L’avreste mai detto? Qualcuno di noi (io) è ancora qua che si gratta la testa per l’invadente quantità di tartarughe gratuite nei film “per maschi”, ed ecco che dal nulla ti arriva Luc Besson – il ripudiato, sbeffeggiato Luc Besson – che in clamorosa controtendenza e con il più puro spirito europeo ti infila dritto dritto delle tette nude in un film per bambini. Nel TRAILER. È un lampo al minuto 2:01, ma c’è, ed è stato messo di proposito e senza alcun motivo plausibile. Guardare per credere:
Dopodiche, anche se IMDb mi dà torto, per me Luc Besson non ha più fatto nulla dai tempi di Il quinto elemento, e quindi onestamente sono curioso. Anche se è tratto da un fumetto che (strano) non conosco e sembra semplicemente un Tomb Raider ambientato all’epoca dei film di James Ivory. Voi che dite?
Questa onestamente mi ha colto impreparato. Dopo il fortunoso successo di Io vi troverò mi aspettavo che a Pierre Morel offrissero subito qualcosa di più sostanzioso, che so, minimo qualcosa con Bruce Willis. E invece eccolo prima con questo progettino assurdo in cui se ne torna in patria, di nuovo sotto l’ala di Luc Besson, a vantarsi di girare film di respiro internazionale con protagonisti una star decaduta 15 anni fa e un manichino di bella presenza che nessuno ricorda dove ha già visto. Che io non riesco a capire come si possa assumere Jonathan Rhys-Meyers per ruoli che non siano da real life Zoolander, eppure qua ce lo spacciano addirittura come l’uomo comune in cui dovremmo teoricamente identificarci, o come minimo fare da contraltare comico stile James McAvoy in Wanted. C’è anche da dire che invece di Angelina Jolie si becca John Travolta camuffato da Marvin Hagler bianco, così impara.
E comunque lo devo ammettere: Travolta pare stranamente in formissima, e il film ha l’aria di poter riservare qualche sorpresina. Tant’è che il prossimo progetto di Morel è effettivamente sostanzioso, pure troppo: nientemeno che il remake di Dune. E lì saranno cazzi.
In ogni caso, From Paris With Love esce negli USA venerdì. Intanto beccatevi il trailer:
Il vostro Nanni Cobretti saluta la folla in attesa di consegnare uno dei prestigiosi premi Sylvester
Amici! Sono emozionato! Innanzitutto oggi I 400 Calci compie un anno, ma ne dimostra a) di più, oppure b) di meno (votate!). Per cui tanti auguri a noi, e tanti grazie a voi che se non ci leggevate probabilmente ci fiaccavamo prima.
Secondo di tutto: abbiamo gli attesissimi vincitori dei prestigiosi Premi Sylvester 2010! Non sapete quante telefonate mi sono arrivate che mi dicevano “me ne dai uno? ti prego, ne voglio uno anch’io! posso? tipregotipregotiprego!”. E invece no! Ho fatto decidere a voi del pubblico. E voi del pubblico avete parlato (= cliccato sugli appositi bottoni per votare). Avete votato davvero in tantissimi, e la cosa ci riempie di orgoglio -- personalmente sono addirittura commosso.
Comunque: la cerimonia si è tenuta a mezzanotte (ora italiana) in un luogo segreto così non ci venivate, e a parte qualche piccolo incidente (ne parlerò più avanti) è stata un successone. Davvero, dovevate esserci. Ma non potevate. Per garantire uno spettacolo memorabile abbiamo preso spunto dalla Notte degli Oscar: in particolare per risolvere il problema dei discorsi di ringraziamento troppo lunghi, invece che far partire la musica abbiamo assunto direttamente Marko Zaror a tirare uno schiaffone a chi si dilungava troppo. Quello era da intendersi come il segnale per smettere.
Prima però di passare all’elenco vincitori, abbiamo per voi un video-messaggio in esclusiva da Jean-Claude Van Damme, uno dei pochi assenti alla cerimonia (mancava anche il toro-drago alieno incazzoso di Outlander), che ha voluto comunque commentare la sua mancata vittoria nella categoria Miglior Attore. Eccolo:
Non ha tutti i torti, ma ormai è andata.
E ora passiamo al dunque: via con l’elenco dei vincitori! Continua a leggere »
Ovvero: Il doppio calcio volante goffo nel cinema di Bong Joon-ho come scusa per parlare di dieci anni di cinema orientale.
Quando inizia il 2010?
Quasi tutto come nel 1999: il nuovo decennio non è ancora cominciato che già arriva qualcuno a dire “eh ma in realtà il VERO nuovo decennio inizierà nel 2011″. Grazie mille, care Margherite Hack delle mie palle. Spero che vi siate divertite molto a capodanno del 2001, quando eravate le uniche a festeggiare il VERO nuovo millennio. Shibbal. A capodanno del 2001 io non sono nemmeno riuscito a ubriacarmi. Comunque.
Bong Joon-ho ha diretto, per ora, quattro film e un corto, imprimendo un segno indelebile sugli anni zero e marchiando a fuoco il cinema coreano -e per estensione quello orientale, dato che laggiù si somigliano tutti. Se la Corea del Sud è finita in cima alle classifiche dei geek di tutto il mondo in questi ultimi dieci anni, quello di Bong è uno dei primi tre nomi a cui mi viene di attribuire il merito. L’altro è ovviamente Park Chan-wook (*_*) e il terzo è Kim Ki-duk, del quale dobbiamo ahimè parlare al passato giacché quattro-cinque anni fa è morto ed è stato rimpiazzato dal gemello motuleso. Ma basta coi bignami e dedichiamoci ai CONTENUTI.
INGREDIENTI:
Prenderò in esame i tre maggiori film di Bong Joon-ho, ossia: - Memories of Murder (2003) - The Host (il mostro grosso, 2006) - Mother (quello che voi non avete ancora visto, 2009).
Lascio intenzionalmente fuori il suo corto inserito nel film a più mani Tokyo! (2008), perché ho deciso che non vale, e Barking Dogs Never Bite (2000), sia perché non ho avuto voglia di rivederlo, sia perché stando alle varie Margherite Hack delle mie palle non è un film degli anni zero.
MODALITA’ DI PREPARAZIONE:
Analizzerò i tre film in questione e noterò che in ciascuno di essi v’è una breve scena in cui un personaggio esegue un goffo doppio calcio volante (tipo un salto a piedi uniti in orizzontale, volto a colpire con media forza la vittima designata). Dichiarerò poi che questa è una coincidenza troppo grossa per essere ritenuta casuale, e trarrò quindi delle dotte conclusioni.
DOTTE CONCLUSIONI:
Svilupperò due diverse ipotesi per spiegare il misterioso ricorrere del doppio calcio volante goffo:
(1): esso è una sottile metafora o rispecchiamento della parabola del cinema orientale nel corso degli anni zero. Oppure
(2): Bong trova buffo vedere la gente che salta a piedi uniti in orizzontale.
Ecco, cose del genere per me non hanno senso di esistere. Blood: The Last Vampire è un film finto-orientale, diretto da uno dei tanti francesi lanciati da Besson (Chris Nahon) e tratto da un anime che non conoscevo. Per cui questa è la recensione in versione “non ho visto l’originale”: se dopo averla letta non siete soddisfatti e pensate che un paragone sia fondamentale, fatemi un fischio e vediamo cosa si può combinare.
Come ormai saprete, io non ho problemi con la mancanza di una storia coinvolgente a patto che le scene d’azione siano fighe. Qui la storia non è altro che una versione seriosa di Buffy, con la variante tutto sommato inutile che la protagonista è un essere sovrannaturale giapponese (non è chiaro se le due cose siano collegate). Inoltre tutta la vicenda è ambientata negli anni ‘70: probabilmente nell’anime aveva senso, ma nel film pare soltanto una scusa per divertirsi con una fotografia stilosa, e soprattutto girare un combattimento al ritmo di Space Truckin’ dei Deep Purple (scelta apprezzata).
Detto questo, io ho grosse difficoltà con operazioni del genere, e ve le espongo:
1) se il 99% dell’abilità tecnico/atletica della protagonista è dovuto a un uso smodato di CGI che fin dalla prima scena le fa fare cose impossibili e innaturali, il mio grado di interesse per le scene d’azione crolla vertiginosamente;
2) se la suddetta protagonista è vestita da scolaretta giapponese con tanto di gonna svolazzante ma metà del CGI sopracitato viene impiegato per fare in modo che non le si vedano mai le mutandine, oltre che a disinteressarmi mi sento preso per il culo;
3) se un combattimento tra donne non mi mostra nè abilità tecnico/atletica, nè un paio di misere mutandine, nè uno straccio di pseudo-eleganza di scuola orientale, allora l’unica speranza di salvare la baracca è buttare tutto in splatter pesante alla Machine Girl, ma come avrete intuito non è questo il caso.
Se poi ci aggiungiamo una storia pasticciata che oltre ad annoiare ha pure pretese melodrammatiche, amici, è davvero finita.
Vedete voi.
"Lo infilzo io il cugino It o fate voi col computer?"
DVD-quote suggerita:
“Ridatemi i miei soldi, ipocriti!”
Nanni Cobretti, i400calci.com
Ci sono alcune discipline sportive, atletiche, che ogni tot anni vengono scippate dal cinema ed inserite a forza in qualche film con lo scopo di: A) far diventare tale disciplina, poco tempo prima fieramente legata all’underground, una moda overground. B) sfruttare tale disciplina per realizzare delle sequenze action spettacolari e mai viste prima. C) far diventare tale disciplina un escamotage narrativo con cui i pubblicitari possono esprimere dinamicità und giovinezza.
La prima che mi vine in mente è lo skateboarding. Erano gli anni Ottanta e, dopo aver tentato la strada del pattinaggio e della Breakdance, ci siamo visti film come Trashin’ Corsa al Massacro (un vero e proprio capolavoro dell’amarcord, con un Josh Brolin pre intelligenza, con un nipote scemo dei fratelli Marx, un feat dei Red Hot Chili Peppers prima che si bollissero il cervello e una sequenza di presentazione del villain come questa… lacrime), una porcata senza senso come California Skate (con quel giovane di Christian Slater) e una straordinaria sequenza tratta da Scuola di Polizia 4, con la Bones Brigade al gran completo. Vi agevolo il video perché merita e c’è anche un gran pezzato in colonna sonora.
Oggi quelli che vanno in skateboard sono tutti nella pubblicità dei Pavesini. Gli anni Novanta, che io mi ricordi, non hanno un corrispettivo… Se vi viene in mente qualcosa del genere, fatecelo sapere nei commenti. Ma arriviamo al nuovo secolo. La riprova del rincoglionimento totale di quella promessa che era Luc Besson arriva sotto forma di film da lui scritto: Yamakasi -- I nuovi samurai. La storia: dei giovani della banlieue devono trovare i soldi necessari per far operare un piccolo e tenero bambino malato di cuore. Questa straordinaria idea leggerissimamente ricattatoria, si sviluppa attorno a una nuova disciplina nata proprio nei bassifondi parigini. I protagonisti del film esistono veramente e si sono inventati questa sorta di atletica che sfrutta gli elementi urbani per -- fondamentalmente -- volare da un palazzo all’altro nel modo più spettacolare possibile. La disciplina si chiama Yamakasi, anche se con questo termine solitamente si indica il gruppo di protagonisti del film. Meglio parkour. Il film non lo guardo nemmeno se mi date voi dei soldi, ma sono pronto a scommettere che è una cagata. Ma i nostri cugini transalpini non solo si puppano orrendi film dove solitamente ci sono delle donne nervose alle prese con montagne di piatti da lavare e “dolorose” situazioni familiari, ma anche ogni cazzata che rechi il marchio Luc Besson. Per cui l’anno successivo esce The Great Challenge -- I Figli del Vento che poco centra con Yamakasi ma viene spacciato erroneamente come sequel. E comunque non è che ci si possa lamentare, oh: gente che salta da un tetto all’altro. Non è che serva una vera e propria storia.
Luc Besson che con quest’ultimo film non c’entra niente, si vendica (a nostre spese) con Banlieue 13 e successivamente con il suo seguito, datato 2009, Banlieue 13: Ultimatum. Andiamo con ordine. Banlieue 13 non è male. Il grandissimo David Belle, fondatore del parkour, è Leito, un abitante de la banlieue che assomiglia a Ted Mosby di How I Met Your Mother, ma in canottiera e con dei tatuaggi brutti che tanta di essere buono quando tutto attorno a lui sembra andare verso il peggio senza possibilità di redenzione, gli rapiscono la sorella e ce la drogano forte. Cyril Raffaelli, uno sbirro incredibilmente forte nelle arti marziali viene spedito dai suoi superiori cattivi e senza scrupoli nel quartiere del titolo con lo scopo di fermare un razzo (ah, oh.. chevvedevodì?). Dopo una iniziale diffidenza, i due formeranno un tag team niente male fatto di zompi da un tetto all’altro e di mazzate ben coreografate. La storia non sta in piedi neanche per isbaglio, ma il film scorre via piacevole. E le sequenze di parkour fanno veramente impressione. Il seguito del film è piuttosto deludente. Ancora una volta la eco carpenteriana -- già evidente nel titolo -- serve per (tentare di) costruire una blanda fotocopia in bianco e nero di un film che sfrutti l’idea di dead line in maniera decente. Ancora una volta si mettono vicini due stili di lotta differenti ma tutti e due estremamente spettacolari. Ancora una volta la storia è un pretesto per sequenze action ben realizzate. E chi chiede di più? Peccato però che in realtà la messa in scena non sia all’altezza del primo, e che il tutto venga immerso in una sorta di populismo che ti dovrebbe far provare simpatia per dei figuranti di un video dei gemelli Diversi. farteli vedere come degli eroi metropolitani dalla morale più alta di quello che si potrebbe immaginare dato che vengono da una zona di poveracci straccioni. Machissenefrega.
DVD-quote suggerita:
“Tolto qualche buon momento uno sbadiglio dietro l’altro…”
Casanova Wong Kar Wai, i400calci.com
"Quella bestia non è mio papà!"
Ma il problema è proprio quello dell’invecchimento prematuro del parkour. Dopo un po’ ti accorgi che più di tanto non ci puoi fare e alla fine le sequenze di quel tipo tendono tutte ad assomigliarsi un bel po’. Torniamo indietro di qualche anno. Due anni dopo l’uscita di Banlieue 13, il parkour si prepara ad attraversare l’oceano e gli viene affidato addirittura la sequenza d’aperura di Casino Royale, pellicola che segna il rilancio di James Bond. Ed eccolo qui il momento d’oro del parkour, quello dopo il quale possiamo serenamente dire “Tutto il resto è noia!” (da 1,10′ in avanti anche se le cose più fighe le fa da 4,40)
Il tutto grazie a Sebastian Foucan che è un mostro ma che -- e qui c’è la beffa -- parkour non fa! Ebbene sì perché quest’ultimo, discepolo proprio di David Belle, è il fondatore del 3Run o Free Running, conosciuto anche come il parkour di seconda generazione. L’alunno che supera il maestro. E che comunque dopo questa apparizione cinematografica veramente incredibile, ha esaurito la sua carica spettacolare ed è finita, come lo skateboard prima di lui, in qualche spot televisivo o in qualche video musicale che segna il passaggio mainstream di qualche artista poco prima fieramente underground. Che cosa giovane e dinamica! Ma la spallate definitiva, kids, l’ha data il nostro Punitore preferito nella sequenza più bella degli ultimi 57 anni di Cinema.