Post Taggati ‘cagnacci’

“A-Team”: but if he’s been murdered by crystal meth tweakers, then we’re shit out of luck.

21/06/2010 | recensioni | di Dolores Point Five

La citazione sui titoli di testa.

“Ci sono poi film come E venne il giorno, film che non mi sono piaciuti e che sono contento che non mi siano piaciuti, perché se mi fossero piaciuti, mi sarebbe piaciuto un film che fa cacare.”

(OhDaeSu, giugno 2008)

Divertirsi senza uscire da casa propria non costa molto.

Divertirsi senza alzarsi dal proprio divano non costa molto.

Il prologo che spiega chi è chi.

Contravvenendo alle più elementari regole di buon senso che scandiscono la visione di un film al cinema tra gli umani, dopo circa 40′ di A-Team ho acceso il cellulare e ho scritto a Nanni Cobretti “Non riesco a immaginare che The Losers sia peggio.”

Lui mi ha risposto “impossibile, The Losers è moscio, A-Team non sarà mai moscio”.

A-Team è moscio.

Allo spettacolo delle 20 della prima sera di programmazione c’erano solo blogger e figli di blogger, e in totale eravamo nove. Il fatto di far uscire il film in pieni Mondiali non promette bene riguardo alle aspettative della Fox Italia, che però potrebbe anche iniziare a doppiare meglio gli INASCOLTABILI prodotti che porta abbandona in sala, dato che qui una battuta su tre veniva accolta dagli EH? dello sparuto pubblico pagante (già cult “io lavoro da solo, la lealtà non entra in una cappelliera” sparato da un militare cattivo sotto interrogatorio, ma anche i continui riferimenti ai DRONI durante una delle lunghissime scene d’azione appoggiateci sul dorso). Delle due, l’una: o si è sottovalutato lo staying power del marchio, oppure hanno visto il film.

Il film.

Esso vuole essere cazzone e allegro ma ANCHE essere preso sul serio ma ANCHE offrire spettacolarità a pacchi ma ANCHE iniettare motivazioni inténze ai personaggi nei momenti di stanca ma ANCHE piacere agli iniziati ma ANCHE piacere ai non iniziati. Ecco, siccome non si può tirare fuori Miami Vice dalla Melevisione, non si può pensare di cavare un film decente da uno sviluppo durato QUINDICI ANNI.

Se il plot si deve a un manipolo di arditi i cui particular skills vanno individuati nell’aver estratto a tempo dal tritarifiuti il copione di Mission Impossible 4 e nel conoscere l’uso del ctrl + alt + canc, e se l’unica cosa che fa sorridere è un cameo di Jon Hamm alla fine (WTF e quasi sempre girato di spalle), il concetto alla base del tutto è una specie di storia delle origini tirata via, montata in modo confusissimo (e fatta APPOSTA COSI’, ed è per quello che mi arrabbio), per giunta raccontata tutta con variazioni minime sulla stessa ideina-ina-ina: uno seduto che spiega il piano del giorno, di solito Hannibal, gli altri attorno che fanno domande o dicono roba a caso, il tutto illustrato tramite un incastro tra flashback e flashforward. Non nel senso di Triangle, nel senso che E’ BRUTTO.

Anche povare imbarazzo e confusione senza uscire di casa costa comunque meno.

Provare imbarazzo e confusione senza alzarsi dal proprio divano non costa molto.

Il discorso morale.

Tempo addietro, parlando di Wolfman, lo stimabile Kekkoz suggeriva “… nel caso decideste di affrontare questa sostanziale perdita di tempo giusto per il gusto di vedere un po’ di inglesi sgozzati da una creatura pelosa, che è comunque sempre un piacere, vi do uno spunto di riflessione, una piccola madeleine che renderà molto più allegra e spensierata la visione della seconda parte del film: IL BABBO DI VOGLIA DI VINCERE.”

Io non avevo mai capito fino in fondo la cosa del buttarla sul LOAL mentre si vede un brutto film perché ci si è pentiti di aver pagato il biglietto. Mi è sempre sembrato più decoroso stringere i denti e autoconvincersi a provare trasporto, oppure prendere e andarsene ammettendo di aver fatto una cazzata. E mi ha fatto piacere leggere su questo sito una discussione seria e motivata sul perché nasce un finto culto attorno ai film brutti, e non ai brutti libri o dischi o fumetti.

Stavolta s’è tirata la fine sussurrando PRESTO, POTREBBE ESSERE ANCORA VIVO a ogni macchina scoppiata. Salvo quando loro vanno alla dogana di….BOH e sembrava per un attimo che il terzo atto sarebbe stato un remake non dichiarato del viaggio in treno di Una poltrona per due, lì allora s’è fatto l’upgrade a BUELE BUELE BUELE HA.

Forse altri sapranno giustificare meglio l’esistenza di questo prodotto al di là di un futuro franchise (il che comunque è tutto da vedere): io ci ho trovato un’idea di fan service mediamente malinteso (”pity” e “fool” come se piovesse, la fobia dell’aereo di P.E., Sberla che ottiene un lettino abbronzante in prigione) e un fracco di domande senza risposta. “Che senso ha ingaggiare un campione di MMA per non fargli tirare manco un calcio”, ad esempio, oppure “il tipo di District 9 posso arrivare a capirlo ma gli altri che scusa hanno”, oppure “sarebbe buffo conoscere quello che ha montato il trailer e chiedere se dopo avermi inculato gli serve anche un rene”, oppure “cos’è un DRONE”.

La porta rimasta furbescamente apertissima sul finale.

Il coté psico-fisico lo lascio volentieri a Violetta (anche se: meno male che alla fine Sberla bacia la tipona per quella ragione là, perché noi lì per lì si disse zio caro certo che si vede tanto che gli fa schifo baciare una femmina): a giudicare dalle reazioni di Nicolas – anni 12 quasi 13, per chi se lo fosse chiesto – non credo che spaccherà sul mercato dei pre-adolescenti avvezzi a definire i film “gay” se solo si intravede una situation.

Insomma: nessun tristo macinamento d’infanzie, però che palle.

Compatisco lo sciocco che getta via la propria migliore abitudine.

Compatisco lo sciocco che getta via la propria migliore abitudine.

DVD-quote suggerite:

“Che palle.”

(Dolores Point Five, i400calci.com)

“ENTRI IL DRONE.”

(Nicolas Point Five, i400calci.com)

“Secondo me sarà più bello MacGruber

(un blogger)

La memoria del pesce rosso: “Daredevil” (Mark Steven Johnson, 2003)

25/05/2010 | la memoria del pesce rosso | di Wim Diesel
YMCA (ninja take)

YMCA (ninja take)

Le premesse: Alla fine degli anni novanta gli studios si rimettono d’impegno per portare i supereroi al cinema. Gli anni novanta sono passati tra un fallimento e l’altro nel tentativo di mettere in piedi un nuovo Superman (passato da Kevin Smith a Tim Burton per finire affossato e ripescato nei 2000 ed affidato a Bryan Singer, che ne tirerà fuori la peggior opera mai realizzata da un regista con almeno un buon film all’attivo) e osservando morire il monumentale progetto Spider-Man di James Cameron. Di punto in bianco, tuttavia, le nuove rotte commerciali di Marvel e l’accortezza di affidare i progetti a dei professionisti mettono in campo una nuova volontà di fare buoni comic-movies. Il successo dei primi tentativi è tale che nel giro di un paio d’anni si inizierà a lavorare per tirar fuori un film da ogni supereroe, anche i più balzani e impresentabili, per poi iniziare a lavorare sulle graphic novel e le miniserie. Daredevil esce all’inizio del periodo di sfruttamento di massa del filone. 2003.

Il plot: Matt Murdock viene accecato da certe sostanze chimiche che gli acuiscono tutti gli altri sensi, permettendogli di diventare un giustiziere della notte. Lungo il corso del film incontrerà gente e farà cose. Continua a leggere »

In sacrificio per voi: Prince Of Persia

24/05/2010 | recensioni | di Wim Diesel
i basettoni di Zodiac avevano un loro senso, though

i basettoni di Zodiac avevano un loro senso, though

PRE
La mia conoscenza del mondo dei videogames si esaurisce agli anni in cui per giocarci dovevi buttar dentro una moneta da duecento lire. Prince Of Persia si basa su un videogame uscito qualche decennio dopo, non ci ho mai giocato e non ho intenzione di farlo nemmeno nell’ottica del bravo critico che si documenta. Ho detto addio a quel mondo la sera che, in mezzo a un tripudio di amici in estasi mistica, riuscii a finire il sesto muro di Toki (quello dei carrelli), terzo a riuscirci nel mio bar: appendere la gettoniera al chiodo nel mio massimo apice.

gente che cavalca animali

gente che cavalca animali

Il film tratto dal videogame, anyway, è la nuova frontiera: nel ’98 leggevo stroncature di blockbuster apocalittici basate sul fatto che tanto vale giocare a qualche videogame di ultima generazione, almeno scegli cosa fare esplodere. Dieci anni dopo il videogame di ultima generazione è il film tratto dallo stesso, e anche volendo lasciar stare Uwe Boll io ho una buona teoria –ha a che fare con l’omicidio di massa dell’immaginario di una generazione, da cui il termine ultima. Xander Cage fu chiaro nel dire dei videogiochi “non c’è rimasto nient’altro per farci una cultura”. Io, ai miei tempi, rimasi decisamente scottato a vedere alcuni dei grandi uomini della nostra epoca sviliti in pellicole di quarta categoria ed affidati ad esseri umani che mai ne hanno saputo rendere la dimensione beckettiana. Super Mario interpretato da Bob Hoskins, poi Van Damme nei panni di Guile e alla fine –scorno massimo- Christopher Lambert nei panni di Raiden.

wow, i PANORAMI.

wow, i PANORAMI.

Immaginatevi un nerd di Prince Of Persia (videogame) che se ne va al cinema e si becca il proprio eroe interpretato da Jake Gyllenhaal. Il quale non è Bob Hoskins e di sicuro diocristo non è Jean-Claude Van Damme, e probabilmente se finisse in un duello a spadoni con Christopher Lambert finirebbe con la gola tranciata prima che riusciate ad aprire il pacchetto di Pringles per godervi appieno lo spettacolo. Però Prince Of Persia alla fin fine suscita un paio di pruriti niente male: per prima cosa non riusciamo a staccarci dal baraccone autovendente del cinema SPHASCIO di Jerry Bruckheimer, secondo è diretto da Mike Newell. Mike Newell è un regista per tutte le stagioni: assurge a pubblica gloria con Quattro matrimoni e un funerale (inventando de facto il genere film con Hugh Grant); tre o quattro anni dopo ce lo ritroviamo alfiere del nuovo mob.mov con Donnie Brasco, poi Mona Lisa Smile (la versione clit-lounge dell’Attimo Fuggente; mentre lo scrivo mi viene in mente ora che l’unico maschio coinvolto potrebbe davvero essere il protagonista di The Wire, ma controllare mi fa troppa paura). Poi si dedica al quarto Harry Potter, assicurandosi un posto all’inferno per aver lanciato Robert Pattinson. E poi diventa tutto una grande attesa per il nuovo Prince Of Persia (da qui in poi POP), epic-movie disneyano con le casse che pompano, la sabbia che ridisegna le dune e la figura di Jake G come novello eroe d’azione benedetto dalla computer graphics. Riassumendo, Donnie Brasco meets Donnie Darko meets Dromedari e Scimitarre, but worse (cit.). Ultimo valore aggiunto Gemma Arterton, che i bookmaker danno favoritissima a sostituire Megan Fox in Transformers 3 dopo l’epurazione di quest’ultima, causata -pare- da certe equivoche dichiarazioni che paragonavano Michael Bay ad Adolf Hitler. Di lei non ho esperienze dirette, eccezion fatta per la sua partecipazione al disastro di Quantum Of Solace nel ruolo dell’altra bond girl (qualcuno ci avrà pur scritto una tesi sul concetto di l’altra bond girl) con il nome di Strawberry Fields, e ditemi voi se al suo posto lo segnereste nel CV (lo so, era anche in Scontro fra Tortelli, ma io non ho avuto il piacere). Della trama non so assolutamente nulla, leggo su Wiki che c’entrano ammennicoli con nomi pomposi tipo il Pugnale del Tempo. Mi preparo ad assistere alla peggior vaccata della storia del cinema ed entro in sala con cuore leggero e passo spedito. Continua a leggere »

Robin Hood (no calzamaglia no party)

19/05/2010 | recensioni | di Wim Diesel
<3 Robin Tortello <3

<3 Robin Tortello <3

Paradossalmente per amare un film come Robin Hood si potrebbe partire dalle (prevedibilissime) stroncature. In quella di Cineblog sta scritto che più che Ridley, sembrerebbe esserci il fratello Tony dietro la macchina da presa. Naturalmente in senso dispregiativo, all’interno di un inattaccabile impianto da recensione old-skool in cui il film viene demolito pezzo per pezzo e gettato alle ortiche. Così come non è infrequente leggere nelle recensioni dei film più recenti di Ridley Scott un certo qual rimpianto legato al fatto che ogni film di Ridley impallidisca di fronte ad un passato ormai inavvicinabile. Non che la questione sia rilevante in sè, quanto piuttosto nel rivendicare la sparizione di questa fantomatica età dell’oro nella quale gli uomini erano davvero uomini e Ridley era davvero Ridley -una sorta di mercato della nostalgia. A ben guardare, ovviamente, il problemadella decadenza di Ridley Scott è una piccineria che, al di fuori della critica, occupa solamente il cranio di persone che se è andata grassa hanno fatto tempo a vedersi Thelma&Louise al cinema -capirai, che bella infanzia perduta che t’è toccata. I capolavori di Ridley Scott sono sostanzialmente tre: Alien, Blade Runner, Black Rain. Sul primo non c’è davvero niente da dire, sul terzo non tutti sono d’accordo, il secondo gli è venuto bene per culo (provate a immaginarvi di vedere il director’s cut senza aver visto prima l’originale e senza il copioso spiegone della press-sheet). Sia quel che sia, non sono in molti ad aver sottolineato -negli anni rh1migliori- che il cinema di Ridley Scott è la versione ipertrofica e hollywoodiana dell’arrangiarsi con ciò di cui si dispone. A volte hai Dan o’Bannon e i mostri di HR Giger che escono dalle fottute pareti (ok, volevo dirla; in realtà in Alien escono dal fottuto intestino crasso), altre volte hai una sceneggiatura che rilegge Philip Dick, altre volte hai qualche pezzo grosso che ti chiede di fare un film di due ore su Demi Moore che si rasa a zero e urla succhiami il cazzo. Se c’è qualcosa che ho imparato in quindici anni di cinema assiduo e scriteriato (oltre a quali proiezioni evitare come la peste) è che pubblico e critica sono più ingrati il giorno prima e il giorno dopo di quanto non lo siano durante la proiezione. Adesso come adesso quindi è ora di BASTA con questo astio e con l’assurda minaccia di declassare Ridley al livello di Tony. Primo perchè Tony, come sappiamo, lavora da decenni a testa bassa e arriva in luoghi della mente verso cui un sacco di autori continuano disperatamente ad annaspare -cioè, bontà sua, è migliore di Ridley da prima che ce ne accorgessimo, noi che ce ne siamo accorti. Secondo perchè questa cosa di odiare Ridley Scott è frutto di un overstatement che è durato vent’anni e per il quale possiamo incolpare soltanto noi stessi. , abbiamo odiato Ridley Scott in tempi non sospetti. No, la cosa non ci ha reso più ricchi. Come si lega tutto questo all’uscita di Robin Hood? Non saprei. Robin Hood è -sulla carta- il film più ridicolo del semestre in corso. Per prima cosa è scritto proprio MALE, di un male sinistro, e se mi conoscete sapete che su questa cosa non sono uno col palato fino. Proprio un film di quelli che è importante andarci in compagnia per potersi voltare e fissarsi con aria interrogativa ad ogni Maccosa (grazie Casanova), per capirci. Brian Helgeland in uno dei momenti più mi ci pago la bolletta del gas della sua carriera. Nel primo tempo non succede quasi nulla, a parte queste infinite scene di battaglia con un sacco di cavalli e di morti (ma quasi nessun cavallo morto, curiosamente) Personaggi a vario titolo coinvolti: Russel Crowe, Mark Strong, Max Von Sydow, il contadino dei primi dieci minuti di Inglorious Basterds, Cate Blanchett, il dottore peldicarota delle ultime serie (quelle brutte) di ER, William Hurt e qualche scalzacane sciolto, quasi tutti nella parte di se stessi che sono stati costretti per vie legali ad interpretare un archetipo medievale a caso, e in molti casi puoi persino leggergli lo schifo negli occhi, tipo il commesso di Tono Metallico Standard. A metà film inizi a capire come vanno le cose: non c’è il testo, non c’è nessun messaggio forte, ogni tanto esce fuori qualche intrigo politico scrausissimo (come tutti gli intrighi politici orditi dai francesi), in mezzo al quale i personaggi si scoprono parte di un disegno più grande che solo parzialmente passa per la sceneggiatura.

(beh, vestita da Lady Marion non è che fosse 'sto granchè.

(sì beh, vestita da Lady Marion non è che sia 'sto granchè.

Non vorrei fare spoiler, ma devo darvi un’idea delle dimensioni del Maccosa. In questo Robin Hood, che non parla di Robin Hood bensì delle avventure di Robin Hood prima che questo diventi -appunto- Robin Hood, c’è un passaggio chiave in cui il protagonista scopre che il decano di cui sta facendosi passare per figlio legittimo è stato in gioventù il più grande leccaculo di suo padre, una sorta di Subcomandante Marcos britannico antelitteram, un proletario che dal nulla stava per ottenere una carta costituzionale NEI PRIMI ANNI DEL TRECENTO -una cosa che storiograficamente è paragonabile ad un’ipotetica fiction incentrata sul fatto che Garibaldi fosse sbarcato a Marsala per ottenere un’ADSL libera. Da lì in poi, come in una specie di estasi collettiva, iniziano a venir fuori colpi di scena ed espedienti di sceneggiatura totalmente a buffo, e quando sei alla fine ti accorgi di avere accettato per vera molta più roba di quanta ne augureresti al tuo nemico. Da lì ai titoli di coda rimane solo una battaglia in riva al mare contro l’esercito nemico più ridicolo della storia medievale, eccezion fatta per la Crociata dei Pezzenti. LA CATARSI. Non è ben chiaro quando inizio a smettere di preoccuparmi di ciò che non funziona, affondo la mano nel mio (metaforico) secchiello di popcorn e capisco che dietro a tutta questa macroscopica fiera del WTF Robin Hood mi diventa il miglior Ridley Scott del passato recente. Un film sincero, molto meno elegante e molto più di cuore dello standard dell’uomo, una cosa pensata e realizzata con l’intento fare un film intero i primi dieci minuti del Gladiatore (senza Luca Ward, cristo! Gioite!), senza ansia nè impegno. Venti per cento telenovela, ottanta per cento colpi di spada: Robin Hood abbraccia la sua dissoluta corsa verso il nonsense con dispendio di mezzi e generosità intellettuale. Sarò un illuso, ma in mezzo a tutto ’sto casino mi pare impossibile non vedere che Scott si sta divertendo come un bambino, come se gli avessero permesso di rigirare Le Crociate senza doverci metter dentro i piagnistei di Orlando Bloom. E mi pare fin troppo stupido sottolineare che, con tutti i difetti di cui possiamo parlare, Russell Crowe che scaglia una freccia in cielo e becca un supercattivo tra capo e collo a mille metri di distanza è MOLTO più convincente di Kevin Costner che scocca al rallentatore mentre Brian Adams pompa una ballad. Puppa, Kev.

Shutter Island – Contrappunti di violino is the way.

09/03/2010 | recensioni | di Wim Diesel
EH????

EH????

Il cinema classico americano è il genere che più di ogni altro al giorno d’oggi si trova i franchi tiratori in casa. E su questo non ci son cazzi. D’altra parte è quasi sempre uno sport al quale è bellissimo partecipare, ma ti ritrovi accanto a questi loschi figuri consumati dal mestiere del pensatore che si emozionano ad ogni movimento di macchina del loro regista classico preferito, a prescindere. Per esempio io divento molto violento quando mi dice che Invictus tutto sommato è un film noioso e/o che il cinema di Clint Eastwood ha conosciuto momenti migliori. Ho scritto SPIKE JONZE sulla portiera di quattro Mini Cooper solo questa settimana, giusto per ribadire un concetto. La Mini Cooper è la nuova carrozza-zucca, e la tipa che ci viaggia dentro ha tempo fino a mezzanotte per fare cock-teasing sui tuoi amichetti. Detto questo, io detesto A PRESCINDERE i seguenti generi cinematografici:

1) i film sul rap
2) i film dove alla fine si scopre che è tutto un parto della sua mente
3) i film girati con una videocamera digitale con una storia dietro che giustifica il budget inesistente, eccezion fatta per Diary Of The Dead
4) i film incentrati su una ragazza scomparsa
5) i film nei quali le sparatorie sono girate come dei balletti, esclusi quelli usciti prima del ‘96
6) i film dove uno dei protagonisti è un malato terminale
7) i film con un bambino-genio tra i protagonisti.

EH????

EH????

Il principale pregio di Shutter Island, da questo punto di vista, è che non ci sono ragazzini negri che ballano nè cinesi che fanno capriole a caso con due .45 in mano. Per sottolineare questa scelta di campo, Scorsese inizia a bomba. Continua a leggere »

“The Box”: dieci cose che nessuno ha ancora avuto cuore di dirvi.

07/02/2010 | recensioni | di Dolores Point Five

Spoiler: non ci provano.

Fermo restando che l’esimio dottor Casanova Wong Kar-Wai ha ragione comunque, e che quanto da lui scritto qui corrisponde a verità, è ora di inaugurare il primo temporary store dei 400 Calci, uno spazio che potremmo chiamare NON AVRAI UNA SECONDA CHANCE. Mentre ci cantiamo sopra. Come il coro di incappucciati di Oxford University.

Prendete una torcia e seguitemi.

Prima, però, guardate questo contributo multimediale, che un benemerito lettore ci ha lasciato nello spazio commenti (grazie):

1. Il film The Box è TUTTO FOTOGRAFATO COSI’.

2.Il film è anche interamente SUSSURRATO. A parte Frank Langella che fa l’uomo con solo mezza faccia e perciò quando sussurra ENUNCIA, tutti gli altri bisbigliano anche quando sono in casa loro chiusi a chiave e il figlio sta giocando a Monopoli in un bunker a tre chilometri di distanza. Risultato: ho passato metà del film a spippolare col rewind e dire EH? EH?.

2/a. Non fate commenti tipo “infermiera!”. Io ho 29 anni e ci sento BENISSIMO.

3. Cameron Diaz interpreta una donna senza le dita di un piede. Dopo circa 40′ il marito scienziato le regala una specie di protesi da infilare dentro la scarpa, però fino a quel punto Cameron Diaz cammina come L’amico di famiglia.

4. La faccenda delle dita del piede, essendo che siamo nel 1978 e Cameron Diaz ha i suoi anni, non può essere stata causata dal Thalidomide, e viene infatti spiegato come il tristo effetto collaterale delle RADIAZIONI. Però mi sembrava il classico “dettaglio” messo lì per caratterizzare un personaggio a ufo. Un po’ mi incazzavo, poi mi ricordavo che -- ehi! -- a me i dettagli che NON SERVONO in un film PIACCIONO, e pure tanto, e quindi mi ci rimettevo in pace. Anche se continuavo a temere il METAFORONE.

5. Se in un tuo film la gente per fare dei misteriosi segnali segreti ammicco ammicco alza delle dita nel vuoto, e il risultato sono le immagini nel post di Casanova, io dovrei avere in automatico il diritto di venirti a rubare in casa. Mazel tov, bitch.

6. E sto volutamente tralasciando l’Amico Spiegazione che A DIECI MINUTI DAL FINALE salta fuori e riassume il film a James Marsden. Subito prima che un SUV degli anni ‘70 lo riduca in polpette.

7. Richard Kelly ha, con questo, girato tre film imperniati su una figura Christi che si sacrifica anche se non gliel’ha chiesto nessuno. Hai. Rotto. Il. Cazzo.

8. Noto con piacere che alcuni colleghi americani si sono arrazzati per le citazioni di Jean-Paul Sartre contenute nei dialoghi. Ok. Le citazioni sono inserite nei dialoghi con le seguenti modalità: “questo è davvero un brutto momento per la sua famiglia, mi risulta che lei abbia familiarità con l’opera di Jean-Paul Sartre, ripensi allora a quando egli disse”.

9. Se di simbologia catto-apocalittica si deve morire, io mi tengo tutta la vita il vituperatissimo Segnali dal futuro, un altro film che secondo gli internets avrebbe dovuto essere scritto e diretto da Richard Kelly, e che ti porta sì in zona Left Behind ma almeno prima ha la grazia di far scoppiare roba costruire set pieces non ESCLUSIVAMENTE finalizzati a far sentire chi guarda un coglione.

10. Vi ricordate le dita del piede? Beh. Alla fine ERA UN METAFORONE. E Cameron Diaz ha pure un monologo schiantacuore in cui lo spiega a Frank Langella. E considerando di COSA è un metaforone, e QUALI effetti ha avuto, il personaggio di Cameron Diaz si porta a casa la prima candidatura ufficiale dei Sylvester 2011 per la categoria “personaggio più stupido in un thriller/horror”. Battetela se ne avete il coraggio.

Ho finito, grazie.

In principio c’erano… I Nuovi Eroi

27/01/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

La settimana scorsa, per festeggiare il primo compleanno dei 400 Calci, Nanni Cobretti si è regalato un lettore Bluray. Come acquisto ideale per testare il baracchino ha pensato alla prima cosa a cui avete pensato anche voi: esatto, la neo-trilogia di Universal Soldier. Per cui, in attesa del terzo capitolo che -- poste permettendo -- gli verrà recapitato intorno al 2 febbraio, il Cobretti ha ritenuto potesse essere una cosa carina ripassare i primi due. Nel senso di quelli originali (quelli apocrifi con Matt Battaglia, per il momento, li lasciamo da parte).

universal soldierI nuovi eroi, titolo originale Universal Soldier (1992), è il classico film comunemente definito “seminale”.
“Seminale”, per chi non conoscesse il latino, significa che è molto importante per la Storia del Cinema.
E I nuovi eroi lo è per i seguenti motivi:
1) è il primo film con Van Damme ad ottenere distribuzione nelle sale USA, là dove i classici precedenti erano stati testati su grande schermo soltanto in Europa;
2) è il primo film americano di Roland Emmerich;
3) è l’attesissimo scontro epico tra Jean-Claude Van Damme e Dolph Lundgren, due delle più grandi star d’azione dell’epoca, roba scottante che non si vedeva dai tempi di Chuck Norris vs. David Carradine in Una Magnum per McQuade.

Trama: un belga e uno svedese si ritrovano per motivi oscuri a combattere la guerra in Vietnam dalla parte dell’esercito statunitense. Prevedibilmente confusi, vanno in paranoia e si ammazzano tra di loro. Circa 30 anni dopo, un programma segretissimo del governo resuscita i loro cadaveri per trasformarli in supersoldati zombi chiamati Universal Soldiers (UniSol). Tutto va bene, finché il belga non ricorda di colpo di non aver niente a che fare con tutto ciò e scappa alla ricerca del senso della vita, mentre lo svedese trova una scusa non troppo robusta per corrergli dietro. Nel finale risolveranno i rispettivi dubbi a pizze in faccia.
Ma c’è poco da fare: Roland Emmerich, qui in fase pre-catastrofica di belle speranze, si mangia il film. Ci sono scene che chiunque con un briciolo di cervello se avesse visto i giornalieri l’avrebbe portato via di corsa per mettergli in mano un kolossal SUBITO e far finire I nuovi eroi a qualcun altro, anche uno Sheldon Lettich qualunque, che viste le premesse non c’era strettamente bisogno che ci venisse un film così figo. Roland invece prende un budget medio-basso e va a caccia di location-convenienza, quei luoghi enormi e completamente deserti in cui nessuno ti chiede un centesimo per girare ma in compenso puoi far svolazzare la cinepresa dove ti pare e piace, fare campi larghissimi dalla bellezza naturale, aggiungere musica epica e montaggio incalzante e far sembrare il tutto molto più ricco di quello che è. Vale per l’assalto degli UniSol alla diga, e vale soprattutto per l’inseguimento in camion, girato come se si trattasse di un blockbuster alla James Cameron. Di lì a poco in ogni caso Roland riuscirà a piazzare il copione di Stargate, e il resto è Storia.

Danza con me

"Se mi fai cadere mentre faccio la piroetta ti ammazzo"

Passando ai due divi: Van Damme è in uno di quei rarissimi momenti in cui gli viene concesso un taglio di capelli che non lo fa sembrare un completo cretino. Tra l’antiquato senso dell’umorismo che Emmerich confermerà in chicche come 2012 e l’ammirazione per il cinema muto che Van Damme omaggerà a modo suo in La Prova, i due vanno d’accordissimo, anche se ciò che ne esce non è esattamente roba per gli annali. In più viene rispettata l’obbligatoria inquadratura sulle chiappe nude, meno gratuita ma più lunga del solito. Dall’altra parte Dolph è alle prese con il ruolo più complesso della carriera è dà il meglio di sè, istrioneggiando più che può e parlando più in quell’ora e mezzo che nei suoi otto film precedenti, e forse pure negli ultimi sei mesi a casa sua. Nessuno dei due si può definire inespressivo, anzi, ma rimangono entrambi dei cagnacci da recita scolastica tutta parole scandite e ampi gesti plateali, e la cosa riempie di tenerezza.
Lo scontro finale non è nulla di trascendentale, rovinato nella premessa dalla patina ridondante di superforza e nella realizzazione dal classico schema Van Damme “prima ne prendo tantissime io, poi prendi cinque calci tu e vai al tappeto”. Sarebbe potuto anche essere una bella metafora sugli steroidi, se non fosse che Jean-Claude vince non appena riesce a mettere le mani su una siringa più grossa di quella che ha usato Dolph. Ma tutto sommato rimane un epilogo più che adeguato.
Sui titoli di coda, Body Count’s In The House, motherfuckers:

DVD-quote suggerita (per un’eventuale ristampa):

“Un film seminale (= ‘molto importante’)”
Nanni Cobretti, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

“Sorority Row”: punire l’adultero e dare sangue alla Patria.

12/01/2010 | recensioni | di Dolores Point Five
The company you keep... is BITCHES.

The company you keep? BITCHES.

Dolores introduce.
Difficile dire che ti sia piaciuto un film che potrebbe fare il doppio lavoro come video di reclutamento per Al Qaida. Però ho riso diverse volte e alla fine ne conserverò un ricordo molto più positivo rispetto alla realtà.

Inquadrature che stordiscono di felicità, parte prima.

Inquadrature che stordiscono di felicità, parte prima.

Dolores narra fuori campo.

Ci sono queste STRONZE di una confraternita femminile forse anche non ignobili se prese una a una e messe in una camera iperbarica a purificarsi, ma DETESTABILI IN GRUPPO, a parte Briana e quella con i capelli rossi e gli occhiali. C’è anche una sempre ubriaca che viene respinta da un ragazzo atterrito che le dice “sai di vomito”. Risposta: “è perché ho vomitato cinque minuti fa”. Dopo di che lei va a farsi sodomizzare dallo psicologo in cambio dell’Oxicontina. Giurella.

Vi faccio vedere i primi tre minuti, dai:

Queste STRONZE tirano su un piano machiavellico onde punire quello che ha messo le corna alla loro amica. Un piano machiavellico e ASSOLUTAMENTE fallimentare dal minuto 1. E ciò dovrebbe evitare di farci parteggiare per delle cretine.
Ma qui sta la sottile bellezza del setup.
Là dove esistevano piani più efficaci (tagliargli il cazzo e darlo in pasto ai cani) o socialmente meno inaccettabili (scrivergli un profilo su dontdatehimgirl) per castigare il bieco maschio, CHIUNQUE abbia mai visto pochi minuti di uno show come “Pranked” sa BENISSIMO che i giovani americani a una soluzione ragionevole preferiscono di gran lunga un itinerario futile e stupido in cui si corrono inutili rischi. E questo è un fatto. Inchinatevi alla scienza.

Inoltre se gli avessero tagliato il cazzo questo film sarebbe stato una versione molto meno brutta di Hard Candy.

Così invece dopo minuti 18 l’amica è stata spaccata in due da un cric e le STRONZE hanno gettato il cadavere in un pozzo. Tot mesi dopo scatta la Fase Sfoltimento.

C'erano modi per evitare questa inquadratura? E se sì, quali?

C'erano modi per evitare questa inquadratura? E se sì, quali?

La Fase Sfoltimento parte male, alternando tra minuti di approfondimento non richiesto e tentativi di dare al pubblico quello per cui CREDE di aver pagato (personaggi a caso buttati in scena per farli morire subito, come nei finti snuff; tette nude ma mai delle protagoniste, che comunque vanno SEMPRE in giro in mutande anche quando smaltiscono cadaveri in località isolate; enorme numero di intensi primi piani di Briana), però TUTTO il secondo tempo si svolge in tempo quasi reale durante una festa di laurea, con interruzioni solo per mostrare comportamenti maschili E femminili tipo le scene più sozze di Le regole dell’attrazione.

E quindi, se l’idea “l’assassino ha ragione” s’era piantata nella vostra testa, solo per morire in un sussulto di umanità, il secondo tempo è PASQUA.

Subito prima di questa scena lei si è guardata allo specchio del bagno e ha detto "cheers, slut". Non sto inventando niente.

Subito prima di questa scena lei si è guardata allo specchio del bagno e ha detto "cheers, slut". Non sto inventando niente.

Poi l’ultima mezz’oretta prende in pieno la pista del LOAL, toccando il suo apice nel monologo dell’assassino – che vorrei riportare in toto, ma non posso, e quindi vi basti sapere che quando spiega PERCHE’ L’HA FATTO dice “allora, X l’ho ucciso per questo motivo, Y l’ho ucciso per questo motivo, Z l’ho ucciso perché era stronzo”, e conclude con “reputation comes with the company you keep… and the company you keep? BITCHES”.

Spoiler: l'assassino non getta bicchieri in terra.

Spoiler: l'assassino non getta bicchieri in terra.

Dolores moralizza.
Il personaggio con cui si simpatizza di più è l’adultero, seguito a pari merito dall’assassino, Briana (che NON va dalla polizia ma prende MOLTO BENE le distanze da queste STRONZE, anche perché il momento in cui è stata messa la lozione nel cesto lei s’era allontanata a vedere se prendeva il cellulare e comunque aveva votato NO) e quella con i capelli rossi quando inizia a dare fuori di matto (ho scoperto solo dopo trattarsi di Rumer Willis).

Internet dice che questa persona è nata nel 1988.

Internet dice che questa persona è nata nel 1988.

Dolores argomenta.

Io penso che almeno uno dei due sceneggiatori volesse spingere in direzione Starship Troopers. Però ha commesso un piccolo errore.

Starship Troopers ti può venire soltanto se tutti quelli davanti alla macchina da presa sono convinti di stare facendo una roba SERIA.

Là dove uno dei punti alti di ST erano i monologhi messi in bocca a gente che li scandiva con ardore e immedesimazione, qui ho avuto l’impressione che alcuni fossero a parte dello SCHERZONE e cercassero di migliorare le cose aggiungendoci di tasca loro dei gomitini gomitini ammicchi ammicchi.

Hey, whatever gets you through the night. Bitches.

Briana, ti amiamo ancora. Non è abbastanza?

Briana, ti amiamo ancora. Non è abbastanza?

Dolores conclude, in quattro punti.

1. Se volete aprire una discussione sulla moralità di vedere un film solo perché è la cosa più vicina a una morte lenta e sessualmente umiliante per l’intero cast di “The Hills“, ne avete facoltà.
2. Il mio nuovo ragazzo dice che io ci leggo dentro “un secondo livello non intenzionale” e che l’America è un paese di merda a parte New York e certi punti dove non prende il cellulare.
3. Nulla cementa di più un’intesa tremante tra uomo e donna come guardare altra gente trucidata nel riparo della propria casa.
4. Ci sono più “bitch” nei dialoghi di questo film che nella discografia integrale di Jay-Z.

Ho finito, grazie.


Dolores introduce il FINALE A SORPRESA.

- Ti è piaciuto di più Sorority Row o Donkey Punch?
- Mi è piaciuto di più Donkey Punch.

“Pandorum”: la tomba solitaria di Norman Reedus.

22/12/2009 | recensioni | di Dolores Point Five
America (sx), Accento Tedesco (dx)

America (sx), Accento Tedesco (dx)

Premesse felici.

1. Pandorum è un film con gente che si sveglia nello spazio e non si ricorda niente.
Ottima cosa. Se dipendesse da me OGNI film di QUALSIASI genere si aprirebbe con un uomo che si sveglia, ha la bocca secca, non trova le chiavi, gli suona il telefono, sbatte uno sconosciuto al muro urlando IO CHI SONO? IO CHI SONO?, tutto così per almeno mezz’ora. Infatti AMO Memento, dove le parti con lui che si sveglia e non si ricorda niente corrispondono al 90% secco del film.

2. Pandorum è un film con Norman Reedus.
I caratteristi americani di serie B a me piacciono in due momenti: il punto alto della loro carriera, e il punto dove capiscono che non c’è nessun nuovo Tarantino nel loro futuro.
Nel 2002 io ero grassa e Norman Reedus era Scud di Blade II.
Ora lui è il John Morghen degli anni Zero, va in giro con dietro un bersaglio e davanti un cartello che dice ODIO I NEGRI e se mette piede su un set è solo per morire nel modo più umiliante e nel minor tempo possibile, però io sono abbastanza magra. E’ proprio vero che le rette parallele si incontrano quando non gliene frega più un cazzo.

Ci sono anche molti corridoi.

Ci sono anche molti corridoi.

Svolgimento.
Pandorum è The Descent nello spazio.
Dato che il primo essere umano con le budella di fuori si vede al minuto 20, e il primo mostro incredibilmente somigliante a quelli di The Descent si vede al minuto 21, non sento il bisogno di dire SPOILER.
Là dove però Neil Pucci Marshall gestiva i tempi a meraviglia, tanto che noi ce lo ricordiamo per il triple threat “paura” + “mostri” + “la prossima volta che devi calarti in un buco insieme a delle donne magari sceglitele con meno cazzi personali irrisolti”, qui è tutto più faticoso. Ma siccome non voglio fare la nichilista a gratis con un regista tedesco, e siccome il film me lo sono guardato anche dopo che Scud di Blade II si era fuso con l’infinito, voi seguitemi mentre ARGOMENTO. Di qua, prego.

Umanità (sx), mostri di stazza media (dx).

Umanità (sx), mostri di stazza media (dx).

Lati positivi.
1. C’è molto muco.
2. Ben Foster > paracarro.
3. I mostri figliano.
4. Verso la fine un mostro grosso si trova davanti un umano cazzuto ma disarmato. Anziché mangiarselo GLI OFFRE UNA LANCIA. Respect.

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