Se questo non è il poster più bello di sempre allora il mondo non si merita The Expendables. Rispolverate le maschere che domani al cinema ci si va tutti vestiti da El Santo. Viva i messicani.
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Consigli per l’arredamento: I Mercenari
31/08/2010 | consigli per l'arredamento | di Jean-Claude Van GoghI Mercenari – The Expendables: la recensione
13/08/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti
Intro 1
“Io e te siamo uguali. Siamo mercenari.”
Puristi delle traduzioni: sappiate che, durante il drammatico faccia a faccia finale con l’autore, benefattore e protagonista Sylvester Stallone, Eric Roberts dice “mercenaries” e non “expendables”. E, per essere precisi, nessuno nel film dice mai “expendables”. Ma la parola “expendable” appare scritta sulle motociclette. Per un po’ ho iniziato a pensare quindi che in realtà fosse un film sulle motociclette, ma non le inquadrano poi così spesso.
Intro 2
Storia vera: qualche ora prima della proiezione stavo attraversando la strada per incontrarmi con un amico alla stazione di Holborn, quando nella distrazione ho preso male un gradino e sono inciampato vergognosamente sfondandomi il ginocchio sul marciapiede. Col sangue! Una bella crosta. Non mi capitava da quando avevo 9 anni. Vi sfido a prepararvi a I Mercenari con un revival anni ‘80 più hardcore di questo.

Il film.
SANGUE IN CGI.
Scusate ma non sapevo come prepararvi. Meglio levarsi il dente subito, no? Per fortuna non faccio il dentista… Ma facciamo finta di niente. Lasciate che questa informazione si sedimenti nel vostro inconscio come una corazza invisibile che non vi ripara necessariamente dai danni, ma si spera che almeno attutisca il colpo quel tanto che basta da evitare conseguenze mortali. Tiriamo avanti.
Dicevamo, il film.
Sappiamo come funziona: lo abbiamo sempre sognato da bambini, quando facevamo il cast del kolossal d’azione impossibile e bla bla bla… Crescendo, con un po’ di malizia, l’abbiamo capito come mai un’operazione del genere fosse virtualmente impossibile: un film non può avere dodici protagonisti. Ci vuole qualcuno che si ciucci un ruolo secondario/inutile. E non serve a nulla farsi le seghe su chi c’è e chi non c’è: Stallone è riuscito a raggruppare le uniche leggende disposte ad avere un non-personaggio e mettere da parte il proprio ego per accontentarsi di un più o meno rapido showcase.
Ben più che un Ocean’s 11 del cazzo, questo è una specie di We Are The World cinematografico. Ci sono quasi tutte le tue star preferite, ma non è facile comprimerle tutte quante in quattro (o cento) minuti. È importante che tutti si mettano d’accordo: chi canta il ritornello, chi canta le strofe, quanti versi, chi duetta, chi fa solo i cori, chi le prende da Steve Austin e chi si tromba Giselle Itié (spoiler: il capo). Con una sola differenza: The Expendables non l’hanno scritto Lionel Richie e Michael Jackson, due dei più grandi autori pop della loro epoca al picco della fama e della creatività (fate voi le relative proporzioni col risultato), ma l’ha scritto “Lionel Richie” da solo, con un suo amico a caso, 25 anni dopo il suddetto picco.

Questo Lionel Richie non lo sa fare
Ora: l’opinione del critico che non interessa a nessuno è che la prima parte soffre di una pericolosa dose di autoindulgenza in cui un montaggio fatto con i guanti da neve mette in evidenza più le carenze recitative che i pregi carismatici dei protagonisti (incluso Statham, che pure diretto da altri la sua porca figura l’ha sempre fatta), penalizzando una non-storia che, aldilà di uno stunt tanto incredibile quanto forzatogli dentro a cazzotti, non procede a rotta di collo come dovrebbe. Ma il fatto è che quel critico non solo non interessa a nessuno, ma si deve infilare la sua opinione non richiesta su per il culo e sparire prima che gli faccia uscire l’intestino dagli occhi a forza di calci negli stinchi.
Quello che conta è che, seppur immancabilmente per troppo poco, a ognuno è concesso dare il meglio di sè: Stallone è l’eroe, Rambo coi sentimenti di Rocky; Statham è il suo co-pilota, uno a cui è meglio non rompere il cazzo; Li è basso e misterioso; Lundgren, per la gioia di grandi e piccini, ruba la scena rifacendo l’Andrew Scott di I nuovi eroi; Austin, in un ruolo finalmente su misura per lui (zitto e schiaffi all’orba), è un fottuto rinoceronte; Rourke si esibisce nella sua nuova specialità, il monologo da Oscar in primissimo piano con luce atmosferica; Crews è il nero che fa le battute e ce l’ha più grosso di tutti (il fucile); Couture è un rullo compressore e merita altre chance; Daniels fa l’accento inglese, e viene da pensare che – opportunamente ingrandito – fosse questo il ruolo inizialmente previsto per Van Damme, giusto con la sostituzione ad accento francese (e se così fosse appoggio la sua rinuncia); la Itié fa la gnocca con personalità; la Carpenter fa la gnocca senza personalità; Zayas fa il dittatore sudamericano, ovvero un tizio vestito da militare con l’accento spagnolo; Roberts fa lo scaltro magnate senza scrupoli; Willis fa le battutine e gli occhi da matto; Schwarzenegger ormai ha altro per la testa, causa impegni più altisonanti è invecchiato peggio di tutti, ma gli si vuole un mondo di bene lo stesso.
La sceneggiatura infondo non importa: tutti insieme, potrebbero dire qualsiasi cosa e noi saremmo comunque con gli occhi sbarrati, increduli davanti a [uno del cast a caso] nella stessa inquadratura con [uno del cast a caso]. E a volte è letteralmente così visto che Sly e Mickey si smangiano le parole, Jason parla a bassa voce come al solito e Jet, Dolph e Arnold hanno accenti buffi e semi-incomprensibili. Avranno scelto voci orribili ma fidatevi: con il doppiaggio ci si guadagna.

The boys are back in town
E poi arriva il finalone.
E Sly ogni tanto zoppica, ma non ha mai sbagliato un finalone. MAI.
Preparate i fazzoletti.
Portatevi un amico che vi raccolga la mascella.
Preparatevi a mezzora di assalto mozzafiato in cui ad ogni inquadratura c’è un vostro eroe a caso che sta picchiando qualcuno, sparando a qualcun altro, o facendo esplodere qualcosa.
Pizzicatevi. È tutto vero. È successo. È davanti a voi.
È la Storia del Cinema come l’avete sempre immaginata.
È la scena che chiude ogni sogno ed ogni discussione in modo definitivo, inattaccabile, incontrovertibile.
Ed è bellissima: epica, veloce, potente, enorme, implacabile.
È girata da qualcuno che sa perfettamente cosa volete, lo sa da trent’anni, è quello che gli viene meglio e a nessuno viene meglio che a lui.
Perché lui è uno di voi. Anzi, uno di noi.
E alla fine non importa di che sesso eravate quando siete entrati: quando uscirete, sarete UOMINI.
Ci sono domande?

Sylvester Stallone, Autore
DVD-quote
“Un inestimabile patrimonio dell’umanità”
Nanni Cobretti, i400calci.com
I Mercenari: Bruce Willis in “Hudson Hawk – Il mago del furto”
07/08/2010 | recensioni | di Wim Diesel
La baldanza imperiosa con cui Falco/Bruce Willis esce di galera all’inizio del film, con trench e cappellino da yuppie e totalmente identico al Mickey Rourke di Nove Settimane e Mezzo, si pone come definitiva pietra tombale sul cinema americano degli anni ottanta. Da lì in poi iniziano le commistioni matte tra i generi, mentre Bruce ricostruisce il proprio corpo chirurgicamente nel disperato tentativo di superare la morte del cinema classico che lui stesso ha contribuito a fare fuori (cercando disperatamente, per strada, di non perdere tutti i capelli). Hudson Hawk è il trauma iniziale, una sequenza di furti acrobatici compiuti a passo di danza su classiconi di Bing Crosby mentre i nemici di Roger Rabbit stanno cercando d’ingoiare il mondo, spalleggiati dalla CIA con il Batman di Tim Burton che continua a marcare visita e il Vaticano che cerca di metterci una pezza. Hudson Hawk, tra le altre cose, è anche lo spoof del Codice da Vinci uscito in sala una dozzina d’anni prima che l’originale venisse scritto. Del resto il Leonardo da Vinci di Hudson Hawk è null’altro che un Bruno Munari di fine ‘400, alto e snello nel suo costruire prototipi pensati per essere distrutti a getto continuo e/o ridotti ad un “nocciolo” modulare che fa da chiave di volta ad una macchina per la trasmutazione del piombo in oro -chiaro in questo l’intento politico del film, costruito su Bruce Willis all’apposito scopo di disgregarsi intorno a lui. Con una sequenza di comprimari che uno dopo l’altro scompaiono, rivelandosi nient’altro che riflessi del protagonista e del suo indotto. Con punte di spietato narcisismo al secondo grado nel doppio oggettivo dello scagnozzo muto interpretato da David Caruso, per nulla a caso il poliziotto tutto-sommato-buono del primo Rambo. Come a dirci che il Bruce Willis di Hudson Hawk è già in qualche modo expendable (scelta di casting che diventerà doppiamente significativa nel momento in cui David entrerà nell’olimpo televisivo di NYPD con il suo monumentale John Kelly). Hudson Hawk è -probabilmente- una delle più grandi puttanate che siano mai state pensate, scritte, girate e portate su uno schermo da uno studio di Hollywood. Come tutte le grandi puttanate, è un film estremamente complesso e teorico. Al suo interno il cinema da baraccone dei Die Hard, caduto in crisi d’identità a non più di un lustro dal suo concepimento, inizia a confrontarsi con se stesso e a provarsi vestiti da pagliaccio, nel disperato tentativo di denunciare la propria tendenza a sdoganare se stesso. Hudson Hawk è firmato da Michael Lehmann, di lì a poco preda della idiot-commedia tout-court con gli ancora più teorici -se possibile- Airheads e 40 Giorni 40 Notti. MERCENARI O NIENTE. La stessa ammissione del suo valore monetario, in senso nobile, è causa principe della perpetuazione di uno status quo sempre più caotico, in questo del tutto fedele alla propria trama. Ho caldo, esco a farmi una granita.

Anzianotti alla riscossa: Red
27/07/2010 | news | di Nanni CobrettiIn teoria il 2010 sarebbe l’anno degli action a squadra: A-Team, The Losers, The Expendables.
Ma quest’ultimo, insieme a Innocenti bugie, lo si potrebbe ingloriosamente infilare in un sotto-trend di cui non mi ero ancora accorto: l’action senile.
E come capita sempre, appena nasce un trend arriva subito quello che dice “PURE IO” ed esagera.
Quel qualcuno, è il signore che ha pensato di portare sullo schermo la miniserie a fumetti di Warren Ellis intitolata Red.
E vedere che Bruce Willis rinunciava a fare squadra con Stallone/Statham/Li/Rourke/Lundgren per unirsi a Malkovich/Freeman/Mirren/Cox/Dreyfuss mi ha lasciato – con un eufemismo – perplesso.
Questo fino a quando non ho visto lui:

Vedete, io sono generalmente restio a rivelare dati della mia vita privata, ma quando scatta l’orgoglio, scatta l’orgoglio.
Io sono originario di Carpi (MO).
E sapete chi altri è originario di Carpi (MO)?
Ernest Borgnine.
È il nostro eroe locale.
Voi non ne avete di più fighi, fidatevi.
Voi non avete come eroe locale uno che ha fatto Quella sporca dozzina, Il mucchio selvaggio, 1997: Fuga da New York e Poliziotto Superpiù.
Per non parlare di una dozzina di episodi di Spongebob.
E di Marinai, topless e guai.
Su certe cose bisogna rassegnarsi.
Ma torniamo al film, diretto dal regista di Un amore all’improvviso (giuro).
Io onestamente non riesco a decidermi se sia passabile o estremamente, estremanente patetico.
Guardate un po’ anche voi:
In ogni caso, dopo questo, mi attendo da un’istante all’altro che al Comic-Con annuncino un film su Nonna Abelarda.

Io ci vedo bene Susan Sarandon
Poliziotti fuori (o del buddy cop movie come zona franca del ridicolo volontario)
29/06/2010 | recensioni | di Wim Diesel
Poliziotti Fuori è il primo film il cui titolo è stato tradotto con Google Translator e piazzato sulle locandine che tappezzano le sale italiane da questo fine settimana. Fosse stato tradotto in qualsiasi altro modo, probabilmente ci avrebbe fatto girare comunque i coglioni. Cara, stasera voglio andare a vedere Cop-a-Rolla -non funzionerebbe, dai. Continuiamo a chiamarlo Cop Out, non sarà originale ma si risparmia qualche battuta.
Cop Out è il primo film di Kevin Smith non scritto da Kevin Smith. I film di Kevin Smith sono film in cui un gruppo di attori della sua ballotta recita battute davanti a una telecamera fino a fare il minutaggio. La qualità delle battute definisce la qualità del film, che era notevole in Clerks e bassissima in ogni film successivo. La fanbase di Kevin Smith è composta di gente pronta a tutto pur di trovare risvolti positivi al cinema del proprio eroe, il quale sulla base dei tiepidi entusiasmi che l’hanno coperto ad ogni occasione dal suo film d’esordio in poi, ha potuto svicolare fino ad oggi senza dover imparare a fare il regista. Cop Out è una specie di informale Grande Occasione per andarsene al cinema a vedere Kevin Smith che schiude le ali: attori grossi, progetto pompato, distribuzione garantita nelle sale e testo non suo. Come se la caverà il Nostro?
(Male, grazie)

(nel contesto sembra una cosa relativamente normale)
Parentesi: Cop Out è stato accolto a sonore scorregge dalla critica e dal pubblico. Se vai a vedere Rottentomatoes, Cop Out sta sotto il 20% -per capirci, New Moon arriva a 27 e Alice sta verso il 50. Qualsiasi nefandezza che avete voluto vedere con lo scopo dichiarato di farvi una risata alle spalle del produttore esecutivo ha un punteggio doppio. Naturalmente è una questione di parentele e/o legami: in mancanza di un gusto proprio, la gente aspetta la luce verde per iniziare a tirar torte a destra e a manca. L’aggregatore come specchio di una realtà critica è una palla curva, mette fuori gioco il senso della vergogna e si pone come strumento di misura della nostra epoca malata -consenso VS dissenso, un po’ come giudicare i governi dai risultati elettorali. Quelli che stanno distruggendo Cop Out a forza di risatine sono gli stessi che giudicano Zach and Miri un grande prodotto di cinema indipendente.
Cop Out è un film di Kevin Smith nel senso più classico del termine: niente regia, pochissimo ritmo, tutto il peso sulle spalle degli attori. è un film di quelli che sembrano scritti nel momento in cui li giri: Kevin se ne sta dietro la macchina da presa, salta fuori con un’idea, Bruce Willis ci va sotto e inizia a improvvisare. La sceneggiatura non sarà di KS, ma è sicuramente alla KS. Nella prima sequenza Tracy Morgan spiaccica la faccia di un sospettato contro uno specchio e inizia a recitare battute a caso tratte da una trentina di film, mentre Bruce Willis sta dall’altra parte dello specchio, disegna un cazzone sul vetro appannato e fa finta di spingerglielo in bocca. Il film va avanti per un’ora e cinquanta accumulando gag che sembrano buttate fuori sul momento.

dicevamo.
Andando avanti per il minutaggio ci si trova di fronte a un sacco di cose tremende. Una coppia di poliziotti antipatici composta da Adam Brody e Kevin Pollak, una ragazza messicana in pericolo messa ad minchiam dentro al plot, le schermaglie amorose di Tracy Morgan con Rashida Jones, un signore della droga fissato col baseball, rendersi conto che QUELLO è davvero Jason Lee, e tutto il resto. Comprendo il fatto che a qualcuno possa non andare giù, ma a che prezzo?
Esiste una nobile tradizione del buddy movie che prevede che a un certo punto (al minuto due, più o meno) tutto quanto finisca in vacca. Il capostipite di questa gloriosa tradizione è Insieme per forza, quello con James Woods e Michael J Fox, ma nel corso degli anni abbiamo avuto i due Bad Boys e Showtime, e persino L’ultimo boyscout a fare da ponte tra la tradizione più austera e quella più svaccata. Le scaramucce amorose tra i due poliziotti sono il sale della questione, gli spin-off sono quello che tiene in piedi il film. Se lo sbirro-spalla è nero lo spettacolo ne guadagna.
Tracy Morgan è una BOMBA, lo metti davanti a una telecamera e il film prende vita a prescindere, anche doppiato, anche quando non sta facendo nulla in particolare. Bruce Willis ha l’aria di chi ha voluto fare il proprio spin-off poliziesco/comico (stile Fermati o mamma spara) con una dedizione che ha del commovente. Gli altri sono tutti bravissimi: Seann William Scott attraversa il film con una parte che sembra palesemente infilata sul momento, tanto per buttare su altri dieci minuti di gag.
Ogni cinque minuti succede qualcosa che fa esplodere la sala, e tu ripensi a tutte le recensioni in cui stava scritto che Cop Out è un compendio di comicità stantia e volgarotta: lo capisco, ma vi siete mai chiesti il prezzo della vostra austerità di cinefili indie? Che guardate Kevin Smith a fare?
Menopeggio TV: Slevin – Patto Criminale
19/03/2010 | menopeggio tv | di Bongiorno MiikeMinirecensione in dieci punti da leggere stasera davanti al televideo
Slevin – Patto Criminale
(Lucky Number Slevin)
DOVE: Italia 1
QUANDO: 23.15 (a nanna presto questa volta)
1) «pronto…?»
«Ohi ciao Paul sono io.»
«…»
«Jason»
«…»
«Smilovic…»
«…»
«Jason Smilovic… lo sceneggiatore»
«Oh! Jason! Scusa non ti avevo riconosciuto ma ho perso il cellulare due giorni fa quindi sai… la rubrica del telefono… ho perso tutti i numeri… non è che ti avessi cancellato… cioè…»
«No, no, capisco… anche a me… senti, ti chiamavo perché mi è venuta un’idea pazzesca per un film…»
«Guarda, sono in auto e…»
«Ti rubo solo due minuti»
«Sto andando ad un funerale…»
«un minuto…»
«è il funerale di mia zia…»
«Dai al volo: allora ci sono un negro, un rabbino e Bruce Willis che si dichiarano guerra…»
«Jason… va bene tutto ma le barzellette…»
«No! No! No! Senti: c’è la vendetta, la trama intricata, lo scambio d’identità e il colpo di scena finale tipo quel coreano che hai visto a Cannes e che ti è piaciuto tanto»
«Jason, guarda sono davanti alla chiesa… c’è il prete che mi sta salutando…»
«Lucy Liu fa una che la molla.»
«…»
«…»
«Dimmi dove sei che ti raggiungo…»
[sottofondo di archi a salire]
2) I primi 17 minuti sono accelerazione pura all’insegna delle tre S: sangue, sesso e scommesse. Se li vedi ci rimani.
3) Seguono 90 minuti all’insegna delle tre P: parodia, prevedibilità e pizza (quella che ordini, vai a ritirare, la mangi e la trama la segui comunque che è ‘na bellezza)
4) In questo film ritroviamo l’indomito Josh Hartnett che, prima di divenire un animatrone con l’ascia in mano a caccia di zombiri vogue, faceva da cavia umana per una ricerca che poi avrebbe dato grandi risultati
5) McGuigan ha avuto l’intuizione geniale di far intraprendere una gangsta-faida sanguinaria tra Nelson Mandela e il Mahatma Gandhi
6) Un accenno alla fotografia: è bella e spalmata di giallo. E vale la pena. Davvero.
7) A.B. Volto di A. Volto di B. Occhi di A. Occhi di B. Busto di A, Busto di B. Volto di A e nuca di B. Volto di B e nuca di A. Volto di B su voice over di A. Volto di A su voice over di B. Volto di A. Volto di B. Occhi di A. Occhi di B.
(Vero che da fastidio? Provate a vedervi un’ora e mezza di dialoghi tutti in campo-controcampo. A un certo punto ho sentito la mancanza dei videogiochi della Simulmondo.).
8) La migliore interpretazione di Lucy Liu, il che non vuole in effetti dire tantissimo. Però…. (via Dolores Point Five)
9) Ciò detto è un’ora e mezza passabile, il che, se si pensa al cast tipo album delle figurine “celocelobusomanca”, è quasi un insulto.
10) Ho visto di peggio: Gangs of New York

- Belli, ma per il Sylvester ci vuole altro
Cop Out (Shane Black vs. the WTF team-up)
08/02/2010 | news | di Wim Diesel10) ho visto di peggio: Zack and Miri make a Porno
Una persona che rispettiamo ha scritto recentemente un ottimo pezzo in cui sostiene grossomodo che l’umorismo caciarone di cazzi e scorregge à la cinepanettone/zoodi105/americanpie è una cosa che impedisce al maschio una piena comprensione dell’altro sesso, e viceversa. Naturalmente sono dispiaciuto di questo, ma

giuro su dio che non è un montaggio.
L’immagine proviene dal secondo trailer di Cop Out, il nuovo Kevin Smith, di cui ci siamo occupati brevemente nei Calcetti e più estesamente quando pareva si dovesse chiamare ancora A Couple of Cops o A Couple of Dicks.
Ora vedi, io vivo bene anche fuori di qui. Nel senso che dopo un certo periodo di malessere interiore per via degli sfottò dei miei coetanei (se di cognome fai Diesel è un problema, mio fratello l’ha cambiato in Rossi) riesco ad esistere in un mondo nel quale non devi sgamare il WTF o il LULZ o l’OMFG o il ROTFL o il NSFW. Non è roba per me.
Nel trailer di Cop Out, tuttavia, c’è una scena in cui Tracy Morgan è dentro alla stanza degli interrogatori con un sospettato, gli punta la pistola alla testa e gli sbatte la testa contro il finto specchio a parete mentre urla “NESSUNO PUO’ METTERE BABY IN UN ANGOLO”. Dall’altra parte del muro Bruce Willis disegna un cazzone sul vetro e fa finta di infilarglielo in bocca. La mia domanda è: come cazzo si fa a girare una scena del genere? Per me non esiste che LA SCRIVI. Più probabilmente sei sul set a fumarti qualche base, qualcuno pensa alla scena più stupida che potresti fare con quegli interni lì, uno la spara a caso e tutti iniziano a lavorarci come pazzi con l’idea di tornare in appartamento e postarla su twitter. O in altre parole, per il LOAL o il WTF. In un’altra scena Tracy pesta un bambino di dieci anni. In un’altra, uhm, se vi posto il video fo prima.
Terrò le considerazioni sparse per la recensione, naturalmente. Mi sembra piuttosto chiaro che siamo in zona Bad Boys o Showtime, o in una qualunque altra zona che preveda una buddy-puttanata che mischi coolness, abbronzature, demenza, Bruce Willis che disegna i cazzi sui vetri, Sean William Scott e Adam Brody. A vedere il trailer sembra che a girarlo si siano divertiti il triplo di quanto ci divertiremo noi a vederlo. E a me basta, anche perchè mentre soccombo a cazzi scorregge e WTF, ho deciso di voler ricordare questi uomini come appaiono nella foto di cui sopra. Liberi, felici ed innamorati della loro arte.
Da Parigi con tamarraggine come se piovesse
01/02/2010 | news | di Nanni CobrettiQuesta onestamente mi ha colto impreparato. Dopo il fortunoso successo di Io vi troverò mi aspettavo che a Pierre Morel offrissero subito qualcosa di più sostanzioso, che so, minimo qualcosa con Bruce Willis. E invece eccolo prima con questo progettino assurdo in cui se ne torna in patria, di nuovo sotto l’ala di Luc Besson, a vantarsi di girare film di respiro internazionale con protagonisti una star decaduta 15 anni fa e un manichino di bella presenza che nessuno ricorda dove ha già visto. Che io non riesco a capire come si possa assumere Jonathan Rhys-Meyers per ruoli che non siano da real life Zoolander, eppure qua ce lo spacciano addirittura come l’uomo comune in cui dovremmo teoricamente identificarci, o come minimo fare da contraltare comico stile James McAvoy in Wanted. C’è anche da dire che invece di Angelina Jolie si becca John Travolta camuffato da Marvin Hagler bianco, così impara.
E comunque lo devo ammettere: Travolta pare stranamente in formissima, e il film ha l’aria di poter riservare qualche sorpresina. Tant’è che il prossimo progetto di Morel è effettivamente sostanzioso, pure troppo: nientemeno che il remake di Dune. E lì saranno cazzi.
In ogni caso, From Paris With Love esce negli USA venerdì. Intanto beccatevi il trailer:
All of a sudden, I miss 2013 La Fortezza
11/01/2010 | recensioni | di Wim Dieselma che t'han fatto al collo, poverino
Il replicante è un essere umano sintetico superdotato, che qualche multinazionale ha progettato e realizzato per fornire schiavetti a buon mercato per lavorare al largo dei bastioni di Orione. I replicanti hanno una mente propria e sono capaci di rivoltarsi e piantare dei gran casini. Io non so leggere, quindi a quanto ne so i replicanti sono stati inventati nel 1982 per Blade Runner. Nel Mondo dei Replicanti di Jonathan Mostow non c’è nessun replicante. Nessuno, dentro al film, fa riferimento ai “replicanti”. Non c’è nessuna comparsata di Rutger Hauer, manco alla fermata dell’autobus, anche se mi avrebbe fatto piacere. L’unica altra volta in cui mi sono sentito così male in merito a questo è stata quando mi hanno raccontato che ne L’amore ai tempi del colera NESSUNO si ammala di colera; in questo caso la colpa è stata di chi ha deciso di tradurre “liberamente” il titolo originale, cosa per la quale in linea di principio non s’incazza quasi più nessuno a parte i blogger. Comunque credo sia giusto condividere con voi alcune cose a caso che ti vengono in mente se vai a vederti Surrogates, o appunto Il mondo dei replicanti.
La prima è che Jonathan Mostow non può continuare a godere della mia eterna stima solo sulla base del fatto che ha realizzato il secondo più bel western degli anni novanta (Breakdown).
La seconda è che il film si svolge quarant’anni nel futuro e le automobili hanno la stessa tecnologia e lo stesso design di oggi. Giugiaro ‘08 rules.
La terza è che il designer d’interni della casa di Bruce Willis e Rosamund Pike è –con tutta probabilità- uno che passa la vita a ribloggare foto e disegnini giapponesi e a sognare un mondo possibile nel quale qualcuno ha davvero il fegato di attaccarli ai muri.
La quarta è che, come in tutti i film sci-fi mediocri basati su premesse concettual/ideologiche concepite ex-novo (descrivere una suggestiva società futura su un canovaccio stile utopia VS distopia), l’intreccio fa schifo al cazzo.
La quinta è che, in questo futuro con le auto stile Giugiaro ’08 e gli arredamenti stile Tumblr ’09, ogni essere umano possiede un surrogato. Un surrogato è un robottino comandato dalla tua mente e che in una discreta percentuale di casi ti assomiglia abbastanza –ma un po’ più figo.
La sesta è che il risultato empirico di tutto ciò è che Surrogates è il primo film interpretato dalle foto sull’account myspace dell’attore vero. E che il mondo reale è invaso di account myspace al punto che se si trovano davanti un essere umano coi brufoli e la pancia lo rimandano a casa a forza di risate e appellativi stile meatbag. Nessuno si accorge di niente.
La settima è che l’unica cosa davvero utopica in Surrogates è qui c’è la possibilità di uccidere l’essere umano nukkando l’account myspace.
L’ottava è che l’unica cosa davvero distopica in Surrogates è il parrucchino del myspace di Bruce Willis. Non a caso il suo proprietario sarà l’unico essere umano senza i porri in faccia, nel corso di tutto il film, a vedere problemi nella società dei surrogati.

brrrr.
(Ottava bis: non che il pizzetto del Bruce Willis vero sia roba su cui si può soprassedere)
La nona è che il nomignolo per il surrogato è surrogo. SUL SERIO! Come gli zinghi di Snatch.
La decima è che l’unico essere umano in grado di tirar fuori del buono da Surrogates è il critico cinematografico di sinistra con la fotta della distopia.
L’undicesima è che, se vuoi creare l’illusione di un intreccio macchinoso e imprevedibile, la presenza di James Cromwell nel cast non ti aiuta.
La dodicesima è che Rosamund Pike.
La tredicesima è che il film è liberamente tratto da una serie a fumetti che non ho avuto cura di leggere.
L’ultima è che il target di questo film è composto quasi esclusivamente da critici di sinistra che si sentono in obbligo di parlare esclusivamente di corpi, densità materica e vaccate simili in ogni recensione.












