Post Taggati ‘Michael Bay’

Aspettando Transformers 3 (con ansia)

28/08/2010 | news | di Casanova Wong Kar-Wai

T3

Prime immagini dal set di Transformers 3.
Vai Michael, fai esplodere tutto. Come se non ci fosse un domani.

(via)

Film che perdono la brocca: Perkins 14

10/06/2010 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai
Back In the Days

Back In the Days

Guardate che bella la locandina di questo film. Siamo quasi al livello di quelle postate nella rubrichina Consigli per l’Arredamento del nostro prode Jean-Claude Van Gogh. E, pensate amici, Perkins 14 non è una misconosciuta perla datata 1976, ma un film del 2009. Certo, magari l’idea di omaggiare quel periodo storico, di ritirare fuori quelle grafiche, quei disegni e quello stile, ha un po’ rotto le palle, ma bisogna ammettere che il risultato in questo caso è piuttosto esaltanate. Vi faccio però una domanda. Secondo voi, Perkins 14, è poi nei fatti una pellicola da intendere come citazionista? Secondo voi, tolta la locandina, c’è qualcosa altro all’interno del film che urla a pieni polmoni “1976″?

Il simil Billy Bob del 2009 is not amused.

Il simil Billy Bob del 2009 is not amused.

La risposta è ovviamente no. E quello che mi chiedo io è, perché allora fare una locandina del genere? Possibile che anche quei due o tre film all’anno che non vogliono essere una rilettura di Non Aprite Quella Porta, debbano essere spacciati come simpatiche strizzatine d’occhio a quel cinema che ci piace tanto? Io mi sento truffato. E soprattutto mi sono un po’ rotto i coglioni. Non se ne può più. Ma secondo voi la colpa di chi è? Tutta di Tarantino/Rodriguez? O di Bay/Nispel? O di Nathan/Falco?

Flavio chiede consigli a Nathan Falco sul recupero del cinema seventies

Flavio chiede consigli a Nathan Falco sul recupero del cinema seventies

Tra l’altro io spero che il povero Nathan Falco abbia almeno un superpotere perché se c’hai quel nome lì e non sei manco in grado di sparare delle bolle d’energia dalle mani, sei veramente uno sfigato. Comunque Perkins 14 arriva a noi con quella locandina lì. E racconta questa storia: esattamente dieci anni fa, nella cittadina di Stone Cove, sono stati rapiti 14 bambini. Tra questi, Kyle, il figlio del simpatico protagonista. L’uomo, un poliziotto tutto calvo, in questi lunghi anni non si è mai arreso e, contro tutto e tutti, ha continuato le sue ricerche. Un bel giorno arriva al suo distretto di polizia e trova in una cella il viscido Ronald Perkins. Quest’ultimo è talmente viscido e schifoso che il poliziotto, fatto due più due, capisce che è lui il colpevole di tutti quei rapimenti. E qui il film si impenna. Il protagonista del film è un mezzo alcolizzato, distrutto dal trauma della scomparsa di suo figlio, che si trova davanti il colpevole di tanto dolore. Baggianato dai colleghi, cornificato dalla moglie milfettona, coglionato dalla figlia emo, finalmente questo borghese piccolo piccolo può avere la sua rivalsa. Nel momento in cui tutte le carte sono scoperte al decimo minuto di film, si comincia a fantasticare sulle possibile svolte. Cosa accadrà ora? Perkins 14 diventerà una sorta di Unthinkable? Il tutore dell’ordine si trasformerà in un Angelo della Morte pronto a soffocare nel sangue un’intera vita fatta di umiliazioni?

Fare 2 + 2

Fare 2 + 2

Ora, se andate avanti nella lettura – solo di questo paragrafo – sappiate che vi piazzerò un paio di spoiler, ma non posso fare altrimenti (e comunque se guardate il trailer è uguale). Se preferite, andate un po’ più sotto e siete salvi. Quello che abbiamo poc’anzi puntualmente si verifica: il poliziotto si vendicherà del mostro che ha rapito suo figlio. Ma questo è nulla. il piano del perfido Perkins è molto più elaborato. L’uomo, a dieci anni di distanza dai suoi misfatti, s’è fatta incarcerare apposta. Il suo macchiavellico scopo è quello di far andare dei poliziotti a casa sua. Vuole che questi scoprano il suo nascondiglio segreto e che trovino tutti i bambini sequestrati. Bambini che in questo lungo periodo non sono stati uccisi, ma tenuti in gabbia, drogati a valanga e trasformati in bestie assetate di sangue. Una volta che i poliziotti si recano sul posto e fanno la terribile scoperta, i bambini riguadagnano la libertà e cominciano a scorrazzare per la città uccidendo gente a uso ridere. I 14 di Perkins, manco fossero degli zombie, cominciano a seminare il terrore in città. E il nostro poliziottone tutto calvo si trova nei cazzi: cercherà di mettere in salvo la sua famiglia e contemporaneamente di redimere il suo povero bambinone, che adesso vaga senza nulla campanare per la ciudad. E soprattutto massacrando chiunque gli capiti sottomano.

Chi fa i pattern senza partner fatto di pcp

Chi fa i pattern senza partner fatto di pcp

Perkins 14 ha un altissimo grado di WTF. Parte come un horror psicologico con tutte le sue robine a posto per poi sbroccare, diventare un simil zombie movie ed infine trasformarsi in un classico  film d’assedio con un nucleo di survivors chiuso in un precinct carpenteriano. Tutte queste svolte possono soddisafare, come lasciare piuttosto perplessi. La scoperta però forse più interessantissima di tutte  è che la trama del film è stata sviluppata online dal sito massify.com, con questa modalità:  si poteva andare sul sito, proporre una trama e, qualora questa fosse stata trovata di gradimento e accettata con un sistema di votazioni, il film diventata realità! E, pensate amici, Perkins 14 è un’idea di un regaz come noi! Bravo il regaz Jeremy Donaldson! (che ovviamente c’ha una piccola particina e, sfortunatamente, i dread)

... e poi facciamo morire male una freakettona, ok?

... e poi facciamo morire male una freakettona, ok?

In generale comunque possiamo paralre di 95 minuti piuttosto divertenti, con un bel po’ di sangue, qualche gustosa accelerata, un’illuminazione modello discoteca, un montaggio so nineties ma fortunatamente un buon finale.

DVD-quote suggerita:

Un film created by you. Che evidentemente ogni tanto perdi un po’ la brocca
Casanova Wong Kar Wai, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

In sacrificio per voi: Prince Of Persia

24/05/2010 | recensioni | di Wim Diesel
i basettoni di Zodiac avevano un loro senso, though

i basettoni di Zodiac avevano un loro senso, though

PRE
La mia conoscenza del mondo dei videogames si esaurisce agli anni in cui per giocarci dovevi buttar dentro una moneta da duecento lire. Prince Of Persia si basa su un videogame uscito qualche decennio dopo, non ci ho mai giocato e non ho intenzione di farlo nemmeno nell’ottica del bravo critico che si documenta. Ho detto addio a quel mondo la sera che, in mezzo a un tripudio di amici in estasi mistica, riuscii a finire il sesto muro di Toki (quello dei carrelli), terzo a riuscirci nel mio bar: appendere la gettoniera al chiodo nel mio massimo apice.

gente che cavalca animali

gente che cavalca animali

Il film tratto dal videogame, anyway, è la nuova frontiera: nel ’98 leggevo stroncature di blockbuster apocalittici basate sul fatto che tanto vale giocare a qualche videogame di ultima generazione, almeno scegli cosa fare esplodere. Dieci anni dopo il videogame di ultima generazione è il film tratto dallo stesso, e anche volendo lasciar stare Uwe Boll io ho una buona teoria –ha a che fare con l’omicidio di massa dell’immaginario di una generazione, da cui il termine ultima. Xander Cage fu chiaro nel dire dei videogiochi “non c’è rimasto nient’altro per farci una cultura”. Io, ai miei tempi, rimasi decisamente scottato a vedere alcuni dei grandi uomini della nostra epoca sviliti in pellicole di quarta categoria ed affidati ad esseri umani che mai ne hanno saputo rendere la dimensione beckettiana. Super Mario interpretato da Bob Hoskins, poi Van Damme nei panni di Guile e alla fine –scorno massimo- Christopher Lambert nei panni di Raiden.

wow, i PANORAMI.

wow, i PANORAMI.

Immaginatevi un nerd di Prince Of Persia (videogame) che se ne va al cinema e si becca il proprio eroe interpretato da Jake Gyllenhaal. Il quale non è Bob Hoskins e di sicuro diocristo non è Jean-Claude Van Damme, e probabilmente se finisse in un duello a spadoni con Christopher Lambert finirebbe con la gola tranciata prima che riusciate ad aprire il pacchetto di Pringles per godervi appieno lo spettacolo. Però Prince Of Persia alla fin fine suscita un paio di pruriti niente male: per prima cosa non riusciamo a staccarci dal baraccone autovendente del cinema SPHASCIO di Jerry Bruckheimer, secondo è diretto da Mike Newell. Mike Newell è un regista per tutte le stagioni: assurge a pubblica gloria con Quattro matrimoni e un funerale (inventando de facto il genere film con Hugh Grant); tre o quattro anni dopo ce lo ritroviamo alfiere del nuovo mob.mov con Donnie Brasco, poi Mona Lisa Smile (la versione clit-lounge dell’Attimo Fuggente; mentre lo scrivo mi viene in mente ora che l’unico maschio coinvolto potrebbe davvero essere il protagonista di The Wire, ma controllare mi fa troppa paura). Poi si dedica al quarto Harry Potter, assicurandosi un posto all’inferno per aver lanciato Robert Pattinson. E poi diventa tutto una grande attesa per il nuovo Prince Of Persia (da qui in poi POP), epic-movie disneyano con le casse che pompano, la sabbia che ridisegna le dune e la figura di Jake G come novello eroe d’azione benedetto dalla computer graphics. Riassumendo, Donnie Brasco meets Donnie Darko meets Dromedari e Scimitarre, but worse (cit.). Ultimo valore aggiunto Gemma Arterton, che i bookmaker danno favoritissima a sostituire Megan Fox in Transformers 3 dopo l’epurazione di quest’ultima, causata -pare- da certe equivoche dichiarazioni che paragonavano Michael Bay ad Adolf Hitler. Di lei non ho esperienze dirette, eccezion fatta per la sua partecipazione al disastro di Quantum Of Solace nel ruolo dell’altra bond girl (qualcuno ci avrà pur scritto una tesi sul concetto di l’altra bond girl) con il nome di Strawberry Fields, e ditemi voi se al suo posto lo segnereste nel CV (lo so, era anche in Scontro fra Tortelli, ma io non ho avuto il piacere). Della trama non so assolutamente nulla, leggo su Wiki che c’entrano ammennicoli con nomi pomposi tipo il Pugnale del Tempo. Mi preparo ad assistere alla peggior vaccata della storia del cinema ed entro in sala con cuore leggero e passo spedito. Continua a leggere »

Scontro tra titani: un uomo in minigonna

16/04/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

scontro tra titaniVogliamo spendere due righe sul titolo? Lo facciamo? Da quale tipo di sondaggio è risultato che è più furbo sgambettare la memoria con una controintuitiva sostituzione da “di” a “tra” soltanto per uscire con un 10 e lode dall’Accademia della Crusca (ammesso che così sia), e al prezzo di falciarsi ogni volta la lingua? Come lo vorranno chiamare il sequel? Scontro tra trentatre trentini?
Ok, basta così.
Comunque, è ufficiale: da oggi Louis Leterrier può vantarsi del “Bollino di Fiducia Cobretti”.
I suoi pregi ormai si conoscono bene quanto i suoi difetti: con L’incredibile Hulk aveva dimostrato di saper gestire i grossi budget girando scene d’azione baracconesche ma efficaci e – al contrario di parecchi colleghi – mai confusionarie; dall’altra parte, le scene di raccordo davano sull’imbarazzante peso. Scontro tra titani è quindi per lui il progetto ideale: la struttura è facilissima, a videogame, con Perseo e i suoi amici all’avventura tra livelli di difficoltà crescenti e il più classico dei mostri finali, mentre l’ambientazione nell’antica Grecia gli permette di mettere in bocca dialoghi orribili ad attori da recita scolastica senza che ciò comprometta eccessivamente l’atmosfera. Quello su cui il piccolo Louis mi ha stupito è la gestione del ritmo: pensavo sbragasse e invece, pur viaggiando a velocità non indifferente e facendo tirare pizze pure alle Parche pur di aumentare l’adrenalina, non si fa prendere dalla foga di mettere per forza una scena d’azione dopo l’altra e si cura di mettere tutta la punteggiatura minima del caso. Che a dirlo sembra poco, e in un certo senso lo dovrebbe essere, ma poi uno si guarda la roba di Sommers o Michael Bay, o l’autoindulgenza sfrenata di Peter Jackson in King Kong, oppure al contrario le botte di sonno che vengono tra una catastrofe e l’altra nei film di Emmerich… a Leterrier non manca la mano spettacolare (da intendersi qui nel senso più tamarro del termine), e in compenso dirige ancora da “essere umano”. E per ciò lo rispetto.

"No non ce li ho 20 centesimi per una telefonata"

"Ricordati che devi morire!"

Ovviamente a tutto questo c’è un prezzo.
Il prezzo è una sceneggiatura orribile, in cui il Perseo di Sam Worthington (che è meglio di Harry Hamlin ma bastava poco, bastava sembrare vivi) ne esce fuori come un’involontaria, stronzissima metaforona del figlio di papà che si bulla a ripetizione di voler fare l’indipendente parlando come un ultrà della Lazio, poi Papi gli regala la Playstation (la spada), la paghetta settimanale (la moneta per Caronte), il motorino (Pegasus) e perfino il troione (Gemma Arterton, che si vede che le piacciono i tortellini e i carboidrati in genere). E Perseo si vanta, e si vanta, e si vanta, ma alla fine cazzo se usa puntualmente tutto quanto, come quei punkabbestia che pretendono di campare di elemosina e poi appena ti giri vanno a fare bancomat. E alla fine sai già che, nonostante Persy si ostini a fare l’orgoglioso fino in fondo, prima o poi accetterà di entrare anche nell’azienda di famiglia. Ma tanto ogni sforzo era comunque vano. Non riuscivo a prenderlo sul serio. Gira tutto il tempo in minigonna, cazzo. Pare una cheerleader steroidata che non si lava da un mese.
A tutto ciò comunque il Louis rimedia alla grande infilando una serie impressionante di schizzi WTF che sono impossibili da citare tutti, per cui vado in ordine crescente coi più clamorosi:
1) la comparsata totalmente gratuita del gufo meccanico Bubo, un insulto per chi lo conosce, una scena assolutamente priva di senso per chi non lo conosce;
2) lo scorpionone che batte la coda a ritmo di musica ufficialmente senza motivo se non quello di rendere il trailer più figo – davvero, a un certo punto lo fa e basta, tipo impulso improvviso;
3) una vertiginosa panoramica sulle montagne in cui si intravede di sfuggita un pazzo non identificato in kilt e spada che sembra un fotogramma rubato di straforo da Highlander;
4) Agyness Deyn nel ruolo di Afrodite!!!
5) il matto del villaggio che nel finale si confonde, va nel pallone più totale e – lo giuro su Zeus – sbaglia mitologia e urla “Ribelliamoci a Satana!” (e spero per voi che il doppiaggio italiano l’abbia mantenuto).

"YAWN."

"YAWN."

Aggiungeteci poi: un Liam Neeson a disagio come non lo si vedeva da tanto, come se Leterrier gli urlasse di continuo “Fai il vocione più grosso!” e lui obbedisse mandandolo silenziosamente a cagare; un Ralph Fiennes che suscita più imbarazzo e compassione che terrore; una serie di attori che li vedi nei titoli di coda e ti chiedi “cosa? c’erano pure loro?” (Danny Huston, Mads Mikkelsen, Jason Flemyng…); uno splendido, morbido, cremoso Kraken, decisamente più bello di come sembrava nel poster/trailer.
Sommando tutto quanto: sette e mezzo, e me lo riguarderei adesso.

DVD-quote suggerita:

“Pazzia? Questo! È! Leterrier!”
Nanni Cobretti, i400calci.com

P.S.: se serviva uno spot al fatto che non puoi mettere il 3D a ufo in post-produzione dappertutto ma, affinché abbia senso, ci devi pianificare un ben determinato stile di regia attorno, questo funziona benissimo. In più è la seconda volta che al cinema mi rifilano occhialini sporchi, checcazzo, con tutti i soldi di biglietto che ci aggiungo quanto ci vorrà mai ad allegare almeno una salvietta?

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Croci rovesciate: Legion

15/03/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti
Croci rovesciate, dicevamo.

Croci rovesciate, dicevamo.

Intro:
Appartamento di Peter Schink:
«Peter apri, sono Scott
«Eccoti finalmente! Allora com’è andata alla Screen Gems
«Ehm… così così.»
«Come così così?? Un remake di Terminator è un gol a porta vuota! Figurati se hanno detto di no!»
«Ma vedi, c’è che i diritti non li hanno loro, hanno perso l’asta. Non tutto è perduto però.»
«In che senso?»
«Beh sai, ero lì che proponevo Terminator… poi ho accennato a Terminator 2 – Il giorno del giudizio… e qui mi hanno bloccato e hanno detto “WHOA! Giorno del giudizio! Figata! Portiamo al cinema i fondamentalisti cattolici! Ce n’è una marea, e si tirano sempre dietro tutta la famiglia con la scusa del catechismo!”… e così mi hanno ingaggiato per scrivere un film a tema religioso.»
«Eh?!? Ma che dici? Abbiamo già girato il finale… la jeep nel deserto, la voce fuori campo che parla del destino ancora da scrivere, addirittura lei con la stessa bandana… avevo anche già noleggiato tutte le armi, e persino rifatto il tema musicale tutto a percussioni…»
«Eh, lo so. Ma dai, non ti preoccupare, vedrai che in qualche modo ci saltiamo fuori lo stesso.»
«Lo sapevo che dovevamo chiederlo a Michael Bay

legionIl pezzo:
Raccontare Legion è infinitamente più divertente che guardarlo, e una cosa è sicura: questo non è lo stesso Dio di cui mi parlavano a catechismo.
Questo Dio, alla facciaccia dell’infinita compassione, a un certo punto decide che si è stufato del mondo e lo vuole buttare in terra e spaccare e non giocarci più.
Io ero convinto che tutto ciò non comportasse grossi problemi: l’ha creato lui, tutto quanto, in appena sette giorni, che ci vorrà mai a spaccarlo? Non può semplicemente, che so, pestarlo con i suoi divini anfibi? O gettarlo fortissimo contro un muro? O schioccare le dita? Credevo fosse onnipotente. Ma pare di no. Il suo piano consiste infatti nel mandare un sacco di angeli sulla Terra a fare il lavoro sporco al posto suo. Lui collabora giusto con qualche estemporaneo gioco di prestigio, tipo un meganuvolone di insetti radiocomandati. Insomma, non mi sembra più potente di che so, Arnold Vosloo in La Mummia.
Ma c’è prima una cosa più urgente da risolvere: una donna è incinta di colui che scongiurerà la Fine del Mondo. Improvvisamente, Dio capisce cosa provava Erode. Continua a leggere »

The Stepfather, che in Italia si intitolerà “Il segreto di David” (?!?!?)

25/02/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

il segreto di davidSapete chi è che butta fuori horror addirittura peggiori di quelli prodotti da Michael Bay? La Screen Gems (Sony). Un esempio: The Covenant. E sapete chi è che li dirige persino peggio di Marcus Nispel? Nelson McCormick. Un esempio: Che la fine abbia inizio. E sapete chi ha scritto tutti i filmacci finora citati, compreso Il segreto di David di cui vi parleremo oggi? J.S. Cardone. E sapete chi traduce i titoli originali peggio degli italiani? I cinesi. Ma infondo forse nemmeno loro.
L’originale Stepfather – Il patrigno, dell’87, era un piccolo cult dalla sceneggiatura piuttosto bucherellata ma dominato dal suo protagonista, l’aitante Terry O’Quinn, oggi più famoso come John Locke in Lost (a proposito: nella bara c’è lui! Come dite? È uno spoiler vecchio? E che ne so, chi l’ha mai guardato Lost).
La nuova versione azzecca il protagonista, l’ottimo Dylan Walsh di Nip/Tuck, con quegli occhioni azzurri che fanno innamorare le casalinghe dietro ai quali mai e poi mai potresti pensare che si cela uno psicopatico mica normale. Il problema è che, se Terry O’Quinn metteva onestamente una certa strizza, la sceneggiatura di J.S. Cardone fa del personaggio di Walsh un autentico povero pirla con la freddezza e l’acume tattico di un bambino di 6 anni. Innanzitutto per i primi 45 minuti dice “famiglia” ogni tre parole, al che pure il pesce rosso dei vicini capisce che sotto c’è qualcosa che non va. Poi, alla faccia della lieve svista, confonde il nome della figlia inventata nel giro di due frasi consecutive. Poi, alla faccia dell’inafferrabile camaleonte, non ha un briciolo di documento falso per sostenere i suoi multipli cambi di identità, per cui rischia l’incastro semplicemente perché accetta un posto di lavoro ma non sa come compilare il modulo per ricevere la busta paga. E infine ammazza gente senza uno straccio di premeditazione tattica, a caso, quando gli scappa l’urgenza, senza preoccuparsi di non lasciare tracce e in un’occasione addirittura con i figliastri presenti al piano di sopra. Uno così non solo non terrorizza per un cazzo, ma fa una gran compassione e ti chiedi come abbia fatto a non finire in galera al primo schizzo. Il fatto è che di fronte gli mettono una Sela Ward stordita grave, e soprattutto Penn Badgley di Gossip Girl, talmente stoccafisso che in confronto Hayden Christensen pare Jim Carrey.
Per cui non rimane che confermare che sì, l’unico motivo per cui eventualmente subirsi questa vaccata è Amber Heard in uno dei più sfacciati e gratuiti ruoli da arricciacazzi che io abbia mai visto. Praticamente ha due sole funzioni: 1) evitare che Penn Badgley parli da solo; 2) arrapare i pre-adolescenti facendosi inquadrare soltanto in pose provocanti e alternando esclusivamente – con l’unica eccezione del finale (giuro, l’unica) – bikini con mutandine e canotta. A 12 anni sarei probabilmente svenuto. Fate voi.

amber heard

"Sì Nanni, sono pronta per l'intervista, quando arrivi entra pure senza bussare. Un bacione."

DVD-quote suggerita:

“Buono a malapena per un breve dibattito negli spogliatoi prima dell’ora di ginnastica”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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2012: per tanti motivi, uno dei quali è “sì”

18/12/2009 | recensioni | di Nanni Cobretti
2012

come si fa a dire di no a una cosa del genere?

Perdonatemi ma non mi sento con la coscienza a posto se non scrivo una difesa di 2012.
Dei tre bombardaroli scemi di punta (ci metto arbitrariamente Bay e Sommers), Roland Emmerich è ufficialmente quello che preferisco.
Di Bay ammiro la naturalezza incredibile con cui costruisce scene epico-patinate densissime e impossibili, ma su tutto il resto sta progressivamente degenerando nella sciatteria più strafottente, avallando un umorismo che ha messo in allarme Neri Parenti e lasciando il resto nelle mani di attori provvidenzialmente capaci di improvvisare. Sommers potrebbe dire la sua se non fosse che nei suoi ultmi film gli effetti speciali erano indecenti, cosa che tradisce un po’ il senso dell’operazione alle sue stesse fondamenta.
Emmerich invece è spinto da profonda passione per la struttura narrativa hollywoodiana classica proto-spielberghiana. Non è autoironico, non è sciatto: a lui ci piace proprio così. È probabilmente la replica fedele dei film che guardava da bambino nel suo piccolo paese crucco, nell’equivalente crucco di Italia1, intanto che faceva colazione intingendo würstel in una tazza di Krombacher (so che Roland apprezzerebbe questi stereotipi macchiettistici).
Pensateci: i film di Bay durano due ore e mezza per via di quegli inserti narrativi/dialogati che è costretto a infilare di prepotenza tra un’esplosione e l’altra, in cui il nostro tira fuori il peggio di sè non solo come regista ma proprio come essere umano. Quelli di Emmerich invece lo fanno perché c’è tutta un’epica che lui si ostina a seguire, tutte le regoline di genere, tutta la gamma di personaggi (sono sicuro che chi ha fatto il classico sa spiegare questa cosa con termini tecnici specifici in greco) che attraversa tutto lo spettro ruolistico possibile: il Presidente eroe, il consigliere losco, lo scienziato, l’uomo facoltoso, l’uomo comune, la famiglia finto-disfunzionale, il matto buffo…

2012

una metafora su (inserire qui)

È un classicismo in cui Emmerich si va sempre più raffinando, e 2012 si può considerare il suo film definitivo, che incrocia gli elementi chiave di Independence Day con quelli di L’alba del giorno dopo. Non dimentica un luogo comune che sia uno, e non lo fa per sovvertirli/sfotterli/omaggiarli, ma proprio con l’obiettivo di replicarli tutti così come ci hanno insegnato: il barbone profetico col cartello “La fine è vicina”, il salvataggio del cane, la situazione mortale risolta all’ultimo secondo, il karma al 100% di efficacia, tonnellate e tonnellate di dialoghi espositivi… in un certo senso autorialmente parlando è il Clint Eastwood del disaster-movie (sì, mi andava questa bestemmia a gratis).
L’indizio maggiore di tale ostinazione sta nell’interpretazione di Woody Harrelson, uno che in qualsiasi altro film con un ruolo da picchiato in testa del genere avrebbe rubato la scena, ma qua viene schiacciato, soffocato, costretto con la forza ad eliminare sfumature e attenersi al minimo comun denominatore. E lui lo fa con invidiabile professionalità mista a palpabile rassegnazione. E parlando di soluzioni classiche, a me poi fa morire anche il tizio che hanno assunto solo per fare le facce buffe quando nel finale si stanno per schiantare contro l’Everest (era uno spoiler). Sembra un ruolo del cazzo, ma quell’uomo in realtà aveva il peso di tutta la scena sulle spalle – ma che dico la scena, quasi tutto il film. L’efficacia di quel fondamentale momento di tensione era direttamente proporzionale a quanto il nostro fosse stato capace di mostrare la più cartoonesca emotività possibile. Mi immagino Emmerich che gli diceva “fingi di essere una 14enne il cui cantante preferito sta per vincere X Factor”.

bravo!

bravo!

E insomma, a me queste cose conquistano. Da una parte perchè ho un debole irrefrenabile per l’accumulo scientifico di stereotipi, e dall’altra perché una merda fatta con passione sarà sempre più divertente di un Ferrero Roché fatto in serie. Che ovviamente Roland vorrebbe segretamente essere Spielberg ma, nonostante tutti questi elementi meticolosamente sincronizzati, alla controprova dei fatti riesce ahimè nell’impresa di succhiare fuori qualsiasi sottospecie di coinvolgimento genuino, ed emozionalmente parlando il film pare più una tesi di laurea in disastrologia che altro. Ma visto la domenica dopo pranzo con tutta la famiglia è uno spettacolone che non si discute.

Infine, questo è il punto in cui – se ce ne fosse bisogno – confermo che la scena del crollo della California è una delle cose più mondiali che abbia mai visto in vita mia, e che da sola vale il biglietto di mille film. Ritmo incalzante + inquadrature larghe + montaggio chiaro + viene giù TUTTO = mascella a terra per 10/15 minuti.
A ciò si aggiunge l’incredibile semi-profezia per la quale nel film al Primo Ministro italiano crolla S.Pietro in testa, mentre nella realtà gli è arrivato il Duomo di Milano nei denti.
Epico.

DVD-quote suggerita:

“Il Manuale del Disaster-Movie Definitivo”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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FF09: Night of the Demons

16/12/2009 | recensioni | di Nanni Cobretti

night of the demonsMetà dicembre e ancora non ho finito di parlare dei film del FrightFest, che era ad agosto. Sono un vergognoso. E questo non è neppure l’ultimo che mi è avanzato, ma ci tenevo particolarmente.
Ah, i remake… Chi se lo ricorda l’originale Night of the Demons? Era una chicca anni ‘80 niente male, che godeva di una premessa divertente (gruppo di giovani posseduto da demoni in casa abbandonata durante Halloween), di una Linnea Quigley in gran forma e di una scena memorabile quale quella in cui una demonessa si preme un rossetto contro il capezzolo fino a farlo rientrare letteralmente nella tetta. Neanche Moana lo sapeva fare.
Il regista/sceneggiatore Adam Gierasch aveva già dimostrato con Autopsy di essere magari ancora un po’ acerbo, ma non l’ultimo dei cretini (se ignoriamo che ha messo le mani anche sullo script di La terza madre), e approccia la materia con grande licenza creativa mantenendo la premessa di base, ma stravolge tutto il resto conservando giusto la scena del rossetto nella tetta, nonché una comparsata di Linnea Quigley che a 50 anni ancora mostra il culo in primo piano con orgoglio.
Ma la cosa migliore è che Gierasch è un talento finalmente sbocciato, e questo Night of the Demons gli esce grintoso e ispiratissimo. Scordatevi la roba col marchio Michael Bay: questo è forse il primo remake della nuova ondata per il quale la stessa definizione di remake è una gabbia che non merita. Gierasch infila un ritmo punkeggiante, dialoghi brillanti e una situazione ben costruita dietro l’altra, facendo soprattutto respirare quella rilassata aria di libertà che è propria dei progetti migliori. Rispolvera una Shannon Elizabeth al top della forma e meritevole di immediato ripescaggio in film che contano, e ci sbatte un Edward Furlong ingrassatissimo ma volenteroso e più che presentabile.
E a conti fatti – oso dirlo? dai su, che non stiamo parlando esattamente di un capolavoro – supera l’originale.
In conferenza, Gierasch – che co-scrive con la moglie e si fa pure produrre da lei, per cui spegnete subito l’allarme sessismo – ha dichiarato di aver accettato il lavoro solo dopo aver posto come unica condizione il permesso di girare una scena di sesso anale tra demoni. Ovviamente c’è, e c’è anche dell’altro. Abbiamo un nuovo idolo.

Possibile che con tutte le scene fighe che ci sono l'unica foto pubblicitaria che ho trovato su Google è questa?

Possibile che con tutte le scene fighe che ci sono l'unica foto pubblicitaria che ho trovato su Google è questa?

DVD-Quote suggerita:

“Sesso anale tra demoni! Rossetti nei capezzoli! Punk rock! Che volete di più? Il culo di Linnea Quigley? C’è pure quello!”
Nanni Cobretti, i400calci.com

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Anni Zero: The Decade of the Western Remake.

15/12/2009 | divagazioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Se domandate a me rispondo Rob Zombie. Se invece chiedete a Tony Macello probabilmente vi farà il nome di Marcus Nispel. Cioè, magari non è che vi sa dire proprio il nome esatto, però intende proprio lui: Marcus Nispel. Che nome strano. Se lo pronunci tre volte di seguito, ti sembra di aver imparato i rudimenti del Klingon. Quando sono andato a vedere il suo Non Aprite Quella Porta, nell’ormai lontano 2003, ero rimasto sconvolto dal fatto che il fotogramma atto a dividere il primo dal secondo tempo indicava proprio il suo nome. Marcus Nispel’s Non Aprite Quella Porta. Maccosa. Ma chi sei. Eppure è (andata) così. Questi primi dieci anni di horror fanno capo a Marcus Nispel. Perché? Cos’è successo?

Sono anche esteticamente bizzarro. Più Autore di così...

Sono anche esteticamente bizzarro. Più Autore di così...

Come già detto da Dolores, la pratica produttiva che più ha influito sul genere in questo primo decennio è sicuramente il remake/reboot. Ormai bisogna fare la conta prima di cominciare a girare. Celo, celo, manca, finisco l’album. Inutile prendersi in giro: l’horror ha riacquistato una dignità agli occhi dell’industria, grazie agli incassi stellari di alcuni titoli. Che sono i remake. Non certo gli exploit spagnoli, francesi o i nomi come Neil Marshall. Le sale si riempiono grazie al marchio di fabbrica, al franchise.

L'effetto Norimberga.

L'effetto Norimberga.

Ricordo lo sdegno – da fan – alla notizia di un ringiovanimento di un film come Non Aprite Quella Porta. E ricordo, all’uscita dalla sala, di aver capito che c’era qualcosa che non andava in quello che avevo appena visto, ma era chiaro che Marcus Nispel aveva colto nel segno. Tutto quello che è venuto dopo (e paradossalmente, quel poco che era arrivato prima) ha poi seguito una precisa direzione, diciamo una linea editoriale ben definita. Ed è stato proprio Marcus Nispel (nome che se pronunciate quattro volte di seguito suona uguale uguale a Mai – col – Bei) l’uomo che ha tracciato quella linea. Il mio amico Tony Macello, più che giustamente, è omo semplice: quando va al Cinema, per citare una sua frase, “non vuole essere rotto il cazzo“. Non aspettatevi però che noi si critichi le sue aspettative o i suoi desideri. That’s il genere, baby. Le cose funzionano così. A noi vecchi tromboni sembrerà triste ma, se propongo a Tony Macello di vedere un film del 1974, mi mette le mani in fazza. Lui vuole vedere altro. Passati i trent’anni, e raggiunto lo status di Mito, un film è pronto per il trattamento. Nel momento in cui risulta indigeribile per qualcuno, ci si sente in dovere di riadattarlo. Ma bisogna seguire delle regole che rendano il prodotto accettabile a tutti. Il teutonico Marcus Nispel sa come si fa. Non è difficile. Se avete la pazienza di seguirmi, vi svelo il trucco. Continua a leggere »

Datecene ancora, datecene ancora: gli anni Zero in otto punti.

11/12/2009 | divagazioni | di Dolores Point Five

Prefazione di Nanni Cobretti

Sta per finire il decennio! Lo sapevate? Davvero lo sapevate già? E chi ve l’ha detto?? Siete troppo informati, dev’essere merito dell’internet.
Bando alle ciance: a noi di fare le classifiche non ci va. O magari ci va anche, perché no. Diciamo solo che non vogliamo sentirci obbligati. Cazzo volete. E allora abbiamo deciso che 1) sì, celebreremo la fine del decennio ma 2) lo faremo ognuno di noi della magnifica enorme professionalissima redazione singolarmente come meglio crede, classifiche o discorsi che siano, in cui affronteremo taluni aspetti di questi “cazzo di anni Zero” (come in quella famosa canzone di Vasco Bronson, meglio noto come “Il giustiziere della centrale elettrica”) che secondo noi hanno senso.
Via col pezzo di oggi:

I vecchi nati negli anni Settanta/Ottanta sono cresciuti sapendo che esistevano cose chiamate “sequel”, che queste cose si agganciavano ad altre cose venute prima, e che raccontavano cose successe dopo quelle altre cose. E la vita continuava. Eravamo felici e senza pretese, come nani di gesso nel giardino dell’Eden.

Gli anni Zero invece hanno cercato mille nuovi modi per venderci i capitoli 2. Questi mi sembrano i più rilevanti, nel bene e nel male.

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Hollywood e il realismo sociale.

Hollywood e il realismo sociale.

Riportando tutto a casa.
Non è stato il primo, ma il suo successo ha spianato la strada al filone (e ha aperto discussioni sulla moralità di inquadrare stretto il culo di Jessica Biel prima di un omicidio): Non aprite quella porta 2.0 ha cacciato nel nostro vocabolario la parola reboot. Cioè il rifacimento di un classico o semi-classico, che mette nuovi personaggi in uno scenario familiare, con la pretesa di ripartire da zero e poi generare capitoli collegati solo a se stesso. Quando va bene fa conoscere cose belle e importanti a una nuova generazione di pubblico. Quando va così così è un modo temporaneamente più simpatico di dire remake. Quando va malino i giovani non imparano un cazzo e i vecchi escono dal cinema sapendo che per Alexandre Aja Le colline hanno gli occhi è “una storia di coraggio e sopravvivenza”. Quando va male arriva Michael Bay. Grazie a Dio almeno su Il buio si avvicina dovrebbe aver mollato l’osso. Perché “assomiglia troppo a Twilight”, però.

Boo.

Boo.

So long fried rice, hallo fried chicken.
The Ring ha funzionato per l’effetto novità, per come sabotava certe aspettative in tema fantasmi e perché saccheggiava le cose migliori di trenta altri film che non si chiamavano “Ringu”. Perciò qualunque roba fosse mai stata proiettata in un angolo della Micronesia è stata adattata per il mercato americano – ma solo parzialmente adattata, sperando di trattenere un po’ dell’originale. Risultato: migliaia di giappi obbligati a farsi la cresta o i colpi di sole per non essere confusi tra loro e sceneggiatori che facevano i salti mortali per spiegare gli anda e rianda di trame concepite al di fuori della “nostra” logica (e con porte aperte in faccia alla sospensione dell’incredulità tipo Sarah Michelle Gellar assistente sociale a Tokyo). Poi la gente ha deciso che di donne con i capelli davanti alla faccia e bambini-gatto se n’era visti abbastanza e i produttori hanno iniziato a puntare sull’Europa del Nord (buona fortuna). Se Scorsese si è fatto mangiare in testa da Andrew Lau comunque c’è stato qualcosa di profondamente impari nella procedura.

Il parere di Briana Evigan.

Il parere di Briana Evigan.

Malcolm X 2: la commercializzazione.
Cedere al tuo produttore i diritti dello sfruttamento su titolo e personaggi può sembrare una clausola accettabile, se di mestiere fai film per quella che Nanni Cobretti chiama “gente con gli occhiali”, e allora pensi “ma sì, guardiamo avanti, tanto questa storia è auto-conclusiva”. Sbagliato. Se il tuo film ha incassato mezza lira, qualcuno cercherà di cavarne fuori un altro quarto di lira: se il protagonista è MORTO SCHIANTATO, si va giù di prequel o di spin-off. Ma c’è sempre bisogno di  imbastire qualche legame con l’originale. Legami che forse ci sarebbero sembrati accettabili per uno spaccatutto con tette e mannaie, e dimostrano la loro fragilità e inseriti in un contesto wannabe intellettuale e “diverso”. S. Darko è il caso più macro, ma non il solo. Al cinema non esistono cose tipo un unico fiocco di neve. (E ringraziate che nessuno ha ancora girato Fight Club 2: I Am Jack’s  Unquenchable Need To Make Sense.)

A quel punto Rob Zombie esce da dietro la porta con le mani in alto e dice "non è come sembra".

A quel punto Rob Zombie esce da dietro la porta con le mani in alto e dice "non è come sembra".

Con una mano sul volante e l’altra su Wikipedia.
Non sono mai riuscita ad appassionarmi alle pseudo-scopiazzate della Asylum, ma in fondo di situazioni simili la serie C ne ha sempre viste. Gli stunt-movies invece sono figli di questo decennio: film che in senso stretto non rifanno nient’altro, però esistono solo per ricostruire con affetto (e nei dettagli) un’atmosfera o un sapore del passato. E là dove gli anni ‘90 sceglievano la parodia, gli anni Zero ci hanno portato operazioni serissime come The House Of The Devil. Una tendenza che non si è fermata anche quando l’esplosione del DVD ha reso accessibili gli articoli originali: il gioco si autoalimenta, in un’unica lunga partita a com’era-com’è. Punti extra vanno ai film mal rieditati per litigi su chi ha i diritti o difficoltà con le royalties della colonna sonora, e quindi destinati a una notorietà smisurata proprio perché vivono quasi soltanto nella tradizione orale. (Voi l’avete mai visto La notte della cometa? Però sapete cos’è, vero? E se domani qualcuno dicesse “per il mio film mi sono ispirato molto a La notte della cometa”, non correreste a vederlo?) Continua a leggere »