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Il primo CineUniverse è femmina: Supergirl – La ragazza d’acciaio (1984)

Due anni fa è uscito Wonder Woman e, amici nerd, ammazza che fastidio che lo chiamavano il primo cinecomic al femminile della storia o qualcosa del genere, eh? Vero? Eh??? Ci si era dimenticati come minimo di Supergirl, 1984. Che non solo era un cinecomic al femminile, non solo era pienamente mainstream e aveva un budget gigantesco, ma fu anche il primissimo tentativo di CineUniverse, uno spin-off di quello che all’epoca era ancora letteralmente l’unico franchise di supereroi in circolazione, ovvero Superman. Ma fu anche un floppissimo di cui tutti si dimenticarono subito. E allora lo recuperiamo noi: George Rohmer vi racconta il film, e poi Xena Rowlands risponde alla domanda più delicata: perché Wonder Woman sì e questo no?

You will make an effort and believe also a girl can fly

Does whatever a Superman does
di George Rohmer

La puoi rigirare come ti pare, la puoi rendere un’icona femminista per tentare di aggiornarla, ma alla fine resta un dato incontestabile: Supergirl appartiene a un’altra epoca del fumetto, della cultura proprio. Un’epoca in cui autori prevalentemente maschi bianchi, quando dovevano ideare una supereroina forte, non riuscivano a immaginare altro che la versione femminile di un supereroe maschio bianco famoso (con le dovute eccezioni, ovviamente: per una Supergirl e una Batgirl c’era una Wonder Woman).

Pollastre.

Supergirl è, dunque, un personaggio difficile da gestire in un mondo diverso da quello dell’America anni ’50/’60. È andata bene in TV, dove The CW ha trasformato in un’arte il fatto di dover lavorare con i personaggi secondari. Ma anche lì hanno dovuto comunque affrontare la questione del nome di petto: “Perché Supergirl e non Superwoman?”.

Il 1984 non è certo il 2019. Nel 2019, in un film non trovereste mai una scena in cui due aspiranti stupratori vengono liquidati con una battutina dopo aver tentato di assalire la donna sbagliata (Supergirl, ovviamente): “Eddie, che ne dici se questa ce la teniamo per noi?”. Che sagome questi violentatori!

Boys will be boys.

Il 1984, però, non è nemmeno il 1959. Supergirl doveva essere contestualizzata all’interno di una decade rivoluzionaria, sotto molti aspetti sia estetici che narrativi. Nel 1984 avevamo già avuto la Principessa Leila. Film come Halloween e Alien avevano già introdotto la final girl e tutto quello che ne conseguiva. Lo stesso anno avrebbe visto l’uscita di Nightmare. Negli anni seguenti sarebbero arrivati Labyrinth, Nel fantastico mondo di Oz, Ladyhawke. L’idea della donna come passivo oggetto del desiderio o principessa da salvare stava venendo scardinata pezzo per pezzo. E un film sulla controparte femminile di Superman, sulla carta, era perfetto per inserirsi in questo percorso.

C’è però un grosso problema. Anzi due. Primo: Supergirl è scritto e diretto da maschi bianchi. Secondo: è prodotto dai Salkind, che solo l’anno prima avevano deciso, contro ogni logica e nonostante il successo dei primi due Superman, che fosse necessario trasformare Superman III in una commedia con protagonista Richard Pryor.

E insomma, alla fine che succede? Che il plot di Supergirl, nonostante lei abbia teoricamente gli stessi poteri di suo cugino e sia dunque in grado di affrontare minacce paragonabili, si riduce a un triangolo amoroso in cui la protagonista e la sua acerrima nemica strega (Faye Dunaway illuminata costantemente con una luce languida da noir, tanto che potrei scommettere che aveva il suo tecnico personale) lottano per conquistare il cuore di un bidello.

“Eccolo! È lui il tecnico luci che non mi molla da Chinatown!”

Evidentemente, prima di partire per una missione diplomatica interplanetaria (come viene detto alla radio in una scena, per giustificare il fatto che Christopher Reeve non sarebbe apparso), Superman aveva fatto gli straordinari e non c’era più neanche un magnate del caffè in giro da malmenare.

Forse la cosa più interessante del film, al di là delle sue inadeguatezze, è che si tratta di un fantasy. Lo sceneggiatore David Odell aveva scritto anche Dark Crystal e avrebbe scritto I dominatori dell’universo per la Cannon. È evidente lo sforzo di incanalare Supergirl all’interno di un genere ben preciso, percepito come qualcosa di adatto alla sensibilità femminile. E a proposito di sensibilità: il regista francese Jeannot Szwarc ci mette una bella dose di gusto europeo, tanto che in certi punti sembra di vedere uno spin-off de La storia infinita (contemporaneo, va detto) ambientato nel cosmo DC; il braccialetto con cui Kara rintraccia l’Omegahedron sembra un prop avanzato dal film di Petersen. La colonna sonora di Jerry Goldsmith, forse la cosa migliore del film, contribuisce moltissimo a quest’impressione.

Minchia vez, anche meno.

Siamo in un’epoca in cui, come già visto nel caso di Superman III, a nessuno interessa rispettare più di tanto il canone dei fumetti. Pur avendo decenni di storie da cui trarre ispirazione, i Salkind preferivano inventarsi antagonisti nuovi e Supergirl non fa eccezione. Che si sia scelto di farla scontrare con una strega è un’ulteriore indicazione di quello che i Salkind volevano dal progetto: un fantasy mirato a un target preciso su cui schiaffare il marchio Superman. Tutto viene rimaneggiato in questo senso: la tecnologia kryptoniana di Argo City diventa praticamente magia (e qua uno potrebbe citare Arthur C. Clarke, ma chissà come mai non ce li vedo i Salkind a fare questo tipo di riflessione), al punto che Selena impara a usare l’Omegahedron semplicemente perché è una maga, senza bisogno di un manuale di tecnologia aliena. Anche i poteri di Kara, pur avendo in teoria la stessa origine di quelli di Superman, sembrano più magici che altro. Kara non ha il costume di Supergirl sotto i vestiti: si trasforma in Supergirl e viceversa tipo Strega per amore.

Alla fine Supergirl è l’ennesima occasione sprecata da parte di due produttori che non sembravano davvero in grado di capire cosa farsene di questa saga. Un film considerato talmente imbarazzante che, nonostante sia canone ufficiale nella saga di Superman, Warner Bros. non lo ha mai incluso nei cofanetti. Se lo chiedete a me, comunque, è meno imbarazzante di Superman III e IV. Chapeau ai grandi attori in ruoli umilianti Faye Dunaway e Peter “ci butto una pronuncia british a cazzo che fa molto figura autoritaria” O’Toole.

“Sei tu il mastro di chiavi?”

E ora nessuno mi toglierà più dalla testa che senza Supergirl non avremmo mai avuto She-Ra.

Perché Wonder Woman sì e Supergirl no?
di Xena Rowlands

Perché Wonder Woman sì e Supergirl no? È una domanda che ci sta, anche perché lo spettacolare fallimento critico & commerciale di Supergirl nel 1984 è stato per trent’anni la risposta più o meno ufficiosa alla domanda: «Sentite raga, ideona, che dite se questa volta facciamo un film su un supereroe, però il supereroe lo facciamo femmina?». Certo, i flopponi di Catwoman e Elektra non hanno aiutato, ma nessuno ha mai pensato che le pessime performance al botteghino di, che so, Green Lantern o Jonah Hex dipendessero dal genere del protagonista. Se mai, risponde la persona di buonsenso, è una questione di come lo fai il film: se lo fai bene andrà bene. Se scegli gli attori giusti, i nomi famosi, i personaggi riconoscibili, il franchise celebre.

Eh: purtroppo il buonsenso è sopravvalutato. Non solo cose come Batman v Superman, Suicide Squad e Iron Man 3 hanno fatto sfracelli al box office (indipendentemente dal nostro gusto personale, sono universalmente ritenuti abbastanza brutti), ma la nostra amica Supergirl, nel 1984, aveva tutte le carte in regola per sfondare, secondo il ragionamento di cui sopra: era lo spinoff di un franchise di enorme successo (nonostante il passo falso di Superman III), era un personaggio più o meno noto o quantomeno immediatamente riconoscibile (anche solo per il fatto di avere praticamente lo stesso costume di Superman, ma con la gonna), i Salkind ci avevano investito un discreto budget, la protagonista per quanto sconosciuta aveva la faccia giusta, e il resto del cast contava grandi della recitazione con un pedigree lungo così, okay magari non erano tutti Marlon Brando, ma comunque, fatte le debite proporzioni, equivalgono al cast medio di un Marvel movie odierno.

ma con la gonna

Dietro le quinte, la solita produzione travagliata, con il progetto che passa di mano in mano, ruoli offerti e rifiutati da diversi attori, i nomi grossi del franchise che si rifiutano di partecipare. Ma del resto, pensate a Wonder Woman, 2017: Gal Gadot non è l’ultima arrivata, certo (ed è già apparsa in un’altra grossa serie), ma non è nemmeno un nome che da solo trascina la gente in sala (non lo è nemmeno adesso); Wonder Woman è un personaggio celebre, è vero, ma uno script per fare un film su di lei è stato scritto, riscritto, bruciato, riesumato, risistemato milioni di volte, e il progetto associato a diversi registi; nel cast non ci sono superstar, a meno di voler considerare tali Chris biondo n. 4, David Thewlis e il figlio di John Huston (io non so se me la sento). E invece: BOOM! Il botto, gli incassi, il pazzo cash, il film che salva il DCEU, presto, facciamo Justice League solo con Wonder Woman, chiamate subito Joss Whedon per fargli riscrivere il copione e poi dargli la colpa se va male, date un Oscar a Patty Jenkins, e magari anche il Nobel! Dire che in trent’anni il mondo è cambiato sarebbe semplice, ma pure un po’ ingenuo: se vogliamo metterla sulla rappresentazione di genere, da un lato e dall’altro della macchina da presa, non è cambiato poi così tanto, purtroppo. Inoltre, l’idea che negli anni 80 il pubblico rifiutasse a priori una donna protagonista di un action è smentito a calci e colpi d’arma da fuoco da Ellen Ripley, Leia Organa e Sarah Connor. Non sto dicendo che ci fossero già chissà quante eroine d’azione (l’elenco si conclude praticamente qui: negli anni 90 si andrà in crescendo, anche sul fronte tv), ma che non credo fosse una condizione sufficiente ad allontanare in massa gli spettatori dai cinema. È tutta colpa del film allora?

Può essere, ma non nel senso che il film è brutto. Visto da adulti, e con badilate di senno di poi, è pieno di momenti d’imbarazzo e tremendamente datato, ma chissenefrega: non è un film per adulti e non è un film del 2019. Se mai, il problema è che non è un film di supereroi: è chiaramente l’idea distorta che qualche produttore di mezza età ha di un film fantasy per bambine (e che non ha chiarissimo nemmeno cosa sia un film di supereroi). Già i titoli di testa sembrano la pubblicità di Barbie supereroina, tutti fucsia, violetto e glitter; la cattiva è una strega; la prima parte del film, con Kara/Linda che va a scuola cambiandosi colore di capelli sembra la versione anni 80 di quello sketch del Saturday Night Live in cui facevano finalmente un film su Black Widow ed era una cazzo di rom com di merda. L’idea che siccome la protagonista è una femmina allora nel film debbano succedere cose da femmine è spessissimo la principale rovina di questi progetti (pensate a Ocean’s 8: perché non può essere un heist movie normale? Perché deve diventare Il diavolo veste Prada con il colpo?). È ancor più ironico dal momento che poi Supergirl nel plot mette in atto anche una delle cose per cui Wonder Woman si è preso più elogi dalla critica, cioè il ribaltamento del topos della damigella in pericolo, che qui diventa un damigello, un manzo non sveglissimo e totalmente incapace di badare a se stesso, ripetutamente salvato da Kara.

stregata dall’omegahedron

Nemmeno Wonder Woman è un “bel” film, canonicamente parlando: è troppo lungo, gli effetti speciali sono così così, è pieno di ralenti a muzzo, il “colpo di scena” finale è stupido, telefonato e letale, e l’ho già detto che è troppo lungo? Eppure, ha un paio di sequenze esaltanti, e soprattutto, comunque la si metta, è un fottuto film di supereroi. PER TUTTI. In un momento in cui finalmente il genere ha solidamente abbandonato il ghetto dei nerd ed è diventato affare da grande pubblico, anzi, è diventato il più redditizio tra i generi. Non c’è più bisogno di “elevare” il materiale di partenza per convincerci che è una cosa seria, lo spettacolo è garantito dall’evoluzione tecnologica, lo spettatore medio mangia supereroi a colazione (probabilmente per davvero, con qualche cereale brandizzato) e ha familiarità coi concetti di spinoff, reboot, universo condiviso; e quando esce un film di supereroi, bene o male, il pubblico va a vederlo, a maggior ragione se è inserito in un mondo narrativo interconnesso come Captain Marvel e Wonder Woman (non credo che la presenza di Jimmy Olsen, da sola, possa far rientrare Supergirl nella categoria). Quindi sì, la risposta alla domanda iniziale è forse proprio che è cambiato il pubblico, ma non nel senso che è diventato immediatamente femminista o (aaargh) politicamente corretto, solo più consapevole dei codici del cinecomic e sempre desideroso di averne ancora: in quest’ottica, è proprio il fatto che Wonder Woman e Captain Marvel siano film non eccelsi, ma indiscutibilmente film di supereroi per tutti, grandi piccini uomini e donne, il vero segno di un qualche piccolo progresso.

DVD-quote:

Labyrinth scansati”
George Rohmer, i400Calci.com

>> IMDb | Trailer

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