Venerdì sera sono andato a vedere Invictus e sono uscito dal cinema pensando: “Ringo people, uo u oh oh“. Domani andrò a vedere Alice in Wonderland e uscirò canticchiando “Nun lu pago u’bigliett“. Ieri sera sono andato a vedere Shutter Island e sono uscito dal cinema canticchiando: “Non averci a che fare, non provo più rispetto per la gente che in passato potevo ammirare, non ho una donna perché ho: le fisse da Salò, un gruppo Death Hip Hop e faccio Karashò“. Questo per dire che non è un bel momento della nostra vita da spettatori. Se in cuor tuo, tre grandi autori, di quelli che appena esce un loro film ti metti a contare i minuti che ti separano dal momento in cui si spegneranno le luci in sala e tu potrai ammirare il loro nome a carattere cubitali sullo schermo per poi esplodere in un liberatorio “awwwwwww“, ti deludono… beh, come abbiamo appena detto, non è un bel momento. Shutter Island non è un bel film. Ve l’hanno già detto a modo loro Dolores e Wim. Io sono qui per confermare quanto da loro già scritto (senza che nessuno mi abbia chiesto di farlo) e per rincarare la dose.

Non voglio sentire cazzi. Scorsese è Scorsese. Per me e per voi. Non sono qui per mancare di rispetto provocatoriamente a un regista come Scorsese. Però se sento ancora qualcuno che dice “no, ma dai, le continue citazioni al Cinema di Val Lewton… “, mi metto a piangere. Perché da Scorsese è lecito aspettarsi di più. Non un film dove al secondo dialogo si può facilmente intuire il grosso colpo di scena che arriverà dopo altri 137 munuti. Non un film dove quello che rimane più in mente sono le tendine e i violini. C’è stato un momento preciso in cui mi è passata la voglia di vedere questo pasticcio che è la somma di Gothika, The Prisoner e Vanilla Sky con l’aggravante ajunta della lavagna dello spiegone, ed è quando è entrato in scena Elias Koteas. Continua a leggere »



