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Donkey Punch: last night a missionaria saved my life

01/07/2010 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai
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Don't try this at home, kids!

Tornato dopo un anno di studio passato oltreoceano, il mio amico Zuffi ha avuto il merito di portare all’interno della nostra compagnia di amiconi due cose fondamentali. 1) Tanti drinking games devastanti con cui abbiamo rovinato feste su feste. 2) Una serie d’espressioni tutte matte legate alla sfera sessuale. Ogni tanto ci penso: dev’essere stato durissimo quell’anno per il mio amico Zuffi. Vabbeh. Partiamo da dirty sanchez. Sapete cos’è? È presto detto: durante l’atto sessuale, infilate un dito nell’ano del vostro partner per poi passarlo sotto il di lui naso. Disegnategli in volto dei mustacchi in modo da farlo apparire come un Sanchez, ovvero una stereotipica figura di messicano. Che ridere. Avete mai sentito parlare di angry dragon? Parliamo di una variante del rapporto orale. Nel momento esatto in cui un uomo raggiunge l’apice del suo piacere è chiamato a tirare uno schiaffo fortissimo sul volto del partner. In questo modo lo sperma dovrebbe fuoriuscire dal naso del soggetto in questione, facendolo somigliare a un dragone così come è raffigurato nell’iconografia cinese. Ce ne sono molte altre, ma penso di essere a corto di perifrasi, per cui passiamo direttamente al Donkey Punch. In questo caso, durante un rapporto sessuale consumato in modo che l’angolo formatosi tra i corpi dei due attori sia di 90° gradi (altrimenti detto “a taccuino” o più volgarmente “a pecorina”), l’uomo – sempre nel momento del godimento massimo – deve tirare una mazzata fortissima sul capocollo del partner, provocandone lo svenimento. In questo modo, così vuole la leggenda, i muscoli dello sfintere della vittima subiscono una forte contrazione involontaria che aumenterebbe a dismisura il godimento del crocchiatore.

È fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità di esecuzione.

È fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità di esecuzione.

Vi è mai capitato di andare in vacanza in posti zarrissimi? Tipo la Costa Blanca in Spagna? In molti di quei posti c’è una zona interamente dedicata al divertimento serale – bar, discoteche e affini – e una zona riservata al divertimento inglese. Che non se la prendano i figli della perfida Albione, ma gli inglesi in quei posti di vacanza sono catalogabili come “i peggiori personaggi del mondo”. Mi ricordo di aver assistito al seguente triste spettacolo. Serata in discoteca in quel di Benidorm. Un ragazzo di un’inglesitudine senza precedenti finisce nelle grinfie di una spogliarellista che si sta esibendo sul palco del locale in questione. Lui, visibilmente ubriaco, sale sul palco con uno sguardo che urla fortissimo COMA ETILICO. Per apparire disinvolto agli occhi dei suoi mates, si accende una sigaretta. La ragazza tenta di toglierli la maglia. Lui, non volendo rinunciare alla sua aria da duro, non si toglie la paglia dall’angolo della bocca. Risultato n°1: si procura una simpatica ustione sul petto. Risultato n° 2: i suoi mates minacciano e picchiano quelli che hanno assistito alla scena e che si stanno giustamente piegando in due dal ridere. (Io, per la cronaca, durante tutto questo tran tran ero al bancone del bar a sorseggiare un succo di frutta e a parlare di coibentazione con degli ingegneri austriaci). Ora fate uno sforzo mentale non indifferente e tentate di mettere insieme questi elementi: inglesi, vacanze birichine in Spagna, donkey punch. Fatto? Ora tentate di dare a tutto questo una forma cinematografica. Che tipo di film avete in mente? Un pornaccio comico scritto da quelli di Jackass con la colonna sonora firmata Umberto Smaila? Sbagliato. L’esordio sulla lunga distanza dell’inglese Olivier Blackburn è un crudo e serioso horror.

I ragazzi della compagnia delle Indie trasfomano la festa in un mortorio

I ragazzi della compagnia delle Indie trasformano la festa in un mortorio.

Tre ragazze provenienti dalla grigia Leeds decidono di passare un weekend nella solare Mallorca. Una delle tre ha appena concluso una dolorosa storia d’amore e ha bisogno di distrarsi. Per cui le tre si mettono giù da gara e decidono di divertirsi. Inutile dirlo, dopo pochissimo incontreranno sulla loro strada tre aitanti maschioni anch’essi britannici e anch’essi pronti a divertirsi. Dopo una bevuta e una chiacchierata, il gruppo si apparta sulla barca dei ragazzi e decide di continuare a festeggiare al largo. Qui, tra un’ecstasy e una tirata di crack, la situazione comincia a farsi bollente. Mentre la ragazza triste rimane sul ponte a guardare il cielo sognante tra le braccia di uno che potrebbe essere il suo nuovo amore, le sue due amiche si danno da fare come le pazze sottocoperta. Una delle due, tutta stupefatta dalle drogucce, decide di sollazzare anche il più babbo e inesperto dei ragazzi, mentre uno degli altri riprende il tutto. E com’è come non è, il babbo decide di praticare un donkey punch in piena regola alla povera fanciulla. La quale muore sul colpo. Sulla barca, manco fosse partito il giuoco della bottiglia, si scatena il parapiglia. Cosa fare? Chiamare la polizia e denunciare il tutto? Certo, ma qui c’è in gioco la vita di tante persone. Qui si parla di possesso e consumo di droga pesante, omicidio… mica cazzi. Forse è meglio scaraventare il corpo della ragazza a mare e andare dritti per la propria strada. Insomma, come avete intuito tra gli angusti corridoi e le claustrofrobiche cabine della barca si scatena un terribile gioco al massacro.

Soffrire il mal di mare

Soffrire il mal di mare.

Donkey Punch è una pellicola estremamente angosciante che parte come una sorta di film dossier sui giovani dementi e sbandati e finisce per diventare un gatto vs topo crudele e sanguinolento. La nazionalità inglese ci risparmia quella patina da Cose Molto Cattive che il film poteva avere. In realtà il tutto inizia con un fare quasi documentaristico e non c’è nessun tipo di simpatia né uno sguardo accondiscendente nei confronti dei protagonisti. La loro bellezza – come quella del set dove è ambientato il film – è sinonimo di vacuità.  Sia le ragazze che i ragazzi non sono connotati come “buoni” o “cattivi”. Verrebbe da dire “imbecilli”, ma quello è un altro paio di maniche. Il fattaccio non è premeditato e tutto quello che accade successivamente è frutto della meschinità degli attori di questo thriller da camera. C’è che chi pensa a come non finire nei guai, chi a come mettere nei guai il prossimo, chi a far valere la propria forza o ad annientare chi gli si para davanti. Nessuno sembra essere interessato da alcun tipo di morale. Questa è la vera forza di Donkey Punch. Pellicola che, se verso il finale appare un po’ stanca e troppo macchinosa nella continua escalation di doppi e tripli giochi, non ha nessuna pietà per il branco di protagonisti che decide di mettere in campo. Valori aggiunti: una bella colonna sonora, una buona dose di violenza e di sangue e la potente scena di sesso al centro del plot.

DVD-quote suggerita:

Qualcuno ha già scritto ‘un pugno nello stomaco’? No? Primo!
Casanova Wong Kar Wai, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

“Triangle”: fuori da casa mia c’era un cartello con scritto Deposito Di Donne Morte.

05/01/2010 | recensioni | di Dolores Point Five
Sto già pensando a Kylie Minogue.

Sto già pensando a Kylie Minogue.

Il rapporto che mi lega ai film ambientati su una barca è lo stesso che lega Nanni Cobretti ai film di alta montagna, e si riassume in HA HA HA HA CAZZI VOSTRI. Io non prendo nemmeno il traghetto per l’Elba. E abito AL MARE. Localizzami questo.

Guardo quindi sempre volentieri i film di trucitudini al largo, e ogni tanto ce ne scappa uno bello o almeno godibile.

Ma non pretendo di sapere cosa spinga voi, amici dei 400 Calci, a guardare un horror.
Io li guardo con lo spirito con cui vostra madre guarda “Agrodolce” e vostro fratello i porno. Mi rilassano, mi rallegrano, mi permettono di deridere lo scarso acume dei personaggi, mi fanno scordare che in questa casa non si chiava con regolarità, insomma, mi offrono una gamma di emozioni importantissime che NON sono la paura.
Perché le cose che mi spaventano sono TRE, ed esse sono:

- oggetti inanimati che cambiano posizione;
- giradischi che partono da soli;
- una persona in primo piano che bada ai fatti propri mentre qualcosa si muove mo-o-o-o-olto lentamente sullo sfondo.

Il secondo tempo di Hostel l’ho guardato facendo colazione, il serial killer delle miniature di “CSI” mi ha guardato LUI mentre ero pietrificata tutta da un lato del divano con la bocca aperta a cerchio e le braccia in avanti a 90 gradi.
Del resto la paura è una cosa soggettiva. Mia cugina Lulamae ha passato dieci anni entrando e uscendo dagli ospedali e i successivi dieci a non perdersi una puntata di “E.R.”.

E ora, il nostro film di oggi.

Se Dio avesse voluto che tu nuotassi ti avrebbe fatto nascere con le branchie.

Se Dio avesse voluto che tu nuotassi ti avrebbe fatto nascere con le branchie.

Triangle è il terzo film di Christopher Smith, quello di Creep (non l’ho visto) e Severance (a me ha fatto ridere). Un po’ presto per definirlo “la svolta contemplativa” di un regista che nessuno può definire con certezza un cane fortunato o un ometto in crescendo che si farà anche se ha le scarpe strette. Prendiamolo quindi per quello che è. Un film isolato. Che, vi giuro, ce n’è in abbondanza.

Triangle si articola in tre parti. Si chiama Triangle e vale la regola del tre. Su tutto. Specchi divisi in tre, personaggi multipli di tre, tre battute alla volta, tre giorni per la lingua, Trento come Toronto nel rutilante corridoio del residence del Colorado. Per il potere del trio. Tre. Erre.

Prima parte su tre: una MILF con bambino autistico (lasciato a casa) partecipa a una gita in barca con un gruppo di estranei nemmeno particolarmente antipatici. Comincia benino, poi DAL NULLA un’enorme tempesta elettromagnetica si abbatte sulla barca. MA il gruppo più o meno risale in groppa alla carcassa. Si profila all’orizzonte una NAVE DA CROCIERA. Il gruppo sale a bordo.

Spoiler: c'è UN BUCO.

Spoiler: c'è UN BUCO.

Si passa a una seconda parte su tre in cui succedono cose sanguinose, MOLTO ben montate, piene di BELLE inquadrature, cose che ti fanno spremere le meningi per capire cosa sta succedendo e soprattutto DOVE SI STA ANDANDO, oltre che “nei cazzi” perché quello lo si è capito dal momento che un albatross ha iniziato a volare in cerchi lenti sulla barca prima della tempesta elettromagnetica, MA tutta questa parte è basata su una variante della Regola del Tre, una specie di paradosso temporale, una cosa che alcuni chiamerebbero un accorto gioco tra flashback e flashforward, anche se il regista la spiega con lo stesso discorso al minuto 26 e al minuto 45, una cosa che se siete presi bene vi terrà avvinti allo schermo e se siete presi male vi ricorderà questo:

C’è anche un giradischi che si muove da solo e trasmette un pezzo swing. Qui non sapevo se avere paura o complimentarmi con il regista per l’eleganza della musica. Anche in Below partiva da solo un pezzo swing. In Below però c’erano meno donne. E non ricordo depositi di donne morte.

I paradossi temporali mi piacciono un casino anche se non posso dire di averli capiti finché qualcuno li spiega in un forum. E anche lì, non è che succede sempre sempre, perché se nello stesso film c’è sia un paradosso temporale sia una scena con il protagonista che volta la moglie e se la fa da dietro tutti i thread del forum si intitoleranno “Sì, ma se l’è inculata o no?”.
Questo è cinema, ragazzi. Anche le cose normali sembrano strane.

Sì, sto prendendo tempo.

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