Un mesetto fa avevo iniziato sul mio quadernino a righe di seconda (due grandi una piccola) un post nel quale mi dilungavo a spiegare come mai assegnavo alla Thailandia il Premio Sylvester per Miglior Paese degli Anni Zero. Non l’ho mai finito, per cui vi racconto qua più o meno com’era: in pratica spiegavo di come fossi commosso dal fatto che un paese del terzo mondo, pur di farsi notare, avesse fatto di necessità virtù e si fosse ridotto a sfruttare al massimo quella centralità dell’uomo di cui tanto blatera Faenza anche se secondo me non intendeva esattamente questo. Nel senso: in mancanza di soldi il metodo thailandese è stato semplicemente allevare atleti disumani alla Tony Jaa con metodi che secondo me Sparta in confronto era il Centro Benessere di Salsomaggiore Terme, e poi -- ignorando il “Don’t try this at home” che compare prima dei film di Jackie Chan -- infilarli senza CGI, cavi, reti o controfigure in coreografie acrobatiche e pericolose ai limiti dello snuff: Ong Bak ha una scena in cui Tony Jaa tira un calcio volante mentre le gambe gli vanno letteralmente a fuoco, e non è niente in confronto a Born To Fight dove ci si picchia e ci si scaraventa giù da camion in corsa. Ovviamente in tutto questo la trama diventa dichiaratamente secondaria, e là dove in Ong Bak ci sono replay a sottolineare le acrobazie più pese manco stessimo guardando la diretta di Giochi senza Frontiere, Born to Fight dopo mezzora diventa un’unica meravigliosa megarissa indistinta senza soluzione di continuità. E non dimentichiamo Chocolate, il primo film a mostrare gli infortuni sul set direttamente nel trailer.

Jackie Chan non l'ha mai fatto
Ma tutto questo è diventato rilevante non solo grazie a materiale umano da macello che a volte dà idea di essere stato assunto solo in cambio di un’assicurazione sul decesso con la quale la famiglia camperebbe tutta la vita, ma anche grazie a un tizio estremamente scaltro e preparato come Prachya Pinkaew e alle sue intuizioni registiche che elevano i film a qualcosa di ben più intelligente e interessante che puro circo suicida alla Mondo Cane: cito per l’ennesima volta sia l’impossibile piano sequenza in The Protector che l’assoluta genialità visionaria della scena alla Super Mario sulle impalcature in Chocolate.
Poi i suoi allievi lo hanno abbandonato. Tony Jaa ha inseguito il progetto della vita con uno pseudo-prequel di Ong Bak durante le riprese del quale si è fatto venire un crollo totale di nervi, e Mrs. Jeeja Yanin Cobretti ha preteso la stessa indipendenza creativa per il meno ambizioso Raging Phoenix, nel quale però tradisce il dogma ricorrendo per brevi frangenti anche ai maledetti cavi.
E ora, finalmente, il succo del post odierno: realizzato in tempi imprevedibilmente brevi, è già in uscita in aprile sugli schermi thailandesi l’annunciato e attesissimo Ong Bak 3.
A questo turno non si hanno notizie pittoresche di fughe nella giungla e pianti in tv, per cui ne deduco che sia andato tutto liscio.
La trama ve la potrei anche riportare, ma tanto non vi interessa. La regia penso sia stata divisa in modo più o meno ufficiale tra Tony Jaa e il suo coreografo/mentore Panna Rittikrai.
Il primo trailer è questo:
In Italia, vista la fine che ha fatto il secondo, scordatevelo. Ma tanto un’altra cosa bella di questi film è che anche senza sottotitoli te li godi che è una meraviglia.
DVD-quote preventiva:
“Perché usare cavi quando puoi usare ELEFANTI?”
Nanni Cobretti, i400calci.com
Sono commosso.




