”.

    • Michele Gardini

      Che oggi abbia un senso usarlo infatti pure io ne dubito, ma se ha avuto tanta diffusione, evidentemente un senso l’ha trovato, anche se non era lo stesso per tutti. Perché non era solo della tipologia di spettatore che tu individui, in cui comunque mi ci ritrovo. Infatti non ricordo da giovane ed adolescente di essere mai andato a vedere film che non fossero americani o italiani, tranne poche rare eccezioni (James Bond e poco altro, che infatti facevano storia a sé). E non ricordo tra i miei coetanei nessun appassionato di cinema francese, svedese o di altra provenenienza. Ma il termine A. in casa mia lo usava soprattutto mia nonna, per cui sarebbe interessante capire quando compare. Perché è ovviamente basato su stereotipi consolidati. Ma non è mai stato solo legato al “film in cui succedono cose”, non avrebbe mai avuto senso. Era più che altro per il come succedevano. Perché tra Rambo (2) e James Bond, la differenza non è mai stata solo l’accento dei protagonisti, e lo si capiva anche da ragazzini, anche senza aver letto saggi antropologici. Le sboronate di provenienza stelle e strisce avevano la caratteristica di distinguersi, anche se il termine A. è sempre stato colloquiale, mai nulla di rigoroso, quindi passibile di interpretazioni diverse. Personalmente trovo che la definizione migliore (o forse solo la più divertente) l’abbiano data quelli di Honest Trailers, parlando della nascita di Capitan American: “he becomes a superhero in the most American way possible: steroids”.
      Comunque se questo termine per te non ha mai avuto senso, in quanto eccessivamente vago/sciatto/fuorviante, fair enough.

    • Vabbè, secondo me stiamo girando un po’ in tondo ma è una bella discussione educata.
      Faccio omaggio di una “deleted scene”, un paragrafo che avevo scritto e poi cancellato per non dilungarmi troppo:
      Madame Cobretti sostanzialmente chiama “americanata” le classiche e consolidate formulette hollywoodiane. Gli schemi, i luoghi comuni, le strutture narrative, ma non solo, anche il modo di dirigere/recitare. Quindi non solo gli action ma anche le commedie, i drammi e i film sentimentali. Non solo le esplosioni e le acrobazie a caso ma anche che ne so, i sentimenti urlati, i gesti eclatanti, o l’esaltazione dell’american dream, o le corse verso l’aeroporto per confessarsi all’amata. E insomma: non la condivide nessuno, non tiene tecnicamente conto di tanti film indipendenti che mischiano e sperimentano, e va limata delle differenze di sfumatura con certe regole universali, ma se non altro ha un aggancio plausibile e mi sembra un buon passo in direzione del senso e dell’utilità.

    • Michele Gardini

      Ringrazio molto per il gradevole scambio, ma in un sito di menare sarebbe imbarazzante chiuderla a tarallucci. Proviamo a rilanciare sul tema (senza menarci). Archiviato il termine A. per sospetta inutilità e quasi certa inadeguatezza ai tempi, potremo cominciare a chiederci se lo stile pacchiano/sguaiato/autocompiacente di questi nuovi produttori di materiale filmico sia solo una caratteristica derivativa e transitoria, destinata a stufare anche il pubblico autoctono, oppure è lo sviluppo naturale di uno stile/ideologia già presente nei fondamentali delle culture di base, e quindi destinato a durare e a generare catene di mostruosità, su schermo e non.
      Lo so, è tanta roba, ma il futuro è di questi qua. Avremo sicuramente modo di riparlarne parecchio, ma mi sembra utile cominciare a porsi il problema.

    • Ah no, quello è nel nostro dna ed esiste dalla notte dei tempi. Fin dall’invenzione del wrestling. Ma che dico, dall’invenzione del circo. O delle ombre cinesi (ma erano davvero solo cinesi?). Dove manca è solo in certe cinematografie come quella italiana (ma non solo) in cui a un certo punto per motivi “politici” (storia lunghisssssima) si è deciso che gli aiuti finanziari andavano solo alle opere di “interesse culturale”. Ma c’avevamo Ercole, Maciste e – lo citavo nella recensione – Bud Spencer.

    • Pier

      Raga, io non verrei buttare tutto in vacca, e vi o letto. Ma la bellezza della capacità istintiva di sintesi delle persone? “Quello lì è un PIRLA”. “quel film è BELLO”. “Quel film è un’americanata”. Dire che una persona usa la parola americanata perchè “non si sa esprimere” ( chè il concetto espresso da Nanni è quello) è un pò fastidioso. Un pò tanto supponente.

      La treccani:

      americanata s. f. [der. di americano]. – Azione da americano; per lo più scherz., riferito a cosa o impresa eccentrica, sorprendente, esagerata e talvolta un po’ pacchiana, in base all’immagine stereotipata dei modi e delle manifestazioni in uso negli Stati Uniti d’America.

      Poi però ogni definizione ne richiede un’altra: quella di pacchiano. etc.

    • Pier, se avessi voluto fare delle recensioni che si fermavano a “quel film è BELLO/BRUTTO” non aprivo un sito, aprivo un Twitter.

    • Pier

      Vogliamo fare filosofia? Bene: prima nasce un’idea e poi una parola che approssimativamente assomiglia a quell’idea. E se viene compresa nel suo significato e accolta dalla maggioranza diventa parola comune e accettata. La parola americanata non l’hai creata tu (accettalo) non l’hai creata ma…ti da fastidio l’uso che ne facciamo qua nel sito, ognuno con la sua gradazione. Va bene dibattere. Ma se dici che sono anni che ne parli e ognuno ha la sua e non sei stato capito ti consiglio: fai una definizione tipo treccani e firmala. Poi ognuno se la legge e bona.

    • Pier, è esattamente quello che ho fatto. Ho detto “non ha una definizione, la usate per intendere cose che una definizione ce l’hanno già quando non sapete che altra parola usare o non vi interessa”. Lo dice anche la Treccani, riscrivendo sostanzialmente la definizione di “pacchianata” e specificando che “americanata” è usato per lo più in senso scherzoso (ovvero non da chi vorrebbe fare un minimo di analisi).

    • Pier

      Ma non leggi o non capisci? Sei obnubilato? Esiste un vocabolario della lingua italiana. E la parola E’ DEFINITA. La parola serve perchè gli esseri umani hanno capacità di SINTESI e richiedono parole per esprimere concetti complessi, non concetti che NON CAPISCONO come dici tu. Sei la nuova trccani ? il Verbo?. Scrivi una definizione ( ma non millemila parole in centomila recensioni), UNA definizione TUA. Breve, sintetica, chiara. Tu sei in disaccordo con la Treccani? E quando con altrettanta capacità di sintesi, cosa che manca molto a questo sito Gonzo, l’avrai scritta proponila. E forse qualcuno sarà in disaccordo con te. Prendiamoci meno sul serio se no si diventa la parodia di se stessi. E comunque hai detto a tutti i tuoi lettori che non capiscono e non sanno usarla etc. Attento.

    • Pier, secondo me sei tu che non hai letto bene la definizione della Treccani, e io la mia opinione sulla faccenda l’ho già espressa. E ti stai agitando di nuovo per motivi che non capisco, ma non so che farci.

    • Pier

      Nanni, sei pesante. E mè dimmi pure che dico pesante perchè non so dire altro. Mammamia!

    • Pier

      Ah la tua definizione VS la Treccani è questa ?
      “Americanata: una cosa che non si riesce a descrivere per cui si va semplicemente a guardare chi l’ha fatta. L’hanno fatta gli Americani? Americanata.”

      Scusa, pensavo ci prendessi tutti per il culo. Altrimenti…fa schifo.

    • Michele Gardini

      @ Pier: per favore, basta. Se vuoi fare rissa perché il sito ti ispira, fallo nella discussione precedente aperta da Nanni. Questa che ho cominciato io l’ho anche chiusa, aprendo un altro argomento, che ritengo più interessante. Sull’A. si è detto pure troppo, anche basta. Grazie.

    • Michele Gardini

      @ Nanni
      Ma io non parlavo della violenza come spettacolo, parlavo del modo di rappresentarla. Perché prima del wrestling avevamo il pancrazio, con i cesti rinforzati e gente sfigurata, e prima del circo l’altro circo, quello dei gladiatori e delle esecuzioni pubbliche “educative”. Prima c’è stata la violenza, ritualizzata, controllata ma vera, poi l’abbiamo trasformata in parodia o rito esplicitamente fasullo. Nei film di Bud Spencer non solo non moriva nessuno, pure i pugni erano esplicitamente quelli dei cartoni animati, la gente si rialzava scrollando la testa e tornava normale, nessuno aveva dubbi sul fatto che fosse finto. Non vedo da tempo un Maciste, ma da quel che ricordo di sangue non se ne vedeva, e la cartapesta era evidente. Nei film come Singham o Radhe invece l’eroe spara per ammazzare, non sono costruiti come parodie, nemmeno come la forma più estrema di parodia, la tarantinata. Magari a noi fanno l’effetto di parodie involontarie, ma dalle vostre recensioni non mi sembra proprio che per il loro pubblico la lettura sia questa. L’esagerazione non serve a diminuire l’effetto della violenza, gli fa solo da cornice. Almeno questo è quello che si capisce da quello che ho letto qui sul sito. Perché dopo aver guardato i trailer non ho mai trovato il coraggio di guardarmi uno di questi capolavori. Vi leggo anche per questo: non ho l’istinto Tafazzi.

    • Sì ecco io non parlavo della violenza di per sé, parlavo della tendenza in generale a stirare la realtà per dare spettacolo. Singham e Radhe agiscono in una specie di schizofrenico limbo in mezzo tra Bud Spencer e Clint Eastwood: raramente sono violenti, a volte tirano schiaffi volanti o fanno mosse buffe e impossibili, altre volte si esibiscono nella scazzottata dura ed estesa alla fine della quale ci scappa il morto. Ma anche le star d’azione di Bollywood più violente tendono comunque a privilegiare l’estetica, mentre gli americani scendono a molti più compromessi e sanno anche essere concreti, arrivando al paradosso moderno di suggerire scontri “realistici” e poi inquadrarli male, utilizzando la shaky cam o i tagli di montaggio troppo timidi. In India invece la priorità va sempre al gesto plastico, da brava gente che alla rappresentazione delle botte ci arriva come deriva della rappresentazione della danza. Viene da pensare a quello che fanno in Cina con i cavi nei wuxia, ma là è rappresentazione di eleganza e descrizione di carattere, mentre in India è proprio la loro idea di coolness pura.

    • Michele Gardini

      Correggimi se sbaglio, il succo è quindi che per loro sparare in testa al cattivo o prenderlo a schiaffoni è indifferente, conta la coreografia e l’effetto scenico, quanto è ritmico e ben inserito nel quadro e come si armonizza alla “danza”. E non si fanno problemi riguardo un possibile limite oltre il quale si sfonda il ridicolo e si entra in farsa, il che per il gusto occidentale scatena l’effetto pacchianeria, con un fondo di inquietudine. E questo non sembra destinato a cambiare, visto che a loro piace così. Su queste basi non vedo prospettive per l’esportabilità dei loro prodotti. Non so se essere rassicurato o deluso. Comunque staremo a vedere. Grazie ancora e buona notte.

    • Sostanzialmente sì, ma non hanno neanche un gran interesse ad esportare per motivi che comprendo solo fino a un certo punto. A noi arrivano gli scappati tipo Tarsem. E spiace perché un Rohit Shetty a Hollywood non ce lo vedo più di tanto, ma un S.S. Rajamouli (Baahubali) sì.

  10. Vitto Ogami

    La cosa più terribile di tutto ciò è che questi film non si trovano facilmente :((

  11. Curry curry uaglió

    La Netflix quote mi ha ucciso! ^_^

  12. Chuck Sigirah

    Uè, mi sa che i poliziotti multiverso ce li abbiamo anche qui. Si sono uniti, girano nelle piazze ad acciuffare i novaxnosupergreenpass ma se sei accorto li distingui dai costumi dei tre mondi da cui giungono: The North Face, Napapijri e K-Way. Se sei un ribelle, saranno spietati. Questa è un’ italianata.
    In Matrix 4 c’ è Neo che fa la ruota per schivare gli sputi del Nanni verso lo schermo. Questa è un’ italoamericanata.
    Il concetto di americanata intesa come orgasmo patriottico applicato anche dalle altre Nazioni non mi convince. Per me gli altri han solo fatto susseguenti copiaincolla. A parte i francesi, che cops e superuomini in armi generalmente li perculano.
    Del resto, è nata prima Hollywood o Bollywood?

  13. Kairos

    Più che discutere ancora del termine, mi interessa il succo del discorso. Dal mio punto di vista, secondo e terzo termine del tuo schema sono da invertire: momento credibile non spettacolare > momento spettacolare non credibile, sempre intendendoci sul fatto che la credibilità è contestuale al film ed è cosa diversa dal realismo. Per me, soggettivamente, la credibilità interna è essenziale a tenermi dentro un film, ed è la premessa su cui costruire lo spettacolo. Se la saboti, stai facendo un danno.
    Poi è ovvio che, se mi prometti dello spettacolo, qualcosa mi devi dare. Ma se ti rendi conto che non riesci ad essere credibile nel tuo contesto, forse ti conviene ritoccare il contesto: se parti dall’idea di scene d’azione come in Last Action Hero, non puoi girare il resto del film come fosse Heat.

    • Inizia a farci caso più spesso e ti meraviglierai da solo di quanto sei maggiormente disposto a perdonare una scena che ti colpisce ma non ha molto senso rispetto a una che ha senso ma va via insipida, non ti dice niente, rallenta il ritmo e perde la tua attenzione. Non è comunque una regola mia, è come ragionano tutti i pro del settore. È la classica regola che se la infrangi devi sapere che la stai infrangendo e avere un buon motivo per farlo.

    • Kairos

      Su questo sono d’accordo. Lo spettacolo è un’ingrediente “misurabile”, è chiaro che gli si assegnino risorse e che se ne voglia possibilmente “di più”, nei limiti del budget. La credibilità interna, invece, dipende in ultima analisi dall’abilità del regista e dalla sua capacità/possibilità di imporla. È vero che si perdonano facilmente le forzature, ma, almeno nel mio caso, solo se sono abbastanza lievi e non inficiano troppo l’equilibrio complessivo del film. In sostanza, se anche mi dai una collezione di scene d’azione fichissime ma tutto il resto non gli si accorda/funziona male, io dal film esco deluso. È il motivo per cui, riconoscendogli l’occhio e l’abilità quasi sovrumana, ho dei problemi con Michael Bay.

    • Direi che lo schema rimane uguale e che cambiano solo le sfumature in mezzo.

  14. Lorenzo Pigiamas

    In merito alla definizione che si tenta di fornire di “americanata”, al di la’ dell’elemento della spettacolarizzazione, appare piu’ interessante concentrarsi sul secondo pilastro, ossia il patriottismo.
    Se ormai certe tipologie di produzione ad alto budget – non indispensabile ma certo di ausilio per il rispetto della rule of cool – sono accessibili a molti, solo pochi paesi possono permettersi la possibilita’ di effettuare, ancorche’ nel contesto di un film d’azione, una riflessione sul sistema politico o sociale rappresentato, definendone indirettamente il grado di democraticita’ e scolarizzazione.
    E’ il motivo per il quale i blockbuster di Cina ed India non riescono a diffondersi a livello internazionale e restano relegati ai rispettivi ambiti locali – comunque enormi e che garantiscono incassi milionari – o alle comunita’ di emigranti che vogliono conservare dei legami culturali con le patrie di appartenenza.
    Un film indiano visto al cinema e’ di certo una esperienza totalizzante, sfiancante, per certi versi memorabile. Penso alla visione di Baahubali 2, la lunghezza interminabile, il coinvolgente tifo da stadio in sala nelle scene di combattimento, lo straniamento nel leggere scritte in sovraimpressione che informano di non aver usato animali veri nonostante l’evidente cgi, l’alternanza di dramma e commedia demenziale, la paradossale rappresentazione simbolica del sesso, l’assoluta mancanza di sfumature nel tratteggio di ideologie e personaggi, l’amara riflessione sulla scolarizzazione del pubblico medio di riferimento.
    Non so in quali termini lo Sri Lanka cinematografico rappresenti per l’India quello che Hong Kong ha significato per la Cina e non ho dubbi che il film in parola sia ottimo nel suo genere, tuttavia non si puo’ ignorare come queste opere, andando oltre la superficie ben confezionata di sparatorie, inseguimenti e balletti, diano per scontati e quindi legittimino immobilismo di classe e nazionalismo esasperato, lasciando nel palato dello spettatore occidentale un retrogusto sgradevole.
    Preso atto delle similitudini che trascendono i confini geografici, forse l’americanata potrebbe essere definita in primo luogo per esclusione, esiste come categoria purche’ un determinato paese sia sufficientemente avanzato a livello sociale da permettere la produzione di una cinematografia che ne sia l’opposto, denunciando le storture del sistema di valori esaltato in precedenza. Se viene a mancare questa premessa di base, se il disimpegno organico e retrivo assorbe il suo contrario, i film che rimangono non sono piu’ classificabili come americanate ma diventano propaganda audiovisiva.

  15. Pier

    Suggerimento ( mi ripeto) : guardare “Team America”, il film d’animazione con pupazzi. Americano. che prende in giro L’Americanata. E la sigla col ritornello “Americaaa, fuck, yeahhh!”. Divertentissimo.

  16. Pier

    https://www.youtube.com/watch?v=r3awSn_ssl4

    L’Americanata in musica. ” America, fuck, yeahh!”

  17. Robert de nicchia

    Il film recensito diventa mcguffin per un dibattito davvero di ottimo livello. “Americanata” forse è un termine anni ’80 come “zarro”. Figlio di un epoca e destinato ad estinguersi. È vago ed appartiene ad un decennio senza gli slanci culturali dei ’60 o dei ’70. Negli anni 80 si diceva “uacciu’uari” . Lo si diceva per simulare la lingua inglese, all’epoca misconosciuta ed esoticamente cool, o meglio, figa. In Italia non si viveva certo nel mondo globalizzato di ora, si guardavano tutti gli stessi film, lunedìfilm con la sigla di luciodalla.
    Arrivavamo poi dall’impegno del cinema americano anni 70 e da un forte legame con il nostro cinema ancora in epoca dorata. Quando abbiamo iniziato a vedere i rocky 4, abbiamo coniato immediatamente il termine. È vago, vero ed impreciso ma ricorderò sempre l’efficacia della definizione di matrix datami da un amico. Io chiesi: ma davvero presenta tematiche gnostiche? E lui: “si, ma in chiave maranza”. Impreciso? Si. Vago? Certo e non sicuramente professionale, ma per me straordinariamente efficace

    • > Il film recensito diventa mcguffin per un dibattito davvero di ottimo livello.

      Sono molto contento e cercherò di farlo succedere più spesso.
      Per il resto: “maranza” è un termine forse vago, ma ecco, almeno si sforza di descrivere quello che vede invece che cercare un fantomatico colpevole…

  18. Killing Joke

    Alla fine ha ragione il Nanni, è che qui sopra abbiamo concetti molto diversi di “americanata”.
    Per me che ho citato gli “Eternals” non è necessariamente legata all’esibizione di patriottismo muscolare, quanto al voler trasmettere i valori che caratterizzano l’America in quel preciso momento storico, ma posso capire che altri la considerino in altro modo.

    • Beh ottimo, spiazza perché Eternals è quasi l’esatto contrario di quello che si tende a descrivere col termine e quindi ha poche speranze di essere adottata, ma è una definizione che altrimenti mi sentirei di promuovere.

  19. Wim Landers

    Ciao Nanni,
    Il What If.. di un film con Martin Riggs, John McClane e Marion Cobretti mi ha fatto scendere una lacrima di felicità all’idea…
    Poi mi è venuta in mente una curiosità: in USA un film del genere sarebbe stato complicato perché i personaggi sono di case produttrici differenti.
    Come hanno fatto in India?
    Sono tutti personaggi degli stessi studios, si sono accordati o se ne sono fregati?

    • Ciao, come spiegato nel pezzo sono tutti opera direttamente dello stesso regista, fin dall’inizio autore del progetto. Ma il problema più che altro è che negli anni ’80/’90 questi crossover non andavano di moda, c’era la convinzione che non valesse la pena fare un film con tre megastar d’azione se poi a vederli ci sarebbe andato lo stesso pubblico che già andava a vedere le avventure singole. Era come spendere il triplo per ottenere lo stesso risultato, per cui succedeva solo tendenzialmente con chi era in un momento difficile (vedi Sly e Kurt Russell in Tango & Cash, ma passando all’horror anche Freddy vs Jason quando entrambe le saghe erano finite già da un po’).

    • Wim Landers

      Ciao,
      tutto chiaro, grazie mille.

  20. Chuck Sigirah

    Comunque se navigate nell’ internet e digitate americanata, vi imbatterete nella definizione attuale dei dizionari, ma anche in una discussione che riepiloga l’ uso che è stato fatto negli anni. E per anni non intendo gli anni 80 del 1900, ma si inizia ( pare ) da quelli del diciannovesimo secolo. E le varie volte in cui è stato usato sono more or less diverse l’ una dall’ altra: pacchianismo, patriottismo, troppismo e perfino geografismo ( semplicemente una cosa che viene da là ed è arrivata qua). Al netto della definizione vocabolaristica, che forse ha tagliato la testa al toro, resta il curioso fatto di come gli uomini pre-internet facessero le stesse cose che facciamo ancora noi uomini di internet: studiavano l’ America, intesa come USA. Nazione molto studiata, forse troppo, tenendo conto del fatto che hanno un livello culturale molto basso e chi ce l’ ha alto è perchè ha saputo risolvere dei quiz a crocette. Forse è per questo che l’ Ammeriga ha bisogno di fare sempre le cose in grande e di alzare la voce col mondo. Un po’ come quei tizi in Italia che sparano fregnacce, ma lo fanno urlando perchè così sembrano più vere. Il giorno che troverò un bigotto che al bar parla a voce normale, addirittura sommessamente, sarà il giorno in cui “ci sarà merda sulla Luna”.

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