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Tesoro, mi si è allargato l’Ant-Man: la recensione di Ant-Man and the Wasp

Mentre guardavo Ant-Man and the Wasp, non riuscivo a smettere di pensare a Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi. Grazie al cazzo, direte giustamente voi: guardando un film i cui protagonisti rimpiccioliscono pensavi a un film i cui protagonisti rimpiccioliscono? You don’t say, Xena, complimenti per lo spirito d’osservazione. E avete tutta la ragione del mondo, ma il fatto è che a ricordarmi insistentemente l’indimenticabile commedia fantascientifica con l’insostituibile Rick Moranis – per la me stessa settenne, un capolavoro della cinematografia mondiale assoluto e ineguagliabile – non era solo la presenza di eroi miniaturizzati e di oggetti ingigantiti, ma più in generale un tono spensierato, un modo di fare un po’ cazzone, uno spirito… “rilassato”. Sarà la parola giusta? Provo a spiegarmi.

La storia di Ant-Man la sappiamo tutti (e se non la sappiamo, c’è qui la prodigiosa recensione di Quantum Tarantino), ma in breve: Edgar Wright e il suo BFF Joe Cornish scrivono la BEST SCENEGGIATURA DI UN FILM SUPEREROICO EVER, la Marvel dice «Figata, facciamola diventare una bambina vera!» ma poi litiga con Wright e così finisce che il primo Ant-Man lo firma il regista di Ragazze nel pallone (un film che, comunque, col tempo ha raggiunto l’agognato status di “roba che se la becco al pomeriggio del sabato su Italia 1 non sono mica sicura che cambio canale”, e sua volta capostipite di una saga che continua a sfornare sequel, mentre nessuno dei titolisti italiani pare accorgersi che in Ragazze nel pallone non. c’è. nessun. pallone). Quello che non si aspettava nessuno, né il super boss Kevin Feige né l’appassionato di cheerleader Peyton Reed né noi spettatori, è che ne sarebbe venuto fuori un film niente male. E che avrebbe avuto anche un discreto successo, portandosi a casa i suoi bei 500 milioni di dollari, che per un film senza grandi pretese su UN UOMO FORMICA, dalla lavorazione travagliata e con protagonista uno noto ai più per le commedie di Judd Apatow e per una parte ricorrente in Friends, non sono niente male.

Ricordiamoci anche che il primo Ant-Man uscì nell’estate del 2015, un periodo in cui i dirigenti Marvel erano impegnati a strapparsi le vesti e a ipotizzare imminenti apocalissi perché Avengers: Age of Ultron aveva incassato SOLO 1 miliardo e 400 mila dollari, occupando una misera ottava posizione nella classifica dei maggiori incassi di tutti i tempi. «Oh, no! È la fine! Cos’avremo sbagliato!?!» si domandavano con le mani tra i capelli. «Laggente si sta forse stancando dei supereroi, dei pigiamini e dei green screen? Il nostro piano ventennale di conquista dell’universo è destinato a naufragare e a trascinare tutta Hollywood nella rovina? Presto, diamo subito tutta la colpa a Joss Whedon!». Come abbiamo avuto modo di notare anche di recente, alla Disney è facile farsi prendere dal panico.

Ant-Man and the Wasp esce invece, tre anni dopo, in un momento in cui i Marvel Studios, tutti ubriachi per lo champagne che continuano a stappare celebrando i loro 10 anni di fiorente attività, vanno di nuovo a mille all’ora. Black Panther ha intercettato il momentum politico, Avengers: Infinity War ha sfondato l’agognato tetto dei 2 miliardi di dollari (un traguardo che solo altri tre titoli possono finora vantare) ed entrambi hanno costretto l’Academy a inventarsi una nuova discutibile categoria per i prossimi Oscar. Tutto grazie a un nuovo fortunato ciclo che, chissà se per caso, coincide con la fase “Marvel di drogarsi”, cioè con una generale attitudine alla psichedelia cartoonesca e alla cialtroneria simil-demenziale, che, a ben vedere, a parte i Guardiani della galassia che sono così da contratto, era sbocciata per la prima volta proprio in Ant-Man, con la capatina allucinogena di Scott nel quantum realm.

Ed eccoci quindi ad Ant-Man and the Wasp dove, come dice anche Scott Lang, «tutto è quantico»: la principale linea narrativa – recuperare mamma Van Dyne dalle profondità dell’infinitamente piccolo in cui è scomparsa trent’anni fa – e il principale villain – una misteriosa entità di nome Ghost, una donna affetta da “instabilità quantica”, che soffre le pene dell’inferno e che è in cerca contemporaneamente di salvezza e di vendetta. Ma ci sono anche: il rapporto di Scott con sua figlia Cassie, Scott che è agli arresti domiciliari dopo i fatti di Captain America: Civil War e deve tener buono lo S.H.I.E.L.D. per farsi rilasciare senza intoppi, Michael Peña super spalla comica che asciuga la gente per interposta persona, Walton Goggins per la seconda volta in un anno buttato via nel ruolo di un cattivo banale e inconsistente, un accenno di tensione sessuale irrisolta tra Scott e Hope, Laurence Fishburne che non “spiegoneggiava” così dai tempi in cui era Morpheus. E, naturalmente, Hope promossa a co-protagonista effettiva: finalmente indossa la tuta alata di Wasp, sfoggia tutta la competenza scientifica e action che si era intravista nel primo film e, soprattutto, si libera dell’orrendo caschetto che gli autori schiaffano in testa alle attrici quando vogliono caratterizzarle come “gelide donne in carriera”. Il problema, con Hope, è che Evangeline Lilly è tanto dolce ma non tanto brava, e che il suo personaggio è l’ennesimo esempio della fatica hollywoodiana di scrivere ruoli femminili in questo tipo di storie: per evitare che qualcuno ci accusi di maschilismo (addirittura quando per la prima volta, al ventesimo film, stiamo mettendo il nome della supereroina nel titolo!), facciamole super-forti, super-intelligenti, super-perfette e senza personalità.

Insomma, in questo Ant-Man and the Wasp c’è un po’ troppa roba, come spesso succede nei capitoli 2 Marvel, e non tutta amalgamata bene. Ma c’è anche una mano produttiva quasi infallibile nel realizzare un blockbuster solido, facendo passare altissimi livelli di spettacolarità come una cosa semplice, ottenuta senza sforzo. Tanto che l’effetto speciale più “evidente”, quello che cerca più chiaramente l’applauso e che spinge il pubblico a chiedersi “cavoli, chissà come hanno fatto” è il ringiovanimento digitale di Michael Douglas, Laurence Fishburne e Michelle Pfeiffer. L’avevano già fatto con Douglas nel primo film, poi con Robert Downey Jr. e Kurt Russell, ma chiaramente è un campo tecnologico che sta crescendo rapidamente e i cui progressi si vedono da un film al successivo. Serve oppure no? Davvero la tecnica usata fino all’altro ieri – mettere un sosia giovane e molto somigliante nei flashback – era così terribile e a rischio sospensione dell’incredulità? Boh, probabilmente dipende dalla sensibilità di ognuno. Quel che mi sembra interessante è che, in un film dove palazzi grandi come un isolato diventano trolley con le ruote ed esseri umani si trasformano in grattacieli ambulanti, la roba che più ci fa dire “wow!” è vedere Michelle Pfeiffer luminosa e splendente come fosse appena uscita da Tutto in una notte.

Non intendo dire che gli altri effetti speciali – vogliamo già chiamarli “classici”? – siano malfatti o banali, anzi, tutto il contrario: il continuo gioco di rimpicciolimento-ingrandimento è quel che davvero fa il film, quello con cui Reed si diverte, e che diverte anche noi che guardiamo (mio personale highlight: la macchinina che vola sulle strade a saliscendi di San Francisco, peraltro con riferimento meta alla serie interpretata agli esordi di carriera da Michael Douglas). Compreso uno Scott Lang-Alice nel paese delle meraviglie, mai della misura giusta, sempre troppo grande o troppo piccolo per la situazione, e costretto in modi improbabili a far fronte a questa costante inadeguatezza che fa rima col suo personaggio di eroe per caso e pasticcione.

E tornando alla questione Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi: il motivo per cui continuavo a pensarci – e in sostanza il motivo per cui mi sono goduta il film – è proprio quest’aria da film “medio” per famiglie, tipo i film Disney live action di una volta, che difficilmente hanno cambiato la storia del cinema, ma un pochino la nostra infanzia sì. È proprio cinema per ragazzi che non fa finta di essere altro, che infila la parola “quantico” qua e là per giustificare la spettacolarità, molto spesso anche comica, delle sue sequenze d’azione, e in cui i dialoghi brillanti non sono la battutina d’alleggerimento in un contesto mega-epico, ma sono proprio parte del tono scanzonato del film. Sì, è vero che la sceneggiatura scritta a ben dieci mani è troppo piena di roba, ed è vero che, volendo, ci sarebbero state molte potenzialità drammatiche da approfondire (tutti i rapporti padre-figlia, per esempio, genetici o putativi), è vero che ci sono troppi spiegoni ed è vero che probabilmente ci dimenticheremo di Ant-Man and the Wasp dopodomani. Ma se questo è cinema medio per famiglie, da guardare senza troppi patemi per magari poi poter inventare avventure supereroiche con le micromachines tra i mobili della cameretta, a me va più che bene. Soprattutto, mi va più che bene che la Marvel riesca a essere sia questo sia Infinity War.

Ogni tanto ci sta pure un abbraccione come quello dell’adorabile famiglia allargata di Scott, mica solo cataclismi e schiocchi mortali di dita.

… e poi c’era una formica gigante che suonava la batteria…

Dvd quote suggerita: «Per me okay», Xena Rowlands, i400calci.com

Trailer | IMDb

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