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I Mercenari – The Expendables: la recensione

13/08/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

the expendables

Intro 1
“Io e te siamo uguali. Siamo mercenari.”
Puristi delle traduzioni: sappiate che, durante il drammatico faccia a faccia finale con l’autore, benefattore e protagonista Sylvester Stallone, Eric Roberts dice “mercenaries” e non “expendables”. E, per essere precisi, nessuno nel film dice mai “expendables”. Ma la parola “expendable” appare scritta sulle motociclette. Per un po’ ho iniziato a pensare quindi che in realtà fosse un film sulle motociclette, ma non le inquadrano poi così spesso.

Intro 2
Storia vera: qualche ora prima della proiezione stavo attraversando la strada per incontrarmi con un amico alla stazione di Holborn, quando nella distrazione ho preso male un gradino e sono inciampato vergognosamente sfondandomi il ginocchio sul marciapiede. Col sangue! Una bella crosta. Non mi capitava da quando avevo 9 anni. Vi sfido a prepararvi a I Mercenari con un revival anni ‘80 più hardcore di questo.

The Expendables

Il film.
SANGUE IN CGI.
Scusate ma non sapevo come prepararvi. Meglio levarsi il dente subito, no? Per fortuna non faccio il dentista… Ma facciamo finta di niente. Lasciate che questa informazione si sedimenti nel vostro inconscio come una corazza invisibile che non vi ripara necessariamente dai danni, ma si spera che almeno attutisca il colpo quel tanto che basta da evitare conseguenze mortali. Tiriamo avanti.
Dicevamo, il film.
Sappiamo come funziona: lo abbiamo sempre sognato da bambini, quando facevamo il cast del kolossal d’azione impossibile e bla bla bla… Crescendo, con un po’ di malizia, l’abbiamo capito come mai un’operazione del genere fosse virtualmente impossibile: un film non può avere dodici protagonisti. Ci vuole qualcuno che si ciucci un ruolo secondario/inutile. E non serve a nulla farsi le seghe su chi c’è e chi non c’è: Stallone è riuscito a raggruppare le uniche leggende disposte ad avere un non-personaggio e mettere da parte il proprio ego per accontentarsi di un più o meno rapido showcase.
Ben più che un Ocean’s 11 del cazzo, questo è una specie di We Are The World cinematografico. Ci sono quasi tutte le tue star preferite, ma non è facile comprimerle tutte quante in quattro (o cento) minuti. È importante che tutti si mettano d’accordo: chi canta il ritornello, chi canta le strofe, quanti versi, chi duetta, chi fa solo i cori, chi le prende da Steve Austin e chi si tromba Giselle Itié (spoiler: il capo). Con una sola differenza: The Expendables non l’hanno scritto Lionel Richie e Michael Jackson, due dei più grandi autori pop della loro epoca al picco della fama e della creatività (fate voi le relative proporzioni col risultato), ma l’ha scritto “Lionel Richie” da solo, con un suo amico a caso, 25 anni dopo il suddetto picco.

Questo Lionel Richie non lo sa fare

Questo Lionel Richie non lo sa fare

Ora: l’opinione del critico che non interessa a nessuno è che la prima parte soffre di una pericolosa dose di autoindulgenza in cui un montaggio fatto con i guanti da neve mette in evidenza più le carenze recitative che i pregi carismatici dei protagonisti (incluso Statham, che pure diretto da altri la sua porca figura l’ha sempre fatta), penalizzando una non-storia che, aldilà di uno stunt tanto incredibile quanto forzatogli dentro a cazzotti, non procede a rotta di collo come dovrebbe. Ma il fatto è che quel critico non solo non interessa a nessuno, ma si deve infilare la sua opinione non richiesta su per il culo e sparire prima che gli faccia uscire l’intestino dagli occhi a forza di calci negli stinchi.
Quello che conta è che, seppur immancabilmente per troppo poco, a ognuno è concesso dare il meglio di sè: Stallone è l’eroe, Rambo coi sentimenti di Rocky; Statham è il suo co-pilota, uno a cui è meglio non rompere il cazzo; Li è basso e misterioso; Lundgren, per la gioia di grandi e piccini, ruba la scena rifacendo l’Andrew Scott di I nuovi eroi; Austin, in un ruolo finalmente su misura per lui (zitto e schiaffi all’orba), è un fottuto rinoceronte; Rourke si esibisce nella sua nuova specialità, il monologo da Oscar in primissimo piano con luce atmosferica; Crews è il nero che fa le battute e ce l’ha più grosso di tutti (il fucile); Couture è un rullo compressore e merita altre chance; Daniels fa l’accento inglese, e viene da pensare che – opportunamente ingrandito – fosse questo il ruolo inizialmente previsto per Van Damme, giusto con la sostituzione ad accento francese (e se così fosse appoggio la sua rinuncia); la Itié fa la gnocca con personalità; la Carpenter fa la gnocca senza personalità; Zayas fa il dittatore sudamericano, ovvero un tizio vestito da militare con l’accento spagnolo; Roberts fa lo scaltro magnate senza scrupoli; Willis fa le battutine e gli occhi da matto; Schwarzenegger ormai ha altro per la testa, causa impegni più altisonanti è invecchiato peggio di tutti, ma gli si vuole un mondo di bene lo stesso.
La sceneggiatura infondo non importa: tutti insieme, potrebbero dire qualsiasi cosa e noi saremmo comunque con gli occhi sbarrati, increduli davanti a [uno del cast a caso] nella stessa inquadratura con [uno del cast a caso]. E a volte è letteralmente così visto che Sly e Mickey si smangiano le parole, Jason parla a bassa voce come al solito e Jet, Dolph e Arnold hanno accenti buffi e semi-incomprensibili. Avranno scelto voci orribili ma fidatevi: con il doppiaggio ci si guadagna.

The boys are back in town

The boys are back in town

E poi arriva il finalone.
E Sly ogni tanto zoppica, ma non ha mai sbagliato un finalone. MAI.
Preparate i fazzoletti.
Portatevi un amico che vi raccolga la mascella.
Preparatevi a mezzora di assalto mozzafiato in cui ad ogni inquadratura c’è un vostro eroe a caso che sta picchiando qualcuno, sparando a qualcun altro, o facendo esplodere qualcosa.
Pizzicatevi. È tutto vero. È successo. È davanti a voi.
È la Storia del Cinema come l’avete sempre immaginata.
È la scena che chiude ogni sogno ed ogni discussione in modo definitivo, inattaccabile, incontrovertibile.
Ed è bellissima: epica, veloce, potente, enorme, implacabile.
È girata da qualcuno che sa perfettamente cosa volete, lo sa da trent’anni, è quello che gli viene meglio e a nessuno viene meglio che a lui.
Perché lui è uno di voi. Anzi, uno di noi.
E alla fine non importa di che sesso eravate quando siete entrati: quando uscirete, sarete UOMINI.

Ci sono domande?

Sylvester Stallone, Autore

Sylvester Stallone, Autore

DVD-quote

“Un inestimabile patrimonio dell’umanità”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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I Mercenari: Dolph Lundgren in “Command Performance”

10/08/2010 | recensioni | di Jean-Luc Merenda

Che magnifica stagione per Dolph Lundgren! Che magnifici gli anni della maturità di questo cinquantatreenne svedese in forma smagliante! Che splendido momento per il cinema action traslocato di budget, ambientazioni e immaginario nell’Europa dell’Est!
Fa strano, per chi del primo Universal Soldier ricorda le distese aride inondate di sole, con quel cielo altissimo che attenua con striature d’azzurro anche le notti più nere, quel paesaggio da road-movie che ancora esprime il mito dell’immaginario americano, il mito della libertà, fa strano dicevo vedere quel cielo trasformato dalla straniante e sempre perfetta fotografia di Peter Hyams in un plumbeo limbo metallico iniettato di una luce piatta, la soffocante, deprimente luce dell’Est, in Universal Soldier: Regeneration.
Dove Dolph raggiunge uno dei vertici espressivi della sua carriera, anzi uno dei vertici espressivi del cinema quando, dopo aver ricevuto da Van Damme una tubata tale che il tubo gli si è infilato per metà in fronte, mentre lembi di cervello rigenerato colano come da una grondaia, Dolph… sorride.
command performance

Quel sorrisetto, quella smorfia a metà tra il compiacimento, il fatalismo e la complicità racconta molto di Dolph. Dolph è l’anti-Van Damme: al pari dell’esule belga emigrato nei b-movie “russi” è stato confinato ai margini dalla Hollywood che lo aveva generato, come lui interpreta spesso personaggi sconfitti (loser), buttati ai margini della società, ma se Van Damme è tragico, macerato, totalmente preso dal suo dramma privato e compreso nel suo ruolo d’eroe, Dolph Lundgren è leggero, aereo, fatalista e fatuo, disinteressato al destino, noncurante del tragico. Un perfetto satiro. E mentre il mondo “russo” accentua la brutalità della violenza hollywoodiana bagnandola di una luce bianca d’angoscia, e i gangster (russi, ucraini, polacchi, kazaki, moldavi… La 25° ora di Spike Lee e David Benioff ci azzeccò) sono sempre più grassi e sempre più seduti ai tavoli dei night club con sempre più figa intorno con le tette sempre più grosse, e i terroristi sono sempre più fatti e finisce che lo picchiano, lo buttano fuori dalle auto, lo malmenano, lo massacrano, gli spezzano le ossa e gli uccidono gli amici, Dolph non è proprio che se ne sbatta ma diciamo che accetta. Non vuol dire che si rassegna (la rassegnazione è dei tragici, anzi dei melodrammatici, e quanto mélo c’è in Van Damme…), ma come dire… che ci vuoi fare, le cose vanno così, che tu lo voglia o no. Dolph è eroe dopo il tragico, è eroe senza gloria che, in questo mondo animale – ci insegnano i film “russi” – dove chiunque non vede l’ora di fare una strage, paradossalmente è l’unico in grado di prendere in mano il suo destino.

command performance
Parlo brevemente di Command Performance ma potrei parlare di Direct Contact (dove Dolph entra in diretto contatto con un altro leggendario loser di Hollywood: Michael “Strade di fuoco/Philadelphia Experiment” Paré). Qui come lì Dolph ha l’aria assonnata, vagamente assente e un po’ fumata (stoned), tra l’esterrefatto e il sornione. È un’espressione unica, spiazzante, davvero magnifica. Ha forse un dramma alle spalle che l’ha spinto a nascondersi in Russia e a mettersi a suonare come batterista in una metal band? Macché: aspettiamo per tutto il film la tragica rivelazione ma alla fine scopriamo che poi è una cosa piuttosto consueta, dove Dolph peraltro non è affatto innocente.

È difficile identificarsi nei personaggi di Dolph. Quell’aria un po’ menefreghista segna anche una inequivocabile distanza con lo spettatore, cui sembra dire: “Non dimenticarti che in fondo sono tutte cazzate”. È una distanza che insospettisce. Non c’è da fidarsi. Eppure Dolph è uno affidabile come non mai. Non cerca denaro, fama, gloria, figa (certo, se capita…), sembra proprio che non cerchi niente, che si limiti a vivere. È un enigma.

Dicevo di Command Performance, di cui Dolph è anche regista. I primi 40 minuti sembrano Guitar Hero diretto da Lars Von Trier, con Dolph che si presenta in sella alla sua Harley o pseudo tale – biker non del tutto convinto – e poi ripreso in stile Dogma si butta a picchiare come un forsennato sulla batteria, vero frontman di una band russa heavy metal con aspirazioni sperimentali. Il resto è più tradizionale: un gruppo terrorista assalta il teatro del concerto (allusione all’attacco ceceno al teatro Teatro Dubrovka del 2002) con l’obiettivo di eliminare il presidente russo e le sue due figlie adolescenti esponenti della nuova generazione adolescenziale disney-channel-globale. Infatti il concerto ha come momento clou l’esibizione di una rock-starlette stile Britney Spears (anche se ormai sembra anziana)/Miley Cyrus/Rihanna/Lady Gaga (che ci tengo a dire, mi fa gagare)/altre figure analoghe. I terroristi non hanno pietà di nessuno soprattutto perché hanno come obiettivo il ripristino del comunismo. La qual cosa, insieme al fatto che il presidente russo non ha lettoni d’asporto ma è un uomo integerrimo, vedovo che non ha mai dimenticato la moglie e padre devoto, mi pare esprima il messaggio politico del film. Dolph per fortuna si è ritirato a fumarsi uno spinello in bagno e quindi è un po’ stonato ma se la cava egregiamente, per esempio piantando la bacchetta della batteria nella giugulare di un terrorista.

command performance

Come in Direct Contact e molto più che in Universal Soldier: Regeneration, dove – eccetto il sorriso-capolavoro – domina il senso tragico del perduto Van Damme, in Command Performance Dolph è leggerissimo, aereo, talmente leggero da essere quasi invisibile, tanto da non avere quasi più nome. Di lui dicono infatti che si chiama “Joe, Joe… qualcosa”.
In un mondo dello spettacolo dove tutti vogliono apparire fino allo stremo, dove tutti i sogni devono avverarsi per forza, questa idea che se accade che nessun sogno si avveri, se accade di sparire, non c’è poi niente di tragico, è sufficiente secondo me per celebrare Dolph, questo gigantesco signor Nessuno, Odisseo senza naufragio in un mondo dove non regna né il bene né il male e dove l’eroe non cerca di ripristinare un ordine etico ma si limita, quando capita, a dare una mano.

Nota a margine: a mio parere c’è solo un altro “loser” hollywoodiano felice e contento come Dolph: è Casper Van Dien.

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I Mercenari: Mickey Rourke in “Double Team”

04/08/2010 | recensioni | di Luotto Preminger

Dato che siete tutti italiani immagino che siate tutti stati in vacanza a New York almeno una volta nella vita, no? Mi stupirei del contrario. Ecco, avete presente quando arrivate a Manhattan la prima volta e state sempre a naso in su come dei beoti e ci sono i tombini che fumano ed è proprio tutto come nei film e vi sentite fighi e vi sembra che qualunque cosa facciate sia una figata? E vi comprate un hot dog al baracchino e ci mettete sopra il ketchup e VI FATE FARE UNA FOTO MENTRE LO MANGIATE perché siete a NYC e tutto è una figata? È vero o no? È vero. E ora vi chiedo: se l’uomo degli hot dog vi avesse consegnato un panino tutto spalmato con la merda dei cani, voi non l’avreste ritenuta comunque una figata perché, cristo, siete in America? E non vi sareste fatti fare una foto lo stesso, voi sorridenti col vostro panino di feci?
Ecco, stessa cosa Tsui Hark. Era il 1997 e l’osannato regista di Once Upon a Time in China e The Blade girava il suo primo vero film americano con gli attori occidentali. Ed era talmente contento – quanti soldi! quanti gadget! e gli attori famosi! e se chiedo un treno mi danno un treno, se chiedo Orso Maria Guerrini mi danno Orso Maria Guerrini – ma talmente contento che lo sceneggiatore Don Jakoby gli ha consegnato una cartata di fumante letame – fumante divertentissimo letame, siamo onesti – e lui ci si è fatto fare una bella foto sorridente mentre in quello STERCO ci affondava la faccia e la carriera. Ed ecco, signori: Double Team.

A Londra Madame Tussaud's, a NY questo

A Londra Madame Tussaud's, a NY questo

Qual è quel film con Van Damme che fa le prove di apnea nella vasca da bagno? Il film coi cybermonaci mattacchioni nella catacombe di San Clemente? Il film con Dennis Rodman come spalla comica? Il film con una scena in piazza Navona dove Van Damme è travestito da giovinastro drogato e un carabiniere a cavallo inizia a crivellare gli invitati a un matrimonio e scappano tutti e c’è PAOLO CALISSANO? La risposta è sempre una: Double Team. Un’insalatona immane che procede nella più sfacciata ignoranza della maniera cristiana di narrare una storia in modo minimamente coerente, e tutto a vantaggio di cosa? A vantaggio del ritmo e della volontà di accumulare SPROPOSITI di demente spettacolarità a uso trastullo per le masse. E per quanto non sappia distinguere le buone trovate dalle trovate aberranti e firmi il film peggio recitato della storia (e includo il doppiaggio italiano di Shaolin Soccer), oh: Tsui non ha ritegno alcuno e ci piace così. Non so se il caro Hark fosse davvero convinto di quel che faceva, ma a uno che cerca così sfrontatamente di divertire ma cicca così clamorosamente i gusti del grasso pubblico di riferimento (il quale cerca sicurezze, ottusità, vecchiume, pseudo-coerenza), io gli dico bravo in ogni caso.

Vacanze romane

Vacanze romane

Ma veniamo a noi. Mickey Rourke nel 1997 era a metà. Undici anni prima del grande ritorno, undici anni dopo la grande fama. Era a metà anche nel fisico: ormai non più il ribaldo ganassino da cui tutte volevano farsi imboccare ciliegie, il nostro aveva già iniziato a pomparsi di palestra e steroidi vari, e in questo film vanta un fisico da culturista agli esordi – ma ancora credibile, ancora spacciabile per naturale – che nei lustri successivi diventerà quella specie di cofano in cuoioplastica che tanto amiamo. In Double Team Rourke fa Stavros, supercattivo in cerca di vendetta verso chi gli ha ucciso il figlio e anche verso chi lo ha relegato in un ruolo tanto piatto e babbeone. Puro villain di comodo, usato per mandare avanti la storia e esaltare per contrasto il dramma (…) interiore (…) del povero Van Damme. Insomma, un ruolo quasi peggio di quello in Iron Man 2. Ma qui siamo nel 1997, e i ruoli da cattivo sprecato non erano zuccherini per la rinata superstar, bensì briciole per l’ex sex symbol in declino. E in Double Team il povero Mickey ha davvero poco da fare, anche perché – correggetemi se sbaglio – nelle scene di botte coreografate da Sammo Hung c’è più controfigura che Rourke. O comunque, anche se è lui, non c’è verso di vederlo in faccia. Eppure il futuro relittone tenerone che amate amare c’è già, qualche istante alla volta: i suoi teneri abbracci al figlioletto sono l’unica cosa del film che si possano dire recitazione, e in un contesto in cui Rodman e Van Damme si cimentano in duetti brillanti da far rimpiangere i tempi comici di Arnold, Rourke ne esce che pare John Gielgud.
Ma tutto questo che importanza ha, in un film che come finale ha Van Damme costretto a lottare contro una tigre in un’ARENA ROMANA MINATA?

Era inevitabile

Era inevitabile

Concludendo, questo è un film che non ha portato bene a nessuno: Rodman avrebbe fatto The Minis. Tsui non si guadagnò la peggior reputazione di un regista orientale negli USA solo grazie a Chen Kaige, ma ci andò molto vicino. Paolo Calissano si sa in che storiacce è finito. Van Damme di lì a poco avrebbe fatto Hong Kong Colpo su Colpo, che guarda caso era ancora di Tsui Hark, gli andò ancora peggio (c’era Rob Schneider) e allora disse basta a Tsui Hark.
L’unico che se la cavò fu Rourke: sì, finì più in basso di tutti e passò dieci anni in un inferno di cui ancora porta i segni. Ma non sareste stati disposti a fare lo stesso pur di avere una parte in The Expendables? C’è gente che per un cameo in quel film, cazzo, governerebbe la California.

Fight Night: I nuovi eroi

04/06/2010 | fight night | di Nanni Cobretti

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o anche solo farvi battere i piedini in preparazione al weekend.

Artista: Body Count
Titolo: Body Count’s In The House
Dal film: I nuovi eroi

JCVD. E Dolph. In sala. In Italia. Oggi. Storia vera.

04/06/2010 | divagazioni | di Nanni Cobretti
Troppo grossi per uno schermo televisivo

Troppo grossi per uno schermo televisivo

Se avessi un centesimo per ogni volta che ho pensato “chi l’avrebbe detto che dopo aver aperto I 400 Calci avrei assistito a”… non voglio esagerare, ma secondo me almeno un ghiacciolo me lo potrei permettere.
Ed ecco, uno di quei momenti è quello descritto dal titolo di questo post.
Universal Soldier: Regeneration esce in sala in Italia.
Quando? Stavolta non mi fregate, lo so: OGGI.
Voglio dire, non ci avrei creduto nemmeno un mese fa.
Però prima di aprire I 400 Calci avevo visto in sala (una inglese) JCVD, e avevo pensato che Jean-Claude meritava di tornare alla ribalta.
E poi quattro mesi fa, quando scrissi la PRIMA RECE ITALIANA DI UNIVERSAL SOLDIER: REGENERATION (fatto da verificare, probabilmente falso), dissi a chiare lettere che era un film che non meritava l’inferno homevideo nel quale era capitato. E lo ribadisco: US:R è uno di quei rari film progettati e realizzati con cervello che trascendono i loro confini di competenza disturbandosi a dare anche più di quello che si chiedeva loro.
Insomma: è una cosa bella, è una cosa inaspettata, e ci teniamo a festeggiare.
Festeggiamo a un nuovo Van Damme in sala da quasi quindici anni, e a un nuovo Dolph Lundgren in sala da altrettanto tempo.
Ma soprattutto, festeggiamo al fatto che, dopo appena un anno e mezzo di vita, I 400 CALCI HANNO INFLUENZATO LA DISTRIBUZIONE ITALIANA (fatto da verificare, probabilmente vero).
Intasate le (due?) sale in cui lo proietteranno.

P.S.: esce anche Saw VI. Se vi interessa, abbiamo già visto pure quello.

The Collector: post con “torture porn” tra i tags

26/04/2010 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai
Juan Fernández con la maschera

Juan Fernández con la maschera

Vi ricordate In Hell? Che incredibile capolavoro. Jean-Claude Van Damme diretto da Ringo Lam in un film girato nel 2003 in un carcere in Bulgaria e scritto tra gli altri dal messicano Jorge Alvarez (che di lavoro fa il tecnico del suono). Mi viene da piangere a ripensarci, a In Hell. L’ho visto da solo in un multisala di Milano. Il resto del pubblico era composto da gente che poteva tranquillamente fare una comparsata nel film. Se non l’avete visto sappiate che siete dei “guappi ‘e cartone” e che ci fate venire il magone. I 400 Calci esiste anche e soprattutto per film come In Hell. In quel bellissimo film la parte della puttana del carcere, ovvero l’uomo travestito da donna con problemi di droga che aiuta almeno in due sequenze il protagonista, era intepretata da Juan Fernández. Se i casi della vita un giorno mi porteranno a dirigere un film, la primissima cosa che farò sarà di chiamare Juan Fernández. No Juan, no film.

Juan senza maschera che fa la soccola

Juan senza maschera che fa la soccola

Cazzo, ma non vi viene una voglia matta di vedere tutti i film con Juan Fernández? Ve ne consiglio uno io (anche se non gli si vede mai la faccia perché ha sempre indosso una maschera piuttosto inquietante): The Collector. ve ne avevamo anche già parlato. È il frutto dell’incontro di due menti magnifiche: Patrick Melton (sceneggiatura) & Marcus Dunstan (sceneggiatura e regia). I due, non paghi di aver messo la loro firma sugli script di pellicole come la trilogia di Feast o gli ultimi quattro episodi di Saw, hanno deciso di portare sullo schermo questa nuova perla. Sulla locandina ci viene ovviamente ricordato “Dagli sceneggiatori di Saw!“. Io avrei fatto scrivere “Una bombetta con Juan Fernández!“, ma vabbeh, non ci si può lamentare sempre di tutto. Rimane comunque una bombetta.

Tra poco per te saranno cazzi.

Tra poco per te saranno cazzi.

Storia: un ladro mosso da nobili motivazioni si intrufola in una casa. Sfortunatamente però, prima di lui nella stessa casa si è intrufolato The Collector (ovvero il nostro amico Juan Fernández). Cosa fa The Collector? Sevizia, tortura, uccide intere famiglie e poi si porta via una vittima (che immagino poi collezioni… altrimenti non mi spiego il titolo. Devo dire però che effettivamente questo punto – il collezionare – non mi è chiarissimo. Ma non è neanche importantissimo…). Tra l’altro The Collector ha anche molta fantasia. Non si limita a semplici omicidi. E no, no, no, signora mia. The Collector deve avere un cervello veramente fino perché è in grado di costruire delle trappole incredibilmente complesse e originali. Tipo che se passi in salotto tutto distratto e non vedi un filo teso ai tuoi piedi fai scattare un meccanismo tipo quelli di Willie Il Coyote e dopo una trentina di secondi di carrucole e fili e cazzi e mazzi, muori (male) con dei chiodi nella fazza. Il nostro ladro mosso da nobili motivazioni, dopo essersi reso conto di aver avuto una sfiga clamorosa nell’aver scelto proprio quella casa, decide di mettere i bastoni tra le ruote a The Collector. Senza rivelare la sua presenza nella casa, decide che vuole salvare la povera famigliola. Per cui parte una lotta tra i due fatta di appostamenti, sabotaggi di trappole, nascondoni…

Per te invece saranno cazzi tra pochissimo.

Per te invece saranno cazzi tra pochissimo.

Dopo un intro di massimo dieci minuti, The Collector ingrana la quarta e per i restanti 80 minuti non conosce un secondo uno di pausa. Patrick Melton & Marcus Dunstan sanno quello che fanno e, rispettando l’unità di tempo e di luogo, la buttano sul gatto e il topo giocandosi pure la carta torture porn (facendo anche un po’ quelli che è il loro marchio di fabbrica). Il risultato è un horror divertente, teso e molto violento. Con due bonus: un bel finale e due tette omaggio. Sarà che la visione precedente era Possession, ma averne di film come The Collector.

DVD-quote suggerita:

Torture, tracobbetti, Juan Fernández e tanto sangue! Camaun!
Casanova Wong Kar Wai, i400calci.com

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Fight Night: Street Fighter – Sfida finale

26/02/2010 | fight night | di Nanni Cobretti

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o anche solo farvi battere i piedini in preparazione al weekend.

Artista: Hammer feat. Deion Sanders
Titolo: Straight To My Feet
Dal film: Street Fighter -- Sfida finale

La memoria del pesce rosso: “Senza tregua”, John Woo, 1993.

10/02/2010 | la memoria del pesce rosso | di Dolores Point Five
Look bitch, you knew I was a snake.

Look bitch, you knew I was a snake.

Le premesse: era il 1993, gli Ace of Base cantavano The Sign e John Woo riceveva una commissione per il suo primissimo film americano, (pare) fortemente voluto dalla star JCVD.

Due anni più tardi Shaggy cantava Boombastic, John Woo girava Broken Arrow e tutti noi cominciavamo, chi più chi meno, a risvegliarci dalla terrificante sbronza collettiva dell’Oriente, prendendo coscienza di quanto avevamo permesso durante il nostro stato di incapacità. Mentre ci chiedevamo se fosse il caso di spararci in un piede e risparmiarci un decennio di sofferenza, affittavamo Senza Tregua.

Il plot: un tizio viene ucciso, JCVD indaga insieme a una donna, scopre che il tizio si era venduto a un giro di gente che organizza battute di caccia urbana all’uomo per ricchi stronzi. Alla fine dà un fracco di botte ai cattivi e si fa aiutare ANCHE dallo zio Wilford Brimley che vive nel bayou.

Dettagli cruciali:

- ci troviamo in Louisiana

- JCVD a inizio film è messo molto male, tipo che o fa il barbone o scarica delle casse ai mercati generali, PERO’ ha il pazzesco mullet ricciolino della foto in alto

- JCVD sa stare su una moto, PERO’, come spiega con un certo imbarazzo alla donna, non può guidare la macchina perché non ha la patente

- Lance Henriksen fa il cattivo che ha messo in piedi tutto

- c’è una scena con le colombe e il vento che spazza i cappotti dei protagonisti

- c’è uno scherzo atroce con lo spioncino di una porta

- Lance Henriksen suona il piano in una stanza tutta bianca piena di mobili lussuosi, poi dice al suo scagnozzo principale (forse Arnold Vosloo) che l’anno prossimo trasferiranno l’intera operazione nell’Europa dell’Est, perché quello è uno scenario suggestivo e ci sono pure I CASTELLI

- FORSE mentre JCVD indaga gli viene ammazzato un amico

- quando la situazione si fa particolarmente brutta, JCVD e la donna riparano nel bayou, e vanno a trovare LO ZIO DI JCVD, Wilford Brimley, un vecchiaccio bizzoso che abita in una catapecchia, aggiusta motori, parla come i contadini delle mie parti e si rivela subito il personaggio più fico di tutti (quando vede la donna fa dei commenti tipo “yee-ha, dacci dentro“)

- Lance Henrisken ammazza personalmente uno dei partecipanti all’ultima battuta di caccia, non ricordo se disgustato dal suo materialismo o perché lo ritiene un fighetta ineffettuale

- se ne trae una morale del tipo “chi organizza le battute di caccia all’uomo è stronzo, PERO’ chi partecipa appoggiando vile denaro sul tavolo per poter stroncare una vita è ancora più stronzo”

- sui titoli di coda c’è Born On the Bayou.


Film con cui viene confuso più facilmente: Surviving The Game (stessa trama con Ice-T), PERO’ NO. Non viene confuso con NESSUN ALTRO FILM. NESSUNO. FIRST, BITCH.

Segno che è stato visto nel 1995: la videocassetta era stata noleggiata e visionata nel retro di un bar, alla faccia di chi ci voleva Siae; lo strano accento di JCVD non solo era annullato dal doppiaggio, ma il fatto di dargli sempre una vaga origine franscése non sembrava ancora un mezzuccio per camuffare la sua scarsa padronanza della lingua.

Vorresti rivederlo? Con piacere, PERO’, considerando che i lettori di questo sito NON hanno votato JCVD ai Sylvester per la sua ENORME prova d’attore in JCVD – Le Film, farei anche in modo di eliminarne ogni altra copia esistente. Così imparate a non rispettare la Storia.

Poi il mondo imploderà e potremo ricominciare da capo.

OSS.

E infine accadde il miracolo. Universal Soldier: Regeneration.

08/02/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

Due settimane fa, per festeggiare il primo compleanno dei 400 Calci, Nanni Cobretti si è regalato un lettore Bluray. Come acquisto ideale per testare il baracchino ha pensato alla prima cosa a cui avete pensato anche voi: esatto, la neo-trilogia di Universal Soldier. Per cui, dopo aver ripassato i primi due capitoli e ignorato quelli apocrifi con Matt Battaglia, è giunto finalmente il momento di raccontarvi l’ultimo, clamoroso episodio.

universal soldier: regenerationVi è mai capitato di entrare al McDonald, ben consci del tipo di prodotto che viene servito, ordinare il solito menù cheeseburger sperando al massimo che il formaggio sia fresco e abbiano cambiato l’olio di recente, per vedervi invece serviti un bel pollo arrosto cotto, gustoso e aromatizzato a puntino con tanto di vinello bianco in omaggio come fanno nei migliori ristoranti?
È ovviamente una domanda retorica (o “metaforone”). Ma è più o meno la sensazione che ho provato nel godermi quella cosa incredibile che si è rivelata essere Universal Soldier: Regeneration. Nelle premesse: il solito DTV low budget della Nu Image, diretto da un semi-esordiente figlio di papà, da vendere a un pubblico di disperati come noi a cui basta vedere i nomi di Jean-Claude e Dolph sulla locandina ma anche uno solo dei due sarebbe bastato. Nel risultato: roba da far vergognare la quasi totalità di ciò a cui hanno appioppato l’etichetta “reboot” negli ultimi dieci anni, su tutti i livelli.
Ce ne si accorge già dal primissimo secondo: un lento piano sequenza che segue una giovane coppia benestante uscire da un edificio dove un improvviso, violento tamponamento fa scattare un sequestro di persona e un inseguimento in auto tesissimo e forsennato che pure Paul Greengrass ha preso appunti. E poi veniamo introdotti nella splendida location principale: l’abbandonata centrale nucleare di Chernobyl. È qui che si sono rifugiati gli autori del rapimento, i “separatisti del Pasalan”, con lo scopo di ricattare il governo ladro. La loro arma: il più potente UniSol di ultimissima generazione (Andrei “The Pit Bull” Arlovski), sgraffignato dal laboratorio dove ancora si ostinano a perfezionare quel solito vecchio progetto che ha sempre dato più problemi che altro. Il problema: Pit Bull è talmente superiore da bersi in un boccone tutti gli altri amici UniSol speditiglici contro in missione kamikaze. La speranza: rispolverare Luc Deveraux (Jean-Claude Van Damme, obviously). Continua a leggere »

E dopo c’era… Universal Soldier – Il ritorno.

31/01/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

La settimana scorsa, per festeggiare il primo compleanno dei 400 Calci, Nanni Cobretti si è regalato un lettore Bluray. Come acquisto ideale per testare il baracchino ha pensato alla prima cosa a cui avete pensato anche voi: esatto, la neo-trilogia di Universal Soldier. Per cui, in attesa del terzo capitolo che — poste permettendo — gli verrà recapitato intorno al 2 febbraio, il Cobretti ha ritenuto potesse essere una cosa carina ripassare i primi due. Nel senso di quelli originali (quelli apocrifi con Matt Battaglia, per il momento, li lasciamo da parte).

universal soldier - il ritornoNiente Dolph, niente Roland, niente Ally Walker, niente ampio parcheggio, ecc…
Dirige Mic Rodgers, un veterano stuntman prestato alla regia poi prontamente restituito agli stuntman e mai più chiesto indietro.
Van Damme – che iniziava a sentire puzza di DTV e con questo film si giocava il suo unico asso nella manica – rispetto all’originale ha sei anni in più che sembrano dodici, e nessuno si prende la briga di spiegarci come un non-morto steroidato di colpo invecchi e sviluppi una personalità, nè tanto meno perché si lasci coinvolgere nello stesso progetto militare clandestino che tante gioie gli aveva procurato nel film precedente. Meglio così.
Il suo avversario questa volta è S.E.T.H., un supercomputer mega-intelligentissimo che non si capisce come mai abbiano pensato fosse furbo programmarlo con la dizione imperfetta, stanca e semi-biascicata del giovane Michael Jai White. Non so voi, ma se io dovessi programmare la voce di un super-computer penserei più a qualcosa di affascinante e solenne alla Morgan Freeman. È una trascuratezza apparentemente secondaria, ma che porta S.E.T.H. a offendersi tantissimo e a ribellarsi ai suoi padroni ingrati e superficiali in tre fasi: a) aizzare tutti gli UniSol di seconda generazione contro i propri superiori; b) dare il via ufficiale alla rivolta urlando “Fuck you” e mostrando sul proprio monitor un’animazione bruttissima di una mano che mostra il medio (lo giuro); c) come simbolica catarsi filosofica decidere di incarnarsi in un corpo umano, e non credereste mai alla coincidenza ma con tutti quelli che c’erano riesce a pescare proprio quello di Michael Jai White! Cosa non ti combina a volte il fato… Tutto questo con l’aiuto di un patetico hacker fulminato di nome Squid interpretato dalla versione USA di Massimo Ceccherini (Brent Hinkley).
Ma il suo vero braccio destro è Romeo, interpretato dal wrestler Bill Goldberg, un UniSol inspiegabilmente capace di provare emozioni quali l’arrapamento e l’odio per Van Damme, quest’ultimo espresso esplicitamente con tono da Gatto Silvestro ogni volta che i due si incontrano e lui ha la peggio. La cosa è stata chiaramente progettata per farci ridere tantissimo. Nel frattempo scopriamo che il personaggio di Ally Walker è morto, per cui JC può flirtare con una giornalista diversa.

"Ti avverto. Dolph mi ha fatto cascare mentre mi faceva fare la piroetta e io l'ho infilato nel tritacarnone. Vedi di stare attento."

"Ti avverto. Dolph mi ha fatto cascare mentre facevo la piroetta e io l'ho infilato nel tritacarnone. Vedi di stare attento."

Ma dicevamo: Mic Rodgers non è un regista, quindi di certo non è Roland Emmerich, per cui ci propina una pellicola assolutamente media. Il suo unico contributo palpabile è accompagnare ogni scena d’azione con un pezzo nu-metal, spesso orribile ma apprezzabile nelle intenzioni.
Dove invece Il ritorno quasi supera l’originale è nello scontro finale, e questo perché Michael Jai White è un mostro di tecnica, agilità, eleganza, precisione e pure bellezza (ti ho sempre amato). A suo tempo questo film fu uno shock per me, perch per la prima volta mi sorpresi a pensare che Van Damme era palesemente inferiore al suo avversario e meritava di perdere, anche aldilà della solita fastidiosa superforza (motivo per cui ho anche odiato il Jet Li vs. Jet Li in The One). Il Michael qua fa cose che Dolph Lundgren si sognava, e figurarsi il già stanco JC di allora, e questo basta per sollevare un match altrimenti non memorabile.
Si esce decisamente non sazi ma ahimé, era il ‘98: il tentativo non lascia tracce, il genere implode, JC rimane incastrato nell’homevideo, e a Michael Jai White tocca addirittura riciclarsi come attore vero in attesa che, oltre dieci anni dopo, un nuovo classico come Blood & Bone gli renda finalmente giustizia.

DVD-quote suggerita (per un’eventuale ristampa):

“Stavolta Van Damme se la prende con uno più cazzuto di lui”
Nanni Cobretti, i 400calci.com

>> IMDb | Trailer