Sapete chi è che butta fuori horror addirittura peggiori di quelli prodotti da Michael Bay? La Screen Gems (Sony). Un esempio: The Covenant. E sapete chi è che li dirige persino peggio di Marcus Nispel? Nelson McCormick. Un esempio: Che la fine abbia inizio. E sapete chi ha scritto tutti i filmacci finora citati, compreso Il segreto di David di cui vi parleremo oggi? J.S. Cardone. E sapete chi traduce i titoli originali peggio degli italiani? I cinesi. Ma infondo forse nemmeno loro.
L’originale Stepfather – Il patrigno, dell’87, era un piccolo cult dalla sceneggiatura piuttosto bucherellata ma dominato dal suo protagonista, l’aitante Terry O’Quinn, oggi più famoso come John Locke in Lost (a proposito: nella bara c’è lui! Come dite? È uno spoiler vecchio? E che ne so, chi l’ha mai guardato Lost).
La nuova versione azzecca il protagonista, l’ottimo Dylan Walsh di Nip/Tuck, con quegli occhioni azzurri che fanno innamorare le casalinghe dietro ai quali mai e poi mai potresti pensare che si cela uno psicopatico mica normale. Il problema è che, se Terry O’Quinn metteva onestamente una certa strizza, la sceneggiatura di J.S. Cardone fa del personaggio di Walsh un autentico povero pirla con la freddezza e l’acume tattico di un bambino di 6 anni. Innanzitutto per i primi 45 minuti dice “famiglia” ogni tre parole, al che pure il pesce rosso dei vicini capisce che sotto c’è qualcosa che non va. Poi, alla faccia della lieve svista, confonde il nome della figlia inventata nel giro di due frasi consecutive. Poi, alla faccia dell’inafferrabile camaleonte, non ha un briciolo di documento falso per sostenere i suoi multipli cambi di identità, per cui rischia l’incastro semplicemente perché accetta un posto di lavoro ma non sa come compilare il modulo per ricevere la busta paga. E infine ammazza gente senza uno straccio di premeditazione tattica, a caso, quando gli scappa l’urgenza, senza preoccuparsi di non lasciare tracce e in un’occasione addirittura con i figliastri presenti al piano di sopra. Uno così non solo non terrorizza per un cazzo, ma fa una gran compassione e ti chiedi come abbia fatto a non finire in galera al primo schizzo. Il fatto è che di fronte gli mettono una Sela Ward stordita grave, e soprattutto Penn Badgley di Gossip Girl, talmente stoccafisso che in confronto Hayden Christensen pare Jim Carrey.
Per cui non rimane che confermare che sì, l’unico motivo per cui eventualmente subirsi questa vaccata è Amber Heard in uno dei più sfacciati e gratuiti ruoli da arricciacazzi che io abbia mai visto. Praticamente ha due sole funzioni: 1) evitare che Penn Badgley parli da solo; 2) arrapare i pre-adolescenti facendosi inquadrare soltanto in pose provocanti e alternando esclusivamente – con l’unica eccezione del finale (giuro, l’unica) – bikini con mutandine e canotta. A 12 anni sarei probabilmente svenuto. Fate voi.
"Sì Nanni, sono pronta per l'intervista, quando arrivi entra pure senza bussare. Un bacione."
DVD-quote suggerita:
“Buono a malapena per un breve dibattito negli spogliatoi prima dell’ora di ginnastica”
Nanni Cobretti, i400calci.com
Perdonatemi ma non mi sento con la coscienza a posto se non scrivo una difesa di 2012.
Dei tre bombardaroli scemi di punta (ci metto arbitrariamente Bay e Sommers), Roland Emmerich è ufficialmente quello che preferisco.
Di Bay ammiro la naturalezza incredibile con cui costruisce scene epico-patinate densissime e impossibili, ma su tutto il resto sta progressivamente degenerando nella sciatteria più strafottente, avallando un umorismo che ha messo in allarme Neri Parenti e lasciando il resto nelle mani di attori provvidenzialmente capaci di improvvisare. Sommers potrebbe dire la sua se non fosse che nei suoi ultmi film gli effetti speciali erano indecenti, cosa che tradisce un po’ il senso dell’operazione alle sue stesse fondamenta.
Emmerich invece è spinto da profonda passione per la struttura narrativa hollywoodiana classica proto-spielberghiana. Non è autoironico, non è sciatto: a lui ci piace proprio così. È probabilmente la replica fedele dei film che guardava da bambino nel suo piccolo paese crucco, nell’equivalente crucco di Italia1, intanto che faceva colazione intingendo würstel in una tazza di Krombacher (so che Roland apprezzerebbe questi stereotipi macchiettistici).
Pensateci: i film di Bay durano due ore e mezza per via di quegli inserti narrativi/dialogati che è costretto a infilare di prepotenza tra un’esplosione e l’altra, in cui il nostro tira fuori il peggio di sè non solo come regista ma proprio come essere umano. Quelli di Emmerich invece lo fanno perché c’è tutta un’epica che lui si ostina a seguire, tutte le regoline di genere, tutta la gamma di personaggi (sono sicuro che chi ha fatto il classico sa spiegare questa cosa con termini tecnici specifici in greco) che attraversa tutto lo spettro ruolistico possibile: il Presidente eroe, il consigliere losco, lo scienziato, l’uomo facoltoso, l’uomo comune, la famiglia finto-disfunzionale, il matto buffo…
una metafora su (inserire qui)
È un classicismo in cui Emmerich si va sempre più raffinando, e 2012 si può considerare il suo film definitivo, che incrocia gli elementi chiave di Independence Day con quelli di L’alba del giorno dopo. Non dimentica un luogo comune che sia uno, e non lo fa per sovvertirli/sfotterli/omaggiarli, ma proprio con l’obiettivo di replicarli tutti così come ci hanno insegnato: il barbone profetico col cartello “La fine è vicina”, il salvataggio del cane, la situazione mortale risolta all’ultimo secondo, il karma al 100% di efficacia, tonnellate e tonnellate di dialoghi espositivi… in un certo senso autorialmente parlando è il Clint Eastwood del disaster-movie (sì, mi andava questa bestemmia a gratis).
L’indizio maggiore di tale ostinazione sta nell’interpretazione di Woody Harrelson, uno che in qualsiasi altro film con un ruolo da picchiato in testa del genere avrebbe rubato la scena, ma qua viene schiacciato, soffocato, costretto con la forza ad eliminare sfumature e attenersi al minimo comun denominatore. E lui lo fa con invidiabile professionalità mista a palpabile rassegnazione. E parlando di soluzioni classiche, a me poi fa morire anche il tizio che hanno assunto solo per fare le facce buffe quando nel finale si stanno per schiantare contro l’Everest (era uno spoiler). Sembra un ruolo del cazzo, ma quell’uomo in realtà aveva il peso di tutta la scena sulle spalle – ma che dico la scena, quasi tutto il film. L’efficacia di quel fondamentale momento di tensione era direttamente proporzionale a quanto il nostro fosse stato capace di mostrare la più cartoonesca emotività possibile. Mi immagino Emmerich che gli diceva “fingi di essere una 14enne il cui cantante preferito sta per vincere X Factor”.
bravo!
E insomma, a me queste cose conquistano. Da una parte perchè ho un debole irrefrenabile per l’accumulo scientifico di stereotipi, e dall’altra perché una merda fatta con passione sarà sempre più divertente di un Ferrero Roché fatto in serie. Che ovviamente Roland vorrebbe segretamente essere Spielberg ma, nonostante tutti questi elementi meticolosamente sincronizzati, alla controprova dei fatti riesce ahimè nell’impresa di succhiare fuori qualsiasi sottospecie di coinvolgimento genuino, ed emozionalmente parlando il film pare più una tesi di laurea in disastrologia che altro. Ma visto la domenica dopo pranzo con tutta la famiglia è uno spettacolone che non si discute.
Infine, questo è il punto in cui – se ce ne fosse bisogno – confermo che la scena del crollo della California è una delle cose più mondiali che abbia mai visto in vita mia, e che da sola vale il biglietto di mille film. Ritmo incalzante + inquadrature larghe + montaggio chiaro + viene giù TUTTO = mascella a terra per 10/15 minuti.
A ciò si aggiunge l’incredibile semi-profezia per la quale nel film al Primo Ministro italiano crolla S.Pietro in testa, mentre nella realtà gli è arrivato il Duomo di Milano nei denti.
Epico.
DVD-quote suggerita:
“Il Manuale del Disaster-Movie Definitivo”
Nanni Cobretti, i400calci.com
Metà dicembre e ancora non ho finito di parlare dei film del FrightFest, che era ad agosto. Sono un vergognoso. E questo non è neppure l’ultimo che mi è avanzato, ma ci tenevo particolarmente.
Ah, i remake… Chi se lo ricorda l’originale Night of the Demons? Era una chicca anni ‘80 niente male, che godeva di una premessa divertente (gruppo di giovani posseduto da demoni in casa abbandonata durante Halloween), di una Linnea Quigley in gran forma e di una scena memorabile quale quella in cui una demonessa si preme un rossetto contro il capezzolo fino a farlo rientrare letteralmente nella tetta. Neanche Moana lo sapeva fare.
Il regista/sceneggiatore Adam Gierasch aveva già dimostrato con Autopsy di essere magari ancora un po’ acerbo, ma non l’ultimo dei cretini (se ignoriamo che ha messo le mani anche sullo script di La terza madre), e approccia la materia con grande licenza creativa mantenendo la premessa di base, ma stravolge tutto il resto conservando giusto la scena del rossetto nella tetta, nonché una comparsata di Linnea Quigley che a 50 anni ancora mostra il culo in primo piano con orgoglio.
Ma la cosa migliore è che Gierasch è un talento finalmente sbocciato, e questo Night of the Demons gli esce grintoso e ispiratissimo. Scordatevi la roba col marchio Michael Bay: questo è forse il primo remake della nuova ondata per il quale la stessa definizione di remake è una gabbia che non merita. Gierasch infila un ritmo punkeggiante, dialoghi brillanti e una situazione ben costruita dietro l’altra, facendo soprattutto respirare quella rilassata aria di libertà che è propria dei progetti migliori. Rispolvera una Shannon Elizabeth al top della forma e meritevole di immediato ripescaggio in film che contano, e ci sbatte un Edward Furlong ingrassatissimo ma volenteroso e più che presentabile.
E a conti fatti – oso dirlo? dai su, che non stiamo parlando esattamente di un capolavoro – supera l’originale.
In conferenza, Gierasch – che co-scrive con la moglie e si fa pure produrre da lei, per cui spegnete subito l’allarme sessismo – ha dichiarato di aver accettato il lavoro solo dopo aver posto come unica condizione il permesso di girare una scena di sesso anale tra demoni. Ovviamente c’è, e c’è anche dell’altro. Abbiamo un nuovo idolo.
Possibile che con tutte le scene fighe che ci sono l'unica foto pubblicitaria che ho trovato su Google è questa?
DVD-Quote suggerita:
“Sesso anale tra demoni! Rossetti nei capezzoli! Punk rock! Che volete di più? Il culo di Linnea Quigley? C’è pure quello!”
Nanni Cobretti, i400calci.com
Se domandate a me rispondo Rob Zombie. Se invece chiedete a Tony Macello probabilmente vi farà il nome di Marcus Nispel. Cioè, magari non è che vi sa dire proprio il nome esatto, però intende proprio lui: Marcus Nispel. Che nome strano. Se lo pronunci tre volte di seguito, ti sembra di aver imparato i rudimenti del Klingon. Quando sono andato a vedere il suo Non Aprite Quella Porta, nell’ormai lontano 2003, ero rimasto sconvolto dal fatto che il fotogramma atto a dividere il primo dal secondo tempo indicava proprio il suo nome. Marcus Nispel’s Non Aprite Quella Porta. Maccosa. Ma chi sei. Eppure è (andata) così. Questi primi dieci anni di horror fanno capo a Marcus Nispel. Perché? Cos’è successo?
Sono anche esteticamente bizzarro. Più Autore di così...
Come già detto da Dolores, la pratica produttiva che più ha influito sul genere in questo primo decennio è sicuramente il remake/reboot. Ormai bisogna fare la conta prima di cominciare a girare. Celo, celo, manca, finisco l’album. Inutile prendersi in giro: l’horror ha riacquistato una dignità agli occhi dell’industria, grazie agli incassi stellari di alcuni titoli. Che sono i remake. Non certo gli exploit spagnoli, francesi o i nomi come Neil Marshall. Le sale si riempiono grazie al marchio di fabbrica, al franchise.
L'effetto Norimberga.
Ricordo lo sdegno – da fan – alla notizia di un ringiovanimento di un film come Non Aprite Quella Porta. E ricordo, all’uscita dalla sala, di aver capito che c’era qualcosa che non andava in quello che avevo appena visto, ma era chiaro che Marcus Nispel aveva colto nel segno. Tutto quello che è venuto dopo (e paradossalmente, quel poco che era arrivato prima) ha poi seguito una precisa direzione, diciamo una linea editoriale ben definita. Ed è stato proprio Marcus Nispel (nome che se pronunciate quattro volte di seguito suona uguale uguale a Mai – col – Bei) l’uomo che ha tracciato quella linea. Il mio amico Tony Macello, più che giustamente, è omo semplice: quando va al Cinema, per citare una sua frase, “non vuole essere rotto il cazzo“. Non aspettatevi però che noi si critichi le sue aspettative o i suoi desideri. That’s il genere, baby. Le cose funzionano così. A noi vecchi tromboni sembrerà triste ma, se propongo a Tony Macello di vedere un film del 1974, mi mette le mani in fazza. Lui vuole vedere altro. Passati i trent’anni, e raggiunto lo status di Mito, un film è pronto per il trattamento. Nel momento in cui risulta indigeribile per qualcuno, ci si sente in dovere di riadattarlo. Ma bisogna seguire delle regole che rendano il prodotto accettabile a tutti. Il teutonico Marcus Nispel sa come si fa. Non è difficile. Se avete la pazienza di seguirmi, vi svelo il trucco. Continua a leggere »
Sta per finire il decennio! Lo sapevate? Davvero lo sapevate già? E chi ve l’ha detto?? Siete troppo informati, dev’essere merito dell’internet.
Bando alle ciance: a noi di fare le classifiche non ci va. O magari ci va anche, perché no. Diciamo solo che non vogliamo sentirci obbligati. Cazzo volete. E allora abbiamo deciso che 1) sì, celebreremo la fine del decennio ma 2) lo faremo ognuno di noi della magnifica enorme professionalissima redazione singolarmente come meglio crede, classifiche o discorsi che siano, in cui affronteremo taluni aspetti di questi “cazzo di anni Zero” (come in quella famosa canzone di Vasco Bronson, meglio noto come “Il giustiziere della centrale elettrica”) che secondo noi hanno senso.
Via col pezzo di oggi:
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I vecchi nati negli anni Settanta/Ottanta sono cresciuti sapendo che esistevano cose chiamate “sequel”, che queste cose si agganciavano ad altre cose venute prima, e che raccontavano cose successe dopo quelle altre cose. E la vita continuava. Eravamo felici e senza pretese, come nani di gesso nel giardino dell’Eden.
Gli anni Zero invece hanno cercato mille nuovi modi per venderci i capitoli 2. Questi mi sembrano i più rilevanti, nel bene e nel male.
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Hollywood e il realismo sociale.
Riportando tutto a casa. Non è stato il primo, ma il suo successo ha spianato la strada al filone (e ha aperto discussioni sulla moralità di inquadrare stretto il culo di Jessica Biel prima di un omicidio): Non aprite quella porta 2.0 ha cacciato nel nostro vocabolario la parola reboot. Cioè il rifacimento di un classico o semi-classico, che mette nuovi personaggi in uno scenario familiare, con la pretesa di ripartire da zero e poi generare capitoli collegati solo a se stesso. Quando va bene fa conoscere cose belle e importanti a una nuova generazione di pubblico. Quando va così così è un modo temporaneamente più simpatico di dire remake. Quando va malino i giovani non imparano un cazzo e i vecchi escono dal cinema sapendo che per Alexandre Aja Le colline hanno gli occhi è “una storia di coraggio e sopravvivenza”. Quando va male arriva Michael Bay. Grazie a Dio almeno su Il buio si avvicina dovrebbe aver mollato l’osso. Perché “assomiglia troppo a Twilight”, però.
Boo.
So long fried rice, hallo fried chicken. The Ring ha funzionato per l’effetto novità, per come sabotava certe aspettative in tema fantasmi e perché saccheggiava le cose migliori di trenta altri film che non si chiamavano “Ringu”. Perciò qualunque roba fosse mai stata proiettata in un angolo della Micronesia è stata adattata per il mercato americano – ma solo parzialmente adattata, sperando di trattenere un po’ dell’originale. Risultato: migliaia di giappi obbligati a farsi la cresta o i colpi di sole per non essere confusi tra loro e sceneggiatori che facevano i salti mortali per spiegare gli anda e rianda di trame concepite al di fuori della “nostra” logica (e con porte aperte in faccia alla sospensione dell’incredulità tipo Sarah Michelle Gellar assistente sociale a Tokyo). Poi la gente ha deciso che di donne con i capelli davanti alla faccia e bambini-gatto se n’era visti abbastanza e i produttori hanno iniziato a puntare sull’Europa del Nord (buona fortuna). Se Scorsese si è fatto mangiare in testa da Andrew Lau comunque c’è stato qualcosa di profondamente impari nella procedura.
Il parere di Briana Evigan.
Malcolm X 2: la commercializzazione. Cedere al tuo produttore i diritti dello sfruttamento su titolo e personaggi può sembrare una clausola accettabile, se di mestiere fai film per quella che Nanni Cobretti chiama “gente con gli occhiali”, e allora pensi “ma sì, guardiamo avanti, tanto questa storia è auto-conclusiva”. Sbagliato. Se il tuo film ha incassato mezza lira, qualcuno cercherà di cavarne fuori un altro quarto di lira: se il protagonista è MORTO SCHIANTATO, si va giù di prequel o di spin-off. Ma c’è sempre bisogno di imbastire qualche legame con l’originale. Legami che forse ci sarebbero sembrati accettabili per uno spaccatutto con tette e mannaie, e dimostrano la loro fragilità e inseriti in un contesto wannabe intellettuale e “diverso”. S. Darko è il caso più macro, ma non il solo. Al cinema non esistono cose tipo un unico fiocco di neve. (E ringraziate che nessuno ha ancora girato Fight Club 2: I Am Jack’s Unquenchable Need To Make Sense.)
A quel punto Rob Zombie esce da dietro la porta con le mani in alto e dice "non è come sembra".
Con una mano sul volante e l’altra su Wikipedia. Non sono mai riuscita ad appassionarmi alle pseudo-scopiazzate della Asylum, ma in fondo di situazioni simili la serie C ne ha sempre viste. Gli stunt-movies invece sono figli di questo decennio: film che in senso stretto non rifanno nient’altro, però esistono solo per ricostruire con affetto (e nei dettagli) un’atmosfera o un sapore del passato. E là dove gli anni ‘90 sceglievano la parodia, gli anni Zero ci hanno portato operazioni serissime come The House Of The Devil. Una tendenza che non si è fermata anche quando l’esplosione del DVD ha reso accessibili gli articoli originali: il gioco si autoalimenta, in un’unica lunga partita a com’era-com’è. Punti extra vanno ai film mal rieditati per litigi su chi ha i diritti o difficoltà con le royalties della colonna sonora, e quindi destinati a una notorietà smisurata proprio perché vivono quasi soltanto nella tradizione orale. (Voi l’avete mai visto La notte della cometa? Però sapete cos’è, vero? E se domani qualcuno dicesse “per il mio film mi sono ispirato molto a La notte della cometa”, non correreste a vederlo?) Continua a leggere »
Che ormai il cinema di genere, l’horror nello specifico, sia stato totalmente sdoganato è un dato di fatto. Nei festival di mezzo mondo ormai la proposta di titoli di genere è altissima, e la parte più becera e divoratrice dell’industria non vuole certo rimanere all’asciutto. Micheal Bay ha fatto capire che con i remake dei classici è possibile incassare in un solo weekend cifre simili al p.i.l. di un qualche staterello africano, e giustamente ora si tenta di sfruttare il tutto fino in fondo. Zombieland da un certo punto di vista è il peggio che si possa immaginare: è come beccare George A. Romero al Plastic di Milano. È uno zombie con una felpa gialla e una magliettina a righe.
I Bloody Beetroots sono il nuvo punk. Basta cò ste chitarre. La cassa dritta è hype.
L’idea di base, quella che ha convinto qualcuno alla Columbia (e quella che mi aveva messo in guardia), è questa: prendiamo “la teen commedy fatta di ragazzini diversamente cool intelligenti e chiacchieroni che si innamorano ma non sono ricambiati ma poi visto che sono simpatici e sotto sotto pure scaltri a un certo punto vengono ricambiati” e la ibridiamo con gli zombie. Tutto qui? Tutto qui. Perché? Perché mi hanno detto che gli zombie buttano. Sei sicuro? Sicuro, fidati. La sorpresa è che Zombieland è comunque un buon film.
Allora: non è una semplice operazione di rip off della horror comedy inglese (un titolo per utti, l’inarrivabile Shaun Of the Dead). Qui siamo oltre. È il post indie smart. È come quel film dove a un certo punto per far capire che si tratta di un film indipendente, ti piazzano un adesivo della Rough Trade nell’angolo basso sinistro dello schermo. Ma, colpevoli anche dei titoli di testa clamorosi e un inizio folgorante, dopo pochi minuti il trucco funziona e (anche io che sono uno troppo sgamato) si finisce per considerare il tutto come un buon prodotto. Perché? Perché comunque il film -- prima sceneggiatura per il grande schermo della coppia Rhett Reese & Paul Wernick- è scritto molto bene. Fondamentalmente sfrutta l’idea di una rilettura delle regole del genere per -- scusate il bisticcio -- stilare una serie di regole per sopravvivere al diffondersi degli zombie: controllare sempre il sedile posteriore, non usare mai i bagni pubblici, assicurasi sempre di aver ucciso lo zombie prima di dargli le spalle… Cose del genere. Con un occhio ai libri di Max Brooks, si riesce a guardare al genere con una certa consapevolezza. Ma si riesce a dire anche qualcosa di non banale sul classico rapporto/similitudine viventi e morti viventi: la desolazione e la solitudine causata dal diffondersi dell’epidemia, è molto simile a quella che i “nerd” vivono sulla loro pelle tutti i giorni. Insomma, coloro che non sono accettati dalla massa hanno più possibilità di sopravvivere.
Aggiungiamoci anche che il lavoro dell’esordiente Ruben Fleischer dietro la macchina da presa è tutt’altro che piatto e anonimo, ma che ha invece un ritmo e una vitalità invidiabili. E ancora: è innegabile che l’alchimia tra il nerdacchione Jesse Eisenberg e il tamarrissimo Woody Harrelson funziona e i due insieme fanno ridere (al contrario di Emma Stone che, oltre a fare una serie di cazzate che in un film così ben scritto lasciano veramente a bocca aperta, fa poco ridere.) E ancora: non possiamo dire nulla, ma c’è una sequenza con un attore a cui tutti noi vogliamo bene che solo a ripensarci mi viene da battere le mani fortissimo per la felicità.
Vuoi dire che non ti è piaciuto il mixtape che ti ho fatto?
Insomma… incredibilmente mi trovo nella condizione di scrivere che Zombieland è un film esilarante. Adorabile. Di quelli che avrà anche qualche pecca che noi integralisti che stiamo dietro al genere da prima di te non possiamo certo non notare, ma che ti viene voglia di rivedere appena partono i titoli di coda.
“Sarei stato contento di scrivere che è brutto e invece è bello ”
Oggesù che titolo di post orribile. Ma chi l’ha scritto, Ligabue? Scusate.
Passiamo al dunque. Questo è Freddy:
ciaoooo... <3
Com’è? A me non dispiace. È esattamente come avevano promesso. Fedele nel look, ma con bruciature più realistiche.
Mi verrebbe da dire che è più spaventoso, poi mi ricordo che è una produzione Michael Bay, e che spaventare non è tra gli obiettivi prefissati.
Abbiamo anche il primo trailer per questo pericoloso remake di Nightmare on Elm Street, e l’idea è la stessa: sembra promettere, finché non ti ricordi che è una produzione Michael Bay, e che l’unica cosa che gli importa è una fotografia patinata e attori presi da un catalogo della Balls Agency.
Fa piacere comunque che abbiano mantenuto alcune delle inquadrature storiche dell’originale, e la versione non ironica del Freddy di Jackie Earle Haley dopotutto mi incuriosisce.
Giudicate anche voi:
Uno dei motivi che finora ha salvato Michael Bay da un numero di critiche adeguatamente argomentate è stata la mancanza di concorrenza. Finora coi robottoni ci ha giocato solo lui, per cui si accetta ciò che si riceve più o meno senza fiatare. Ma era ovvio che la pacchia fosse destinata a durare poco.
In attesa di Voltron e Robotech, già annunciati, il primo a farsi trovare pronto è stato Jeffrey Lau, autore del buon vecchio Chinese Odissey e produttore di Kung Fusion. Ed è soltanto giusto che la risposta a Bay arrivi dall’Oriente, così come sono contento che da quelle parti preferiscano esercitarsi su un “originale” prima di cimentarsi con i Classici, perchè quando si sentiranno pronti per un Goldrake/Mazinga/Jeeg Robot D’Acciaio sarà il giorno in cui Hollywood si inginocchierà sconfitta supplicando pietà.
Ad ogni modo, il titolo di questo primo esperimento (escludendo il Yattaman di Miike, altro filone) è di quelli che non hanno bisogno di ulteriori spiegazioni.
Ecco a voi Kung Fu Cyborg:
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Lo so che tra di voi ci sono grossi intenditori di robottoni giapponesi, per cui vi chiedo, aldilà dei classiconi sopracitati (a cui aggiungerei un Daitarn 3), quali sono i robot “minori” che vi piacerebbe vedere adattati in un kolossal live action coi controcoglioni? Io andavo matto per Gordian, Daltanious e gli Astrorobot.
Un tempo Kevin Williamson era un nome importante. Adesso non lo si sente quasi più nominare, ma alla fine dei ‘90, per tutti noi appassionati di horror, era uno grosso. Grazie a una sua sceneggiatura era riuscito a farci amare ancora Wes Craven (il quale l’anno prima aveva diretto quella megacazzata che è Un Vampiro A Brooklyn… che vabbeh, ma se fai scrivere i film a Eddie Murphy…), ma soprattutto aveva riportato in auge lo slasher. Parliamo ovviamente di Scream. E noi tutti felici e contenti, figurati. Solo che non avevamo considerato le conseguenze… E l’idea dello smantellamento delle regole del genere cinematografico, di conseguenze nefaste ne ha avute. 1) La tua ragazza non ha mai visto Halloween. Fiero e contento di poter avere l’onore di aprire le porte della percezione a una persona, le mostri il film. E la reazione è “Ah, ma è come in Scream!”.
2) Da lì a poco, lo stesso procedimento è diventato parodia. Si potrebbe azzardare che da un certo punto di vista non c’è tanta differenza tra Scream e uno Scary Movie. Che difatti inizia parodiando proprio Scream. (E Se cerchi Scary Movie su imdb il primo risultato che esce è Scream…) Poi, per un lungo periodo, di film horror metacinematografci non ce ne sono più stati. Forse però qualcosa sta cambiando. Di Baghead abbiamo già detto, da poco è stato è annunciato Scream 4 e un paio di anni fa è uscito Behind The Mask: The Rise Of Leslie Vernon.
Una troupe cinematografica decide di girare un documentario su uno dei killer più crudeli del mondo. Paragonato a Freddy, Jason e Michael, Leslie Vernon è un ragazzone apparentemente normale, anche simpatico me in realtà è uno di quelli che si mette una maschera, dei vestiti logori e, falcetto in mano, esce nottetempo con lo scopo di fare a fettine giovani che passano le serate in isolate case in campagne a due piani + scantinato, a fumare le canne, andare a prendere le birre, chiudersi in camera a fare sesso.
Quello che ci viene mostrato dunque è il dietro (la maschera) le quinte: come vive un boogeyman? Terrorizzare e massacrare è una cosa che si improvvisa? No, ovviamente no. Bisogna prima di tutto avere una storia di sangue alle spalle. Poco importa se è costruita a tavolino o è vera: avere un bel trauma infantile alle spalle con tanto di spargimento di sangue e violenza, aiuta. Bisogna allenarsi: correre dietro le proprie prede, fare appostamenti notturni, mollare orribili fendenti con pesanti armi da taglio, non è come stare a casa a scrivere sul computer. Bisogna sapere scegliere le proprie prede, avere un motivo per attaccarle e pianificare il tutto. I più disturbati (quelli più forti…) hanno anche una nemesi da tenere a bada, solitamente uno psicanalista che arriva sempre sul più bello con tanto di pistola. Quando per metterti in salvo decidi di andare verso quel vicolo buio dove inevitabilmente l’assassino è lì ad attenderti, tu non lo sai, non ci pensi, ma dietro c’è un vero e proprio lavoro. Insomma, c’è chi è bravo e diventa una leggenda e c’è chi invece, anche se s’impegna, non può ambire ad altro che un articolino su qualche giornale locale. Mica a decine di film, remake prodotti da Micheal Bay ecc…
mi si nota di più se spunto fuori di colpo o se mi metto in controluce in posizioni forzatissime?
L’idea è quella del mockumentary con conseguente svelamento delle regole del genere. Un Babau che ti spiega che la vergine, la survivor, quando si nasconde nell’armadio, è come se fosse dentro a un utero materno, pronta a rinascere “guerriera”, pronta a impossessarsi della sessualità (lunghe armi da taglio che simboleggiano il sesso del cattivo) per combattere il Mostro. Ogni tanto il tutto funziona, non solo a livello – diciamo così – teorico. Se è vero che è divertente far dire a un serial killer “non capisco come mai questi ragazzini non si buttano mai dalla finestra a piano terra, ma appena possono si scagliano da quella del secondo piano…”, spesso lo stile documentaristico va a sovrapporsi con i meccanismi della suspense tipici dello slasher (vd. la sequenza in biblioteca). Il problema è che – come già all’epoca per Kevin Williamson – lo scherzo, lo sbugiardamento che diventa innocua parodia, è dietro l’angolo. Al di là di qualche evidente caduta di stile, la parte finale del film rischia di ripiegarsi su se stessa. Il meccanismo si fa fin troppo scoperto e il rischio è quello di finire nella gag (stupidina) fine a se stessa.
Ah, dato che il regsita ne sa una più del demonio, fuori dalla casa in Elm Street si vede Kane Hodder, il “maestro” di Leslie Vernon è Scott Wilson e la nemesi è addirittura Robert Englund. Che io non lo so quanti film girà all’anno Robert Englund… Molto molto bravo il protagonista Nathan Baesel
DVD-quote suggerita
“Divertente, eh? Ma se fate vedere Halloween alla vostra ragazza è meglio.”
Casanova Wong Kar Wai, i400calci.com
Facciamo un gioco.
Facciamo finta che incontrate Michael Bay per strada, davanti al supermercato, con un cameraman al seguito come nelle pubblicità dei detersivi.
Vi dice: “Vi sostituisco tutte le gag migliori del primo film con una sit-com di terza categoria e macchiette razziste, e in cambio al posto di 12 robot ce ne metto 89, e li faccio menare per due ore e mezzo. Ci state?”
Anch’io ho risposto “Di corsa!”.
Capisco e rispetto le perplessità del nostro Casanova Wong Kar-Wai (la nostra redazione, come si suol dire, è bella perché è varia), perché nel primo film c’erano anche un paio di scene non d’azione davvero carine che alzavano le aspettative, ma – per quanto siano cose che ovviamente gradisco – non è per questo che io pago il biglietto di un film che si chiama Transformers.
Michael Bay non era quello dei robot che giocano a nascondino. Che ci piaccia o meno, Michael Bay è sempre stato quello della nonna di Bernie Mac che mostra il dito medio, della mamma di Shia LaBoeuf che dice “masturbazione”, di Bumblebee che piscia in testa a John Turturro e di John Turturro che rimane in mutande. Tant’è che in questo secondo film c’è di nuovo Turturro in mutande, stavolta addirittura in perizoma e con le chiappe in primo piano. Per cui sì, Transformers – La vendetta del caduto è un film con Megan Fox costantemente vestita e le chiappe nude di John Turturro in primo piano.
Ma stavamo spiegando “perché sì”.
È presto detto: ogni volta che c’era un robot inquadrato, io avevo gli occhi a forma di stella e la mascella per terra. Perché Michael Bay è anche uno che riprende robot giganti come se fosse la cosa più naturale di questo mondo. E per uno come me cresciuto a pane e Goldrake, vedere queste cose in formato “realistico”, su grande schermo, è una goduria che non si può immaginare. Visti gli incassi non penso nemmeno di essere l’unico.
Il signor Bay ha preso 15 minuti di gag sconcertanti, ma li ha diluiti in 135 di robot giganti che fanno cose, cose che non sempre si capiscono (amen) ma che quando si capiscono – e succede ben più spesso che nel primo film – è una meraviglia. Soprattutto i campi larghi: i robot sui ponti, i robot sui palazzi, i robot sulle piramidi. A un certo punto c’è addirittura Optimus che mette le ali stile Mazinga. E c’è la megascazzottata nella foresta, in assoluto la scena migliore di tutta la saga finora, che è roba da orgasmo multiplo.
Siate onesti: quando è uscito Ong Bak (un esempio fra miliardi) non ho sentito nessuno lamentarsi e dire “la trama è una poverata micidiale”, perché giustamente eravamo tutti lì a fare il tifo per le incredibili acrobazie di Tony Jaa. Transformers 2 è la stessa cosa: certo che è lecito pretendere un film complessivamente più curato quando il budget a disposizione è circa 400 volte quello di Ong Bak, ma la cosa che conta è che rimane una festa per gli occhi e si esce più che appagati. È più circo che “vero” cinema, ma è sempre qualcosa che vale abbondantemente il prezzo del biglietto (non dovrei spiegarlo proprio su queste pagine…).
E comunque, alla facciaccia di tutti, il Bay riesce ad azzeccare anche una scena non action quando quella gnocca inverosimile di Isabel Lucas si spacca il grugno sul cruscotto e nonostante ciò si rialza con l’espressione panterona di una a cui hanno appena leccato i capezzoli. Ho riso fino a cadere dalla sedia e rotolare a fondo sala (era in discesa).
E non ho nemmeno parlato di Megan Fox.
Sono sempre più sicuro che Megan Fox non sia una persona vera, ma La donna esplosiva.
DVD-Quote suggerita:
“Con il 400% di robot giganti che si menano in più!”
Nanni Cobretti, i400calci.com