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Compromesso storico DOES matter (2012 e cose)

16/11/2009 | recensioni | di Wim Diesel

Avete presente il trailer di Godzilla? Immagino di sì. Nel caso, eccolo.

Vi potreste accorgere, parlando del trailer, di due cose piuttosto evidenti. La prima è che non si vede l’attore protagonista, ma essendo Matthew Broderick è comprensibile. La seconda è che non si vede il mostro, alluce destro escluso. È una tecnica della suspence di stocazzo che per un po’ ha buttato alla grande, quello che a me piace chiamare soluzione Contact (aspetti due ore e mezzo per vedere gli alieni e alla fine viene fuori che è il padre). Quel che conta nel trailer è solo un motto con cui –appunto- non hanno mancato di tartassare i coglioni per mesi –Size Does Matter, per le implicazioni falliche chiedete a Cicciolina Wertmuller. Era comunemente accettato il dogma secondo cui nascondere è il modo migliore di mostrare, e quasi nessuno si rendeva conto che anche solo a dirla ti caghi addosso dal ridere.

so help me god.

so help me god.

Oggi le cose sono cambiate un pelo, di base per evitare che gli appassionati di settore (settore=ADSL) si scarichino il dvd-rip prima di aver visto il film in sala. Il dogma cecità uguale visione d’insieme (cit. Rutger Hauer) è fieramente rifiutato in favore di una magistrale scelta dei tempi nello svelarsi a mo’ di strati di cipolla, stile Avatar (ok, ho sbagliato esempio); il che significa che la principale differenza tra 2012 e Godzilla è che per far piombare i fanatici al cine sono stati messi sul mercato, a loro tempo:
1) un trailer che metta insieme una (sembra) pioggia di meteoriti, un’onda anomala che passa sopra all’Himalaya, la cupola di San Pietro che si rovescia sulla gente e il Gesù Compagnone di Rio de Janeiro che crolla in video

2) una preview di cinque minuti in cui John Cusack scappa dalla California con una limousine mentre la faglia di Sant’Andrea gli si sta sbragando dietro al culo.

di cui noi, non per tirarcela ma venite pure a succhiare, siamo stati tra i primi settecentomila organi d’informazione cinematografica a darvi notizia. Passati diligentemente in rassegna i due video, fotta ingestibile e via in prima proiezione al multiplex. Nel caso non siate ancora stati, sappiate che le scene che avete visto NON sono un assaggio BENSÌ le uniche cose davvero valide presenti nel film. Come a dire che la lucidità teorica di Roland Emmerich e la realizzazione di un film nero come il carbone (intendo una pellicola in cui al minuto due il mondo comincia a finire, e dopo centoventi minuti di esplosioni e crateri il mondo è talmente finito che puoi solo cacciare i titoli di coda con un pezzone tipo Always) sono entrambe due cose MOLTO lontane a venire. Roland decide invece di approfittare degli ultimi spasmi di street cred per continuare ad urlare a gran voce che finchè è vivo e in salute non serve cercare il nuovo Roland Emmerich, o anche Stephen Sommers puppami la fava. Parlando di immagini questo si traduce nel tipico film alla Emmerich, tipo Independence Day, in cui:

  • passi tre quarti d’ora ad aspettare che abbiano trovato una giustificazione decente e inserito le tre o quattro sottotrame che ci dovranno accompagnare quando inizia a scoppiar tutto;
  • Jay, Hamilton e Madison sono vivi, lottano insieme a noi e hanno trovato impiego come ghost-writer di dialoghi di film di Roland Emmerich;
  • la redenzione è soprattutto una questione di prontezza di riflessi;
  • i maya non c’entrano un cazzo ma avevano visto tutto per tempo (ma vorrà pur dire qualcosa il fatto che i maya si siano estinti molto prima degli altri)
  • nel pre-finale il mondo decide di unirsi di fronte alla tragedia, sulla base di nessun presupposto ideologico a parte il carisma fascinatorio di uno scienziato negro abbastanza figo da scavalcare la scala gerarchica per parlare al cuore della gente e farsi battere i pezzi da Thandie Newton per tutto il secondo tempo.

E basta. Non è che manca la pacca (per quanto viste le premesse la pacca manchi UN BEL PO’), è che diventa sempre più difficile svolgersi le questioni di contorno a livello intellettuale. Vi sconsiglierei di andarci e avanti con la prossima vaccata da duecento milioni di dollari, ma verso metà film c’è un momento di comicità assoluta (nel quale la sala ESPLODE, giuro su dio) che per la prima volta nella storia rende più figo e divertente vedere un blockbuster americano in un cinema italiano rispetto a qualunque altro paese del globo. Niente spoiler, ma quello mi sa che non ve lo potete proprio perdere.

dvd-quote:

“Pioggia di meteoriti, un’onda anomala che passa sopra all’Himalaya, la cupola di San Pietro che si rovescia sulla gente e il Gesù Compagnone di Rio de Janeiro che crolla in video.”
(Wim Diesel, i 400 calci)

Nicolas Cage, un nano e un negro entrano in un bar.

12/03/2009 | news | di Dolores Point Five

Non abbiamo visto Funeral Party, un po’ perché aveva una locandina orribile, un po’ perché non c’erano né mostri né cose che saltavano in aria, e soprattutto perché sembrava un film inglese di quelli brutti molto. Quelli che se gli togli le scene di gente che apre una porta, dice “…ah”, fa la faccia imbarazzata e va via diventano lunghi 12′. Capito come.

Ciò nonostante, la notizia di un remake americano ci fa quasi ben sperare.

Primo, l’avrebbero affidato a Neil Labute. Uno che da “regista di film per gente con gli occhiali” è balzato al rango di “regista più WTF? del decennio” grazie a un solo film. Esatto, quello là. Dopo ha dovuto scontare il fio delle sue colpe dirigendo Samuel L. Jackson in una roba in cui non diceva mai la parola “motherfucker”. Se a questo punto della sua vita gli metti in mano una commedia, stai sicuro che minimo minimo lui ci ficca dentro diciotto scene di uno che prende la moglie a calci rotanti.

Nicolas Cage memorizza il copione per "The Wicker Man 2: Yes, The Bees"

Nicolas Cage memorizza il copione per "The Wicker Man 2: Yes, The Bees"

Secondo, l’idea è di rifare il film paro paro, ma con un cast tutto di neri. E’ una bruttissima idea. Se non fosse che al cuore dell’intreccio c’era un nano.

E che nano.

E che nano.

Domande:

1) Se lo rifanno tutto con i neri, devono andare a pescare un nano nero o gli basta un portoricano con i rialzi?

2) Esistono nani neri in attività a parte il nano di Babbo Bastardo?

3) Il nanismo ogni tanto salta una generazione, come con i gemelli?

4) I tempi sono maturi per un nuovo episodio di CSI tutto fatto sui nani?

Non è un paese per nani.

I nani hanno la tendenza a vivere ammassati?

Nel porgere i migliori auguri a Neil Labute, e nell’augurargli una carriera sempre più WTF?, qualora Tony Cox si mettesse a tirare sul prezzo, la redazione dei 400 Calci vorrebbe avanzare una modesta proposta.

Eccola qua.

Potrebbe succedere.

Potrebbe succedere.

Michael Bay presenta “Venerdì 13″: chi si estrania dalla lotta è un gran figlio di mignotta.

13/02/2009 | divagazioni, recensioni | di Dolores Point Five

Due premesse.

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Se è vero, come è stato scritto, che ogni generazione ha la Liz Taylor che si merita, Michael Bay è la Martha Stewart della nostra.

Non per i suoi ignobili film da regista, ma per la sua attività da produttore, finalizzata a mostrarci le più belle case del mondo, nella speranza che almeno alcuni tra noi le prendano a modello per la decorazione d’interni.

Sto parlando delle case dei mostri nei film di Michael Bay.

Che sono sempre dei desiderabilissimi esempi di rustico redneck al terzo passaggio di proprietà, tutte tappezzerie a fiori consumate al millimetro, acchiappa-sogni fatti con i fischietti arrugginiti, comodini delabré con le maniglie diverse, centrini con ricordo della gita di classe 1978/1979 ricamato a punto stella, campane a vento che cigolano.

Insomma, davanti a una casa del mostro in un film di Michael Bay io sono felice. Felice come una vecchiaccia con una tazza di chai in mano e un’annata di Architectural Digest nell’altra. E con il leggero effetto collaterale che mentre la final girl di turno tenta di sfuggire al mostro sparando e inciampando io urlo VIA DI LI’, STO GUARDANDO LE CASSETTIERE.

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Il collega Jean-Luc Merenda ha versato un pregevolissimo fiume d’inchiostro collegando Jason alle Erinni, e immaginandolo impegnato in una battaglia civile di tutto rispetto.

Riprendiamo l’argomento.

Da che mondo è mondo, chi inizia una Lotta e poi si distrae e va a chiavare non ottiene nulla.

Quindi smontiamo subito la leggendaria sessuofobia di Venerdì 13.

Jason non è che va a prendere a machetate la gente perché chiava: Jason va a prendere a machetate la gente perché si allontana dal gruppo. E dunque dalla Lotta. Andando a chiavare, ma anche a raccogliere funghi, se è il caso. Avete mai visto Jason accanirsi contro un gruppo? No. Perché Jason è laico. E’ una scopa del sistema, che carda la razza umana con metodo e innegabile tempismo, eliminando gli elementi improduttivi (figli di papà festaioli, poliziotti poco efficienti, figa, ubriachi, un negro) e lasciandosi temporaneamente fermare da quelli meritevoli (figa giudiziosa, bambini ancora educabili). Jason ci vuole bene. Jason agisce per il nostro interesse.

Jason è la Lotta.

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Da entrambi i punti di vista, il fatto che il trailer fosse pieno di figa prometteva bene.

Ma entriamo nel merito.

Quel che segue è spoiler all’ 80 % …

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