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Nine Lives

01/03/2010 | recensioni | di Jean-Luc Merenda

nine livesCi sono dei film che non vogliono dire niente e significano tutto. Per questo tra un melodramma di Almodòvar e un horror di Zampaglione sceglierò sempre il secondo. Detesto i manifesti ideologici ma mi ricordo un tale, un docente di filosofia antica (uno stronzo), tutto flaccido e cifotico – aveva il mito di Wittgenstein e ne scimmiottava il temperamento nevrotico, astutamente devo ammettere – che aveva visto un film di non so chi e ci ammorbava gli zebedei sfumacchiando la pipa come Sherlock Holmes – il primo, non quello ipertonico di Downey Jr. – e pontificando sul fatto che quel film era il miglior film per capire la condizione delle popolazioni hassidiche.

Ma secondo te, brutto stronzo di un docente di filosofia antica, me ne può fregare un cazzo di qualcosa della condizione delle popolazioni hassidiche?

Questo per dire che Nine Lives (non quello con Wesley Snipes, ma un film del 2002) che ho rivisto l’altro ieri perché c’è Paris Hilton la quale adesso è in fase decadente e quindi mi sta più simpatica, è l’esempio giusto di questa differenza fondamentale tra messaggio e significato.

Un gruppo di amici rinchiuso in una casa. Sono giovani, ricchi, belli e snob. Non a caso la loro leader carismatica è appunto Paris Hilton, oziosa e vanitosa ereditiera, che ha immolato la propria esistenza all’altare del glamour e che in ogni film in cui offre la propria (non scontata) fisicità non può non riprodurre l’idea di esistenza patinata di cui ha ammantato l’estrema sua prova finzionale, ovvero la vita reale. Fortunatamente (per chi ancora è animato da rivendicazioni di classe) è anche sempre la prima a essere eliminata (scartata) nei modi più orrendi: accade qui e soprattutto nell’ottimo La maschera di cera, dove la Hilton assurge a icona brutalizzata di un universo, quello contemporaneo, mascherato e nascosto sotto la superficie di un’illusione in via di sfaldamento che (Baudrillard insegna) è arrivata a sostituirsi, nell’evento dell’immagine, all’esperienza della realtà, generando esclusivamente angoscia, spaesamento e brutalità.

Brutalità inevitabile: quando l’evento dell’immagine (o l’immagine che si fa evento) si sostituisce all’esperienza, per conquistare lo statuto di realtà matura, nella propria rappresentazione, la necessità di un’efferatezza visiva sempre crescente.

paris hilton

E questo forse spiega, almeno in parte (un’altra parte è desumibile da una frase di Dylan Dog pronunciata in un albo del 1986 ma tanto più valida nel tempo oscuro che stiamo attraversando: “Viviamo nella paura”), la proliferazione di film horror che registra la storia del cinema in questi ultimi anni (giapponesi inclusi).

Paris Hilton appartiene quindi, parafrasando Roland Barthes, contemporaneamente all’idea e all’evento, e nella propria automitologia (e autoiconologia) si transustanzia come perfetta icona pop della borghesia rinchiusa tra le soffocanti pareti dalla forza oscura dell’Angelo sterminatore di Buñuel. Borghesia ludica e disincantata, ma anch’essa destinata all’oblio. Uno a uno, inesorabilmente, come i proverbiali dieci piccoli indiani di christiana memoria, gli ospiti della casa vengono sterminati.

La svolta (il detour) però è immediata, perché la razionalità viene subito torta in favore di una gotica ragione esoterica, e la casa dei misteri diventa, mise-en-abîme, una casa dei fantasmi, presieduta e posseduta da forze incontrollabili che ci gettano nel panico di un mysterium assurdo, indecifrabile e senza via d’uscita, come la realtà rinchiusa nel triangolo surreale della sua sintesi più demenziale, la sessualità circense di Paris Hilton.

paris hilton

Rottendamn 2010: carcere e psichedelia

05/02/2010 | recensioni | di Cicciolina Wertmüller

un propheteDevo dire che dormire in un mulino a vento è più scomodo di quanto pensassi – piccolo, buio, freddo. Allora per tirarmi su di morale ho inforcato i pattini d’argento, solcato i canali ghiacciati e sono andata a vedere Un Prophéte del francese Jacques Audiard, che si svolge in un carcere. E proprio ieri esce la notizia che il film è candidato agli Oscar come Miglior Film Straniero, quindi tocca parlarne. Innanzitutto, questo film *non* è “il nuovo Bronson” come mi era stato venduto: è un buon dramma carcerario con un attore sconosciuto e molto intenso, Tahar Rahim, una sceneggiatura tesissima e tutti gli ingredienti chiave per fare un buon film mainstream che non ha paura del sangue. Il giovane Malik va in cella per motivi sconosciuti e si trova diviso fra le proprie origini arabe, che lo spingono a solidarizzare con i prigionieri musulmani, e il desiderio di essere accolto sotto l’ala di César (il grandissimo Niels Arestrup), capo della mafia còrsa. La sua prova iniziatica è tagliare la gola ad un progioniero indiano, il cui fantasma da allora in poi condividerà l’esiguo spazio della cella con Malik. Il quale riesce a conquistare la fiducia di César, ne diventa galoppino ogni volta che ha un permesso, e alla fine gira tutto a proprio vantaggio. Duro, sporco, polveroso con alcuni sprazzi surreali; ciao Jacques, ci si vede a Hollywood.

DVD-quote suggerita:

“Franza o Spagna purché se magna”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com

amerPerò ora basta con tutta sta fotografia desaturata e pellicola sgranata: è ora di Amer, primo lungometraggio psichedelico della giovane coppia belga Heléne CattetBruno Forzani. La storia qui è un mero pretesto per costruire un coloratissimo e fantasioso omaggio al “giallo” degli anni ‘70: un incubo che segue la protagonista dall’infanzia all’età adulta, fra la villa di famiglia infestata da presenze inquietanti e le vacanze al mare durante cui la ragazza si scopre oggetto del desiderio di tutti i maschi locali. La camera indugia sui dettagli e sulla consistenza delle superfici, che siano la stoffa dei vestiti della ragazza, la sua pelle nuda, bagnata, accapponata, o un inquietante paio di guanti di pelle, o l’occhio di un uomo misterioso mentre entra in collisione con un rasoio; come dite voi in Italia, “Bunuel puppami la fava”. Il montaggio astratto è accompagnato da un sound designing ricchissimo e frastornante che fa grosso uso di pettini di plastica (avete presente quando fate scorrere il pollice lungo i dentini di un pettine? Divertentissimo) e di colonne sonore vintage di Cipriani e Morricone. Ecco, ovviamente Amer fa tutto tranne che paura, però vi può riportare indietro all’infanzia quando guardavate i film in seconda serata e sobbalzavate alla vista del primo capezzolo e pensavate “Ora lo faccio anch’io un giallo!”; ecco, Cattet e Forzani hanno ascoltato i vostri lontani desideri.

DVD-quote suggerita:

“Souvenir d’Italie”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com

nekromantikSe Amer è una “song of innocence”, il celebrato Nekromantik di Jorg Buttgereit è certamente una “song of experience”. Sì, questa è una citazione colta e dimostra che ci si può ingozzare di formaggio con la crosta rossa e non subire danni cerebrali. Comunque Nekromantik è qui ad allietare la sezione “Back To The Future” del festival. Per chi non l’avesse mai visto, descrive i dolori del giovane Schmadke, che di mestiere pulisce le strade dai cadaveri morti negli incidenti. La sua ragazza Betty ha fantasie necrofile e fa i salti di gioia quando lui le porta a casa un cadavere nuovo di zecca. Per prima cosa lei correda il cadaverone di una bella sbarra di ferro fra le gambe, e per un po’ il ménage a trois funziona egregiamente. Ma quando Schmadke perde il lavoro, Betty se ne va col suo amichetto decomposto, consegnando l’ex moroso alla follia sanguinaria; alla fine Schmadke si ammazza mentre si masturba, insomma viene e va. Credo che ci siano in giro delle buone edizioni in DVD, se non ci sono organizziamo noi una petizione.

DVD-quote suggerita:

“C’è una volontà / che questa morte sfida / è la nostra dignità / la forza della vita”
Cicciolina Wertmüller, i400calci.com

Dove c’è un tubo, c’è un idraulico.

26/06/2009 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Durante Italia 90 la mia vita era scandita da due attività. 1) cantare tutto il giorno: “Notti maggiche inseguendo un gol sotto il cielo di un’estate italiana na na na nà”, 2) guardare Italia Uno. Adesso che ci penso, visto che nel 1990 avevo tredici anni, probabilmente c’era anche una terza attività che svolgevo con fare compulsivo, ma non è questa la sede per parlarne.

Onanismo!

Onanismo!

Comunque. Italia Uno era il massimo della vita, per una sola ragione: lo Zio Tibia, cari zombettini miei… Non vorrei fare il nostalgico sempre e comunque, ma… Quali gioie! Quante scoperte! Quanti bei film! Quante gustose cazzate! Contributo video.

È probabile che anche Jon Knautz, classe 1979, sia stato un assiduo spettatore di mirabolanti gags come Una Rotonda di Bare, Il Festivalbara o il Rigor Mortis… il suo ultimo film infatti – Jack Brooks: Monster Slayer – è “so 1987” che solo a vedere il trailer, ti viene in mente una granita al limone. La storia: Jack Brooks è un idraulico di quelli con la camicia a scacchi, i jeans e il cappellino con la visiera tutto sporco. Non gli manca nulla: neanche un furgone mezzo scassato. Il povero Jack – visto che la sua allegra famigliola è stata fatta a pezzi sotto i suoi giovani occhi da un orribile mostro assetato di sangue – ha qualche problema. Diciamo che non riesce a controllare la rabbia. Se lo urti inavvertitamente e a lui ci sale il sangue alla testa, scemopagliaccio, ti prende a testate per due giorni di fila. Comunque lui sta tentando di migliorare: va da uno psicologo, ha una ragazza carina (anche se insopportabile e perfetta esemplificazione dell’immortale Non me la Menare, canzone del periodo d’oro della carriera musicale di Max) e frequenta addirittura un corso di chimica. Tenuto da un professore che di nome fa Gordon Crowley (solo i più attenti avranno notato che a Jon Knautz piace citare l’horror: è infatti palese che Gordon Crowley è un omaggio al grande Stuart Gordon) il quale però abita in un’isolata villa. Ovviamente, essendo l’isolata villa antica e fatiscente, ha delle tubature vecchie e malandate.

Non ha realmente quel fisico. Io ve lo dico.

Non ha realmente quel fisico. Io ve lo dico.

E qui c’è una grande lezione di cinema: Luis Buñuel diceva che se in un film si vede una pistola, prima o poi ci sarà uno sparo. Qui è lo stesso: se c’è un tubo che perde, prima o poi ci sarà un idraulico (succede sempre anche nei film porno…). Ed è proprio questa catena di eventi che urla “Settima Arte!” a gran voce a fare in modo che dal giardino dell’isolata villa spunti il cuore di un mostro che se ti prende ti entra nel corpo e ti trasforma prima in una schifezza vomitante e poi in una schifezza fabbricante mostri assetati di sangue che poi, minghia, vanno in giro a uccidere la gente. Ma il nostro idraulico pepperino, ci metterà una pezza.

"Sono noiosoooooooooooooo!"

"Sono noiosoooooooooooooo!"

È ovvio che il solo scopo del film è quello di mettere i pupazzoni di gomma in stile Peter Jackson. La cosa curiosa è che ci si mette pure troppo prima di estrarre il lattice a chili. Visto che Trevor Matthews – il nostro Jack Brooks – non è un Bruce Campbell, affidarsi per ben un’ora di film (su 85 minuti totali) alle sue chiacchiere con la ragazza, il tipo dell’emporio, uno scemo che si fa le canne, il professore, lo psicologo, prima di far partire il massacro, non è una delle mosse più fresh che si possono fare. Per cui Jack Brooks: Monster Slayer rischia di essere noioso. Che se uno ci pensa è quasi impossibile: maccome? Mostri di plastica + Robert Englund (ebbene sì: Gordon Crowley è Robert Englund…) + mezza gnocca + altra mezza gnocca + locandina bellissima = noia. Sad But True.

DVD-quote suggerita:

“Dai cazzo, muoviti a far vedere i mostri!”
Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com