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Jackie Lang

Ci siete andati a vedere Ghostbusters? Bravi

Bravi qualsiasi sia stata la vostra risposta.

Nella foto un regista di commedia posa accanto ad un'autovettura ispirata a quella di un film d'avventura

Nella foto un regista di commedia posa accanto ad un’autovettura ispirata a quella di un film d’avventura

Bravi se ci siete andati, perché non ha senso farsi condizionare dai commenti in rete di chi il film poi nemmeno l’ha visto, perché il cinema d’azione (con molta calma e con lentezza) sta gradualmente cominciando ad incorporare anche protagoniste femminili, e bravi perché le cose vanno viste in prima persona per giudicare. Bravi perché non c’è niente di intoccabile, perché non è vero che un remake anche qualora pessimo rovina il film originale, non esiste lo stupro della propria gioventù, e i remake, piaccia o no, hanno sempre un senso, possono essere brutti (come del resto anche i film che non sono remake di niente) ma hanno un senso. Bravi perché Ghostbusters non era un film di uomini che fanno cose ma uno di nerd che si mettono in spalla uno zaino protonico, non incrociano mai i flussi (tranne quando vale la pena rischiare) e combattono gli ectoplasmi, uno in cui una banda di comici televisivi cerca di dimostrare di poter essere protagonisti di un film anche serio, e oggi gli emarginati non sono più i nerd come nel 1984, oggi (come ieri) le donne lo sono. Quindi ha tutto abbastanza senso.

Nella foto 4 attori di un film d'avventura posano accanto al Gozer il gozeriano

Nella foto 4 attori di un film d’avventura posano accanto a Gozer il gozeriano

Ma bravi anche se non ci siete andati a vederlo.
Bravi perché è una commedia e non un film d’avventura, perché davvero non gli interessa cosa fosse il film di Ivan Reitman ma, semplicemente, gli interessa altro. Ad esempio non gli interessano i fantasmi in quanto minaccia ma gli interessano i fantasmi in quanto “cosa a cui nessuno crede tranne le protagoniste, ma avevano ragione loro”, non gli interessa nemmeno la grande minaccia finale, non gli interessa l’azione ma i dialoghi, le gag, le battute e le scene al chiuso. Bravi perché le pochissime scene di menare sono dirette malissimo, goffe e implausibili nemmeno in un film parodia e perché addirittura vengono incrociati i flussi così, senza che dia fastidio a nessuno, come nulla fosse!
Bravi perché è un film che promette calcismo ma non ne consegna nemmeno l’ombra, che contiene tutto tranne quell’esaltazione per il combattimento che qui è l’unico vero verbo.

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Darth Von Trier

Di nuovo sul noir in TV: il Bosch di Amazon

Bosch è una serie prodotta da Amazon Prime e tratta da una serie di romanzi scritti da Michael Connelly con protagonista un poliziotto di nome Hieronymous (Harry) Bosch. Sì davvero: come il pittore olandese del quattrocento. Non esattamente tra le serie che spostano più hype, consensi e commenti su internet al giorno d’oggi, ma –nondimeno- una delle migliori serie da anni a questa parte. Da un po’ di mesi si possono vedere i dieci episodi che compongono la seconda stagione, il sottoscritto e Wim Diesel hanno passato i giorni a ridosso della serie a commentare i passaggi con incalzanti SMS. Questa, a grandi linee, è la chiacchierata tra noi due sull’argomento scaturita via mail

DARTH VON TRIER: Allora, l’anno scorso eravamo presi da True Detective 2 ed abbiamo solamente accennato a Bosch, che poi si è rivelata una delle nostre preferite degli ultimi tempi. Mi pare doveroso spendere due parole sulla serie in generale, giacché oggi ci troviamo a parlare della seconda stagione. Per me è stata folgorante. Non avevo mai letto nulla di Connelly, a malapena conoscevo il nome del suo personaggio quindi l’ho vista da zero, con zero pregressi e sono rimasto irretito da quanto cazzo sia la Los Angeles che ci piace,  il poliziesco che ci piace, senza doverci ripetere su Ellroy, Chandler, Mann, Friedkin etc. Tu invece avevi letto qualcosa, qualcosa ne sapevi, quindi come ti è parso il lavoro che hanno fatto?

WIM DIESEL: La prima volta che ho letto Connelly è stato per uno di quei libri Mondadori che passavano in edicola in edizione economica, tipo il giallo Mondadori o qualcosa di similare. Io sono una persona che legge(va) molto a caso, mi capita spesso di prendere un libro di qualcuno sconosciuto. Così ho trovato questo romanzo che si chiamava Debito di sangue, e nel retrocopertina c’era scritto che Clint Eastwood l’aveva comprato per farci un film. Ovviamente ho comprato il libro, sono andato a casa e l’ho letto in pochissimo tempo. In questo Michael Connelly è ottimo, nel senso: è esattamente a metà tra quelli che fanno l’intreccio poliziesco complicato e da ultraconsumo tipo Jeffery Deaver e quelli che amano modellare personaggi molto oscuri, sai, alla Spillane. Il poliziesco contemporaneo è pieno di questa gente che per me più o meno si equivale, cioè non so dirti se preferisco Connelly o Deaver o Pelecanos o Winslow… la qualità è più o meno quella. Debito di sangue comunque mi piacque molto, ecco, ma non tanto da dire “ora mi trovo tutto”. Non sono quasi mai metodico nel recupero degli scrittori, di pochissimi ho letto tutto. Trovai La memoria del topo in una banchetta, sempre in edizione super-economica, e me lo comprai. Quello è il primo romanzo della serie di Harry Bosch e il ritratto è abbastanza diverso da quello del film, più oscuro e introspettivo. Ma credo che sia così più per una contingenza, nel senso che forse Connelly mentre scriveva si è trovato tra le dita questo personaggio molto forte e ha deciso di concentrarsi più sulla personalità di Bosch, sul suo passato e sulle ombre, piuttosto. Dopo quello ho letto solo Musica Dura, la cui trama contiene l’ossatura generale della seconda serie televisiva. Questo per dirti che sì, la volta che mi scrivesti “c’è una serie TV chiamata Bosch” mi sono preso bene, ma non è che stessi spruzzando la gioia fuori dal cazzo. La gioia fuori dal cazzo l’ho iniziata a spruzzare quando ho iniziato a vedere la serie: per me è uno dei telefilm più eccezionali di sempre.

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Eccezionale

Sul personaggio, a parte quel che ti dicevo sopra, direi che tutto sommato il lavoro fatto nella serie è lo stesso che viene fatto con il personaggio di Terry McCaleb nel film di Debito di sangue: viene semplificato, si dà qualcosa per scontato, si taglia qualche comprimario e si prega che funzioni. Per capirci, parlando di trama pura e semplice, Debito di sangue film è assolutamente minore rispetto a Debito di sangue libro. Ma fortunatamente Clint Eastwood riesce a farlo diventare un’altra cosa. Credo che valga anche per il telefilm: se avessi dovuto dire chi doveva interpretare Harry Bosch, non avrei mai pensato a Titus Welliwer. Ma bastano dieci minuti di serie per capire che Titus Welliwer è Bosch, che è riuscito a piegarsi il personaggio addosso alle sue esigenze. Diciamo così… S’è capito qualcosa?

DVT: Sì sì chiaro, poi ecco io non avendo letto i libri mi fido ciecamente di te. Da spettatore posso confermare che ho capito che c’era stato un grosso lavoro sull’essenzialità degli elementi. Alla fine hai un contesto ricco, dove anche quello che rimane sullo sfondo, o le storie che vanno sottotraccia, non ti sembrano mai sottosviluppate o scadenti, hai sempre questa percezione di funzionamento del tutto, tangibile o percepito che sia che è un po’ come in pittura certi sfondi che sembrano dettagliati e poi sono quattro pennellate che però suggeriscono precisamente quello che serve ma senza distogliere dalla narrazione in primo piano. Chiaramente su Bosch/Welliver c’è il lavoro più grosso di tutti: non parla moltissimo ma in ogni dettaglio e in ogni cosa che fa e dice recita tutto quello che serve, lo adoro, è il badass che mancava.

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veri badass di mezza età con la pancetta

Perché siamo abituati a badass da fumetto ormai, al cinema o alla TV essere un uomo d’azione con le palle quadrate diventa sempre più macchiettistico. Bosch invece è vero, è umano, un uomo sofferente ma al contempo non è mai debole, è duro senza voler fare il duro e a volte è anche ironico. È un badass congenito ed è resa benissimo questa cosa.

WD: Secondo me dipende tutto dal fatto che forse si vuol far funzionare le serie puntando sull’elemento umano, sull’immedesimazione dello spettatore. Cioè ad esempio una cosa come Breaking Bad spinge sul tasto dell’uomo comune che si trova in queste situazioni da criminale, ed è una premessa che in una certa misura nega il noir, o comunque non lo considera implicito nello svolgimento della storia. Invece Bosch potrebbe essere tranquillamente scritta dal John Milius dei tempi belli, magari Milius la farebbe giusto un po’ più malvagia e nichilista, e forse il personaggio di Bosch sarebbe un po’ più matto e meno quadrato, con qualche accento diverso. Ma il punto è che Harry Bosch, l’Harry Bosch della serie, è un personaggio così classico che oggi sembra quasi spiccare per originalità. Forse un lavoro simile era all’origine di Luther, ma poi si è preferito farne una serie moderna a orologeria con questi intrecci pazzeschi e questi cattivi psicotici da cronaca nera ipertrofizzata, tutti questi piccoli Breivik, che non so come spiegarlo, tolgono respiro alla narrazione.

La potremmo chiamare sindrome di Damon Lindelof. Moltissime serie, anche noir, vengono realizzate sull’onda di un’idea brillante di base, che illumina una sola faccia di un meccanismo a incastro, e fa montare la tensione a livelli allucinanti fin da subito per capire cosa è successo, qual è la premessa. Per cui all’inizio le guardi per vedere cosa succede. E poi dopo un po’ iniziano a illuminare la struttura e al contempo devono tirar fuori dei colpi di scena e qualche “supercazzola”, e la macchina va avanti, la serie si rinnova per due stagioni in più, eccetera. Non è che non mi piacciano queste cose, ma c’è sicuramente un certo livello di ingratitudine, di ricatto. Un esempio tipico è la prima stagione di True Detective: parte col botto, affastella delle gran premesse e poi si ferma e le chiude così un po’ alla cieca. Bosch invece è costruita a blocchi progressivi, che s’intrecciano uno con l’altro ma non in maniera stronza o pretestuosa. E al di là del lavoro su Harry Bosch, popolano la serie di personaggi che nel complesso sono credibili, e sono tutti scolpiti nel legno -la moglie, il partner, i capi della polizia, gli sbirri corrotti. Il lavoro di asciugatura è molto evidente. In certi casi forse anche troppo, non voglio fare spoiler ma diciamo che prendere tre libri e farci una serie di 10 puntate toglie un sacco di ciccia a molte sottotrame –per cui ti trovi dei blocchi narrativi che nei libri occupano centocinquanta pagine e nel telefilm si risolvono in un “ah, ho capito, ok”. Però l’insieme è ultra-funzionale.

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L’elemento umano

DVT: È vero, c’è un che di Milius ma aggiornato al noir americano post-Mann. La prima serie di Bosch appena alla seconda puntata sembrava essere arrivata proprio per dimostrare quanto non serva il fumo negli occhi e la complicazione per fare un buon poliziesco e pure elegante, come appunto la succitata True Detective 1, ma servono pochi elementi ben utilizzati e un’idea nitida dei personaggi e della storia, anche se semplici. Bosch inizia e in metà della prima puntata hai già sancito il mood della storia, capisci in che L.A. ti trovi e capisci che sei in quella zona grigia di procedura poliziesca in cui può succedere di tutto, però non cade mai nel cliché -e anzi Bosch ammonisce i colleghi che ancora vorrebbero fare le cose alla spiccia che “non sono più quei tempi“, è il primo che se serve gioca anche sporco ma sa che lo devi fare col triplo dell’attenzione perché la sorveglianza oggi è più alta e la tolleranza per chi agisce fuori dalle regole è molto minore. È “classico” senza voler essere “manierista”, è un classico che tiene conto di Ellroy ma sa che è il 2016 e adatta la procedura all’antica ai tempi moderni. È una bella prefigurazione. Spesso gli autori dei materiali d’origine vengono coinvolti più per usarli come testimonial che altro, invece qui ho l’impressione che Connelly abbia avuto un ruolo importante nella trasposizione del suo mondo, oltre che essere produttore esecutivo della serie e testimonial

WD: Il principale pregio per me è che Bosch la guardi per guardarla, lì ed ora. Alla fine l’intreccio in sé passa spesso in secondo piano rispetto alle scene di vita di lui. Non frega quasi un cazzo di sapere come va a finire.

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il procedurale

DVT: No beh ti frega ma non senti di perdere tempo quando stanno mostrando qualcos’altro. Io la trama principale -quella dell’omicidio del pornografo- a un certo punto l’ho messa in secondo piano come interesse in favore di quella secondaria del figlio del capo della polizia sotto copertura ma con un orecchio attndevo comunque con ansia che procedessero con la trama principale. Sì chiaramente Bosch/Welliver è quello che fa la serie, vedrei anche puntate fatte di soli giri di routine suoi. Che poi, in parte, è una serie che contiene cose così: giri di routine, persone che fanno cose normali… Però poi quando c’è da agire arrivano alcuni dei migliori momenti del genere, in TV e non solo.
La scena degli ostaggi liberati senza sparare un colpo è da applausi, nemmeno l’ultima stagione di True Detective.

WD: La scena degli ostaggi liberati è un ottimo esempio di quello che intendevo quando dicevo “fine l’intreccio in sè passa in secondo piano”.

SPOILER

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Ti faccio un esempio: la scansione tipica di una soluzione narrativa come questa è quasi sempre uguale: L’eroe vuole risolvere il caso, arriva il malvagio, gli rapisce moglie e figlia, lui inizia a cedere a delle richieste per salvarle e poi cerca di ribaltare la situazione e bla bla bla, il tutto in un sistema ad incastro che potenzialmente può andare avanti anche fino alla fine della serie. Tra le altre cose questa è una delle ragioni per cui odio quasi sempre i film coi rapimenti: perlopiù sono gare di cazzi grossi a caso in cui ci si allontana sempre più dal vero. Così poi ti trovi che a metà della stagione di Bosch rapiscono la moglie e la figlia e tu pensi vaffanculo Liam Neeson. Invece è uno spin-off da 15 minuti netti, una cosa messa in piedi da un cattivo che non è nemmeno al centro di tutte le macchinazioni. A Bosch arriva la telefonata e dieci minuti dopo è già partita l’azione solitaria. 5 minuti di azione old school e via andare. Non c’è manco l’abbraccione catartico alla fine, in pratica. Cioè, a parte il modo in cui è girata e la location strepitosa e tutto, è incredibile perchè per molti versi non ha nemmeno un vero e proprio motivo per star dentro la trama generale, e tutto quello che puoi pensare è che gliel’abbiano infilata per scolpire un po’ il lato street di Harry Bosch. E pure un po’ per sfottere le scene di rapimento nei film.

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FINE SPOILER

Poi c’è parecchia roba di questo tenore in giro per la serie, tutte le questioni di mobbing tra FBI e polizia di Vegas eccetera, sono più che altro degli spin-off irragionevoli per costruire dei personaggi magari inutili ma bellissimi (ne ho in mente uno in particolare), che danno a tutto un gran tono da serie anni ottanta, non so, tipo Miami Vice.

DVT: Ma anche settanta, penso al sottobosco stradaiolo ricorrente di Baretta o Hill Street Blues. Ha l’anima rivista e rilanciata in grande delle serie più credibili del genere di ogni decade, svettando. L’enorme fascino della serie anche per me è nell’agglomerato di personaggi ognuno delinato e con la sua storia, e in parte pure il contrasto tra questa L.A e i suoi abitanti, questa città crudele ma impalpabile tutta fatta di luoghi ininfluenti in cui via via si affastellano personaggi tangibilissimi, di pietra che a differenza di noi quella città la conoscono e padroneggiano come niente.
Qui si è aggiunta anche la Las Vegas periferica, quella fuori dalla strip delle famiglie coi viaggi in groupon e degli hotel a tema, che è un posto allucinante in cui sopravvivono degli scorci scorsesiani di hotel ex di lusso oggi in decadenza uniti a boh, parcheggi di motel grandi come un campo di calcio e deserto con strip club qui e lì.
Mi ci sono ritrovato e sono posti in cui ti senti veramente solo, più che in cima ad una montagna. Forse è una fissazione mia questa dei luoghi di certa America, uscì fuori anche per True Detective 2, ma sono uno sfondo scenografico e diciamo di mood, che mi fa risaltare tantissimo i personaggi. Pensa alla scena dell’iron rodeo, che cosa pazzesca. Già la storia che porta alla scena è bella, poi ci sono quel luogo e quella desolazione che amplificano esponenzialmente tutto.

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Quei bei paesaggi americani

WD: So che non è il concetto più originale del sistema solare, però c’è sempre quella distinzione molto forte tra il poliziesco newyorkese e il poliziesco losangelino -molto brevemente, quello newyorkese è verticale e compresso negli spazi chiusi o nei vicoli devastati, tipo NYPD Blue,  e alla fine per dire è relativamente raro vedere un buon inseguimento d’auto a New York (così al volo mi viene in mente Die Hard 3). Mentre Los Angeles è un territorio di caccia per i campi lunghi, che se ci metti quella periferia e quel degrado non hai manco bisogno di scriverti il film (un esempio tipico è Drive). Poi in realtà l’altro giorno ho riguardato Straight Outta Compton ed è la stessa poetica, nel senso, è un film che si apre su una crackhouse che in realtà è la classica casetta singola col giardino sfiorito, poi arriva la polizia a fare irruzione con un cazzo di carrarmato che entra dentro il muro, un CARRARMATO, no, provaci a New York a far girare un carrarmato per le strade. E poi c’è tutta questa epica del degrado periferico, della gente che scrive le rime in pullman. Alla fine è tutto collegato, cioè, stando solo al cinema sembra di vedere che per fare la vita di strada a New York basta scendere in strada e invece a Los Angeles tocca fare dei chilometri.

DVT: È molto vero quello che dici tu, però confuto con l’inseguimento di Il braccio violento della legge la cosa che dici sugli insegumenti a New York. Tra l’altro Friedkin poi si sposta a Los Angeles con Vivere e Morire a Los Angeles e pure lì crea uno degli inseguimenti più maestosi del cinema.
Anzi questa mia postilla la incanalo nella tua osservazione giusta sulle due città: i due inseguimenti sono uguali solo per la potenza, la violenza, l’esasperazione ma sono molto diversi come carattere: quello a NY è tutto fuggi fuggi di persone, di cumuli di immondizia travolti e macchine che sgommano, è urbano nel senso che dici tu degli spazi ristretti e della vitalità delle strade; quello a LA invece è un’estenuante rincorrersi contromano sulla superstrada intasata nell’ora di punta, non ci sono persone, ci sono solo veicoli e spazi o desolati quasi metafisici come i giganteschi canali prosciugati o intasati di umanità intrappolata nelle vetture come i cavalcavia della superstrada.

WD: Il rapporto tra L.A. e Vegas invece per me vuol dire Ellroy, soprattutto Sei pezzi da mille, nel senso di Vegas come una specie di toilette della moralità e dell’autostrada che le collega come tipo highway to hell. È una cosa che in Bosch è resa soprattutto nel personaggio della ex moglie, cioè tipo trasferirsi a Vegas vuol dire già come premessa che ha mollato la vita e ha abbracciato la Vita… Niente giudizi morali, eh? Anche perché sono perdutamente innamorato di Sarah Clarke dalla prima puntata di 24. Anche se qui c’è da dire che il personaggio della moglie del morto la mette quasi in secondo piano.
DVT: Sì come ti dicevo l’introduzione di Vegas è la cosa più Ellroy di tutte, ed è perfetto come sia inquadrata solo nella sua parte per niente glamour. Altrimenti non si riesce a rendere quel mood di Vegas che dici tu: se per sbaglio ti sfugge una carrellata sulla strip, pensi subito a Scorsese.
Senti, nei nostri scambi di SMS tu mi dicevi che non eri proprio esaltato della sottotrama, che trovavi deboli alcuni personaggi? Senza rovinare nulla parliamo di questa cosa, perché io, forse rapito dalla bellezza dell’insieme, non ho avuto grossi problemi.

WD: Niente di davvero pressante. È solo che soprattutto per quanto riguarda i cattivi, a un certo punto nella serie inizia questa escalation fichissima, in cui dei personaggi che sembravano sfigatissimi pian piano iniziano a mostrarsi sempre più bastardi e senza scrupoli. Poi a un certo punto un paio di loro, diciamo i due cattivi principali, iniziano a svalvolare e si fanno fregare in un modo un po’ idiota, che non segue quell’escalation, non segue l’aspettativa che ci avevano dato a un certo punto. Diciamo così.  Però insomma, mi rendo conto che Bosch sia anche e soprattutto una serie sulla miseria umana, e quindi ha abbastanza senso che i personaggi siano così a basso profilo. Però è un po’ bizzarro perché, pur non avendo letto tutta la roba da cui è tratta la seconda stagione di Bosch, di solito i personaggi di Connelly tendono sempre ad essere un po’ oltre l’umano, a sfidarsi un po’ in campo aperto. In questo senso i cattivi della prima stagione somigliano molto di più a dei personaggi di Connelly. Magari dico una stronzata, ma mi pare che a questo giro Connelly si sia volutamente un po’ sacrificato, a un certo punto abbia scelto deliberatamente di scaricare un po’ la trama e l’intreccio, e puntare su un prodotto un po’ più classico. Anche il personaggio di Bosch: quasi tutto il suo conflitto interiore, che nei libri che ho letto occupa pagine e pagine, flashback, rimandi e tutto il resto, nel telefilm è relegato a un paio di gesti simbolici –esempio cardine, la scena finale della seconda stagione. È anche una bella scelta, molto cinematografica. E del resto le parti cinematografiche di Bosch sono decisamente le migliori, il gusto registico per la scena, l’iron rodeo, il rapimento, tutte quelle cose lì.

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Quelle cose lì

DVT: Questo non lo so dire perché appunto non ho letto i romanzi, quello che mi sento di fare è consigliare di guardare Bosch. Qui in Italia non se la fila nessuno ed è criminale, per fortuna ci siamo noi a darvi le dritte giuste e se non avete colto tra le righe un anno fa con questa chiacchierata vi caldeggiamo ufficialmente di iniziarla; partite dalla prima serie, con calma, entrate nel ritmo lento ma incalzante, peretevi nella Los Angeles tentacolare del nuovo noir statunitense ma godetevi anche quei brevi sprazzi di buddy cop che affiorano qui e lì ma soprattutto  scoprite l’Harry Bosch di Titus Welliver che è veramente una delle cose più incisive nel genere che abbiamo visto da molto tempo a questa parte.

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Jackie Lang

Menare all’italiana: il manuale dei colpi base di Bud Spencer

Coach

Coach

Bud Spencer è stato il più grande artista marziale del cinema italiano.
Non solo perché probabilmente l’unico ma perché a differenza di molti altri, anche non italiani, aveva un repertorio di colpi propri che nessun altro può vantare. Aveva uno stile coerente e ben identificabile, aveva mosse sue, esclusive, che non usava e non usa nessun altro, così legate a sè che chiunque le usasse sarebbe evidente che sta imitando Bud Spencer. Sopra a tutto aveva un modo di intendere il conflitto tutto suo, il che lo rende un artista marziale e noi di i400calci intendiamo celebrare la sua scomparsa con un breve compendio delle sue mosse esclusive, quelle che non si trovano in nessun altro combattente del cinema.

Innanzitutto bisogna considerare lo stile, improntato alla pesantezza. I colpi avversari si prendono in pieno, solo ogni tanto si parano, quando lo si fa è per poter poi attaccare. Dunque la difesa di fatto non è un’opzione, perchè in realtà in Bud Spencer, non esistendo la schivata, la parata è solo un momento dell’attacco.
Dunque iniziamo subito da queste parate, perché non sono semplici come si può credere e sono il primo passo per l’offesa. Il movimento è sempre dall’alto verso il basso. Nella pratica non serve a niente ma è una soluzione visiva che funziona bene, perché il colpo parato ha una sua parabola e apre la strada all’attacco.

La parata base è alta e laterale, solitamente portata con l’avambraccio o il braccio tutto, e ovviamente va verso il basso.

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Se proprio si deve parare un attacco frontale allora c’è l’acchiappo, cioè quella mossa complicatissima per la quale il pugno avversario viene afferrato al volo nella capiente mano di Bud. Comunque sempre dall’alto verso il basso.

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C’è anche una variante più goduriosa dell’acchiappo che è lo stritolaossa, cioè prendere il pugno dell’avversario (sempre in alto) e stringere portandolo lentamente in basso.

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In tutti questi casi l’aver portato il braccio dell’avversario in basso lo lascia sguarnito e pronto a prendere il colpo. Tutte queste parate base servono infatti come già detto a contrattaccare subito. Tutte tranne l’eruzione, che è quella mossa che può fare solo Bud Spencer (e che sfrutta regolarmente) utile a sbaragliare una montagna di uomini che gli si è gettata sopra. Ve lo propongo nell’immortale versione di Lo Chiamavano Bulldozer

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L’esile repertorio difensivo è tutto qui, perchè al contrario di Terence Hill, che eccelle nelle schivate e quindi nella difesa, quello offensivo è il repertorio più ampio di Bud Spencer. In tutta la sua filmografia si vedono tantissimi attacchi diversi ma tutti discendono da alcuni colpi fondamentali. Ne sono magari un’aggregazione o una filiazione, ma diciamo che le mosse da imparare sono un numero limitato adattabile ad ogni situazione.

Prima di tutto c’è il colpo base che non è il cazzotto (quello pure c’è ma non è un colpo esclusivo, lo vantano tutti), quanto la manata aperta in faccia o tra capo e collo o sulla nuca.

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Qui la possiamo rivedere anche meglio, è laterale oppure parte dall’alto, soprattutto è molto molto caricata, parte almeno da dietro la schiena e compie tutto un arco fino ad arrivare al punto di impatto. Questo è molto importante.

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Raddoppiando le mani sia ha la doppia sberla sulle orecchie. Questa è proprio una mossa col copyright BS, una che genera infinite soluzioni comiche e che è coreografica come poche altre. Unisce infatti la sensazione di una violenza blanda all’effetto comico del rintronamento.

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Più raro invece il frontalino, una specie di sberla sulla fronte. Bud lo usa poco, giusto quando deve chiudere una combo di colpi. Non a caso qui lo vediamo a seguire di due sberle

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Uno dei pochi colpi che invece partono dal basso per andare verso l’alto è l’uppercut, mossa di certo non esclusiva di Bud Spencer ma che nella sua interpretazione diventa un classico sempre uguale, quello utile a far volare l’avversario.

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Se però a fare l’uppercut sono buoni tutti, inventare il suo contrario è da geni.
Siamo di fronte al colpo firma, quello che nasce e muore con Bud Spencer, che non ha nessun senso nel mondo reale (perché farebbe più male a chi lo dà rispetto a chi lo riceve) e, al contrario degli altri, viene dato almeno una volta in ogni singolo film. Non si dà cioè film di Bud Spencer senza quello che lui stesso aveva battezzato il “piccione”, cioè il cazzotto in testa dall’alto verso il basso. Qui vedete bene l’effetto sulla vittima

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Qui in combo con una doppia sberla vedete bene lo sforzo nel portarlo

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Come dicevo poi i colpi vanno tutti combinati, guardate qui che splendido esempio di doppia parata laterale dall’alto al basso e poi di nuovo dall’alto al basso un doppio piccione.

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Siccome poi i colpi nel tempo si sono evoluti e non sono mai rimasti uguali, alcuni finiti in disuso, altri nati o evoluti, vi voglio proporre qui un colpo che è tale solo in virtù dell’effetto sonoro. Sarebbe una normale manata ma diventa straordinario con l’idea demenziale di sonorizzarlo con l’eco. Nessuno al mondo poteva anche solo immaginare una cosa simile.

Ora sarebbe bello poter postare un video con tutte queste mosse tutte insieme ma non ne esistono, perché come scrivevo sono cambiate e si sono avvicendate negli anni. La scazzottata che posso proporvi dunque è una delle più complete in assoluto benchè non contenente proprio tutto. È presa da Non c’è due senza quattro, notate come lo stile pesante sia alternato con quello elettrico di Terence Hill, come i colpi siano più ariosi nelle loro parabole.

Infine questo bonus perchè vi voglio bene. Questo è inclassificabile, oltre che bellissimo da vedere

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AGGIORNAMENTO 04/06

Nei commenti Michelangelo giustamente segnalava una serie di altri possibili colpi del repertorio tra i quali ci è sembrato particolarmente significativo inserire l’acchiappo con risposta, ovvero il colpo tramite il quale, prendendo l’avambraccio dell’avversario (o in certi casi proprio il pugno nella sua capiente mano), Bud gli restituisce il cazzotto rivolgendo l’attacco avversario contro egli stesso.

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Darth Von Trier

Gonzo Journalism di menare: ho incontrato Shane Black

In occasione del tour promozionale di The Nice Guys, oltre che andare all’anteprima nazionale, mi è stata data la possibilità da Lucky Red di partecipare alla tavola rotonda con Shane Black.

Una tavola rotonda consiste in un gruppo di persone, giornalisti o altro (io ero altro), che dialogano con l’autore ospite, cercando di non sovrapporsi. Più spesso finisce sovrapponendosi con una regolamentare prepotenza accettata come il fallo nell’hockey su ghiaccio.

Se leggete il nostro sito e/o i miei pezzi capirete che essere faccia a faccia con Shane Black è una di quelle situazioni tanto rilevanti quanto drammatiche, perché vorresti chiedergli il mondo ma avrai solo quaranticinque minuti da condividere con altre dieci persone.

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Il giorno prima vengo però informato che alla tavola rotonda oltre Black sarà presente anche il produttore di The Nice Guys: Joel Silver. Avete presente chi è Silver vero? In caso contrario sentitevi in colpa e andate a leggere che film esistono grazie a lui. Una comprensibile ansia mi è cominciata a salire sul groppone.

La conferenza stampa con regista, produttore e cast è fissata alle 12.00 nel grand hotel sotto il quale si trova il cinema dell’anteprima del film della sera precedente, la tavola rotonda è per le 13.00. Ora: il giorno prima nonostante i miei buoni propositi di vedere l’anteprima e filare a letto perché la mattina seguente avevo l’incontro, vedendo nel film Ryan Gosling costantemente ubriaco o in hangover, ho sentito una forte motivazione ad andare a bere due cosette e questo ha fatto sì che arrivassi all’appuntamento in un moderato ma presente stato di dopo-sbronza.

Arrivo comunque con largo anticipo alle 11.40 perché sono un fottuto professionista e nell’attesa decido di fare l’unica cosa sensata e che qualsiasi persona di buon senso farebbe al mio posto: mi butto al bar dell’albergo con gli occhiali da sole saldati in faccia, ordino due caffè al tavolo e mi accendo un sigaro grande così. Poco dopo esce dall’hotel Russell Crowe, che a breve dovrebbe essere in sala stampa a tenere una conferenza, vagando in canottiera calzoncini e occhiali da sole e con l’aria di aver avuto una serata affine alla mia. Non ci giurerei eh, ma sembrerebbe di sì.

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Nun ci giurerei ma insomma…

Quindi, tutto gonfio e trafelato, si allontana nei dintorni di stazione Termini tra foto dei passanti e incredulità generale. Da questo episodio la mia stima per Crowe è ulteriormente salita ma capisco anche che la conferenza stampa, e di conseguenza la successiva tavola rotonda, subirà dei ritardi. Dato il contrattempo vengo cortesemente invitato ad attendere in una sala d’attesa con prima colazione e ne approfitto per un altro paio di caffè, quando sul secondo vengo invitato a lasciare la sala perché è riservata ai soli clienti dell’albergo.

Insomma ho avuto un incontro surreale con una star di Hollywood, sono in hangover e vengo cortesemente cacciato da un hotel di lusso: il mio incontro con Shane Black sembra sceneggiato da Shane Black. Dopo due ore di ritardo finalmente iniziamo.

Da sempre mi sento orfano di un certo cinema, rimpiango il cinema di prima che nascessi un po’ perché per gran parte della mia infanzia ho visto solo vecchi film con mio padre, un po’ per indole e un po’ perché come mi conferma Black durante l’intervista c’è sempre meno spazio per i personaggi e i film che amo e che ama anche lui. Ho sempre intravisto nei film di Black delle cose che sembrano uscite dal mio cervello, delle figure, delle situazioni, dei registri con cui ho un’assonanza personale immediata e grande. Quando scrissi il pezzo per Le Basi su Dirty Harry visionai molti contributi video e lessi tantissimo materiale in merito, l’intervento di Black negli extra del bluray però mi risuonò molto vicino, parlava di come da ragazzino quando vide il film rimase folgorato dai dialoghi di Milius, dalla figura a tinte fosche di Callaghan. Dissi: “cazzo, amen” e ogni volta che leggo o vedo qualche sua intervista concludo sempre così.

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Shane Black durante l’incontro

Che sia il ragazzino che guarda i film del drive-in col binocolo sul tetto in Scuola di Mostri o sia il nichilismo sfacciato di Riggs in Arma Letale, o Bruce Willis che si sveglia con un topo morto in macchina e maledice la moglie in L’Ultimo Boyscout i suoi film toccano infatti una qualche mia corda. Black sa raccontare gli outsider, lo fa con grinta e umorismo, senza patetismi, senza malinconia né biasimo ma anzi facendogli portare la loro inadeguatezza con spavalderia, rendendola potente, rendendola quello che fa la differenza.

Ho chiesto quindi a Black cosa pensa dell’action di oggi, se ambientare il film in un’epoca in cui è accettabile per un eroe fumare ovunque, bere, venire alle mani sempre e uccidere se necessario, è un modo per aggirare il cinema d’azione attuale così ossessionato dal PG13 e dominato dal politicamente corretto; insomma se fare un film in costume è un mezzo per poter continuare a portare il suo genere di antieroi al cinema.

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Toccare corde

Fa uno strano effetto sentirsi dire da un autore di cui stimi il lavoro da sempre “hai assolutamente ragione, è molto giusto quello che dici” , che è quello che mi ha risposto Shane Black.

Mi conferma che non guarda con piacere il film d’azione, in cui le dinamiche sono troppo bloccate da cosa è giusto e cosa non è giusto far vedere, in cui gli eroi sono stucchevolmente positivi o comunque morigerati in favore dell’aggirare la censura, ritiene che in quanto autore americano lui abbia il dovere di non far morire la tradizione antieroica del western e dell’hard boiled, due creazioni della sua cultura, emanazione di una parte profonda del suo paese. Ed è per questo che dopo la parentesi di Iron Man 3 è tornato con un film con una profonda caratterizzazione personale, nella parte d’azione come in quella della commedia, ed è per questo che lui è Silver fanno i loro film, interviene il produttore a precisare.

Black, che non ha mai lavorato per la TV, conferma anche che non è particolarmente tentato dalle serie televisive oggi così predominanti.  Secondo lui per la televisione ci sono ancora più restrizioni che per il cinema, tutto viene calcolato in base alle percentuali dei sondaggi sul pubblico quindi uno scrittore si trova a fare tutto in funzione del compiacere quelle percentuali e semplicemente non si trova bene a lavorare così.

Parlando del film in uscita, The Nice Guys è una summa di Shane Black; meno inventivo e personale di Kiss Kiss Bang Bang ma efficace e lineare al punto da sembrare una sorta di “dove eravamo rimasti” dell’autore per far ripartire tutti i suoi argomenti e i suoi blackisms rilanciandoli e rinnovandoli. Black e Silver mi confermano che è un po’ così, e il secondo aggiunge che i due detective di The Nice Guys sono praticamente una filiazione di Murtaugh e Riggs, di quei personaggi, di quel tipo di buddy cop, però con più umorismo e più consapevolezza.

Dopo la tavola rotonda rimango un po’ a parlare con loro e mi viene una considerazione di cuore, ovvero che i loro film con Bruce Willis sono stati i film di Detective Harper con Paul Newman della mia generazione. Black mi stringe la mano e mi da un abbraccio, mi dice che è il commento più bello che ha sentito da molto tempo a questa parte, Silver annuisce e mi stringe la mano contentissimo.

Allora tiro fuori il mio numero 408 di Sgt. Rock ad autografare a Shane Black, lo stesso fumetto che il suo personaggio Hawkins legge in Predator. Black è così divertito e colpito che non solo me lo firma ma chiama anche Silver a firmarlo perché “this guy is the best”. Sono il migliore: l’ha detto Shane Black e lo ha confermato Silver, penso che potrei metterlo come mansione sul mio biglietto da visita.

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#LifeGoals

Per me è stato Natale in anticipo, nonostante i ventisette gradi romani e sia Maggio pieno potrei andarmene blackianamente sulle note di Let it Snow e non farebbe una grinza, opto per Dion and the Belmonts e mi allontano nel traffico diretto verso del paracetamolo.

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Jean-Claude Van Gogh

Se vi stavate chiedendo la nostra su They Look Like People

Regolarmente ci sono periodi in cui i film di genere prendono improvvisamente vita non appena tutti possono scaricarli e parlarne sui vari social, Letterboxd in primis. C’è sempre quella manciata di film che creano un passaparola tale da spingere anche i meno appassionati a dargli una possibilità, e poi ci sono quelli che, comunque, se li cagano solo i fissati, quelli che scaricano tutto o vedono appena è disponibile su Netflix. Tipo noi, insomma. The Invitation era uno di questi. Baskin un altro, ad esempio.
Ci sono poi film che girano per i vari festival di genere perché fatti per un determinato tipo di pubblico ma che, alla fine, non sono proprio quanto di genere vorremmo. Il caso del momento, per quanto mi riguarda (perché come minimo è un problema che mi sono posto solo io), è They Look Like People, un thriller psicologico ai minimi termini spacciato vagamente per horror di matti che sta piacendo a tanta gente. Anzi, direi che più o meno chiunque l’abbia visto ne ha parlato bene, e a ragione: è un film dall’atmosfera azzeccatissima che fa quasi tutto con i suoni e tre attori, prodotto con una crew al minimo (Perry Blackshear gira, scrive, produce, monta immagini e suoni) ma che sembra fatto da gente navigata. Uno di quei film di paranoia dura che potrebbe sfociare in qualsiasi cosa: massacro, monster movie, alieni tuttifatti, cospirazione governativa. Chi lo sa, la paranoia serve a questo, a creare mistero. In questo caso non vi dico in cosa finisce, ma diciamo che non finisce come forse ci si aspetterebbe da un film dal terrore psicologico recensito su queste pagine. Alla fine della fiera, la storia è una bromance tutta sconclusionata mascherata da horror psicologico, un racconto di amicizia che va dove i racconti di amicizia dovrebbero andare e, giustamente, non dove i film horror invece vanno. Ci sono sì quei due, tre momenti che a tensione fanno la loro sporchissima figura, ma le soluzioni scelte sono poi lontane da qualsiasi genere.
Insomma, They Look Like People è un bel film indipendente, dura poco e fa quel che deve fare, e questo post serve come risposta alla domanda “Parlerete di They Look Like People?”. Ecco fatto.

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She looks like alieno tuttofatto.

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Jackie Lang

Batman è Stallone e Superman è Schwarzenegger

Sylvester Stallone è sempre stato l’eroe imperfetto con un passato difficile e pieno di demoni da sconfiggere. L’eroe che ha bisogno di un training montage, di un momento in cui mostrare l’esaltazione del miglioramento, l’attimo in cui supera se stesso attraverso la fatica e l’allenamento. Schwarzenegger invece non ha mai avuto bisogno del training montage, perché è già superiore a tutti, in ogni film, i suoi eroi devono solo compiere la missione, non c’è dubbio sull’esito, è solo divertente vedere quanta gente massacra nell’arrivarci.
Batman v Superman alla fine vince bene (al di là di un milione di buchi in una trama assurda) perché ha capito che deve far scontrare due dimensioni dell’action movie. Batman è Sylvester Stallone e Superman è Arnold Schwarzenegger.

Proprio voi due

C’è quindi un motivo molto semplice per il quale Batman v Superman è un gran film e non ci sono idiozie di sceneggiatura che lo possano intaccare, non ci sono allucinazioni postapocalittiche mal dirette che lo possano affondare né ancora omonimie tra mamme che lo possano massacrare. È perché questo film sconclusionato e maldestro centra l’unico obiettivo che valeva la pena centrare, e lo fa sparando con un bazooka su un piccolo bersaglio da tiro a freccette: fa scontrare i valori fondanti del cinema action con l’unico scopo metterne in risalto ed esaltarne le differenze.

A me non frega una mazza di come questo film si relazioni ai fumetti o come prepari la strada alla Justice League, di come sia stato prodotto e quali svolte narrative manchi o centri. Con il contenuto mi ci pulisco il culo.
A me frega del fatto che questo film mette in scena una contrapposizione visiva come nessuno aveva fatto mai prima. Una che ponga Batman contro Superman riuscendo a renderli archetipi narrativi, virtù cardinali. Una che riesca a rendere a pieno l’esaltazione dell’unica vera caratteristica fondamentale dell’eroismo: il coraggio.
Per arrivare ala più viva e tangibile rappresentazione del coraggio vale la pena sopportare un film intero (e manco corto)? Sì.

È una facile cretinata dire che gli action heroes anni ‘80 oggi sono diventati supereroi, che cioè quel cinema d’azione asciutto è diventato questi blockbuster densi e pieni di fatti, spiegazioni, sottotrame, rimandi, spinoff, sequel e tecnicismi, che quel cinema borderline con la serie B è diventato il massimo della serie A per budget e complessità, eppure è anche vero che Schwarzenegger era Superman e che Stallone è sempre stato Batman. L’eroe che non fa prigionieri, invincibile e inscalfibile, il tritasassi che massacra un alieno, fa saltare in aria tutta un’isola o abbatte eserciti, contrapposto all’uomo che deve macinare per raggiungere il successo, che ha paura e quindi coraggio nel compiere le sue imprese, che deve allenarsi e combattere contro se stesso.

Tutto questo film è pensato per spiegare la grandezza di Batman, la grandezza dell’essere umano contro l’alieno-Dio. È impossibile non stare dalla parte di Batman, un uomo pieno di terrore che mostra un coraggio immenso con i gesti e con le immagini, non con le parole. Quando Superman sventra il tetto della Batmobile e lui si alza per stargli davanti, alla medesima altezza e chiedergli se sanguina (per poi rispondersi “Gronderai”), è una scena di puro terrore (introdotto da un’inquadratura rapidissima quando Batman, sballottato con la batmobile, comprende cosa è successo e sta per accadere), un momento di rischio, coraggio e audacia insensata e illogica da parte di un uomo che lì, in quell’istante, poteva essere massacrato senza appello e lo sa benissimo. Nessuno lo dice ma lo capiamo tutti, perché troppo bene il film ha delineato le forze in campo, troppo bene inquadra il loro dislivello e troppo bene ha organizzato la scena.

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Impossibile non stare con Batman quando si allena, nel suo piccolo training montage, quando muore dentro di sè di rabbia per essersi reso conto di quello che nessuno dice ma noi (di nuovo) capiamo da soli, cioè che è arrivato qualcuno di molto migliore di lui, qualcuno di irraggiungibile e tocca trovare una scusa per abbatterlo, per dimostrare di essere i più forti. Solo un’incapace avrebbe lavorato di parole e gli avrebbe messo in bocca questo pensiero, un vero regista fa quello che ha fatto Snyder: lo suggerisce e lo mostra, in modo che ognuno faccia le connessioni che deve nella propria testa.

Impossibile non stare con Batman quando dice l’unica frase in grado di spiegare la sua rabbia e il suo cuore, quando dichiara a Superman che lui non è un uomo e con tutto il suo potere nemmeno sa cosa voglia dire avere coraggio. Schwarzenegger non è mai stato l’uomo coraggioso (se non in Conan, quando Milius gli mette in bocca quella grande preghiera prima dell’azione, ma quello è un capolavoro, non fa testo), è stato sempre l’archetipo della perfezione, la macchina dell’azione al lavoro, il rigore fatto eroe. Stallone al contrario ha sempre giocato i suoi personaggi sull’epica dell’uomo coraggioso, quello che ha paura e non è certo del risultato, che per vincere avrà bisogno di lottare per superare i propri limiti.

Qui amiamo Schwarzenegger ma dovessimo scegliere una moral guidance sarebbe Sylvester Stallone; e questo è l’unico film che spiega a tutti quali sono le sensazioni che ci spingono a stare con Stallone.

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Darth Von Trier

I ponti delle ferie, i ponti generazionali e Il Ponte delle Spie

C’è voluto un po’ di tempo ma con Wim Diesel ci siamo messi a tavolino come per True Detective, perché c’erano delle cose da dire. Cose su Il Ponte Delle Spie, assente dalle recensioni dei 400Calci ma non dalle nostre conversazioni private. E con ritardo vergognoso, fregandocene altamente, tiriamo anche due bilanci sul 2015 al cinema, sugli autori di oggi e sugli imminenti Oscar. Beccatevi ‘sto longread. Hah!

“Insomma rieccoci qua seduti a parlare, Wim”

Wim Diesel: Allora Darth, il mio Natale al cinema è stato durissimo. Nel senso che non ho più molto tempo per il cinema, stando soprattutto ai film per gli adulti. Così ho puntato Guerre Stellari perché era imprescindibile e tutti dicevano BOMBA ATOMICA e quando sono andato a vederlo ci ho tirato fuori poco, insomma, non è che sia una merda ma mi è sembrato un po’ una roba da sei e mezzo-sette. E insomma, mi sono preso un po’ male. Ho pensato: se penso male di Guerre Stellari di cui tutti dicono meraviglie, cosa potrei pensare del film di Spielberg che è controverso anche tra i fan? E poi sono finito quasi per caso a vedere Il Ponte delle Spie, verso la Befana, e ho ancora le lacrime agli occhi dalla gioia. Tu l’hai visto, giusto?

Darth Von Trier: Wim, il mio Natale al cinema invece è stato stranamente carico di speranza, come un Canto di Natale dickensiano in cui questa volta mi sono ricreduto del mio essere il solito Scrooge.

Dovendo vedere i film per recensirli sui Calci alla fine ne vedo parecchi e quest’anno sono usciti veramente molti film tra il bellino e il fichissimo, il grosso di questi sono pure opere originali cosa che a me in epoca di remake\reboot\spinoff\sequel ancora attesta un punto di merito quasi a prescindere.Una volta tanto insomma ho avuto bendisposizione per l’anno che sarebbe venuto, nonostante il fatto che si parlasse in maniera isterica solo e insistentemente di quel carrozzone bolso di Star Wars e sembrava che fosse uscito solo quello nel 2015.

Il Ponte Delle Spie è di sicuro una delle uscite buone di cui parlo, a me è piaciuto e lo trovo un film di Spielberg legittimo. Fino ad ora però ho sentito solo pareri positivi, tu che hai sentito? Dai, non possono lamentarsi di chissà cosa, non dopo War Horse dai…

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No complaints

WD: C’era una cosa che ho letto, forse sul Castoro di Spielberg, una ventina d’anni fa ormai. Erano sue dichiarazioni, e in una diceva che continuavano a paragonarlo ad Hitchcock ma che lui si sentiva molto di più un emulatore di John Ford; ecco, un po’ questo conflitto Ford/Hitchcock per certi versi è abbastanza al centro de Il Ponte delle Spie – che forse è anche il motivo per cui mi piace, non lo so. un altro motivo per cui mi piace è che riesce davvero a sorprendere in ogni inquadratura, che so, il giochetto che fa con la sopraelevata a Berlino e poi a casa di Tom Hanks è una roba che in mano a chiunque altro verrebbe fuori patetica.

Alla fine i due punti deboli veri del film sono le cose di cui ultimamente mi frega meno quando guardo i film. il primo è diciamo il “messaggio politico”, tra virgolette, cioè non è che non mi frega del messaggio politico, ma è una cosa che mina moltissima comprensione del testo – recentemente è successo con Whiplash, piaceva un sacco poi qualcuno ha messo la pulce all’orecchio e ha ipotizzato che fosse un film fascista e in moltissimi hanno cambiato idea. Il secondo sono i bucherelli nella trama, come il personaggio della fidanzatina dello studente che a un certo punto sparisce a caso, ecco, a me di queste cose frega pochissimo. Forse è per quello che sono così estasiato dal film. Perchè per una morosina dello studente che sparisce c’è una scena sul ponte, eccetera. Io faccio cambio quando vuoi, proprio.

DVT: Il paragone che gli affibbiano con Hitchcock non mi torna, con Ford sì. Basta vedere – al di là dei film più celebrati – le dinamiche dei personaggi di I Tre della Croce del Sud, uno dei titoli più ingiustamente sorvolati quando si parla di Ford. Dietro l’avventura rocambolesca c’è il sottofondo amaro con i suoi temi della famiglia, le cicatrici della guerra, l’amicizia, l’avventura, che serpeggiano sotto lo strato di commedia familiare brillante, come in molte opere di Spielberg. Poi sulle etichette credo che fosse lo stesso per John Ford, alla fine hanno sempre cercato di vederlo in una scatola politica, ognuno a sua convenienza. Lo facevano quando era in vita, figurarsi oggi. È un vizio generale ma prettamente italiano, cioè noi lo facciamo circa da sempre: qui un film spesso non è bello se non ha implicazioni e complessità politiche, meglio poi se avvalorano le nostre convinzioni. Così ci sentiamo non solo nel giusto ma pure intelligenti. È un’attitudine che non ha portato altro che ostacoli all’arte, agli artisti e al godersi i film. I problemi dei film e del guardarli devono essere altri. Mi pare che si guardino i film per motivi completamente sbilanciati, e ancora più a caso si decide perché un film è fico o meno. Comunque oh, il plauso per Spielberg è abbastanza generale, non siamo matti.

Cioè su Blackhat dobbiamo lottare contro la marea ma qua rientriamo nel flusso. Sarà preoccupante? Come la vedi invece che i film che hanno un senso commerciale ma pure una forte impronta autoriale siano spesso di gente attempata se non vecchia? È perché ai registi più giovani è imposto più controllo o perché i più giovani hanno meno l’urgenza dell’artista che si mette in gioco ogni volta e puntano più al mestiere un po’ fine a se stesso? Un po’ come i gruppi tutti uguali, tantissimi e tutti uguali.

Ogni volta che esce un film anche semplicemente di Ron Howard sai che farà una cosa inedita e un film con una sua impronta, piaccia o meno. Idem Mann, e via così fino a gente che oggi è veramente anziana. Mi pare che siano gli ultimi alfieri di quello spirito alla Huston, Penn… quelli che fino alla tomba hanno giocato con le loro regole anche quando ormai giocavano in un cinema totalmente diverso da quello in cui si affermarono.

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Steven Spielberg: “Action di lusso”. Fomento su pellicola, 2015.

WD: Parlando di Hollywood, secondo me dipende dal fatto che oggi c’è un modo diverso di considerare i nuovi registi rispetto ad una volta. Ora ci sono spessissimo situazioni del tipo: sei un regista interessante, hai fatto un film buono e mezzo, arriva uno studio e ti mette in mano un progetto da 150 milioni di dollari e allora finisce che o affoghi tipo quello dei Fantastici Quattro, oppure diventi uno di quei registi alla Nolan, non so se hai presente quello che dico. Cioè diventi il Grande Autore con il nome scritto grande prima del film e il film che dev’essere sempre stupefacente, carichissimo e con queste sceneggiature a orologeria. Ok, allora se tu sei un giovane regista, puoi diventare uno che sa tenere in mano i budget enormi e consegna un film che piace a tutti (quei nomi tipo Gareth Edwards o Justin Lin), oppure sei un Grande Autore che te lo vai a vedere perché è il nome importante (Del Toro, Nolan, Shyamalan, Refn), oppure sei un tizio che a un certo punto ci ha provato e ha preso delle legnate al botteghino, e ora magari si ricicla a fare lo shooter di lusso nelle serie TV. Ma in qualsiasi caso la tua carriera è in qualche modo in mano ai produttori, c’è qualcuno a cui devi dire “sissignore”.

Invece magari i vecchi registi riescono a stare un po’ più a cavallo tra le cose, riescono a mettere in lavorazione dei film basati su una sceneggiatura figa e qualche buona idea di base, e il loro nome fa circolare i film a prescindere. Ron Howard e Clint Eastwood forse adesso sono i più grossi, ma anche Michael Mann o che so, certa gente figa che lavora solo dopo che ha trovato i soldi, tipo Friedkin o Brian De Palma. L’altro giorno pensavo che di quel giro storico Hollywood Scorsese/Coppola/De Palma/Lucas/Spielberg l’unico che mi devasta a prescindere è De Palma, magari fa queste cappelle enormi e sbaglia il progetto ma almeno vedi sempre il motivo per cui s’è imbarcato nel film. Anche Dalia Nera e Mission Impossible, per dire. Per cui in qualche modo questi sono percepiti come, tra virgolette, gli ultimi “autori”. L’unico moderno (si fa per dire) che si muove davvero con questa ideologia è Tarantino, 15 anni fa magari speravo in gente tipo Mostow o Mangold (te lo ricordi Copland?) ma è tutto andato a puttane in brevissimi tempi. Ora non credo che questa gente possa essere sostituita da Cary Fukunaga, va ripensato un po’ tutto, o boh.

DVT: Ero arrivato a delle conclusioni simili e con ragionamento affine, mi ritrovo in questo ragionamento e soprattutto nella parte finale: anche io non credo ci sia una sostituzione decente in corso, non c’è (abbastanza) ricambio generazionale. Metti oggi Fuqua, cinquant’anni quindi manco un giovanissimo, ed è un nome che sembra chissà che, ed è bravo pure per carità, ma poi pensi a cosa facevano o avevano fatto alla sua età i vari registi della New (e della Old) Hollywood e fai la faccia Bitch Please per un minuto filato. Ma non penso che siamo diventati dei nostalgici, penso sia pacifico e onesto prenderne atto. Il Copland di Mangold è un film che rimane bello e invecchia benissimo, rivisto poco tempo fa.

Torniamo al Ponte: sui Calci non era abbastanza “da combattimento” per metterlo come recensione e nemmeno abbastanza come eccezione meritevole. Fatto sta che la scena dell’abbattimento dell’aereo si mette in tasca gran parte della roba d’azione che ho visto quest’anno. E la tensione di quel povero cristo di Hanks che si scontra con la passività-aggressiva del politburo tedesco è più forte delle pizze di Southpaw, per rimanere a Fuqua. Io in alcuni momenti ho ripensato a Gorky Park, che filmone.

WD: Non faccio una vera distinzione tra film poliziesco/spionaggio e film d’azione. Facendo un paradosso: se Il Braccio Violento della Legge uscisse oggi e tagliassero la scena dell’inseguimento, non sarebbe un film “nostro”, giusto? Per me no, non credo. Diciamo che di mio faccio distinzione tra “film in cui succedono cose” e film “in cui le cose non succedono”. Il Ponte delle Spie è un film in cui succedono cose. In più c’è il valore aggiunto del regista, cioè, uno può anche dire “fanculo i film non-action di Spielberg”, ma Spielberg è comunque quello di Lo Squalo, o insomma di Minority Report, è un regista a cui il cinema guarda ancora, o a cui dovrebbe guardare.

Comunque l’idea di “azione” cambia nel tempo, si storicizza. mi ricordo una volta, quando uscì Ronin, qualcuno di grosso lo stroncò dicendo che Frankenheimer si ostinava a fare un cinema vecchio e stanco e non riusciva ad allinearsi alle visioni hongkongiane delle scene di violenza girate come balletti, per dire un altro paradosso, no? Ecco, l’idea che la spy story action contemporanea sia la saga di Bourne (che a me piace tantissimo, sia chiaro) e non Il Ponte delle Spie è una convenzione di linguaggio che probabilmente è partita dall’idea di liberarci e che forse sta diventando una gabbia. Il pedinamento iniziale è roba da action di lusso, la scena dell’aereo è roba da action di lusso, la scena sul ponte è roba da action di lusso, e via di questo passo. Poi non volano cazzotti, vabbè, big deal. Semmai mi viene da chiedermi come mai, ultimamente, le scene più tese o esaltanti che ricordo non stanno in film tipo Mad Max o The Raid, ma sono magari guizzi di tensione o azione passiva dentro film/telefilm staticissimi, tipo il finale di Argo che per me è una roba magistrale. O che so, la sparatoria nella seconda stagione di True Detective che anzi fu criticata perché sembrava buttata lì a cazzo di cane. Questa, per dire, potrebbe essere una domanda interessante per il futuro: se convenga continuare a spingere su quel discorso di action teorico con dei girati ultra-complessi lunghi un’ora e spinti al limite del paradosso (Transformers 3, The Raid, Mad Max) e non piuttosto tornare a costruire la scena d’azione come momenti estemporanei in cui culmina tutta la tensione. Che ne dici?

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DVT: Pensavo cose simili poco tempo fa mentre sotto le feste riguardavo alcuni film vecchi, qualcosa addirittura in bianco e nero. In particolare mentre riguardavo Il Treno, del 1964 con Lancaster e di Frankenheimer, appunto. È un film pieno di momenti di azione – più di The French Connection, che è pure posteriore, per rimanere sullo stesso regista – ma principalmente è un film pieno di filmica, di narrazione, di tensione. L’azione però puntella tutto, e tra le scene d’azione ci sono quelle che invece servono non a fluidificare ma a reggere il film, anche se per due minuti, come nella scena del locomotore che scappa dallo Spitfire e cerca di frenare nella galleria dove l’aereo non può entrare. Scena che tra l’altro è stata palesemente di ispirazione al nostro Spielberg per L’Ultima Crociata, per chiudere il cerchio.

Ora: non voglio passare come il trombone che tuona contro la modernità, perché non è vero ed è anzi provatamente falso se si leggono le mie recensioni. È che vedevo il film e pensavo a quanto fosse meglio nel 1964, cioè che un regista non fosse obbligato a fare una cosa narrativa o una cosa di movimento ma poteva scegliere e stabilire le dosi che voleva nel suo film.

Il risultato è che quei pochi memorabili film d’azione recenti  li ricordi troppo non per il film in sé, ma per l’apparato tecnico. Sta diventando una cosa bulimica e credo si stia creando un tabù nel dirlo; per il discorso della “libertà che diventa gabbia” che facevi tu, sembra che dire che il tale film pur essendo girato bene nella parte action è un film stupido, vuoto, significhi accollarsi lo stigma della noia, la lettera scarlatta. Si cerca come disperati di scongiurare la figura del critico con la pipa in radica che lancia i suoi strali contro “le americanate” ma questo, nel discorso puramente sull’action, sta creando secondo me una falsa-bocca-buona pericolosa, crea un Rubicone superato il quale ci si lamenta che Rocky non ha i pugni coreografati bene o che I tre giorni del Condor è lento. Non deve mai accadere questo, io personalmente lo vedo come una missione del sito, fosse pure solo mia.

WD: Io ho una teoria sullo snobismo: non è quasi mai snobismo consapevole, è sempre più o meno una combinazione tra il passare del tempo e il rifiuto del passare del tempo. Però se ci si pensa bene, questionare gli automatismi dati dal passare del tempo è anche uno dei principali punti di partenza dei movimenti d’innovazione; in questo senso non mi sembra affatto che Il Ponte delle Spie sia un film vintage, anzi è un film molto propositivo, il modo in cui è tratteggiata la spia statunitense, la corsa in macchina per le strade di Berlino Est diroccata in CGI non potrebbero essere fatti in nessun’altra epoca. Tu immaginati solo pensare una cosa del genere nel 1976, e magari uno vuole sputtanarsi dei soldi e mette in piedi un teatro di posa per infilarci la scena; ma nel 1976 forse non sarebbero riusciti manco a giustificarla dentro la sceneggiatura. Tu Tom Hanks come lo consideri? Perchè a me è stato un botto sulle palle in passato e ora guardarmi i film con lui mi fa stare sempre benissimo. Sto bene anche a vedere Il Codice Da Vinci perchè comunque mi becco lui come protagonista.

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Il nostro amico Tom Hanks che fa il sosia di James Ellroy.

DVT: Io non voglio fermare il tempo, però se oggi uno che non è un “grande vecchio” come Spielberg e col suo potere di acquisto proponesse un film su una storia “piccola ma grande”, con pochissimi selling point di action ma fatti bene come in Il Ponte delle Spie, gli direbbero di no, oppure di scegliere se fare una spy story “lenta” alla Tinker Tailor Soldier Spy o una adrenalinica alla Bourne. A Frankenheimer non lo dicevano e ti faceva The Train. Ed è una cosa che noi consideriamo anche action ma principalmente – semplicemente – un gran bel film. Non posso non augurarmi che questa situazione, “vecchia” solo perché la collego ad un film del 1964 ma sulla carta buona sempre e per tutti, non torni ad essere più diffusa e più diffusamente per tutti, senza lo stigma di dover fare il film indipendente con due lire per forza. Il Ponte delle Spie è un film di oggi, senza dubbio. Però ha un po’ quella mentalità di “sono un autore che prova a fare cose nuove” che dicevamo all’inizio e che è propria di una vecchia guardia, e la libertà di infilarti una scena che manco Mission Impossible come quella dell’aereo, in un film che più spesso è tutto fatto di uffici e scartoffie e che è propria di quell’idea di azione all’antica che ti dicevo. Moderno non vuol dire completamente avulso da qualsiasi cosa passata, ecco.

A me Hanks piace da Turner e il Casinaro figurati, lo ho sempre trovato tutto sommato un giustone nonostante abbia una faccia che prenderei a schiaffi costantemente. Poi boh, anche le sue scelte non attoriali spesso mi piacciono. Penso al produrre Band of Brothers, The Pacific e ora The Mighty Eighth oppure fare un film come That Thing You Do! che analizza quel mondo super di nicchia delle one hit wonder degli anni sessanta. Certo poi ti produce pure Mamma Mia! eh, però oh, ci conviviamo… Se guardi quanta roba finanzia, gira, coproduce, è una fabbrica a sé stante lui, chiaro che ci trovi pure della merda fotonica. Nel frattempo, mentre ci scriviamo è andato nominato agli Oscar, come lo vedi? Per me si becca un premio tecnico come spesso accade a Spielberg. Tipo per il sonoro. Per production design, che quello di Bridge of Spies è stellare, ha contro roba tipo The Martian o The Revenant che sono molto più accattivanti, dove si vede molto di più il lavoro fatto, ormai i critici della Academy troppo spesso danno i premi come i darebbe uno qualsiasi, con poco occhio per la tecnica vera. Altrimenti Deakins avrebbe vinto da anni come Fotografia.

WD: Non credo vincerà niente di fondamentale. Meriterebbe Mark Rylance, che comunque gareggia contro Stallone e quindi un po’ tocca fargli il tifo contro, un po’ non accontenterebbe nessuno e quindi è ragionevole supporre che rimarrà a bocca asciutta. Mi va bene, non c’è niente di scandaloso nel fatto che non vinca Oscar, anzi funziona soprattutto perchè è un film che sta cagato nel suo trip fuori moda…

DVT: Nel mentre ho visto The Revenant, che è tutto quello che odio del cinema oggi. Iñárritu spesso me lo incarna, umanamente e filmicamente. È una pomposa e pretenziosa sega al vento, che sacrifica un bel libro per raccontare male una storia che in comune con esso ha solo il canovaccio. Ha la fotografia degli spot BMW girati in Islanda o degli screensaver con le foreste del Mac e tutta una serie di cose tra temi e modo noioso\pretestuoso di affrontarli che è proprio quello che serve ad un certo pubblico per sentirsi migliore, per dire “ah il Cinema! Che esperienza VISUALE!”. The Revenant è un film per sentirsi degli spettatori con un gusto sofisticato per le immagini e che riescono a godersi anche un film “difficile”. In realtà è un film facilissimo, proprio regalato direi, e dietro questa cortina fumogena di regia muscolare, fotografia patinata e overacting c’è poca cosa. Esattamente l’opposto de Il Ponte delle Spie: così misurato, così classico – ma non vecchio – e così brillante. Quindi vincerà gli Oscar The Revenant ovvio, perché è esattamente quel tipo di filmazzo acchiappapremi che piace a gran parte della critica e pure del pubblico. Non che il premio abbia un valore in sé per me eh, però comporta potere d’acquisto ai registi e io Iñárritu voglio che abbia il potere di acquistare solo un revolver e puntarselo in faccia. Almeno Spielberg mi consola che non deve vincere per dimostrare un bel niente e i suoi film li farà comunque.

WD: Io personalmente non ho tutto questo odio per gli Iñárritu del caso perchè alla fine sono registi che hanno una visione, magari sbagliata, magari irritante, però boh almeno è una visione, una cosa su cui puoi lavorare, magari una cosa contro cui scagliarti, non so, un concetto registico preciso. Poi sì, non lo andrò a vedere, non è il mio, passo la mano – non ho nemmeno letto il libro. In giro c’è roba come Steve Jobs di Boyle che mi spaventa di più.

DVT: Vabbè dai ma allora è una cosa che a ragionare così finiamo a dirla pure di Ozpetek. Invece, mentre parlavamo, i mesi sono passati e leggo la notizia che Michael Mann presenterà una versione estesa e rimontata di Blackhat a New York nel corso di una retrospettiva a lui dedicata a Broadway. Voglio dire, che grande è? Blackhat è un film che hanno stroncato tutti, pubblico, critica, passanti, e lui decide di ribadirlo e rilanciare pure. Ecco questo è il modo migliore di chiudere questo post credo: con speranza, con coraggio, con i grandi ideali del cinema d’azione. Chiudiamo con Michael Mann.

WD: Blackhat per me è il film del 2015, che devo dire, spero che esca il DVD della versione estesa.

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Jackie Lang

Possessione demoniaca: non so come e non so quando ma in qualche modo vedetelo

Possessione Demoniaca è un film prodotto da Magnetic Head, scritto e diretto da Alessio Nencioni; ci è arrivato inviatoci dagli stessi autori. Eravamo diffidenti e subito non ci è piaciuto, ma ci sbagliavamo. Di grosso.
Abituato a guardare schifezze immonde, disamorato dalle foto di scena e dal look gli ho dato 20 minuti di tempo, 20 minuti dopo i quali avrei smesso di guardarlo qualora non avessi più avuto voglia di andare avanti. Dopo 10 avevo già deciso che sarei arrivato fino alla fine e, con il senno di poi, il film non aveva nemmeno iniziato a dare il suo meglio. Alla fine ho perso il conto delle volte che sono rimasto onestamente stupito da quel che stavo vedendo rispetto al pregiudizio che mi ero fatto. C’è più coraggio, più idee e più consapevolezza di quale spirito animi i film del proprio genere in Possessione Demoniaca che in tanto cinema professionale. Di certo c’è un’idea di “divertimento” che non si limita alle battute ma passa per la passione per il gore, per molto eccitamento sessuale e il piacere di condividere con gli spettatori il bello di questo genere di film.

Un dettaglio l’avrete intuito dalle immagini di questo post: Possessione Demoniaca non è un prodotto professionale. Ha una fotografia molto poco curata, un montaggio non sempre preciso ed è recitato da non professionisti dotati del livello minimo accettabile di plausibilità; sembra fatto apposta per respingere e invogliare al pregiudizio. Tuttavia, se si ha la voglia di andare un filo oltre l’apparenza, conquista già con una prima sequenza in bianco e nero, parodia del film d’autore stile Ciprì e Maresco.

Amateur

Amateur

La storia incrocia La Casa e Big Bang Theory, prende un gruppo di nerd esagerati, disadattati dal mondo e affamati marci di fica, con lo scopo di portarli dentro ad un film di Raimi. I tre, spinti dal desiderio di scopare, organizzano un finto servizio fotografico per attirare modelle (o supposte tali) in una casetta nel bosco toscano e lì almeno vederle nude. Ovviamente in loco li attende il maligno che prenderà possesso di una di loro e il resto lo immaginate.
Quello che Possessione Demoniaca ha, e che manca a moltissimi dei film sul suo genere, è da subito un’idea precisa e molto chiara di cosa fare, unita alla determinatezza di andare subito dritto al punto senza perdere tempo. Contrariamente a molti prodotti amatoriali non si perde in ciance. Soprattutto, quello che qui si apprezza tantissimo è la serietà nell’andare fino in fondo con le conseguenze dei propri presupposti. Quale che sia la vostra opinione sul cinema no budget, è un dato di fatto che spesso il loro difetto maggiore non sta nell’amatorialità del tutto, ma nell’ancor più grave braccino corto, nel pudore della messa in scena, nel non avere niente da perdere e lo stesso non osare.

Applausoni alla costanza

Defining moment

In Possessione Demoniaca ci sono interiora animate in stop motion che si muovono per penetrare una donna (tentativo estremo post mortem di riuscirci da parte del suo proprietario), gli attori realmente leccano cortecce di alberi, non mancano nudità, liquidi che escono a spruzzo da quasi tutti gli orifizi del corpo, una lunghissima pomiciata lesbica dal finale esilarante (applausi a Yana Proshkina, fa quasi tutto lei) e il sangue non è usato con parsimonia. Nonostante questo, in realtà molto del suo meglio il film lo dà con il tono comico, a tutti gli effetti più audace di un film italiano.
In più c’è un’altra componente non da poco, per una produzione di queste dimensioni e con queste idee: c’è una visione a tutto tondo del mondo grottesco rappresentato. Se c’è un film che i nerd stanno guardando è stato girato ad hoc e lo stesso si può dire per le trasmissioni televisive (il bellissimo reality di menare: MAZZATE) o per le pubblicità (uno dei momenti più esilaranti) o per la colonna sonora (ma se è per questo ha anche i suoi trailer in stile). Ma anche i nerd protagonisti parlano una lingua loro, con dei vocaboli loro, una lingua che non somiglia a quella solitamente messa in bocca a questo tipo di personaggi.

Personaggio preferito

Personaggio preferito

Insomma Possessione Demoniaca è un film produttivamente al di sotto delle definizioni “serie A” o “serie B”, tuttavia sa benissimo cosa deve fare e non ha paura di farlo, non desidera per nulla essere buono per tutti, anzi imbocca una via e la percorre (per quanto può) fino alla fine, con un’ottusità ammirabile. Ha più testa di molto cinema che si vede in giro e un modo di divertirsi assieme agli spettatori che fa invidia. Avercene.

AGGIORNAMENTO 01/18:

Il film è disponibile integralmente sul canaale YouTube di Alessio Nencioni

 

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Nanni Cobretti

Un giorno bellissimo

Amici!
Oggi è il 30esimo anniversario dell’uscita di Rocky IV.
Ed è anche il mio compleanno.
Ovviamente non è una coincidenza.
Di conseguenza, come l’anno scorso, estendo anche a voi una tradizione popolare di Valverde che vi dà tempo fino a mezzanotte per richiedere una recensione a piacere nei commenti: passata la scadenza io visionerò tutte le richieste, le peserò e analizzerò con calma, e ne sceglierò UNA da esaudire e pubblicare nei prossimi giorni.
Mi raccomando, siate onesti e proponeteme uno solo a testa.
E un altro suggerimento: provate a pescare tra titoli non troppo ovvi.
Pronti partenza via!

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Darth Von Trier

Il migliore Bond e il fattore “splendida cornice”: la chiave di una superiorità.

Il mio amico e illustre collega Jackie Lang giorni fa ha puntualmente analizzato la sua scena preferita di James Bond in un post pregno di conoscenza -anche io adoro lo 007 di Lazenby- e per cui mi congratulo. Nondimeno mi sento di rilanciare sul tema e per farlo devo necessariamente partire dal mio Bond preferito, ovvero Missione Goldfinger, per mettere in luce sì una delle mie scene preferite ma quella che secondo me sancisce una cosa cruciale di Bond e il motivo per cui lo ho subito amato: le sue atmosfere. Atmosfere in cui il pericolo aleggia costantemente e gli avversari sono entità diaboliche.

Goldfinger non lo scelgo però a caso o solo di pancia: è da sé il film che definisce la gran parte delle cose che pensiamo quando pensiamo “James Bond”. Tutto quello che definisce la narrativa e l’estetica di Bond in Goldfinger viene sancito per sempre. Contiene tantissime icone del personaggio ed è un film disegnato per eccellere. L’Aston Martin con i sedili eiettabili, la donna placcata d’oro, lo smoking bianco, Odd Job, molto di quello che è Bond nella testa delle persone viene da qui.

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lievemente iconico.

Sarei bugiardo se dicessi che da Goldfinger non ho pensato di citare la scena della tortura col laser, chiaramente è una delle scene per antonomasia del personaggio e una delle sue battute più celebri ma sarebbe stata l’ennesima lode ad una scena già citatissima. Di Goldfinger amo un’altra scena, cruciale ma molto più sobria, che descrive, racchiudendolo tutto lo spirito del Bond classico conneriano senza che 007 faccia praticamente nulla, quasi senza apparire.

È la scena in cui Goldfinger riunisce i suoi complici nella sala hobby per spiegargli il piano, li riunisce tutti attorno ad un plastico di Fort Knox -l’oggetto del colpo- e una volta che ha la loro attenzione e li ha tutti radunati vicini li uccide con un gas letale che fuoriesce da un compartimento segreto del tavolo. Avrei potuto scegliere a caso in tutto il minutaggio del film eh, è una scena cult dopo l’altra, quindi perché questa scena? Innanzitutto per come è girata. Guardiamo la prima parte insieme.

L’ambiente gigantesco viene presentato con una carrellata ampia, con i gangster sparpagliati in giro intenti a giocare con i vari svaghi di Goldfinger. Subito dall’ingresso di quest’ultimo il caos comincia ad ordinarsi attorno a lui e ad ogni fase della scena i gangster si compattano verso il centro mentre Goldfinger si mette invece da parte e grazie ad un pannello di comandi nascosto nel biliardo la stanza viene oscurata. Il centro dell’ambiente viene illuminato e da  lì emerge dal pavimento il gigantesco plastico di Fort Knox. In maniera teatrale e tra lo stupore generale i complici di Goldfinger si radunano incuriositi come bambini a osservare la scena e nascosto lì dentro al plastico c’è nascosto sotto al naso di tutti proprio James Bond.

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“e ora ragazzi giochiamo ad Axis and Allies.”

Il centro di quella stanza diventa un’ allegoria della pellicola: ci sono i gangster tutti radunati attorno al simulacro del malloppo che è l’obiettivo del colpo e del film e osservano avidamente la preda inconsapevoli che Bond gli sta addosso. Nello stesso tempo Bond è anche accerchiato e in pericolo. Tutte le dinamiche convergono al centro di quella stanza gigantesca che ora però si è fatta più piccola grazie a paratie e muri mobili azionati a distanza. Tutto è al centro tranne Goldfinger che invece se ne sta da una parte, a gestire le apparecchiature della stanza, a sottolineare come lui sia l’entità che tira i fili, il deus ex machina pieno di idee letali e che manovra le cose a debita distanza; poco dopo lo ribadirà uccidendo tutti, trasformando l’ambiente in una trappola mortale che verrà azionata quando Goldfinger lo avrà lasciato, congedando i suoi “ospiti” con cinica noncuranza. Narrativamente, come gestione delle azioni e fotografia, è una scena impeccabile.

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la splendida cornice di morte.

L’iconicità della scena è sancita poi dal lavoro di scenografia di quel genio di Ken Adam che la rende in un ambiente solo una summa capace di trasmettere tutta la coolness bondiana: forme asciutte e filanti, finestre gigantesche, materiali opulenti che alternano caldo legno e fredda pietra in tipico glamour anni sessanta, macchinari tecnologi che sbucano nascosti da tutte le parti, mappe strategiche gigantesche che si sollevano da terra, una stanza che da spaziosa, elegante e luminosa diventa sempre più opprimente, buia, ristretta fino a trasformarsi prima in un bunker militare e poi in una camera a gas. Tutto è progettato per dare la precisa sensazione di che mente raffinata ma anche criminale sia Goldfinger e Bond, impeccabile nel suo completo grigio, è prigioniero di quel plastico al centro dei piani di Goldfinger quasi a simboleggiare quanto sarà difficile svincolarsi dalle trame del suo avversario.

Se il personaggio di Bond è quello che è, lo è per ciò che attorno: le sue ambientazioni sono luoghi sempre connotanti, per descrivere chi li abita e per sottolineare cosa succede. Le ambientazioni e gli antagonisti di Bond sono come l’ombra che descrive un oggetto, i vuoti che sanciscono i volumi dei pieni. Senza scene così 007 non sarebbe arrivato nemmeno agli anni settanta, figuriamoci ai duemila.

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