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Battleship: The Sunny Side of the Bay

17/04/2012 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Una delle cose più belle della televisione americana, sono quelle trasmissioni modello MTV et simila, dove si vedono delle persone che urlano tutte felicione. Avete presente? Quelle dove si vedono dei giovini con delle pettinature bizzarre, che fanno della facce tutte buffe e poi urlano cose come: “Sono Jeff! Voto il video di Sean Paul perché mi fa sballare di bruttoooOOOO!!!”. Con proprio una specie di accellerata finale, che esplode poi in un urlo berbero che sta ad indicare da una parte l’evidente eccitazione per il cantante preferito di Jeff – Sean Paul e/o gli Incredibol Catzons – dall’altra la felicità di essere in televisione e di poter farsi vedere dai propri amici, immortalati con una pettinatura discutibile, urlando di felicità per Scionnapaul. C’è anche un altro aspetto da analizzare: l’americano medio è fiero, urla perché è molto felice di esistere. In questo modo dimostra la sua americanità e la sua contentezza. Quando Jeff vuole far sapere ai suoi simili che egli è tutto contento, semplicemente, urla. Si gasa, si scalmana, si agita tutto. Gli americani sono (anche) così. A noi, questa cosa che ci esaltiamo tutti insieme, funziona solo quando vogliamo fare la pubblicità di Italia 1. Negli States invece, lo fanno per cose ben più importanti: per esempio quando si spacca il culo agli alieni.

Peter si prepara per urlare ai regaz che fra poco spara a palla gli AC/DC

Peter si prepara per urlare ai regaz che fra poco spara a palla gli AC/DC

Battleship è un megafilmone, pieno zeppo di microsequenze in cui si vedono dei Jeff (e con Jeff vogliamo qui intendere dei bei ragazzoni che vengono da una città di nome Riverdale, che hanno o che sognano di avere una Camaro, sul cui sedile posteriore una sera hano fatto roba con una ragazza bionda di nome Rhonda conosciuta all’High School, che hanno visto due volte dal vivo la Dave Matthews Band, ma che quando vogliono spaccare di brutto si ascoltano i Nickelback) che si gasano abbestia. C’è una storia, evidentemente esile, c’è uno sviluppo, evidentemente non proprio approfondito, c’è una concluisione, un po’ accazzo. Tutto normale, come in ogni altro film, solo che a un certo punto c’è una bella inquadratura al rallenti, su uno che non sai chi sia, che esulta. Esulatono tutti in Battleship! Ed è una sensazione bellissima: si alza il volume degli AC/DC, si costruiscono delle sequenze in cui esplode tutto e poi… arriva Jeff: “Uoooooooooooooooooh!”. Figata.

Tipo così. Ma pieno di Jeff.

Tipo così. Ma pieno di Jeff.

M’è capitato di vedere una presentazione ufficilale di Battleship, fatta dal regista Peter Berg Autore su una portaerei della marina americana, in cui quest’ultimo parlava proprio ai militari e ai pochi fortunati invitati a questa premiere. Il succo del discorso di Berg era: “Ho fatto una figata di film, ragazzi! Tipo una roba piena di esplosioni, gente figa e alieni cazzutissimi che hanno delle armi che, minchia, spaccano tutto! E la cosa più bella è che ho fatto questo film per voi, regaz! Che poi ci troviamo al bar e ci schiacciamo dei 5 altissimi! In yo’ face, nemico critico di cinema!”. Ok, furbetto quanto volete questo discorso, ma Berg (uno che fino a poco tempo fa speravamo diventasse il nuovo Michael Mann) è riuscito finalmente nella difficile impresa di spogliarsi di quelle due o tre pretese che aveva come regista e realizzare uno sfavillante pop corn movie che ha l’enorme pregio di divertire senza se e senza ma il 98% degli spettatori. Sarà che c’è lo zampino della Hasbro dietro al progetto, ma sono in tanti in questio giorni a dire che Battleship è la versione più divertente di un Michael Bay e di un suo Transformers. Chi scrive, lo dico giusto per mettere i puntini sulle i, ha particolarmente a cuore il bel cinema di Bay, ma capisce il senso di un’affermazione del genere. Anzi, per me Transformers 3 rimane imbattibile, ma Battleship, pur giocando nello stesso campionato, si prende effettivamente meno sul serio dei Transformers, va dritto dritto per la sua strada senza alcuna paura, e alla fine la piazza lì, dove il portiere non può arrivare. Prove evidenti della riuscita del film: quattro euro di caramelline gommose e una cocacolona, in 120 minuti veloci come un lampo. Sorrisone a 47 denti una volta uscito dalla sala. E sono cose.

Cose che fanno stare bene.

Cose che fanno stare bene.

Ok, c’è da dire che manco Transformers è una pellicola che punta alla serietà, ma qui c’è proprio la volontà di sdrammatizzare e rendere il tutto ancora più baraccone e giocattolone possibile. Ne è una prova evidente il momento retoricone del film, che punta a coglionare Armageddon e la sua sequenza più iconica , ovvero la camminata al rallenti dei fieri astronauti, con un elemento volutamente umoristico. C’è una sequenza di Battleship in cui c’è uno di quei caratteristi che nei film di invasioni aliene ha gli occhiali ma la barba, ed è per questo uno scienziato un po’ mattacchione, in cui si intravede la copertina di un vecchio numero di Amazing Stories, vecchia pubblicazione fondata nel 1926 da Hugo Gernsback, grazie alla quale noi comuni mortali possiamo oggi riempirci la bocca del termine Sci-Fi. Battleship ha a che fare anche con questo: fantascienza e avventura al grado zero. La base, l’essenza di tutto ciò che per noi equivale al divertimento. Alieni da una parte e buoni dall’altra. Armi, esplosioni e botte da orbi. Pim, pum, pam! E chi chiede di meglio?

E devi sentire il rumore che fanno!

E devi sentire il rumore che fanno!

Per certi versi, un vero e proprio filmone d’altri tempi che mantiene le promesse fatte (che poi son sempre quelle fatte da Berg sulla portaerei: “Oh, regaz, faccio esplodere tutto, eh?”) con un entusiasmo e una voglia di strafare particolaremente fanciullose.
Ah, sì, siccome c’è la questione “è un film tratto dal vecchio e caro gioco Battaglia Navale”, c’è una sequenza molto bella che darà soddisfazione a chi ha nostalgia di ore e ore buttate in classe a dire: “F5… affondato”, ma è solo un attimo. Poi si torna a mostrare delle meganavicelle spaziali acquatiche che sparano dei megaproiettiloni perforanti facendo del gran casino. A proposito delle meganavicelle: ottimo il design della tecnologia aliena e delle loro armi, soprattutto quelle dei pirulli rotanti che riescono a spaccare tutto quello che incontro sulla loro strada (e che se mancano qualcosa, spaccano tutto lo stesso con una coda taglientissima). Un po’ deludente invece questi alieni antropomorfi con quattro ditone cicciottelle e il pizzetto a forma di pesce palla.

Una drammatica scena tratta dalla vita di Liam Neeson, attore.

Una drammatica scena tratta dalla vita di Liam Neeson, attore.

Due parole sul cast: Liam Neeson fa riderissimo per quanto sia evidentemente lì a casaccio. “Oh, Liam, guarda che domani sei convocato sul set, eh? Devi venire, dici due cazzate delle tue sull’onore dei Marine e per 12,30, massimo le 13 sei libero. Oh, ci tengo, eh?”. Brooklyn Decker è molto inutile, ma quando la vedi pensi subito e forte: “TETTE!!!!” e quindi i ragazzi sono contenti. Rihanna se la cava piuttosto bene e mi ha fatto piuttosto simpatia. Malino invece per il povero Alexander Skarsgard che fa veramente poco o nulla. Taylor Kitsch funziona abbastanza, ma ci manca un 2 o 3 chili di cartola per fare la differenza. Un paio di dubbi finali: ma nessuno s’è accorto del furto della colonna sonora uguale uguale a quella fatta dai Daft Punk per Tron? In secondo luogo, ma cos’è successo a Tadanobu Asano, il “poi ti amo e poi ti odio” di Taylor Kitsch? Era un figo senza senso e oggi è tutto gonfio e scialbo! Il film, evviva, non è in 3D.

DVD Quote:

“Fuck yeah!”
Casanova Wong Kar-wai, i400calci.com

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The Tony Scott Thunder Challenge: Beverly Hills Cop 2

22/03/2012 | recensioni | di Nanni Cobretti

In cui Nanni Cobretti e Roberto Recchioni si sfidano a colpi di recensioni di film di Tony Scott, tutti, in ordine cronologico, con il reciproco contrappunto di Mauro Uzzeo (di qua) e Wim Diesel (di là). E voi applaudite.

Partiamo un attimo dal primo film della saga di Beverly Hills Cop: lo sapevate che inizialmente il protagonista doveva essere Sylvester Stallone? Già. Beverly Hills Cop doveva essere un action serio con tutti i crismi, con protagonista Sly. E così è stato sviluppato per parecchio tempo. Poi sapete com’è fatto Sly, probabilmente all’epoca girava ancora con l’Oscar per la sceneggiatura di Rocky nel taschino del giumbotto e gli incassi di Rambo arrotolati dietro l’orecchio, e insomma, avrà esagerato, per cui a due settimane dall’inizio delle riprese è saltato tutto. E qui Hollywood mi insegna una lezione di pragmatismo e scaltrezza coi controfiocchi: hai una sceneggiatura incentrata su Sly, Sly non c’è più e non hai tempo di riscriverla a modo? Easy peasy: chiami un comico, fai due rapidi ritocchini per alleggerire la storia, e copri i buchi rimanenti lasciandolo libero di improvvisare stronzate a piacimento. Entra Eddie Murphy, ma soprattutto: Sly prende tutte le idee che aveva per questo film, e ci gira Cobra. E vissero tutti felici e contenti. Tranne voi, perché il film di oggi non è Cobra. E nemmeno il primo Beverly Hills Cop. Ma torneremo comunque su tutte queste cosette.
Il fatto è che Eddie Murphy all’epoca era una bomba, per cui il primo film fece un fantastiliardo di milioni e il sequel divenne inevitabile. E noi siamo qua perché tale sequel fu dato in mano a Tony Meraviglia Scott, che ad appena quattro anni dall’ambizioso esordio con Miriam si sveglia a mezzanotte si ritrova completamente sdraiato e sottomesso ai piedi della macchina Hollywood a girare un film che apparentemente ne è l’esatto contrario. Ma sia chiaro: sdraiato e sottomesso con onore, perché nel frattempo aveva girato Top Gun facendo una montagna di paperdollari, per cui Beverly Hills Cop 2 (da qui in poi BHC2) era tecnicamente da considerare una promozione, e di quelle ottimamente retribuite.

La locandina di Beverly Hills Cop, prima e dopo l'applicazione del filtro Tony Scott

Comunque: innanzitutto una cosa che fa molto ridere è che RRobe notava come un marchio caratteristico del Tony fossero i fasci di luce, e la sequenza dei titoli di testa di BHC2, con Eddie Murphy vestito di tutto punto che si prepara a fare l’infiltrato d’alto bordo, è tutta un fascio di luce. Sul serio: se uno vi dice “Ah ti guardi uno dei primi di Tony Scott? Occhio ai fasci di luce”, dopo 4 minuti netti di BHC2 state ridendo come deficienti.
Dopodiché è giusto evidenziare come questo film fosse artisticamente (si può dire “artisticamente” sui 400 Calci?) compromesso fin dall’inizio come e ancor di più che Top Gun. È un sequel, che in quanto tale arriva con grosse aspettative economiche, e il protagonista è una superstar al picco della forma e del successo, con tutte le bizze che ne conseguono. Esempio: inizialmente si era pensato di ripetere il canovaccio del pesce fuor d’acqua ambientando il film a Londra, ma Eddie Murphy aveva risposto “no, col cazzo che ci vado a Londra, io sto bene a Beverly Hills, giriamolo ancora a Beverly Hills”. È insomma il classico caso in cui gli studios tendono ad assumere in regia cagnolini ammaestrati dal comportamento docile e la mano rapida e sicura. E a Jerry Bruckheimer, che produce pure qua, non era passato inosservato il miracolo di quel film di Tony con gli aerei.
La sceneggiatura di BHC2 non ha il minimo senso: c’è un’organizzazione criminale che commette misfatti in ordine alfabetico come nei cartoni animati di Scooby Doo, e il caso vuole che alla lettera B ci sia Bogomil. No, non saccheggiano un negozio di cibo per cani: è il nome del Capitano di polizia di Beverly Hills amico del nostro protagonista Axel Foley. Il suo sparaggio funziona che una bionda di due metri (poi ci torniamo) lo abborda con la scusa della macchina in panne, lui si ferma, e prima passa un’altra auto a spararlo in corsa, e poi ci spara pure la bionda da mezzo metro. E sapete qual è il bello, oltre alla totale mancanza di senso di questa complessa coreografia? Il bello è che lui sopravvive. Però Axel si preoccupa lo stesso e torna a Beverly Hills per indagare di nascosto insieme ai suoi BFF Taggart e Rosewood.
Ora, siccome Tony Meraviglia non è pratico di commedie, la sua soluzione è girare Bad Boys di Michael Bay otto anni prima. Ovvero: lui si concentra a creare grosse scene d’azione e a patinare tutto come se fosse la pubblicità della BMW, poi a intervalli regolari si ferma, blocca la cinepresa in faccia a Eddie Murphy e lo lascia libero di dire qualsiasi cosa gli passi per la testa. Dal punto di vista narrativo ogni straccio di equilibrio se ne va completamente a puttane: BHC2 è un film goffamente spezzettato, ambientato in un mondo magico dove è sempre l’alba o il tramonto, tutto sbrilluccica e tutti si vestono fighissimi e pendono dalle labbra di Eddie Murphy qualsiasi vaccata inverosimile gli esca dalla bocca e qualsiasi buffa identità fittizia dall’accento cartoonesco gli salti in zucca in quell’istante.

BFF 4EVR

Sono però due le cose di questo sequel che si lasciano ricordare, ed hanno entrambe a che fare con la mia introduzione.
La prima è l’unico personaggio che mostra una crescita, o perlomeno mostra un inedito lato di sè che il primo film non lasciava necessariamente intuire: si tratta di Rosewood e della sua improvvisa, grossa passione per le armi da fuoco e relative movenze da caricatura di action hero. Se state pensando che sia un modo per sfottere Stallone, in relazione al fatto che non solo il primo BHC senza di lui fu un successone ma pure che Cobra incassò (ingiustamente) ben meno delle attese, la teoria vi verrà confermata da insistite inquadrature sui poster di Rambo 2 e appunto Cobra nell’appartamento del simpatico agente interpretato da Judge Reinhold.
La seconda è la presenza mozzafiato di Brigitte Nielsen, la bionda di due metri di cui sopra, co-protagonista di Cobra e all’epoca ancora moglie di Sly. E poche, pochissime cose urlano “fighettismo anni 80″ come Brigitte Nielsen inquadrata da Tony Scott (che non a caso nelle interviste del dvd dichiara “volevo farne la Grace Jones bianca”).
In conclusione è difficile darne un giudizio sensato: le scene d’azione sono fracassone e ritmatissime e funzionano come si deve, ma il 60/70% del film è completamente affidato alla vostra opinione su Eddie Murphy. Vi piace il suo umorismo? È un successone. Non vi piace? Lasciate perdere. Personalmente mi piace, ma nonostante la regia di Tony Ammore se proprio devo vedermi Eddie in azione a briglia sciolta (= senza un John Landis che lo tenga per mano) preferisco oggettini più assurdi tipo Il bambino d’oro.
E se proprio volete saperlo: Tonino Accolla gli regala la risata, ma gli ammazza tutto il resto.
Amen.

Il commento di Mauro Uzzeo
Axel Foley doveva essere interpretato da Stallone, e questa è storia nota. Però Sly volle modificare lo script e cambiargli nome in Cobretti e venne ringraziato a suon di grandi calcioni al culo. Se in Beverly Hills Cop di tutto ciò non v’è traccia, nel II°, osceno, capitolo diretto da un Tony Scott ancora strafatto di coca dopo il successo di Top Gun, è l’unico elemento degno di nota. Trama? Regia? Stronzate, quando si possono usare le risatine di Tonino Accolla per perculare la categoria del macho man with a gun, di cui Stallone era nel frattempo diventato il massimo esponente. Tra un fiorire di rimandi, poster di Rambo e Cobra, e l’utilizzo di Brigitte – allora moglie dello Stallone Italiano – Nielsen come cattivaccia del film, Tony tocca il culmine della nona arte… chionzandosela! Distruggerà così il suo secondo matrimonio, ma ancora oggi, ogni volta che Stallone gli telefona, la suoneria del suo cellulare è l’mp3 che gli regalò Accolla: hihihihihihi!

Illustrazione di Massimo Carnevale, che ringraziamo di cuore

DVD-quote:

“La mancanza di idee è una malattia. Eddie Murphy non è sempre la cura.”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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Per l’altra parte della sfida, leggetevi la rece di RRobe di Revenge, con commento aggiuntivo del nostro Wim Diesel.

Immortals: il genio visionar…CULO!

14/11/2011 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

tipo....

In un fitto scambio epistolare con il capo supremo del mondo, nonché incidentalmente padre fondatore di questo bel sito di critica cinematografica di un certo livello, l’uomo che tutti noi conosciamo e amiamo come Nanni Cobretti, dopo la visione di questo filmetto che è Immortals, abbiamo individuato e finemente sottolineato un dato molto importante: il culo di Freida Pinto in 3D. Ecco, scusate lo spoiler, ma  l’ultima fatica del genio visionario di Tarsem, videoartista e regista indiano noto per il suo sguardo unico e intransigente e per la sua sapiente mescola cinematografica di riferimenti pittorici, verrà ricordata per quei fulminanti quattro secondi. Vale la pena, al fine di una disamina attenta del magico evento, ricordare un illustre precedente: il culo di Rosie Huntington-Whiteley in 3D. L’incipit del bel Transformers 3 infatti, ci aveva regalato questa forte emozione. La pellicola si apriva infatti su una lunga ed insistita inquadratura del sedere della giovine modella inglese che, coperta unicamente da una camicia da uomo e da una graziosa mutandina, raggiungeva il suo omuncolo Shia La Buffones a letto. Michael Bay, nel suo slancio modernista, nella sua insistita ricerca di un dinamismo pazzo ed esagerato, ha immaginato questa sequenza chiave in movimento, con la nostra impegnata in una corsa al rallentì inseguita da una steady piccantella. Oltre che dalla chiara poetica del regista, questa scelta registica è figlia del culo in oggetto. Rosie, anni 21, ha un fisico particolarmente asciutto e nervoso. Durante la corsa, il suo sedere non sembra reagire alle normali leggi della fisica. Lei corre, ma quello rimane muto e immobile. Chi ha avuto la fortuna di vedere quanto descritto su IMAX e per giunta dotato di magici occhialini, sa di cosa stiamo parlando. Un culo in 3D che anticipa poi l’andamento del film: un folle rincorrersi di freddi oggetti metallici in continuo movimento. Un culo che è una dichiarazione di intenti.

Michael Bay spiega Transformers 3.

Michael Bay spiega Transformers 3.

Immortals invece opera scelte differenti. Lo svelamento del culo di Freida Pinto arriva più o meno a metà del film. La ragazza, che qui interpreta la sibilla Fedra, si aggira inizialmente con degli abiti tutti matti che la coprono quasi interamente. Tutta l’attenzione del pubblico è quindi concentrata principalmente sul suo viso forte e deciso, opposto se vogliamo a quello dell’eterea Isabel Lucas, che qui presta il volto alla dea Atena. Quando il rapporto tra Fedra e Teseo (quello che poi, oh, farà Superman; un figo senza senso che ogni volta che entrava in scena mi dava fastidio da quanto è dannatamente figo) non regge più il peso della tensione erotica palpabile tra i due, la sibilla decide di concedersi. Come tutti voi sapete, la preveggenza delle sibille è garantita dalla loro verginità. Nel momento in cui decidono di rinunciare alla propria purezza, perdono anche il loro dono. Parliamo di una scelta consapevole e, proprio per questo, sofferta e ragionata. Freida Pinto quindi, dopo essersi strusciata per mezz’ora circa con delle sue amiche anche loro di rosso vestite, dopo essersi vestita come una delle spose dello sceicco di Amarcord, decide di darla a Teseo. L’uomo è stato ferito e avvelenato in battaglia, per cui si trova seminudo a letto. La ragazza, che l’ha accudito e curato salvandolo da morte certa, decide che è arrivato il momento di dire ciao ciao alla preveggenza e abbandonarsi ai piaceri della carne. Si mette davanti al letto di Teseo, gli dice due o tre robe assolutamente inutili, muove una spallina e fa cadere al suolo un vestitino rosso a pieghe per nulla male. Fino a quel momento la regia di Tarsem s’era focalizzata su ottimo campo lungo, tecnica che il nostro utilizza spesso per dare l’idea di uno che ha studiato e che – pim, pum, pam – riesce a farti un’inquadratura che levati. Oltre a questo, ha affidato il dialogo tra i due a un banale campo e controcampo: viso di Freida Pinto (in piedi) – corpo di Henry Cavill (sdraiato a letto e quindi più in basso di Freida). Poi, il cambio: nel momento in cui l’attrice fa cadere la sua veste a terra, Tarsem sceglie di posizionarsi alle sue spalle. La scelta è giustificata dall’esigenza di mettere alla stessa altezza, nel medesimo quadro, il volto dell’attore e il culo di Freida Pinto in 3D. La macchina da presa è come se seguisse il vestito dell’attrice: si abbassa velocemente e poi si ferma in quella posizione.

La plasticità dell'Opera.

La plasticità dell'Opera.

Ricapitolando: la mdp si abbassa, il vestito cade. In primissimo piano, ad occupare quasi interamente il lato destro dell’inquadratura c’è il culo di Freida. Il fuoco però è inizialmente sul volto di Henry Cavill, in profondità di campo, sul lato sinistro dell’inquadratura. Dopo un tempo minimo, c’è un cambio di fuoco a svelare nella sua infinita chiarezza il sedere delle ragazza. Non c’è nessun movimento: da una parte, il volto dell’attore ghiacciato dallo stupore di fronte alle nudità della fanciulla. Dall’altra, un sedere scolpito nel marmo. Freida, come dicevamo, ha una fisicità opposta a quella di Rosie Huntington-Whiteley. Tanto è secca e magra la seconda, quanto è morbida la prima. Nella sua continua ricerca della plasticità dell’opera, Tarsem sceglie quindi un fondoschiena molto più rotondo di quello che apriva Transformers 3. La rotondità del culo di Frida è poi ulteriormente esplicitata da un’altra inquadratura. Si torna al campo lungo, grazie al quale si svela la ragazza ancora in piedi, posizionata ora di tre quarti. Grazie a questo nuovo angolo, possiamo notare come anche il culo di Freida Pinto contravvenga a molte delle leggi della fisica fino ad ora conosciute: rimane sospeso ed alto anche se – diciamo così – particolarmente ingombrante. In sala a questo punto è partito, giuro, un applauso. Anche in questo caso possiamo leggere questo momento come un manifesto di intenti. A differenza di Bay, Tarsem non è interessato al movimento. Alla velocità di Transformers si preferisce una cristallizzazione del dinamismo per poi richiuderlo in perfette rappresentazioni pittoriche. Gli insistiti rallentì, i continui flow motion e bullet time, sono escamotage che il regista utilizza per poter chiamare Immortals un film e poterlo fare uscire in sala. Fosse per lui, ci avrebbe donato un film fatto solo di perfette fotografie. A lui interessa molto di più il mostrare l’istante, il Momento. A lui interessa cogliere quel preciso attimo in cui tutte le forze in campo convergono verso un unico, preciso ed irripetibile momento di immobile perfezione. La tensione dei muscoli di Zeus (il sempre più amico Luke Evans) nel momento in cui colpisce con la sua frusta infuocata l’addome del suo avversario. Quella frazione di secondo in cui la lancia di Teseo si conficca nei crani dei soldati di Iperione.

La perfezione di un attimo.

La perfezione di un attimo.

Oltre a questo, c’è da dire che Immortals è un po’ un filmetto. Tarsem è bravo e gioca a fare l’Artista. Il rischio, ovviamente, è quello del ridicolo involontario. Lo si evita il più delle volte, ma è comunque dietro l’angolo. C’è una cura enorme nelle scenografie, nei costumi e nella costruzione dell’inquadratura, ma spesso si ha come l’impressione che siano forze sprecate. Molto violento, regala qualche gioia, ma anche qualche sbadiglio. Henry Cavill, che qui volevamo testare, se la cava piuttosto bene. Mickey Rourke se magna tutto. Mi sembra di ricordare ci sia anche uno che sembra John Hurt, ma con la parrucca di Ron. Non imprescindibile. Mi son divertito, ma anche no.

Avesse fatto tutto il film così...

Avesse fatto tutto il film così...

DVD Quote:

“E non è manco il suo. Pare.
Comunque Clash of the Titans è più brutto”
Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com

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Violenza Domestica: Ottobre 2011

01/10/2011 | divagazioni | di Jean-Claude Van Gogh

USCITE ITALIANE

Red, Robert Schwentke (2010)

Oh, RED, ne ho sentito parlare un sacco bene di RED, persino il Wim ne ha parlato bene, quindi l’ho visto tutto carico e speranzoso ed evviva i vecchi che tornano in auge (tranne Willis, Willis è sempre stato in auge) e ci fanno sognare come una volta. Ma alla fine è un po’ una sola. Sì bravi tutti, sì John Malkovich che sempre ruba la scena, sì le battutone, però poi si prende un sacco sul serio e smette di far ridere, inizia a fare il film di genere ma noioso e lo penso solo io perchè è piaciuto a chiunque io conosca. Forse non capisco un cazzo.
USCITA: 5 Ottobre – TrailerIMDbCompra

Little Big Soldier, Sheng Ding (2010)

C’è Jackie Chan, Jackie Chan è un soldato codardo che s’è inventato alcune diavolerie per fingersi morto e uscire vivo dalle battaglie, Jackie Chan picchia gente, Jackie Chan fa ridere un sacco. Quando l’ho visto al Far East in sala sono partiti diversi applausi spontanei, il punto è che fa ridere davvero, sempre a modo suo ma mai banalmente. E quando picchia lo fa bene, magari non come una volta, ma dignitosamente. Sarebbe stato bello averlo in sala, avrebbe avuto molto più senso.
USCITA: 13 Ottobre – TrailerIMDbCompra

Transformers 3, Michael Bay (2011)

Allora, io sono andato all’IMAX di Pioltello apposta per vederlo. Allora, io abito a 160km da Pioltello, cioè mi son fatto un cazzo di viaggio per andare in quel posto dimenticato dagli Unni che è Pioltello per vedere il terzo capitolo di una saga che m’interessa relativamente poco solo perchè minchia un’ora di botte coi robottoni e la gente che salta dai palazzi in REAL 3D all’IMAX di PIOLTELLO. Allora, dopo essermi fatto un viaggio e aver mangiato del cibo messicano preparato da milanesi sono entrato all’IMAX e MI SFARFALLAVA IL 3D. Ogni tanto, non sempre, ma SFARFALLAVA. E il film m’ha pure fatto due maroni così. SFARFALLAVA E DUE MARONI COSI’. Quindi no, ciao, a Pioltello a vedere i film di Michael Bay non ci vado più. Ora leggetevi una rece sensata.
USCITA: 19 Ottobre – TrailerIMDbCompra

I guardiani del destino, George Nolfi (2010)

Di questo sapete tutto quindi non saprei che dirvi. E’ tipo una storia d’amore un po’ melensa tutta impiastrata di fighissima fantascienza dickiana, coi tizi di Mad Men che invece delle pubblicità fanno porte e indossano ironici cappelli. Ed è bello, minchia se è bello, l’ho pure visto due volte, al cine, mica cazzi. Pure il Casanova pensa sia bello, il Casanova ne sa un casino.
USCITA: 19 Ottobre – TrailerIMDbCompra

Quarantena 2, John Pogue (2011)

I sequel di remake sono materiale rischiosissimo, ma spesso sono meglio dei remake stessi, perchè tendono a staccarsi dal concept originale e andare un po’ per i fatti loro. L’idea che sta alla base di Terminal è quella, cambiare completamente contesto e andare dove l’aria non è stopposa, poi magari lo guardiamo e vi diciamo com’è, che magari è la peggio stopposaggine e i cinque alti non glieli diamo più.
USCITA: 19 Ottobre – TrailerIMDbCompra

Scre4m, Wes Craven (2011)

Questo lo metto solo perchè magari avete i primi tre su qualche scaffale e volete fare i completisti o non vi piacciono i numeri dispari, sennò non ci sono grandi motivi per comprare quest’affare che si prende gioco di noi manco fossimo nati ieri e senza alcun criterio. E niente, qua c’è la rece e non voglio pensarci più. Shhhhh. SHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH.
USCITA: 19 Ottobre – TrailerIMDbCompra

Source Code, Duncan Jones (2011)

OH, BOMBA. Se siete persone dalle palle dorate lo avete già visto, più volte, pieni di gioia, fregandovene dei buchi che tutta la parte fantascientifica si porta dietro e semplicemente godendo di avere treni che esplodo, Duncan Jones e Jake Gyllenhaal nello stesso film. Cioè, abbiamo pure l’intervista noi, a sti due, mica stiamo qua a pettinare le bambole di rambo, ziocane. Il treno non s’è riuscito ad intervistare perchè è esploso prima di riuscire a dirgli cia’. Figata. Vado a rivederlo.
USCITA: 26 Ottobre – TrailerIMDbCompra

USCITE ESTERE

Red White & Blue, Simon Rumley (2010)

Bene, che bello, un filmetto di cui si sente parlare da un po’, un filmetto di cui non so un’emerita mazza, però di rece qua ne abbiamo due (12). Una grande abbondanza, e sono pure positive, quindi magari è bene vederlo sto film, capire se i francesi c’entrano qualcosa e non so, capire cosa ci faccia Noah Taylor in un film horror, che la faccia da film horror mica ce l’ha.
USCITA: 10 Ottobre – TrailerIMDbCompra

The Wild Hunt, Alexandre Franchi (2009)

Questo non l’ho visto ma me ne hanno parlato benone e quindi chi sono io per non dar retta alla gente. Parla di giochi di ruolo dal vivo e gente male che si piglia troppo bene e ci crede troppo e gente bene che si piglia male e probabilmente muore. Male. Probabilmente sarà pieno di critiche e pipponi sulla gente che ha confuso vita vera e giochi di ruolo e crede di essere ancora nel medioevo e caca nei vasi. Tutta sta gente che perde il contatto con la realtà deve avere dei seri problemi, ora scusatemi ma devo andare a salvare l’universo in una cabina telefonica.
USCITA: 10 Ottobre – TrailerIMDbCompra

Mother’s Day, Darren Lynn Bousman (2010)

Questo ve l’ho recensito io, avete capito? Io. Ecco. E mi è piaciuto, abbastanza, poteva essere meglio, ma è comunque una figata. C’entra poco col troma originale e va bene così o sarebbe stato un remake senza alcun senso, che rifare dei troma come dei troma non è cosa possibile e tanto vale quindi cambiare tutto e migliorarli. E poi c’è Rebecca De Mornay. Stop.
USCITA: 24 Ottobre – Trailer IMDbCompra

Tactical Force, Adamo P. Cultraro (2011)

Il punto è che ci sono Steve Austin e Michael Jai White che tirano un casino di pizze in faccia e alle pizze in faccia è difficilissimo dire di no. Vorrei dire di più ma non l’ho visto, quindi ho detto no, e tra l’altro il capo dopo la visione non era molto contento. Certo, fallire un film in cui l’unico scopo è far picchiare gente che picchia per mestiere è un’impresa ardua, ma non si sa mai, c’è gente che è riuscita a fare film brutti con robottoni giganti che si menano per ore.
USCITA: 31 Ottobre – TrailerIMDbCompra

FrightFest 2011: Detention

11/09/2011 | recensioni | di Nanni Cobretti

Conoscete Joseph Kahn? Qualcuno di voi probabilmente lo ricorda come regista di Torque, una roba che doveva essere Fast & Furious sulle moto ma riusciva nella fantascientifica impresa di risultare ancora più tamarro, roba che a confronto il finale di Mission: Impossible 2 era Il braccio violento della legge. Per colpa di Torque, Jospeph ci ha messo otto anni a trovare i finanziamenti per fare un altro film, fino a quando non ha alzato bandiera bianca e deciso di pagarselo con i propri risparmi personali.
Ma non preoccupatevi per lui: questa non è esattamente la solita favola del cineasta indipendente che realizza il suo sogno contro tutti gli ostacoli. Joseph è da 20 anni uno dei registi di videoclip più richiesti sul mercato. Tutti i peggio nomi pop più famosi che vi possono venire in mente, da Enrique Iglesias agli U2 a Britney Spears e Lady Gaga, dai Backstreet Boys di Everybody (Backstreet’s Back) ai Muse di Knights of Cydonia, sono passati da lui. Sfogliare il suo portfolio è come sfogliare la Top 10 di Billboard degli ultimi due decenni, ma ci si trovano anche un paio di cosette fighine per davvero tipo Last Cup of Sorrow dei Faith No More, Living Dead Girl di Rob Zombie e Space Lord dei Monster Magnet. Insomma, aldilà dell’ovvio discorso “Marcus Nispel Puppami La Fava”, i suoi risparmi non sono esattamente noccioline, e a differenza di tanti pietosi ipocriti lui ce l’ha il buon gusto di non vantarsi nè piangere al riguardo. È pur sempre uno che può permettersi di tirare il pacco agli MTV Video Awards, una delle trasmissioni più seguite della Terra in cui era candidato come Miglior Video con l’ultima cosaccia di Eminem, per andare dall’altra parte dell’oceano a presentare il suo piccolo filmetto a una proiezione di mezzanotte con metà del pubblico del festival a casa a dormire, e farlo con l’aria di chi per una volta ha deciso di saltare il solito weekend a Riccione. È uno che davanti a domande tipo “È vero che ci hai messo tre anni a scrivere questo film?” non ha problemi a dire “Beh sì, ma è principalmente perché non avevo mai tempo”.
Il risultato ve lo potete immaginare, ma anche no. Cioè: Detention (da non confondere con l’omonimo film con Dolph) è ovviamente un film che mette stile e umore sopra la trama, ma ciò non impedisce a quest’ultima di essere ampiamente più complicata del dovuto. Provo a riassumerla: un killer, mascherato come il protagonista del teen horror più popolare del momento, sta ammazzando gli studenti di una high school, ma in particolar modo sta puntando la povera Riley (Shanley Caswell) che ha già problemi per conto suo tipo una cotta per il ragazzo più popolare della scuola (Josh Hutcherson), un’amica oca già partita di gran carica col revival anni ’90 (Spencer Locke), uno spasimante nerd con la fissa per le macchine del tempo (Aaron David Johnson) e un preside interpretato da Dane Cook (Dane Cook). La vicenda finirà per buttare in mezzo più svolte di quelle che servono e dare risposte anche a domande che non avevate.

"Wut?"

Ora: Detention mostra due o tre omicidi, con sangue e tutto, ma non è esattamente un horror. Quando dico che c’è più stile che trama, intendo che la trama è una portata normale al ristorante e che lo stile è un cliente che si mangia tutti i piatti su tutte le tavole, tutto quanto è in cucina, tutti gli ingredienti in dispensa e poi chiede se c’è dell’altro (vi è piaciuta questa metafora o ci lavoro su un altro po’?). Immaginate di prendere i film di John Hughes uno in fila all’altro, comprimerli insieme fino a farli durare come un film solo e commissionare un remake del risultato ai registi di Crank. È una tale mitragliata di vezzi visivi, battutacce e riferimenti pop che vi ritroverete completamente desensibilizzati più velocemente di quanto possiate dire “sono troppo vecchio per queste cose”. Non si rimane sulla cresta dell’onda per 20 anni nel mondo dei videoclip se non si è sovrumanamente allineati alle nuove generazioni e Detention, in un certo senso, è Michael Bay’s Mean Girls. Ma una volta desensibilizzati (io, che avendo un’idea di cos’era ero prontissimo a odiarlo, lo ero già al minuto 7) il film diventa un’esperienza lisergicamente affascinante, e non ci vuole molto a rendersi conto che sotto la massiccia corazza di stimoli sensoriali batte un cuore e una mancanza di pretese che tanti film del genere non hanno, e che finisce per conquistare. Joseph Kahn ha fatto tipo otto film in un colpo solo, ma mi venga un colpo se il risultato non ha infinitamente più senso di quel disperato e pateticamente obsoleto grido di attenzione che era Scream 4.
Decisamente non per tutti gusti, ma meritevole di un piccolo culto tutto suo.

C'è anche roba così, per dire

DVD-quote:

“Il vero Scream 4
Nanni Cobretti, i400calci.com

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Per voi esseri umani normali

15/08/2011 | divagazioni | di Nanni Cobretti

È Ferragosto! Negli UK non si festeggia perché non c’è motivo, ma voi dovreste essere al mare. Oppure cotti duri. In questo secondo caso, ho il video che fa per voi: la prova definitiva che Michael Bay è un genio e che, adeguatamente rallentati per venire incontro alle vostre obsolete capacità percettive, i suoi film sono la cosa più bella del mondo. Anche con contorno di musica da fattoni.
Eccola:

Tate Modern presenta: Transformers 3

04/07/2011 | recensioni | di Nanni Cobretti

Voglio farvi vedere questo cartello, che è stato realmente appeso da una catena di cinema americani che proiettavano L’albero della vita:

(pigiateci sopra per ingrandire)

Ecco: sostituite The Tree of Life con Transformers 3, e The Avon (ma non vendevano cosmetici porta a porta?) con I 400 Calci. Togliete anche la storia del rimborso che non c’entra niente. E ok, anche il “deeply philosophical”, se proprio ci tenete. Sostituite “a true art house cinema” con qualcosa tipo “the best website EVAR”. Su tutto il resto ci metto la firma sotto. Consideratelo il nostro disclaimer.

Malick è il mio punto debole. Il mio tallone d’Achille, la mia kryptonite. Lo ammetto. Davanti a Malick rimbambisco e divento come Zed di Scuola di Polizia davanti a Tre nipoti e un maggiordomo, o Stewie Griffin davanti ai Teletubbies. Ok, chiunque davanti ai Teletubbies diventa come Stewie Griffin davanti ai Teletubbies, ma non divaghiamo ulteriormente. I film di Malick sono una di quelle cose che se me li raccontate non vi mando nemmeno a fare in culo, ma vi sorrido, vi dico “sì sì, certo” e poi mi giro di nuovo verso il mio amico e riprendo a discutere se Eto’o si adatterà o meno al nuovo modulo di Gasperini, dimenticando pure che faccia avete. Poi però mettetemici davanti e mi ipnotizzo. Non lo so perché. È irrazionale. Forse un trauma infantile? Chi lo sa. Non ho ancora visto L’albero della vita, ma ci andrò. Ci sono pure i dinosauri!

Il valore di un biglietto

Però intanto ne ho letto, e a quanto ne ho capito non è diversissimo da Transformers 3. Entrambi durano due ore più infinito fratto pi greco per sette al cubo. Entrambi puntano fortissimo sull’aspetto visivo. Entrambi, a loro modo, se ne fottono della narrativa tradizionale. Entrambi ti dimostrano che le convenzioni classiche, qualunque esse siano, non servono a nulla se hai un elemento forte su cui appoggiare e sostenere il film che è capace da solo di tenerti sveglio, attento, incollato, meravigliato. Può essere qualsiasi cosa. Ad esempio in Basic Instinct era la patata di Sharon Stone – chiedete a Mollica. Nell’Albero della vita è… non so, non l’ho ancora visto… i dinosauri? Immagino i dinosauri. Più questo elemento è forte, più sei disposto a perdonare mancanze in altri aspetti più tradizionali. Tutte quelle volte che facciamo recensioni in cui ci lamentiamo che la trama fa schifo o gli attori recitano male… ma lo sappiamo, vuol dire semplicemente che non ci sono abbastanza cazzotti. Dopodiché la differenza tra Terrence Malick e Michael Bay è che Malick non mette la trama perché sa quel che fa, ci ha pensato sopra 55 anni ed è una scelta precisa e consapevole, mentre Bay non ce la mette perché non ci ha voglia, ci avrà pensato su 55 secondi e non so fino a che punto se ne rende conto. Il risultato non cambia.
Sapete inoltre chi è che viene considerato un Grande Autore pur girando film senza sceneggiatura, improvvisati male e alla chissenefrega, ma a cui bastano 10/15 minuti fatti alla sua maniera (a volte anche meno) per farsi perdonare e guadagnarsi il pass di “genio” anche se quei 10/15 minuti si rifanno allo stesso identico e ripetitivo immaginario fin dall’inizio della sua carriera? È un paragone mooolto più calzante di Malick, con il quale stavo solo cercando di essere più attuale. Vi dò un paio di indizi: come Michael Bay viene dal mondo dei videoclip, ma a dire di essere suoi fans si fa miglior figura tra le persone che si vestono bene perché il suo immaginario è low budget invece che kolossal, e di gigante usa solo le mani. Ho svelato fin troppo. Niente di male se lo apprezzate, pace e ognuno per la sua, ma non provate a dire che i concetti che sto descrivendo vi sono estranei.

Ho detto "pace"? Ho mentito.

Ma sto dicendo le cose in modo sparso: partiamo dall’inizio. (more…)

Fast & Furious 5: il migliore della serie

03/05/2011 | recensioni | di Nanni Cobretti

Che certo, messa così è un po’ come eleggere la miglior pizzeria di Londra, ma volevo un titolo grosso. È giusto però a questo punto confermare anche “che gran figatona”.
È inutile negare che Justin Lin e il suo team abbiano compiuto un mezzo miracolo, e trasformato un instant movie sulla moda underground del momento in un franchise che dieci anni dopo è più grosso che mai, e questo nonostante entrambe le star avessero snobbato a turno almeno un sequel. Quanti casi del genere conoscete? Non ricordo tutta questa emozione nemmeno quando Michael Dudikoff si ripresentò a fianco di David Bradley in American Ninja 4.
Le scene chiave per determinare se siete o non siete il pubblico per questo nuovo capitolo sono tre:
1) L’inizio. Come conseguenza del finale del quarto film Vin Diesel va in galera, ma il cartonato a grandezza naturale di Paul Walker e rispettiva morosa Jordana Brewster decidono di deragliare il pulmino dei detenuti costringendolo a sbandare e facendogli letteralmente lo sgambetto con la macchina del Paul. Una voce al telegiornale poi spiega che Vin è l’unico fuggito e che fra gli altri non c’è nessun ferito. Stacco, titolone su fondo nero. A buon intenditor.
2) L’amico Matt Schulze convince Vin e il sagomato di Paul a rubare delle auto da un treno in movimento, e in totale relax descrive il colpo come facile/banale. La conferma di come girano le cose da queste parti, nel caso non aveste capito la scena di prima.
3) A circa metà film, Vin e il sagomato di Paul si guardano in faccia e si dicono: “ci serve un’auto diversa”. Di conseguenza scendono alla corsa clandestina sotto casa, puntano la loro preferita, sfidano il proprietario e… stacco, ed eccoli di nuovo a casa con l’auto appena vinta. Basta con “pimp my wheels” e con le inquadrature vertiginose dentro ai motori: è il segnale definitivo di svolta.
Ma analizziamo nel dettaglio la ricetta vincente.


Più bistecche

Vin Diesel non basta. Dentro Dwayne “The Rock” Johnson, ed ecco di nuovo Matt Schulze, che per quelli che non hanno ripassato il primo capitolo ieri l’altro fa la parte di Vince, l’ex loschissimo migliore amico di Vin Diesel. In totale fanno tre bisonti talmente rigonfi che non riescono a mettersi le mani in tasca.
Vin è recuperato: ormai non avrà più il peso forma dei tempi d’oro, ma ha ritrovato gli occhi della tigre (letteralmente) ed è di un incazzato commovente. The Rock si impegna di brutto e spara ordini a mitraglia, ha un fisico quasi grottesco e suda che è una cosa impressionante. Ma soprattutto è il suo primo vero film d’azione dal secolo scorso ed è bellissimo vederlo rifare la sua mossa caratteristica con cui si rialza in piedi buttando le gambe per aria. La sua scazzottata con Vin non sarà il nuovo Matrix vs. Cooke, ed è inquadrata troppo da vicino (colpa del non professionista Diesel?), ma rimane bella massiccia e per pura quantità di grinta in gioco vorresti urlare “bravi!” e abbracciarli mentre si menano. Matt Schulze fa il suo bravo compito da operaio senza disturbare.

Più cartonati
Individuato in Paul Walker un problema di imprinting ormai insormontabile, si è lavorato di controprogrammazione. Ecco quindi Elsa Pataky, che ho sicuramente già visto in altre cose che non ricordo, ma che qua lascia solo due opzioni: o è clamorosamente fuori ruolo, o è una cagnaccia senza appello. In ogni caso, con la sua anonimità abbagliante, gli occhietti perennemente socchiusi alla Bud Spencer e quel tono piatto metallico con cui non spaventerebbe neanche Chris Evans, è un tale buco nero di carisma che il trucco funziona e a confronto il cartonato di Paul Walker risulta quasi egregio.

Più comprimari
Come anticipato dalla presenza di Matt Schulze, la parola d’ordine – manco fossimo a Star Trek – è recuperare quanti più desaparecidos possibili dagli episodi precedenti. Torna quindi Ludacris, e soprattutto torna Tyrese Gibson. Ce l’avete presente? Fu quello che osò sostituire Vin Diesel nel secondo film come centro carismatico della vicenda, aiutato in regia dal suo migliore amico John Singleton, e per quelle che erano le disastrose premesse fece il suo sporco dovere con decoro. Il suo vero spessore lo si notò poi nella saga dei Transformers, dove c’è anche lui ma ve ne accorgete solo quando controllate IMDb. Qua gli si toglie qualsiasi importanza narrativa, fatta eccezione per un’occhiataccia a Vin Diesel, e lo si riduce alla più classica e sfigata delle spalle comiche.
Dagli episodi più recenti tornano invece quella patata gigantesca di Gal Gadot e il mitico Sung Kang, che sta a Justin Lin come Tyrese sta a John Singleton ma gli si vuole molto più bene.

here I am, stuck in the middle with you...

Il cattivo
Una garanzia: Joaquin de Almeida. Ogni qualsivoglia mezzo discorso a tema dignità viene troncato dal fatto che ha già lavorato col sagomato di Paul Walker in Bobby Z: il signore della droga. Copiaincollo la definizione di “mercenario” dal Devoto-Oli:

a) Zlatan Ibrahimovic
b) uno a cui chiedono “vuoi fare un altro film con Paul Walker anche se la narrativa del franchise rende questa opzione del tutto facoltativa?” e risponde “sì”.

Le corse in auto
E qui sta il succo della faccenda. Non ce n’è. O meglio: ce n’è a pacchi, ma a parte una breve corsetta in simpatia sono tutti inseguimenti classici. Niente più noiosissime corse clandestine con auto fosforescenti in cui vince chi spinge per ultimo il bottone del NO5, sì alle fughe per le strade affollate di Rio in cui macchine vere, molte macchine vere, quasi 200 macchine vere ufficialmente dichiarate a verbale, si sfasciano per davvero con uso del CGI ridotto al minimo indispensabile. Se il primo Fast & Furious era un remake non ufficiale di Point Break con le auto al posto del surf, questo si libera finalmente del lato “sportivo” e si propone come specie di versione grezza, tamarra e sotto steroidi di Italian Job/Ocean’s 11, che in quanto tale tra l’altro presenta un’esilarante differenza tra la preparazione del piano e la sua effettiva, iper-semplificata realizzazione. Si esce dalla nicchia e si comincia a giocare coi grandi, con cose che comprendono tutti, e lo si fa con un’onestà che mancava dagli anni ’80. Interceptor è ancora un’altra cosa, ma oserei ipotizzare che sia per colpa degli stuntman di oggi, da una parte non più abituati a certe follie e dall’altra frenati dalle nuove paranoie legali/assicurative. Il prossimo andrebbe girato in Australia con una crew del posto, altroché.

Justin Lin
Lo sapevate che “Justin Lin” in indonesiano vuol dire “amore”? Se non lo sapevate è principalmente perché non sta su nessun dizionario ufficiale, ma ciò non toglie che.
Il Justin, dopo un paio di film di riscaldamento, oramai sa benissimo quel che fa. Niente ipersaturazioni e tagli epilettici alla Michael Bay, niente pose eroiche e rallenty alla Zack Snyder, niente parkinson-cam alla Paul Greengrass: solo coreografie impossibili girate dritte, serie, efficaci e senza fronzoli. Se il prossimo cinema d’azione viene affidato a lui e/o a suoi emuli, ne vedremo finalmente delle belle.
L’avreste mai detto dieci anni fa, guardando The Fast and the Furious, che oggi vi sareste ritrovati a pensare “non vedo l’ora che esca il sesto”?

Bromance
Tanto abbondante quanto irrilevante.

Il finale dopo i titoli di coda
Avengers Puppate La Fava.

Welcome to BRAZÌU

DVD-quote:

“Il migliore della serie”
“Che gran figatona”
“Vin e Dwayne 3 metri sopra il tetto”
“ecc…”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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Vincere facile: Transformers 3, il trailer

02/05/2011 | news | di Nanni Cobretti

Sappiamo bene che Michael Bay ha la capacità di irritare anche quando potrebbe segnare a porta vuota. Sappiamo anche che, comunque, vada, ho tutti i suoi bluray in collezione e mi riguardo The Island molto più volentieri di, che so, The Peacemaker. Sappiamo inoltre che Michael Bay si era apertamente schierato contro il 3D dicendo che non si adatta al suo stile di regia, per poi analizzare più dettagliatamente il processo con cui i soldi entrano nel suo portafoglio e cambiare idea. Detto questo, e come diretta conseguenza del 3D, una cosa è sotto gli occhi di tutti: il montaggio è notevolmente rallentato. Se tutto il film è così, se John Turturro si lascia umiliare con moderazione, se non ci sono cani piccoli che inculano cani grandi o mamme che mangiano torte alla marijuana, e se Rosie Huntington-Whiteley non ha un ruolo assurdo tipo che so, l’ingegnere aeronautico o la morosa di Shia LaBoeuf… boh, fate voi, io mi porto i fazzoletti. Per me il cinema è stato inventato per questa roba qui.

Speciale Disaster Movie: Le Meteore

23/02/2011 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

DEATH FROM ABOVE

E adesso, uno dei classici del Cinema Catastrofico: la scoperta di un grande corpo celeste (meteorite o cometa) destinato a scentrarsi contro il nostro povero pianeta. Morte assicurata e, fattore importante, non causata dall’uomo. Questo tipo di catastrofe viene infatti vista come punizione divina, flagello inviatoci da un dio collerico che ci vuole punire per i nostri peccati. Impossibile non citare il famoso Meteor (Ronald Neame, 1979) – che metteva insieme un cast stellare composto da Sean Connery, Karl Malden, Natalie Wood, Henry Fonda e Martin Landau – ma soprattutto il vecchio Quando i Mondi si Scontrano (Rudolph Maté, 1951). Il nostro interesse, soprattutto a livello produttivo, va però all’accoppiata Armageddon/Deep Impact. 1998: la DreamWorks del triumvirato Spielberg, Katzenberg, Geffen, annuncia di voler ridare linfa vitale al disaster movie e si butta nella produzione di Deep Impact, affidando la regia a Mimi Leder. Immediatamente quel cialtrone di Jerry Bruckheimer chiama Michael Bay e si mette in scia con Armageddon. Risultato: le due pellicole vedono il buio delle sale americane a meno di un mese di distanza l’uno dall’altro. Ma anche se i film hanno evidenti similitudini per quanto riguarda la trama, i trattamenti sono opposti: fracassone e volutamente esagerato Armageddon, serioso e rivolto al glorioso passato del genere Deep Impact.

ARMAGEDDON, MICHAEL BAY, 1998

La Catastrofe: Un enorme meteorite “grande come il Texas” è in rotta di collisione verso il nostro pianeta. Gli scienziati prevedono che l’asteroide dovrebbe cadere nell’Oceano Pacificio, causando l’immediata, totale distruzione del pianeta.

Gli Indizi che le cose non stanno andando bene: Ci si rende conto che la situazione sta precipitando nel momento in cui cominciano a piovere piccoli meteoriti: piogge stellari si verificano da Pechino alla Carolina, passando per la Finlandia e New York.

La Causa: Pare che una cometa abbia deviato il corso del meteorite, indirizzandolo verso il nostro povero pianeta.

Il Pazzo che predica al Vento: Ci si permette una piccola variante. Il classico pazzo ha qui una funzione differente: non è colui che avverte del pericolo ma non è ascoltato, bensì quello che ha il “merito” di scoprire il meteorite. Karl, un ex marine paranoico che vive da solo in un camper, avvista il meteorite. Contatta la NASA e informa quelli dall’altra parte del filo che vuole che l’asteroide venga chiamato Dottie, come la sua ex moglie. La frase esatta è: “I want to namer her Dottie, after my wife. She’s a vicious life-sucking bitch from which there’s no escape”

Il Cattivo: Curiosamente manca un villain.

Il Piano di Salvataggio: In prima battuta vengono proposte queste tre soluzioni. 1) Costruire un enorme raggio laser per distruggere il meteorite. Sfortunatamente manca il tempo. 2) Far atterrare uno Shuttle sul corpo celeste per poi imballarlo con dei pannelli solari. Non è esattamente chiaro il motivo di questa mossa, ma non è importante. Il piano non passa a un secondo controllo, diciamo così, “scientifico” e viene abbandonato per non causare ai piloti dell’astronave una morte orribile. 3) Polverizzare Dottie con 150 testate nucleari. Questo piano viene abbandonato perché, certo, il meteorite così si distruggerebbe, ma moriremmo tutti in secondi a causa delle radiazioni. Gli sceneggiatori Jonathan Hensleigh e quel peperino di J.J. Abrams la sparano dunque grossissima. Il loro piano è il seguente: mandare una crew di trivellatori scalmanati ma simpaticoni (tra cui: Steve Buscemi, Owen Wilson, Will Patton, Ken Hudson Campbell e Michael Clarke Duncan) senza nessun tipo di addestramento da astronauti, sul meteorite. Una volta arrivati devono trivellare Dottie e far brillare al suo interno una bomba nucleare in modo da dividerla in due. Va da sé che i due pezzi dovrebbero allontanarsi e non entrare in collisione con la Terra.

Si Informa il Popolo: Il povero popolo bove viene informato quasi subito dell’imminente tragedia. La prende sportivamente e tifa forte per quei buzzurri dei trivellatori.

La Tragedia unisce: Il povero Harry Stamper (Bruce Willis), burbero dal cuore d’oro, si riavvicina alla figlia (Liv Tyler) e a quello che gliela scopa, ovvero il suo sottoposto A.J. (Ben Affleck). La famiglia prima di tutto e, mentre in sottofondo passa Don’t Wanna Miss a Thing degli Aereosmith a un volume da crepa nel cervello, tutti prima si guardano con diffidenza per poi capire che è bello stare insieme e volersi bene, soprattutto se siamo tanto diversi, ma sotto sotto simili.

L’Estremo Sacrificio: Sarà proprio il povero Bruce a pagare con la vita per la nostra salvezza. Quando il tempo stringe, resta da solo su Dottie per far esplodere la testate.

Happy Ending: C’è da fare i conti con la morte del protagonista, ma visto che questa è intuibile dopo 15 minuti di film, tutto sommato possiamo dirci felici al giungere della conclusione. La Terra è salva (certo qualche popolo esotico ha perso un po’ di abitanti, ma who cares?), chi si doveva amare si ama, chi doveva stringere virili amicizie ha stretto. Tutto a posto.

Cosa resterà: L’entrata in scena di Bruce Willis che, in barba al political correct, da una piattaforma petrolifera cerca di colpire con delle pallinate da golf dei manifestanti di Greenpeace.

Joe the Plumber (Livello Cafonaggine): 10/10. Tutto urla fortissimo IU ESS EI, IU ESS EI!. Per il lol: i due razzi con cui i trivellatori raggiungono il meteorite si chiamano Freedom e Indipendence.

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DEEP IMPACT, MIMI LEDER, 1998

La Catastrofe: Un’enorme cometa grande con la città di New York, dal peso approssimativo di 500 miliardi di tonnellate (“È più grande dell’Everest!”), è destinata a colpire il pianeta. Le conseguenze sono le stesse del film precedente: Pianeta. Distrutto.

Gli Indizi che le cose non stanno andando bene: Non ci sono eventi catastrofici che annunciano l’imminente fine. Semplicemente accade che l’insopportabile adolescente Leo Biederman (Elijah Wood) passi le sue serate in compagnia di ragazzini diversamente cool a guardare la volta celeste. La scusa è quella di stare vicino a quella che gli piace (una Leelee Sobieski barely legal) ma, visto che il nostro adolescente porta rogna, mette gli occhi su uno strano corpo celeste. Frodo manda foto e dati al professor Marcus Wolf, uno che ha il volto di Charles Martin Smith, caratterista e regista di perle come Air Bud, un film in cui dei cani simpatici giocano a basket. Il professore capisce subito che la cometa è più grande dell’Everest e che è destinata a farci morire tutti.

La Causa: Non esiste una vera e propria causa. Semplicemente la cometa si trova in rotta di collisione con la Terra.

Il Pazzo che predica al Vento: La figura del pazzo saggio che non viene ascoltato dalle autorità competenti non c’è, ma ne possiamo cogliere alcuni tratti nel professor Wolf. Una volta realizzato che la cometa ci ucciderà tutti, l’uomo si scapicolla in macchina per avvertire la NASA. Sfortunatamente quest’uomo con la verità in tasca si schianterà contro un camion perendo all’istante. Con lui muoiono anche le informazioni che ci avrebbero potuto salvare.

Il Cattivo: Anche in questo caso manca un villain.

Il Piano di Salvataggio: Gli Stati Uniti si alleano con la Russia e costruiscono immediatamente un razzo – chiamato Messia – con cui raggiungere la cometa, che si vuole poi far deflagrare con otto ordigni nucleari. Sfortunatamente però questo primo piano risulta inefficace. Anzi, quasi peggiora la situazione. La cometa si divide in due meteoriti – uno molto grosso e uno piccolo – che mirano decisi verso di noi. Fail. Per cui, in attesa dell’inevitabile impatto con la cometa piccola, si aspetta che quella grossa sia il più vicino possibile alla Terra per poi bombardarla con dei razzi Titan. Quando anche questo piano fallisce ci si prepara al peggio, ma il genere impone un happy ending. Di cui vi parleremo più sotto. Nel frattempo però nel Missouri viene scavato un intricatissimo sistema di gallerie sotterranee e che saranno attrezzate per permettere a un milione di persone – tutte sotto i 50 anni – di vivere sottoterra fino a quando la superficie terrestre ritorni abitabile. 800.000 vengono selezionate a caso. Le restanti 200.000 sono invece persone che il governo degli Stati Uniti ha reputato indispensabili. Non solo politici e ricconi, ma anche artisti, scienziati, filosofi e quel rompicoglioni di Elijah Wood.

Si informa il Popolo: Problema cruciale. La pellicola inizialmente sembra un thriller complottistico del 1974. Jenny, una giornalista interpretata da Téa Leoni, indaga su uno scandalo sessuale legato al mondo politico. Per caso mette gli occhi su un nome sospetto: Ele. Ma Ele non è il nome di una massaggiatrice, ma un acronimo che sta per Extinction Level Event. Insomma, sta per succedere il patatrac e per ora ne sono a conoscenza solo i domiciliati alla Casa Bianca. Ma visto che la stampa si intromette, bisogna vuotare il sacco. Sarà proprio il Presidente degli Stati Uniti (il saggissimo Morgan Freeman) a informare la popolazione. La gente la prende con una certa sportività.

La Tragedia unisce: L’unione che si cementa proprio grazie alla tragedia è quella tra Elijah e la sua fidanzatina Sarah. I due, giovani e innamorati, rappresentano il futuro dell’umanità. Se non fosse chiaro il concetto, i genitori di lei – due vecchi che giustamente non vengono accettati nelle gallerie del Missouri perché VECCHI – affidano loro il fratellino in fasce della Sobieski. Così i due hanno già prole, senza manco aver consumato. Nemmeno in Seventh Heaven.

L’Estremo Sacrificio: Anche in questo caso le similitudini con Armageddon si fanno palesi. Se in quel caso era Stamper/Willis a morire per salvarci, qui è tutto l’equipaggio del Messia che, su invito del vecchio e saggio comandante Spurgeon Tanner (il grandissimo Robert Duvall), muore per causare l’ultima esplosione, quella che ci salverà da morte certa.

Happy Ending: Anche se sono in milioni a lasciarci la pelle a causa dell’impatto della cometa più piccola (tra le altre cose si forma un’onda di più di 400 metri d’altezza che spazza via gran parte delle coste dell’Atlantico) molti altri si salvano. Le ultime inquadrature, che alternano vedute di vallate alla ricostruzione della Casa Bianca, fanno ovviamente sperare per il meglio.

Cosa resterà: La sequenza in cui la grandissima Vanessa Redgrave si veste a festa per poi suicidarsi, è bellissima. Se lo scopo del film della Leder era quello di omaggiare i migliori disaster movie degli anni ’70, be’ qui ci riesce alla grande. Ottimi anche gli imbarazzati discorsi del Presidente che comunica i continui fallimenti dei loro piani.

Joe the Plumber (livello cafonaggine): 6/10. Il sapore retrò della pellicola la differenzia da quello spot repubblicano che è Armageddon.

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