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Jackie Lang

Batman è Stallone e Superman è Schwarzenegger

Sylvester Stallone è sempre stato l’eroe imperfetto con un passato difficile e pieno di demoni da sconfiggere. L’eroe che ha bisogno di un training montage, di un momento in cui mostrare l’esaltazione del miglioramento, l’attimo in cui supera se stesso attraverso la fatica e l’allenamento. Schwarzenegger invece non ha mai avuto bisogno del training montage, perché è già superiore a tutti, in ogni film, i suoi eroi devono solo compiere la missione, non c’è dubbio sull’esito, è solo divertente vedere quanta gente massacra nell’arrivarci.
Batman v Superman alla fine vince bene (al di là di un milione di buchi in una trama assurda) perché ha capito che deve far scontrare due dimensioni dell’action movie. Batman è Sylvester Stallone e Superman è Arnold Schwarzenegger.

Proprio voi due

C’è quindi un motivo molto semplice per il quale Batman v Superman è un gran film e non ci sono idiozie di sceneggiatura che lo possano intaccare, non ci sono allucinazioni postapocalittiche mal dirette che lo possano affondare né ancora omonimie tra mamme che lo possano massacrare. È perché questo film sconclusionato e maldestro centra l’unico obiettivo che valeva la pena centrare, e lo fa sparando con un bazooka su un piccolo bersaglio da tiro a freccette: fa scontrare i valori fondanti del cinema action con l’unico scopo metterne in risalto ed esaltarne le differenze.

A me non frega una mazza di come questo film si relazioni ai fumetti o come prepari la strada alla Justice League, di come sia stato prodotto e quali svolte narrative manchi o centri. Con il contenuto mi ci pulisco il culo.
A me frega del fatto che questo film mette in scena una contrapposizione visiva come nessuno aveva fatto mai prima. Una che ponga Batman contro Superman riuscendo a renderli archetipi narrativi, virtù cardinali. Una che riesca a rendere a pieno l’esaltazione dell’unica vera caratteristica fondamentale dell’eroismo: il coraggio.
Per arrivare ala più viva e tangibile rappresentazione del coraggio vale la pena sopportare un film intero (e manco corto)? Sì.

È una facile cretinata dire che gli action heroes anni ‘80 oggi sono diventati supereroi, che cioè quel cinema d’azione asciutto è diventato questi blockbuster densi e pieni di fatti, spiegazioni, sottotrame, rimandi, spinoff, sequel e tecnicismi, che quel cinema borderline con la serie B è diventato il massimo della serie A per budget e complessità, eppure è anche vero che Schwarzenegger era Superman e che Stallone è sempre stato Batman. L’eroe che non fa prigionieri, invincibile e inscalfibile, il tritasassi che massacra un alieno, fa saltare in aria tutta un’isola o abbatte eserciti, contrapposto all’uomo che deve macinare per raggiungere il successo, che ha paura e quindi coraggio nel compiere le sue imprese, che deve allenarsi e combattere contro se stesso.

Tutto questo film è pensato per spiegare la grandezza di Batman, la grandezza dell’essere umano contro l’alieno-Dio. È impossibile non stare dalla parte di Batman, un uomo pieno di terrore che mostra un coraggio immenso con i gesti e con le immagini, non con le parole. Quando Superman sventra il tetto della Batmobile e lui si alza per stargli davanti, alla medesima altezza e chiedergli se sanguina (per poi rispondersi “Gronderai”), è una scena di puro terrore (introdotto da un’inquadratura rapidissima quando Batman, sballottato con la batmobile, comprende cosa è successo e sta per accadere), un momento di rischio, coraggio e audacia insensata e illogica da parte di un uomo che lì, in quell’istante, poteva essere massacrato senza appello e lo sa benissimo. Nessuno lo dice ma lo capiamo tutti, perché troppo bene il film ha delineato le forze in campo, troppo bene inquadra il loro dislivello e troppo bene ha organizzato la scena.

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Impossibile non stare con Batman quando si allena, nel suo piccolo training montage, quando muore dentro di sè di rabbia per essersi reso conto di quello che nessuno dice ma noi (di nuovo) capiamo da soli, cioè che è arrivato qualcuno di molto migliore di lui, qualcuno di irraggiungibile e tocca trovare una scusa per abbatterlo, per dimostrare di essere i più forti. Solo un’incapace avrebbe lavorato di parole e gli avrebbe messo in bocca questo pensiero, un vero regista fa quello che ha fatto Snyder: lo suggerisce e lo mostra, in modo che ognuno faccia le connessioni che deve nella propria testa.

Impossibile non stare con Batman quando dice l’unica frase in grado di spiegare la sua rabbia e il suo cuore, quando dichiara a Superman che lui non è un uomo e con tutto il suo potere nemmeno sa cosa voglia dire avere coraggio. Schwarzenegger non è mai stato l’uomo coraggioso (se non in Conan, quando Milius gli mette in bocca quella grande preghiera prima dell’azione, ma quello è un capolavoro, non fa testo), è stato sempre l’archetipo della perfezione, la macchina dell’azione al lavoro, il rigore fatto eroe. Stallone al contrario ha sempre giocato i suoi personaggi sull’epica dell’uomo coraggioso, quello che ha paura e non è certo del risultato, che per vincere avrà bisogno di lottare per superare i propri limiti.

Qui amiamo Schwarzenegger ma dovessimo scegliere una moral guidance sarebbe Sylvester Stallone; e questo è l’unico film che spiega a tutti quali sono le sensazioni che ci spingono a stare con Stallone.

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Darth Von Trier

I ponti delle ferie, i ponti generazionali e Il Ponte delle Spie

C’è voluto un po’ di tempo ma con Wim Diesel ci siamo messi a tavolino come per True Detective, perché c’erano delle cose da dire. Cose su Il Ponte Delle Spie, assente dalle recensioni dei 400Calci ma non dalle nostre conversazioni private. E con ritardo vergognoso, fregandocene altamente, tiriamo anche due bilanci sul 2015 al cinema, sugli autori di oggi e sugli imminenti Oscar. Beccatevi ‘sto longread. Hah!

“Insomma rieccoci qua seduti a parlare, Wim”

Wim Diesel: Allora Darth, il mio Natale al cinema è stato durissimo. Nel senso che non ho più molto tempo per il cinema, stando soprattutto ai film per gli adulti. Così ho puntato Guerre Stellari perché era imprescindibile e tutti dicevano BOMBA ATOMICA e quando sono andato a vederlo ci ho tirato fuori poco, insomma, non è che sia una merda ma mi è sembrato un po’ una roba da sei e mezzo-sette. E insomma, mi sono preso un po’ male. Ho pensato: se penso male di Guerre Stellari di cui tutti dicono meraviglie, cosa potrei pensare del film di Spielberg che è controverso anche tra i fan? E poi sono finito quasi per caso a vedere Il Ponte delle Spie, verso la Befana, e ho ancora le lacrime agli occhi dalla gioia. Tu l’hai visto, giusto?

Darth Von Trier: Wim, il mio Natale al cinema invece è stato stranamente carico di speranza, come un Canto di Natale dickensiano in cui questa volta mi sono ricreduto del mio essere il solito Scrooge.

Dovendo vedere i film per recensirli sui Calci alla fine ne vedo parecchi e quest’anno sono usciti veramente molti film tra il bellino e il fichissimo, il grosso di questi sono pure opere originali cosa che a me in epoca di remake\reboot\spinoff\sequel ancora attesta un punto di merito quasi a prescindere.Una volta tanto insomma ho avuto bendisposizione per l’anno che sarebbe venuto, nonostante il fatto che si parlasse in maniera isterica solo e insistentemente di quel carrozzone bolso di Star Wars e sembrava che fosse uscito solo quello nel 2015.

Il Ponte Delle Spie è di sicuro una delle uscite buone di cui parlo, a me è piaciuto e lo trovo un film di Spielberg legittimo. Fino ad ora però ho sentito solo pareri positivi, tu che hai sentito? Dai, non possono lamentarsi di chissà cosa, non dopo War Horse dai…

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No complaints

WD: C’era una cosa che ho letto, forse sul Castoro di Spielberg, una ventina d’anni fa ormai. Erano sue dichiarazioni, e in una diceva che continuavano a paragonarlo ad Hitchcock ma che lui si sentiva molto di più un emulatore di John Ford; ecco, un po’ questo conflitto Ford/Hitchcock per certi versi è abbastanza al centro de Il Ponte delle Spie – che forse è anche il motivo per cui mi piace, non lo so. un altro motivo per cui mi piace è che riesce davvero a sorprendere in ogni inquadratura, che so, il giochetto che fa con la sopraelevata a Berlino e poi a casa di Tom Hanks è una roba che in mano a chiunque altro verrebbe fuori patetica.

Alla fine i due punti deboli veri del film sono le cose di cui ultimamente mi frega meno quando guardo i film. il primo è diciamo il “messaggio politico”, tra virgolette, cioè non è che non mi frega del messaggio politico, ma è una cosa che mina moltissima comprensione del testo – recentemente è successo con Whiplash, piaceva un sacco poi qualcuno ha messo la pulce all’orecchio e ha ipotizzato che fosse un film fascista e in moltissimi hanno cambiato idea. Il secondo sono i bucherelli nella trama, come il personaggio della fidanzatina dello studente che a un certo punto sparisce a caso, ecco, a me di queste cose frega pochissimo. Forse è per quello che sono così estasiato dal film. Perchè per una morosina dello studente che sparisce c’è una scena sul ponte, eccetera. Io faccio cambio quando vuoi, proprio.

DVT: Il paragone che gli affibbiano con Hitchcock non mi torna, con Ford sì. Basta vedere – al di là dei film più celebrati – le dinamiche dei personaggi di I Tre della Croce del Sud, uno dei titoli più ingiustamente sorvolati quando si parla di Ford. Dietro l’avventura rocambolesca c’è il sottofondo amaro con i suoi temi della famiglia, le cicatrici della guerra, l’amicizia, l’avventura, che serpeggiano sotto lo strato di commedia familiare brillante, come in molte opere di Spielberg. Poi sulle etichette credo che fosse lo stesso per John Ford, alla fine hanno sempre cercato di vederlo in una scatola politica, ognuno a sua convenienza. Lo facevano quando era in vita, figurarsi oggi. È un vizio generale ma prettamente italiano, cioè noi lo facciamo circa da sempre: qui un film spesso non è bello se non ha implicazioni e complessità politiche, meglio poi se avvalorano le nostre convinzioni. Così ci sentiamo non solo nel giusto ma pure intelligenti. È un’attitudine che non ha portato altro che ostacoli all’arte, agli artisti e al godersi i film. I problemi dei film e del guardarli devono essere altri. Mi pare che si guardino i film per motivi completamente sbilanciati, e ancora più a caso si decide perché un film è fico o meno. Comunque oh, il plauso per Spielberg è abbastanza generale, non siamo matti.

Cioè su Blackhat dobbiamo lottare contro la marea ma qua rientriamo nel flusso. Sarà preoccupante? Come la vedi invece che i film che hanno un senso commerciale ma pure una forte impronta autoriale siano spesso di gente attempata se non vecchia? È perché ai registi più giovani è imposto più controllo o perché i più giovani hanno meno l’urgenza dell’artista che si mette in gioco ogni volta e puntano più al mestiere un po’ fine a se stesso? Un po’ come i gruppi tutti uguali, tantissimi e tutti uguali.

Ogni volta che esce un film anche semplicemente di Ron Howard sai che farà una cosa inedita e un film con una sua impronta, piaccia o meno. Idem Mann, e via così fino a gente che oggi è veramente anziana. Mi pare che siano gli ultimi alfieri di quello spirito alla Huston, Penn… quelli che fino alla tomba hanno giocato con le loro regole anche quando ormai giocavano in un cinema totalmente diverso da quello in cui si affermarono.

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Steven Spielberg: “Action di lusso”. Fomento su pellicola, 2015.

WD: Parlando di Hollywood, secondo me dipende dal fatto che oggi c’è un modo diverso di considerare i nuovi registi rispetto ad una volta. Ora ci sono spessissimo situazioni del tipo: sei un regista interessante, hai fatto un film buono e mezzo, arriva uno studio e ti mette in mano un progetto da 150 milioni di dollari e allora finisce che o affoghi tipo quello dei Fantastici Quattro, oppure diventi uno di quei registi alla Nolan, non so se hai presente quello che dico. Cioè diventi il Grande Autore con il nome scritto grande prima del film e il film che dev’essere sempre stupefacente, carichissimo e con queste sceneggiature a orologeria. Ok, allora se tu sei un giovane regista, puoi diventare uno che sa tenere in mano i budget enormi e consegna un film che piace a tutti (quei nomi tipo Gareth Edwards o Justin Lin), oppure sei un Grande Autore che te lo vai a vedere perché è il nome importante (Del Toro, Nolan, Shyamalan, Refn), oppure sei un tizio che a un certo punto ci ha provato e ha preso delle legnate al botteghino, e ora magari si ricicla a fare lo shooter di lusso nelle serie TV. Ma in qualsiasi caso la tua carriera è in qualche modo in mano ai produttori, c’è qualcuno a cui devi dire “sissignore”.

Invece magari i vecchi registi riescono a stare un po’ più a cavallo tra le cose, riescono a mettere in lavorazione dei film basati su una sceneggiatura figa e qualche buona idea di base, e il loro nome fa circolare i film a prescindere. Ron Howard e Clint Eastwood forse adesso sono i più grossi, ma anche Michael Mann o che so, certa gente figa che lavora solo dopo che ha trovato i soldi, tipo Friedkin o Brian De Palma. L’altro giorno pensavo che di quel giro storico Hollywood Scorsese/Coppola/De Palma/Lucas/Spielberg l’unico che mi devasta a prescindere è De Palma, magari fa queste cappelle enormi e sbaglia il progetto ma almeno vedi sempre il motivo per cui s’è imbarcato nel film. Anche Dalia Nera e Mission Impossible, per dire. Per cui in qualche modo questi sono percepiti come, tra virgolette, gli ultimi “autori”. L’unico moderno (si fa per dire) che si muove davvero con questa ideologia è Tarantino, 15 anni fa magari speravo in gente tipo Mostow o Mangold (te lo ricordi Copland?) ma è tutto andato a puttane in brevissimi tempi. Ora non credo che questa gente possa essere sostituita da Cary Fukunaga, va ripensato un po’ tutto, o boh.

DVT: Ero arrivato a delle conclusioni simili e con ragionamento affine, mi ritrovo in questo ragionamento e soprattutto nella parte finale: anche io non credo ci sia una sostituzione decente in corso, non c’è (abbastanza) ricambio generazionale. Metti oggi Fuqua, cinquant’anni quindi manco un giovanissimo, ed è un nome che sembra chissà che, ed è bravo pure per carità, ma poi pensi a cosa facevano o avevano fatto alla sua età i vari registi della New (e della Old) Hollywood e fai la faccia Bitch Please per un minuto filato. Ma non penso che siamo diventati dei nostalgici, penso sia pacifico e onesto prenderne atto. Il Copland di Mangold è un film che rimane bello e invecchia benissimo, rivisto poco tempo fa.

Torniamo al Ponte: sui Calci non era abbastanza “da combattimento” per metterlo come recensione e nemmeno abbastanza come eccezione meritevole. Fatto sta che la scena dell’abbattimento dell’aereo si mette in tasca gran parte della roba d’azione che ho visto quest’anno. E la tensione di quel povero cristo di Hanks che si scontra con la passività-aggressiva del politburo tedesco è più forte delle pizze di Southpaw, per rimanere a Fuqua. Io in alcuni momenti ho ripensato a Gorky Park, che filmone.

WD: Non faccio una vera distinzione tra film poliziesco/spionaggio e film d’azione. Facendo un paradosso: se Il Braccio Violento della Legge uscisse oggi e tagliassero la scena dell’inseguimento, non sarebbe un film “nostro”, giusto? Per me no, non credo. Diciamo che di mio faccio distinzione tra “film in cui succedono cose” e film “in cui le cose non succedono”. Il Ponte delle Spie è un film in cui succedono cose. In più c’è il valore aggiunto del regista, cioè, uno può anche dire “fanculo i film non-action di Spielberg”, ma Spielberg è comunque quello di Lo Squalo, o insomma di Minority Report, è un regista a cui il cinema guarda ancora, o a cui dovrebbe guardare.

Comunque l’idea di “azione” cambia nel tempo, si storicizza. mi ricordo una volta, quando uscì Ronin, qualcuno di grosso lo stroncò dicendo che Frankenheimer si ostinava a fare un cinema vecchio e stanco e non riusciva ad allinearsi alle visioni hongkongiane delle scene di violenza girate come balletti, per dire un altro paradosso, no? Ecco, l’idea che la spy story action contemporanea sia la saga di Bourne (che a me piace tantissimo, sia chiaro) e non Il Ponte delle Spie è una convenzione di linguaggio che probabilmente è partita dall’idea di liberarci e che forse sta diventando una gabbia. Il pedinamento iniziale è roba da action di lusso, la scena dell’aereo è roba da action di lusso, la scena sul ponte è roba da action di lusso, e via di questo passo. Poi non volano cazzotti, vabbè, big deal. Semmai mi viene da chiedermi come mai, ultimamente, le scene più tese o esaltanti che ricordo non stanno in film tipo Mad Max o The Raid, ma sono magari guizzi di tensione o azione passiva dentro film/telefilm staticissimi, tipo il finale di Argo che per me è una roba magistrale. O che so, la sparatoria nella seconda stagione di True Detective che anzi fu criticata perché sembrava buttata lì a cazzo di cane. Questa, per dire, potrebbe essere una domanda interessante per il futuro: se convenga continuare a spingere su quel discorso di action teorico con dei girati ultra-complessi lunghi un’ora e spinti al limite del paradosso (Transformers 3, The Raid, Mad Max) e non piuttosto tornare a costruire la scena d’azione come momenti estemporanei in cui culmina tutta la tensione. Che ne dici?

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DVT: Pensavo cose simili poco tempo fa mentre sotto le feste riguardavo alcuni film vecchi, qualcosa addirittura in bianco e nero. In particolare mentre riguardavo Il Treno, del 1964 con Lancaster e di Frankenheimer, appunto. È un film pieno di momenti di azione – più di The French Connection, che è pure posteriore, per rimanere sullo stesso regista – ma principalmente è un film pieno di filmica, di narrazione, di tensione. L’azione però puntella tutto, e tra le scene d’azione ci sono quelle che invece servono non a fluidificare ma a reggere il film, anche se per due minuti, come nella scena del locomotore che scappa dallo Spitfire e cerca di frenare nella galleria dove l’aereo non può entrare. Scena che tra l’altro è stata palesemente di ispirazione al nostro Spielberg per L’Ultima Crociata, per chiudere il cerchio.

Ora: non voglio passare come il trombone che tuona contro la modernità, perché non è vero ed è anzi provatamente falso se si leggono le mie recensioni. È che vedevo il film e pensavo a quanto fosse meglio nel 1964, cioè che un regista non fosse obbligato a fare una cosa narrativa o una cosa di movimento ma poteva scegliere e stabilire le dosi che voleva nel suo film.

Il risultato è che quei pochi memorabili film d’azione recenti  li ricordi troppo non per il film in sé, ma per l’apparato tecnico. Sta diventando una cosa bulimica e credo si stia creando un tabù nel dirlo; per il discorso della “libertà che diventa gabbia” che facevi tu, sembra che dire che il tale film pur essendo girato bene nella parte action è un film stupido, vuoto, significhi accollarsi lo stigma della noia, la lettera scarlatta. Si cerca come disperati di scongiurare la figura del critico con la pipa in radica che lancia i suoi strali contro “le americanate” ma questo, nel discorso puramente sull’action, sta creando secondo me una falsa-bocca-buona pericolosa, crea un Rubicone superato il quale ci si lamenta che Rocky non ha i pugni coreografati bene o che I tre giorni del Condor è lento. Non deve mai accadere questo, io personalmente lo vedo come una missione del sito, fosse pure solo mia.

WD: Io ho una teoria sullo snobismo: non è quasi mai snobismo consapevole, è sempre più o meno una combinazione tra il passare del tempo e il rifiuto del passare del tempo. Però se ci si pensa bene, questionare gli automatismi dati dal passare del tempo è anche uno dei principali punti di partenza dei movimenti d’innovazione; in questo senso non mi sembra affatto che Il Ponte delle Spie sia un film vintage, anzi è un film molto propositivo, il modo in cui è tratteggiata la spia statunitense, la corsa in macchina per le strade di Berlino Est diroccata in CGI non potrebbero essere fatti in nessun’altra epoca. Tu immaginati solo pensare una cosa del genere nel 1976, e magari uno vuole sputtanarsi dei soldi e mette in piedi un teatro di posa per infilarci la scena; ma nel 1976 forse non sarebbero riusciti manco a giustificarla dentro la sceneggiatura. Tu Tom Hanks come lo consideri? Perchè a me è stato un botto sulle palle in passato e ora guardarmi i film con lui mi fa stare sempre benissimo. Sto bene anche a vedere Il Codice Da Vinci perchè comunque mi becco lui come protagonista.

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Il nostro amico Tom Hanks che fa il sosia di James Ellroy.

DVT: Io non voglio fermare il tempo, però se oggi uno che non è un “grande vecchio” come Spielberg e col suo potere di acquisto proponesse un film su una storia “piccola ma grande”, con pochissimi selling point di action ma fatti bene come in Il Ponte delle Spie, gli direbbero di no, oppure di scegliere se fare una spy story “lenta” alla Tinker Tailor Soldier Spy o una adrenalinica alla Bourne. A Frankenheimer non lo dicevano e ti faceva The Train. Ed è una cosa che noi consideriamo anche action ma principalmente – semplicemente – un gran bel film. Non posso non augurarmi che questa situazione, “vecchia” solo perché la collego ad un film del 1964 ma sulla carta buona sempre e per tutti, non torni ad essere più diffusa e più diffusamente per tutti, senza lo stigma di dover fare il film indipendente con due lire per forza. Il Ponte delle Spie è un film di oggi, senza dubbio. Però ha un po’ quella mentalità di “sono un autore che prova a fare cose nuove” che dicevamo all’inizio e che è propria di una vecchia guardia, e la libertà di infilarti una scena che manco Mission Impossible come quella dell’aereo, in un film che più spesso è tutto fatto di uffici e scartoffie e che è propria di quell’idea di azione all’antica che ti dicevo. Moderno non vuol dire completamente avulso da qualsiasi cosa passata, ecco.

A me Hanks piace da Turner e il Casinaro figurati, lo ho sempre trovato tutto sommato un giustone nonostante abbia una faccia che prenderei a schiaffi costantemente. Poi boh, anche le sue scelte non attoriali spesso mi piacciono. Penso al produrre Band of Brothers, The Pacific e ora The Mighty Eighth oppure fare un film come That Thing You Do! che analizza quel mondo super di nicchia delle one hit wonder degli anni sessanta. Certo poi ti produce pure Mamma Mia! eh, però oh, ci conviviamo… Se guardi quanta roba finanzia, gira, coproduce, è una fabbrica a sé stante lui, chiaro che ci trovi pure della merda fotonica. Nel frattempo, mentre ci scriviamo è andato nominato agli Oscar, come lo vedi? Per me si becca un premio tecnico come spesso accade a Spielberg. Tipo per il sonoro. Per production design, che quello di Bridge of Spies è stellare, ha contro roba tipo The Martian o The Revenant che sono molto più accattivanti, dove si vede molto di più il lavoro fatto, ormai i critici della Academy troppo spesso danno i premi come i darebbe uno qualsiasi, con poco occhio per la tecnica vera. Altrimenti Deakins avrebbe vinto da anni come Fotografia.

WD: Non credo vincerà niente di fondamentale. Meriterebbe Mark Rylance, che comunque gareggia contro Stallone e quindi un po’ tocca fargli il tifo contro, un po’ non accontenterebbe nessuno e quindi è ragionevole supporre che rimarrà a bocca asciutta. Mi va bene, non c’è niente di scandaloso nel fatto che non vinca Oscar, anzi funziona soprattutto perchè è un film che sta cagato nel suo trip fuori moda…

DVT: Nel mentre ho visto The Revenant, che è tutto quello che odio del cinema oggi. Iñárritu spesso me lo incarna, umanamente e filmicamente. È una pomposa e pretenziosa sega al vento, che sacrifica un bel libro per raccontare male una storia che in comune con esso ha solo il canovaccio. Ha la fotografia degli spot BMW girati in Islanda o degli screensaver con le foreste del Mac e tutta una serie di cose tra temi e modo noioso\pretestuoso di affrontarli che è proprio quello che serve ad un certo pubblico per sentirsi migliore, per dire “ah il Cinema! Che esperienza VISUALE!”. The Revenant è un film per sentirsi degli spettatori con un gusto sofisticato per le immagini e che riescono a godersi anche un film “difficile”. In realtà è un film facilissimo, proprio regalato direi, e dietro questa cortina fumogena di regia muscolare, fotografia patinata e overacting c’è poca cosa. Esattamente l’opposto de Il Ponte delle Spie: così misurato, così classico – ma non vecchio – e così brillante. Quindi vincerà gli Oscar The Revenant ovvio, perché è esattamente quel tipo di filmazzo acchiappapremi che piace a gran parte della critica e pure del pubblico. Non che il premio abbia un valore in sé per me eh, però comporta potere d’acquisto ai registi e io Iñárritu voglio che abbia il potere di acquistare solo un revolver e puntarselo in faccia. Almeno Spielberg mi consola che non deve vincere per dimostrare un bel niente e i suoi film li farà comunque.

WD: Io personalmente non ho tutto questo odio per gli Iñárritu del caso perchè alla fine sono registi che hanno una visione, magari sbagliata, magari irritante, però boh almeno è una visione, una cosa su cui puoi lavorare, magari una cosa contro cui scagliarti, non so, un concetto registico preciso. Poi sì, non lo andrò a vedere, non è il mio, passo la mano – non ho nemmeno letto il libro. In giro c’è roba come Steve Jobs di Boyle che mi spaventa di più.

DVT: Vabbè dai ma allora è una cosa che a ragionare così finiamo a dirla pure di Ozpetek. Invece, mentre parlavamo, i mesi sono passati e leggo la notizia che Michael Mann presenterà una versione estesa e rimontata di Blackhat a New York nel corso di una retrospettiva a lui dedicata a Broadway. Voglio dire, che grande è? Blackhat è un film che hanno stroncato tutti, pubblico, critica, passanti, e lui decide di ribadirlo e rilanciare pure. Ecco questo è il modo migliore di chiudere questo post credo: con speranza, con coraggio, con i grandi ideali del cinema d’azione. Chiudiamo con Michael Mann.

WD: Blackhat per me è il film del 2015, che devo dire, spero che esca il DVD della versione estesa.

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Jackie Lang

Possessione demoniaca: non so come e non so quando ma in qualche modo vedetelo

Possessione Demoniaca è un film prodotto da Magnetic Head, scritto e diretto da Alessio Nencioni; ci è arrivato inviatoci dagli stessi autori. Eravamo diffidenti e subito non ci è piaciuto, ma ci sbagliavamo. Di grosso.
Abituato a guardare schifezze immonde, disamorato dalle foto di scena e dal look gli ho dato 20 minuti di tempo, 20 minuti dopo i quali avrei smesso di guardarlo qualora non avessi più avuto voglia di andare avanti. Dopo 10 avevo già deciso che sarei arrivato fino alla fine e, con il senno di poi, il film non aveva nemmeno iniziato a dare il suo meglio. Alla fine ho perso il conto delle volte che sono rimasto onestamente stupito da quel che stavo vedendo rispetto al pregiudizio che mi ero fatto. C’è più coraggio, più idee e più consapevolezza di quale spirito animi i film del proprio genere in Possessione Demoniaca che in tanto cinema professionale. Di certo c’è un’idea di “divertimento” che non si limita alle battute ma passa per la passione per il gore, per molto eccitamento sessuale e il piacere di condividere con gli spettatori il bello di questo genere di film.

Un dettaglio l’avrete intuito dalle immagini di questo post: Possessione Demoniaca non è un prodotto professionale. Ha una fotografia molto poco curata, un montaggio non sempre preciso ed è recitato da non professionisti dotati del livello minimo accettabile di plausibilità; sembra fatto apposta per respingere e invogliare al pregiudizio. Tuttavia, se si ha la voglia di andare un filo oltre l’apparenza, conquista già con una prima sequenza in bianco e nero, parodia del film d’autore stile Ciprì e Maresco.

Amateur

Amateur

La storia incrocia La Casa e Big Bang Theory, prende un gruppo di nerd esagerati, disadattati dal mondo e affamati marci di fica, con lo scopo di portarli dentro ad un film di Raimi. I tre, spinti dal desiderio di scopare, organizzano un finto servizio fotografico per attirare modelle (o supposte tali) in una casetta nel bosco toscano e lì almeno vederle nude. Ovviamente in loco li attende il maligno che prenderà possesso di una di loro e il resto lo immaginate.
Quello che Possessione Demoniaca ha, e che manca a moltissimi dei film sul suo genere, è da subito un’idea precisa e molto chiara di cosa fare, unita alla determinatezza di andare subito dritto al punto senza perdere tempo. Contrariamente a molti prodotti amatoriali non si perde in ciance. Soprattutto, quello che qui si apprezza tantissimo è la serietà nell’andare fino in fondo con le conseguenze dei propri presupposti. Quale che sia la vostra opinione sul cinema no budget, è un dato di fatto che spesso il loro difetto maggiore non sta nell’amatorialità del tutto, ma nell’ancor più grave braccino corto, nel pudore della messa in scena, nel non avere niente da perdere e lo stesso non osare.

Applausoni alla costanza

Defining moment

In Possessione Demoniaca ci sono interiora animate in stop motion che si muovono per penetrare una donna (tentativo estremo post mortem di riuscirci da parte del suo proprietario), gli attori realmente leccano cortecce di alberi, non mancano nudità, liquidi che escono a spruzzo da quasi tutti gli orifizi del corpo, una lunghissima pomiciata lesbica dal finale esilarante (applausi a Yana Proshkina, fa quasi tutto lei) e il sangue non è usato con parsimonia. Nonostante questo, in realtà molto del suo meglio il film lo dà con il tono comico, a tutti gli effetti più audace di un film italiano.
In più c’è un’altra componente non da poco, per una produzione di queste dimensioni e con queste idee: c’è una visione a tutto tondo del mondo grottesco rappresentato. Se c’è un film che i nerd stanno guardando è stato girato ad hoc e lo stesso si può dire per le trasmissioni televisive (il bellissimo reality di menare: MAZZATE) o per le pubblicità (uno dei momenti più esilaranti) o per la colonna sonora (ma se è per questo ha anche i suoi trailer in stile). Ma anche i nerd protagonisti parlano una lingua loro, con dei vocaboli loro, una lingua che non somiglia a quella solitamente messa in bocca a questo tipo di personaggi.

Personaggio preferito

Personaggio preferito

Insomma Possessione Demoniaca è un film produttivamente al di sotto delle definizioni “serie A” o “serie B”, tuttavia sa benissimo cosa deve fare e non ha paura di farlo, non desidera per nulla essere buono per tutti, anzi imbocca una via e la percorre (per quanto può) fino alla fine, con un’ottusità ammirabile. Ha più testa di molto cinema che si vede in giro e un modo di divertirsi assieme agli spettatori che fa invidia. Avercene.

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Nanni Cobretti

Un giorno bellissimo

Amici!
Oggi è il 30esimo anniversario dell’uscita di Rocky IV.
Ed è anche il mio compleanno.
Ovviamente non è una coincidenza.
Di conseguenza, come l’anno scorso, estendo anche a voi una tradizione popolare di Valverde che vi dà tempo fino a mezzanotte per richiedere una recensione a piacere nei commenti: passata la scadenza io visionerò tutte le richieste, le peserò e analizzerò con calma, e ne sceglierò UNA da esaudire e pubblicare nei prossimi giorni.
Mi raccomando, siate onesti e proponeteme uno solo a testa.
E un altro suggerimento: provate a pescare tra titoli non troppo ovvi.
Pronti partenza via!

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Darth Von Trier

Il migliore Bond e il fattore “splendida cornice”: la chiave di una superiorità.

Il mio amico e illustre collega Jackie Lang giorni fa ha puntualmente analizzato la sua scena preferita di James Bond in un post pregno di conoscenza -anche io adoro lo 007 di Lazenby- e per cui mi congratulo. Nondimeno mi sento di rilanciare sul tema e per farlo devo necessariamente partire dal mio Bond preferito, ovvero Missione Goldfinger, per mettere in luce sì una delle mie scene preferite ma quella che secondo me sancisce una cosa cruciale di Bond e il motivo per cui lo ho subito amato: le sue atmosfere. Atmosfere in cui il pericolo aleggia costantemente e gli avversari sono entità diaboliche.

Goldfinger non lo scelgo però a caso o solo di pancia: è da sé il film che definisce la gran parte delle cose che pensiamo quando pensiamo “James Bond”. Tutto quello che definisce la narrativa e l’estetica di Bond in Goldfinger viene sancito per sempre. Contiene tantissime icone del personaggio ed è un film disegnato per eccellere. L’Aston Martin con i sedili eiettabili, la donna placcata d’oro, lo smoking bianco, Odd Job, molto di quello che è Bond nella testa delle persone viene da qui.

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lievemente iconico.

Sarei bugiardo se dicessi che da Goldfinger non ho pensato di citare la scena della tortura col laser, chiaramente è una delle scene per antonomasia del personaggio e una delle sue battute più celebri ma sarebbe stata l’ennesima lode ad una scena già citatissima. Di Goldfinger amo un’altra scena, cruciale ma molto più sobria, che descrive, racchiudendolo tutto lo spirito del Bond classico conneriano senza che 007 faccia praticamente nulla, quasi senza apparire.

È la scena in cui Goldfinger riunisce i suoi complici nella sala hobby per spiegargli il piano, li riunisce tutti attorno ad un plastico di Fort Knox -l’oggetto del colpo- e una volta che ha la loro attenzione e li ha tutti radunati vicini li uccide con un gas letale che fuoriesce da un compartimento segreto del tavolo. Avrei potuto scegliere a caso in tutto il minutaggio del film eh, è una scena cult dopo l’altra, quindi perché questa scena? Innanzitutto per come è girata. Guardiamo la prima parte insieme.

L’ambiente gigantesco viene presentato con una carrellata ampia, con i gangster sparpagliati in giro intenti a giocare con i vari svaghi di Goldfinger. Subito dall’ingresso di quest’ultimo il caos comincia ad ordinarsi attorno a lui e ad ogni fase della scena i gangster si compattano verso il centro mentre Goldfinger si mette invece da parte e grazie ad un pannello di comandi nascosto nel biliardo la stanza viene oscurata. Il centro dell’ambiente viene illuminato e da  lì emerge dal pavimento il gigantesco plastico di Fort Knox. In maniera teatrale e tra lo stupore generale i complici di Goldfinger si radunano incuriositi come bambini a osservare la scena e nascosto lì dentro al plastico c’è nascosto sotto al naso di tutti proprio James Bond.

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“e ora ragazzi giochiamo ad Axis and Allies.”

Il centro di quella stanza diventa un’ allegoria della pellicola: ci sono i gangster tutti radunati attorno al simulacro del malloppo che è l’obiettivo del colpo e del film e osservano avidamente la preda inconsapevoli che Bond gli sta addosso. Nello stesso tempo Bond è anche accerchiato e in pericolo. Tutte le dinamiche convergono al centro di quella stanza gigantesca che ora però si è fatta più piccola grazie a paratie e muri mobili azionati a distanza. Tutto è al centro tranne Goldfinger che invece se ne sta da una parte, a gestire le apparecchiature della stanza, a sottolineare come lui sia l’entità che tira i fili, il deus ex machina pieno di idee letali e che manovra le cose a debita distanza; poco dopo lo ribadirà uccidendo tutti, trasformando l’ambiente in una trappola mortale che verrà azionata quando Goldfinger lo avrà lasciato, congedando i suoi “ospiti” con cinica noncuranza. Narrativamente, come gestione delle azioni e fotografia, è una scena impeccabile.

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la splendida cornice di morte.

L’iconicità della scena è sancita poi dal lavoro di scenografia di quel genio di Ken Adam che la rende in un ambiente solo una summa capace di trasmettere tutta la coolness bondiana: forme asciutte e filanti, finestre gigantesche, materiali opulenti che alternano caldo legno e fredda pietra in tipico glamour anni sessanta, macchinari tecnologi che sbucano nascosti da tutte le parti, mappe strategiche gigantesche che si sollevano da terra, una stanza che da spaziosa, elegante e luminosa diventa sempre più opprimente, buia, ristretta fino a trasformarsi prima in un bunker militare e poi in una camera a gas. Tutto è progettato per dare la precisa sensazione di che mente raffinata ma anche criminale sia Goldfinger e Bond, impeccabile nel suo completo grigio, è prigioniero di quel plastico al centro dei piani di Goldfinger quasi a simboleggiare quanto sarà difficile svincolarsi dalle trame del suo avversario.

Se il personaggio di Bond è quello che è, lo è per ciò che attorno: le sue ambientazioni sono luoghi sempre connotanti, per descrivere chi li abita e per sottolineare cosa succede. Le ambientazioni e gli antagonisti di Bond sono come l’ombra che descrive un oggetto, i vuoti che sanciscono i volumi dei pieni. Senza scene così 007 non sarebbe arrivato nemmeno agli anni settanta, figuriamoci ai duemila.

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Jackie Lang

Bond di menare. Il momento migliore di tutta la saga di 007

Mi pare giusto in questa sede rimarcare quella che per me rimane la miglior scena mai messa su schermo in un film della saga di 007. L’unica (assieme forse alla scazzottata in treno di Dalla Russia con amore) che realmente mi sento di definire “di menare”. E lo voglio fare ora che si chiude questo ciclo-Craig proprio perchè i suoi film sono stati considerati i più violenti e brutali ma molto spesso non lo erano (lo so, lo so: “Tranne Casino Royale“!).

George Lazenby è universalmente considerato il peggior James Bond, in qualsiasi classifica arriva ultimo. In realtà è quello che ha avuto l’ingrato compito di venire dopo Sean Connery in un’epoca in cui non era scontato nemmeno che ci sarebbero stati tanti James Bond diversi. Eppure l’unico film di cui è stato protagonista forse è il migliore dell’intera saga.
Tratto da libro omonimo (privilegio che non tutti i film di 007 senza Connery hanno avuto) vanta la regia di Peter R. Hunt, un ex montatore (degli stessi film di Bond). Questo si vede subito nella comparsa in scena di 007, momento iconico di ogni film di Bond, con uno stacco di montaggio in perfetto sincrono con l’attacco del tema non appena M si chiede dove sia. SBAM!
You had me at SBAM

"Bond. Il peggior Bond"

“Bond. Il peggior Bond”

Al servizio segreto di sua maestà è la cosa più simile ad un film di 007 diretto da Bava che vedremo mai. Ne ha i manierismi, l’esagerazione, l’aderenza alla moda anni ‘60, il tecnicismo esasperato e, per fortuna, non ne ha la sbrigatività che spesso affligge quei film. Inoltre ha anche un finale che è rimasto nella storia della serie per la sua unicità.
Se non mi credete o se volete rompere, potete anche guardare (o ri-guardare) i primi 7 minuti del film qui sotto gentilmente offerti da Dailymotion. È l’apertura ed è bellissima, un concentrato di bondismo puro con dei tagli fantastici.


Nei primi 5 minuti ci viene introdotta la “sequenza d’azione d’apertura”, in uno scenario incredibile, una spiaggia che all’alba, tutta virata sul bluastro. Tutti fanno le sequenze al tramonto, quante ne ricordate all’alba? Ecco anche io. Poi al minuto 5 parte la vera azione e contrariamente a qualsiasi altro film di 007 è una sequenza di solo menare. Menare le mani e i ganci (cristo santo i ganci!). Ci sta una brutalità che Connery non aveva mai nemmeno sfiorato.
Non solo la scena di menare è fatta con tutti i crismi, cioè riprendendo bene l’azione e i movimenti e con l’idea di svolgerla anche in acqua, ma Hunt si prende pure l’ardire di sperimentare con dei tagli che spiazzano e arrivano quando meno te lo aspetti. Già dal primo calcio che dà il via a tutto, la scena ha un ritmo sbilenco e affascinante, poi arriveranno tante scelte stranissime.

Il gancio. Vero protagonista della scena

Il gancio. Vero protagonista della scena

Alla fine la scazzottata dura meno di un minuto e mezzo ma paiono 6 ore; in più, Lazenby chiude alla grande, quando la bella scappa in macchina, sottolineando che questo non era mai accaduto negli altri film. Rompe la quarta parete. Bond rompe la quarta parete e parla con il pubblico.
Si tratta probabilmente dell’unica sequenza d’apertura di solo menare di tutta la serie, in cui lo spettacolo non è dato da quel che succede (perché 007 pista di botte due tizi e basta) ma da come è ripreso. Inoltre non è finalizzata alla trama ma alla chiusa del film.
È la scena migliore e il film deve ancora iniziare.

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Darth Von Trier

Di nuovo su Bond e il product placement

Prima di parlarvi di Spectre la prossima settimana vi butto qui una storiella simpatica su Bond di cui mi sono accorto mentre guardavo il film.

Vi avevo già parlato di Bond come pietra angolare del marketing al cinema, mi ero già soffermato su come gli orologi siano stati e continuino ad essere una delle cose più piazzate nei film.

In Spectre a questo proposito possiamo vedere come curiosamente schermo e realtà si siano rimpallati il product placement dal 1964 a oggi. In Goldfinger Sean Connery come noto indossa un Rolex Submariner (ref. 6538 per l’esettazza) a cui era stato tolto il bracciale in acciaio ed era stato applicato un più leggero cinturino in nylon, probabilmente per renderlo più plausibile nelle scene in cui lo indossa sopra la muta, un tipo di cinturino detto RAF strap, dalla Royal Air Force che cominciò a darli in dotazione già dal dopoguerra, e venendo Bond proprio dall’ambito militare britannico è quindi una scelta sensata per il personaggio che infatti lo manterrà anche in Thunderball, fino a Roger Moore compresoL’orologio, modello e cinturino, diventano perciò un cult come del resto ogni cosa toccata da Connery.

Ora però la faccenda diventa bizzarra.

Data la definizione delle vecchie pellicole il cinturino per i primi tempi sembrò agli spettatori nero con due strisce grigio scuro, oltre che ad essere evidentemente più sottile della larghezza del cinturino necessario per ragioni mai chiarite.

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da Thunderball

Quindi per moltissimi anni gli appassionati hanno montato un cinturino di nylon nero a strisce grigie, chiamandolo amichevolmente Bond strap, spesso pure sbagliando modello montandoci un cinturino NATO  che per varie ragioni non va bene.

Bond come tutti i film è oggi passato nell’era dell’alta definizione e così si è scoperto, anzi si è visto meglio, che il cinturino in realtà era sì nero ma con strisce verde oliva bordate di rosso. Ovviamente è stato prodotto il vero Bond Strap rivisto e corretto ma il mito è duro a morire e presso gli appassionati di orologi e di Bond il Bond Strap è e continua ad essere quello nero e grigio, addirittura Craig in un’intervista per Quantum of Solace di vari anni fa indossava il Submariner di Connery con il Bond Strap nero\grigio, regalatogli da Albert Broccoli in persona. Una sorta di investitura, ma Bond non ha mai, in nessuna scena di nessun film, indossato quel cinturino ormai iconico.

E qui casca l’asino: arriva la parte divertente, il colpo di genio del product placement.

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In Spectre, che come tutti i Bond con Daniel Craig è sponsorizzato da Omega, a 007 viene dato in dotazione l’equivalente della casa del Submariner di casa Rolex, ovvero il Seamaster 300 Coaxial. Omega sa benissimo la storica questione sul cinturino in nylon di Bond e nel film a Craig viene dato in una versione -chiaramente già in commercio- col quadrante che simula la patina giallina che avrebbe oggi il quadrante dell’orologio di Connery – ennesimo e sottilissimo ponte di continuità col passato che viene gettato in questo film- e proprio con il cinturino in nylon nero\grigio. Questo orologio avrà inoltre un ruolo cruciale nel film, garantendosi i primi piani nitidissimi che quello di Connery non ebbe. La falsa icona è stata abilitata.

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Concludendo: per i bizzarri corsi e ricorsi della cultura popolare e del commercio un’icona cinematografica nata da una svista è diventata un cult, così di culto e così affermata che si è preferito legittimarla quando si è scoperto che non era vera. Quindi ora il Bond Strap “sbagliato” è legittimamente un cinturino di Bond al 100%, il discrimine sarà al massimo che il “vero Bond strap grigio\nero” deve essere quello fatto da Omega e montato sul Seamaster ma sono dettagli per i fissati.

L’errore ha insomma creato con una gag postmoderna per gli appassionati di orologi probabilmente un nuovo simbolo  bondiano mentre ne legittimava un altro. Per quanto mi riguarda come mossa di marketing è da chapeau.

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Darth Von Trier

Quando la mamma non c’è #3: Papillon (1973)

Bentrovati cari lettori alla nostra rubrica di Cinema da Combattimento per padri e figli. Oggi parliamo di Papillon. un classico del cinema a schiena dritta di una volta, con azione, avventura, zero ironia e tanta disillusione anni settanta.

Il mio ricordo

Un giorno i miei mi beccarono con un giocattolo non mio: un bellissimo furgoncino della Hot Wheels, un Ford T Sedan del 1927, rosso metallizzato fatto ad hot rod con le fiamme e il motore scoperto, che avevo bellamente rubato a scuola. Capita anche ai migliori di essere beccati, non mi colpevolizzate.

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Il peccato originario è rosso come una mela ma ha 8 cilindri a V.

Dopo dei per niente montessoriani ceffoni  in da la fazza e relativo castigo venni giustamente costretto a restituire il maltolto e a chiedere scusa. Essendo però un po’ cocciuto, e conscio che mia madre non avrebbe mai riconosciuto una macchinina dall’altra, restituii una orribile Majorette dello stesso colore che mi regalò chissà chi, tanto nemmeno le maestre ci avrebbero fatto caso. Mi sentivo un genio del crimine.

Mio padre che invece sapeva benissimo distinguere una macchinina dall’altra mangiò la foglia e quando mamma non fu nei paraggi mi sequestrò la Ford T, mi diede un extra di scappellotti e mi fece un discorsetto sull’onestà che ancora ricordo. Per rafforzarlo ma smorzare i toni decise che alla prima occasione avremmo visto un film, per illustrarmi a cosa va incontro chi non riga dritto. So che se avesse potuto mi avrebbe fatto vedere Fuga di Mezzanotte, ma avendo sei anni non era ancora il caso persino per uno con pochi scrupoli come mio padre. Optò quindi per un film d’avventura, d’azione e drammatico tutti assieme: Papillon.

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classe Montessori, lezione di educazione civica

Papillon fu, con gran soddisfazione pedagogica del babbo, un’esperienza devastante. È uno dei film carcerari più angoscianti che io conosca, risulta spossante quando sei adulto figurarsi da bambino. Avevo già visto qualche film con delle evasioni credo, ma nessuno sui tentativi di evasione falliti. È un film sulla prigionia in senso lato, senza celle ma ugualmente senza scampo, senza nessun futuro che non sia infrangersi contro gli eventi, come una mosca che cerca di uscire sbattendo contro il vetro della finestra.

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Steve McQueen che manda al macero tutti gli hipster tatuati che vogliono fare i badass.

Steve McQueen il “king of cool” per eccellenza in un ruolo che ne mette in luce il lato tragico, che nei disperati anni settanta e dopo dieci anni esatti, porta quasi il suo personaggio di La grande fuga di nuovo all’inferno ma lo trattiene lì, a logorarsi in un supplizio tantalico di fughe e incarcerazioni, di pene inflitte e di sfortune piovute dal cielo. A fronte di tutto, più della paura e più della morte è  però la voglia di metterla nel culo a tutti e fuggire, mentre invece il suo compagno di sventura Dustin Hoffman rappresenta, in una delle prove della sua vita, l’altro lato della prigionia: quello dell’uomo abbandonato e arresosi, che ormai si trascina verso la pazzia e la morte.

Mi mise addosso un’inquietudine che non mi lasciò, vorrei poter dire che non ho più rubato nulla ma mentirei. Ho rubato altre cose ma ogni volta mi sono sentito peggio, fino a smettere che ero ancora in età preadolescenziale. È stato merito di un’educazione severa, che nel suo corso ha compreso anche un film carcerario con Steve McQueen.

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tanto divertimento in scenari tropicali

Molti anni dopo, più di trenta, uno dei miei migliori amici mi disse che di recente suo padre gli aveva confessato ormai ottantaduenne di aver scontato da ragazzo una breve pena sull’ Isola del diavolo, il vero carcere su cui è basato il film, negli anni cinquanta. Gli confidò che appena maggiorenne, spinto da fame e da avventura in un’ingeneroso sud Italia del dopoguerra, si imbarcò su una nave diretta in Sud America dove iniziò ad arrangiarsi e a trafficare in pietre preziose vere e false. Lo presero e lo sbatterono sull’isola-prigione di Papillon. Dice il papà del mio amico che il film è anche troppo tenero, ti risparmia oltre la gente che muore di malattie tropicali riversa nelle proprie feci anche il tanfo di morte e animali da cortile di cui era piena l’aria. Se da ragazzino Papillon mi insegnò qualcosa poi la vita, stranamente ricollegandosi a Papillon, me lo ha ribadito da adulto.

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animazione nel villaggio vacanze

Perché vederlo senza la mamma?

Perché mamma non è così severa e già all’introduzione della ghigliottina a me era presa malissimo la situazione presagendo il peggio, secondo me dopo alcuni minuti della mia faccia amareggiata avrebbe interrotto la visione. Poi ci sono un po’ situazioni che un bambino non dovrebbe vedere e insomma quel genere di cose di tette che le mamme poi cambiano canale. E poi forse la mamma non vuole che si faccia il tifo per i galeotti, soprattutto se vuole insegnarti che non si deve rubare. Perché alla fine nonostante il fine istruttivo e nonostante il messaggio fosse passato, io e mio padre facevamo il tifo per Steve McQueen. Come sempre, da sempre e per sempre.

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Sì Steve, tifo per te anche galeotto e ridotto malissimo. Anzi soprattutto.

La Hot Wheels comunque l’ho tenuta, alla faccia delle maestre e di chi mi regalava orribili macchinine Majorette, come monito e come trofeo.

Cosa abbinarci?

Con le sue due ore e mezza minuti di durata Papillon richiede uno snack lento e costante, piccolo e in grande quantità, con una bibita che non ti stronchi. Da piccolo me lo beccai a bocca asciutta zitto e mosca, oggi ci sgranocchierei un bustone di mini pretzel e del té freddo.

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Nanni Cobretti

Il miglior Batman possibile

Siamo tutti d’accordo che videogame e cinema sono cose ben diverse.
Siamo anche tutti in pari, spero, col fatto che i videogame si stanno avvicinando sempre di più al cinema. Senza stare a scomodare per forza film (pallidamente) interattivi come Until Dawn, ormai da svariati anni in ogni gioco d’avventura che si rispetti le cosiddette cut scenes, ovvero gli intermezzi fra un “livello” di gioco e l’altro, sono sempre più invasive e ricercate. Non sono più un intervallo di intrattenimento e neanche un semplice strumento per introdurre la missione, ma si prendono largamente il disturbo di creare un’atmosfera pienamente immersiva, dettare un tono, raccontare una storia, approfondire tematiche e caratterizzazioni dei personaggi.
La trilogia videoludica di Arkham della Rocksteady – approfittando ovviamente di tutte le differenze del caso fra media e mercato – fa una cosa molto semplice: mantiene un’iconografia e una caratterizzazione piuttosto classicheggiante (Batman come super-vigilante-detective con gadget impossibili che spaventa e mena come un fabbro ma non uccide mai, Joker smilzo e istrione/isterico, l’Enigmista in tutone verde, tutti i comprimari colorati del caso, ecc…), ma contemporaneamente racconta una lunga storia serissima, che non ha paura di lanciarsi in dilemmi psicologici (soprattutto grazie a Joker) e di sicuro non è per bambini.
E io, prendendone spunto, mi chiedo: è davvero così difficile accettare premesse simili anche in un film? Perché dobbiamo per forza subire un bivio fra una trasposizione seria con costumi e personaggi pseudo-realistici a camuffare il più possibile il materiale di origine (corrente generale ormai codificata come nolaniana) e una apparentemente più fedele, apertamente giocosa, che però sente continuamente il bisogno di scusarsi della sua stessa natura “sciocchina” con battutine autoironiche e strizzatine d’occhio varie (corrente marveliana)?
Ci è andato abbastanza vicino Tim Burton, raccontando una Gotham favolistica al punto giusto ma lasciando che il suo disinteresse per i supereroi deviasse eccessivamente il cuore del racconto sul lato psicanalitico.
E, paradosso e sfiga, per circa due minuti nel ’95 è sembrato potesse andarci più vicino di chiunque il Batman Forever di Schumacher, le cui premesse erano schiarire i colori e rimettere l’avventura al centro, se non si fosse tragicamente affrettato e pasticciato nei risultati e infine abbandonato nel problema opposto (e lasciamo perdere il sequel).
Perché siamo imbarazzati dalla nostra infanzia e accettiamo un certo tono del racconto solo se in forma animata, o presentato su un media che, istintivamente quanto inesorabilmente, ci abbassa le pretese? Perché dev’essere tutto occultamento o decostruzione?
Sogno qualcun altro che abbia le palle di prendere i fumetti davvero seriamente, per quello che sono, senza vergogna, senza nasconderli né sminuirli.
Ed è troppo facile farlo con Spiderman: fatelo con quel lagnone serioso e imparanoiato di Batman.
Vi aspetto al varco.

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PEM!

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George Rohmer

Sicario, una breve seconda opinione. You’re welcome

"i400Calci parlano ancora di noi". "Sì, ma è solo un blog". "Ouch".

“i400Calci parlano ancora di noi”. “Sì, ma è solo un blog”. “Ah”.

Qualche giorno fa sono andato a vedere Sicario al cinema e sono rimasto completamente folgorato. Del film abbiamo già parlato, o meglio ne ha parlato abbondantemente e impeccabilmente Jean-Claude Van Gogh nella sua recensione. Perciò non intendo scrivere un’altra recensione, ma solo esporre brevemente un pensiero che mi è sorto durante la visione.

Sicario è bello. William-Friedkin-bello. Sicario è quel cinema d’azione serrato, di poche parole e grande sintesi narrativa e visiva, violento, imprevedibile e onesto di cui abbiamo più che mai bisogno. Sicario è anche quel genere di film da far vedere stile cura Ludwig a ciascuno di quei vecchi (dentro o meno) che accusano il cinema moderno di “non essere bello come nel 19xx”. È la dimostrazione in pixel che invece il cinema – e il cinema americano, per quanto il regista sia canadese e parli francese – è più che mai in grado di regalarci qualcosa di grandioso. Solo che bisogna scavare più a fondo di un tempo e aspettarsi sorprese da direzioni inaspettate. Perché l’unica differenza sostanziale è che oggi questa roba la si fa meno di un tempo e che di solito è finanziata al di fuori del circuito dei grossi studios, troppo interessati a coltivare franchise sicuri per fare breccia sul grande pubblico.

Che cazzo di super-scena.

Che cazzo di super-scena.

Sicario non può rientrare in tutto ciò: è troppo scarno e tagliente, troppo popolato da terribili figli di puttana opportunisti, vendicativi e pronti a tutto pur di portare avanti la loro sommaria e parziale idea di giustizia, per essere adatto al “grande pubblico”. Eppure proprio questa sua mancanza di compromessi e buone maniere dovrebbe essere il campanellino d’allarme per far scattare nel calcista la necessità di vedere questo film, e vederlo subito, nel più grosso schermo a disposizione e con un bell’audio che gli faccia scoppiare i timpani a ogni scarica di mitra o colpo di pistola. Raramente, se non andando a ripescare i Friedkin, Peckinpah e Mann di annata, potrete vedere qualcosa di simile in questo momento. Sono generalmente contrario all’idea di un sequel di Blade Runner, ma dopo aver visto questo il mio cuore si è gonfiato di speranza.

Perciò date retta a JCVG (e me): Sicario is the reason.

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