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Ong Bak 3: La gigantesca scritta Cock

02/09/2010 | recensioni | di Luotto Preminger

Riassunto:
2003: Ong Bak. Jaa e Pinkaew diventano famosi.
2005: The Protector. Jaa e Pinkaew diventano famosissimi. Ma Jaa inizia a stufarsi di fare il saltimbanco, per lui il muay thai è come il babbà per Marisa Laurito. Jaa vuol diventare regista e dirigere un film di arti marziali come Budda comanda.
2006-2007: Jaa e Pinkaew litigano. Jaa si allea con l’action director Panna Rittikrai e comincia a dirigere Ong Bak 2 con ambizioni spropositate. Ben presto gli sfugge tutto di mano: caricato di troppe responsabilità, si mette a piangere con la sua voce a trombetta e scappa nella giungla. Poi torna, va in TV, frigna di nuovo, giura che finirà il film, lo finisce a prezzo di grandi sacrifici.
2008: Ong Bak 2. Film di alte e seriose ambizioni ma difettoso e arrabattato, pallosissimo nello svolgimento della storia ma sempre molto lodevole quando c’è da menarsi con dei costumi fichi. Jaa però è ormai fuori fase, per contratto gli tocca fare un terzo film ma non ne ha più voglia, le pressioni lo schiacciano, piange di continuo.
2010. Ong Bak 3. Terza parte in cui Tony Jaa tenta il suicidio, non ci riesce e allora fonda i Joy Division.
Vediamo come.

Sembra fico, neh?

Sembra fico, neh?

Intanto è bene precisare che Ong Bak 3 non è stato concepito – o non del tutto – come film a sé: Ong Bak 2 era venuto fuori come una sbracata di 4 ore, scombinata e zoppicante, al punto che i produttori avevano deciso alla disperata di dividerlo in due film sperando di rientrare nelle spese. Ecco perché Ong Bak 2 si chiudeva di botto à la cazzo di cane, o se preferite à la Matrix Reloaded. Poi, come abbiamo appena detto, dopo Ong Bak 2 Jaa di tutto aveva voglia fuorché di mettersi a lavorare su Ong Bak 3. Che infatti è stato appiccicato con lo sputo con i rimasugli avanzati da quanto già girato, più altra roba messa lì perché si doveva. Ma a Jaa non gliene fregava già più nulla e – incredibile ma vero – anche il fisico iniziava a traballare, minato da tutti quei cazzi per la testa.
E questo era il mattino; passiamo al buon giorno.

La trama in breve: prima massacrano Jaa di botte e lo torturano un sacco rendendolo storpio, poi il re cattivo inizia ad avere delle pedanti visioni in CG, poi il re cattivo viene ucciso da un altro ancora più cattivo e con ancora più eyeliner, e infine c’è il duello tra il re eyeliner e un Jaa nel frattempo guarito grazie all’amore, alla religione e al comic relief di Mum Jokmok.

Lo abbiamo ritrovato: era in questo film

Lo abbiamo ritrovato: era in questo film

Ora, finché Jaa viene massagrato di botte tutto ok. Uno ci può anche vedere la volontà di autoflagellazione del depresso patologico. Dopo: una miseria pressoché totale. In piena crisi mistica, Jaa dedica un bel 40% del minutaggio totale a inquadrare sé stesso che fa le mosse di muay thai per guarire dalla zoppia con tanta forza interiore e molte più danze tradizionali di quanto io sia disposto a sopportare in tutta la mia vita. Non è un caso che Tony, dopo questo film, abbia detto ciao ciao al brutto e cattivo show business e sia entrato in convento (lo sapevate, no?).
Tanto scarsa era la voglia che le scene più cool e il personaggio teoricamente più carismatico vengono affidate a Dan Chupong, nel ruolo dell’ancora più cattivo tutto pittato di nero, denti inclusi. Costui è piuttosto ripetitivo nelle sue mosse di muay thai e quanto a presenza scenica se la gioca con le colonne del palazzo reale, quindi figuratevi su che popò di paia di spalle solide si regge la baracca.

Il magnetico Dan Chupong

Il magnetico Dan Chupong

Ma tutto questo, in fin dei conti, sarebbe anche sopportabile. Noi abbiamo sempre avuto fiducia in Jaa perché i suoi film altrimenti penosi venivano salvati e portati nell’Olimpo grazie a scene di combattimento verso cui fastforwardare avidamente, e da vedere e rivedere all’infinito (cazzo, nel primo Ong Bak era il regista stesso che ci offriva i replay). Qui invece, signora mia! Le scene di botte sono pigre, zero fantasia, mosse risapute, invenzioni riciclatissime, no spettacolarità, tutto già visto, niente da ricordare, chiusura attività, prezzi stracciati, fuori tutto, ci vogliamo rovinare. E ci siete riusciti.
Cristo Iddio. Potrei chiudere il discorso qui. Potrei semplicemente scrivere questa cosa, cancellare tutto il resto e fare una recensione di tre righe. Però uno spera sempre che il film si salvi su altri fronti: colpi di scena, colpi da maestro. Talento visivo. Musiche. I COSTUMI. Boh! Che ne so, poteva esserci un cameo a sorpresa dell’ippopotamo della Lines. A un certo punto il film poteva interrompersi per mostrare il trailer di Room in Rome. Non so, qualcosa. Qualcosa qualsiasi. E invece – colpo di grazia – c’è il finale.

Il making of

Il making of

Il finale secondo me è stato concepito da Jaa per far capire a chi non ci fosse ancora arrivato che LUI DI FARE QUESTO FILM NON NE AVEVA PUNTA VOGLIA. Quel finale lì, buttato via quant’altri mai, con uno dei peggiori duelli finali mai visti (di certo il peggiore se si tiene conto delle potenzialità di chi lo combatte), quel finale è un dito puntato al pubblico: è colpa vostra se mi hanno costretto a fare questa merda. Io sto male, lo capite? Ma voi continuate ad applaudire, ad acclamare, a darmi soldi. Tò, stronzi. Ve lo meritate. Beveteve ’sta sbobba. Già, peccato che grazie a questo atteggiamento da stronzino capriccioso il film sia venuto una mezza merda, e se questa è la direzione in cui doveva andare la carriera di Jaa, allora meglio il convento. Lo dico sempre io, che non ce n’è come un anno o due di convento per far rigare dritte le teste calde.

DVD-quote suggerita:

“Ma va’ in convento, va’”
Luotto Preminger, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

Io sto con gli elefanti: Ong Bak 3

02/02/2010 | news | di Nanni Cobretti

ong bak 3Un mesetto fa avevo iniziato sul mio quadernino a righe di seconda (due grandi una piccola) un post nel quale mi dilungavo a spiegare come mai assegnavo alla Thailandia il Premio Sylvester per Miglior Paese degli Anni Zero. Non l’ho mai finito, per cui vi racconto qua più o meno com’era: in pratica spiegavo di come fossi commosso dal fatto che un paese del terzo mondo, pur di farsi notare, avesse fatto di necessità virtù e si fosse ridotto a sfruttare al massimo quella centralità dell’uomo di cui tanto blatera Faenza anche se secondo me non intendeva esattamente questo. Nel senso: in mancanza di soldi il metodo thailandese è stato semplicemente allevare atleti disumani alla Tony Jaa con metodi che secondo me Sparta in confronto era il Centro Benessere di Salsomaggiore Terme, e poi -- ignorando il “Don’t try this at home” che compare prima dei film di Jackie Chan -- infilarli senza CGI, cavi, reti o controfigure in coreografie acrobatiche e pericolose ai limiti dello snuff: Ong Bak ha una scena in cui Tony Jaa tira un calcio volante mentre le gambe gli vanno letteralmente a fuoco, e non è niente in confronto a Born To Fight dove ci si picchia e ci si scaraventa giù da camion in corsa. Ovviamente in tutto questo la trama diventa dichiaratamente secondaria, e là dove in Ong Bak ci sono replay a sottolineare le acrobazie più pese manco stessimo guardando la diretta di Giochi senza Frontiere, Born to Fight dopo mezzora diventa un’unica meravigliosa megarissa indistinta senza soluzione di continuità. E non dimentichiamo Chocolate, il primo film a mostrare gli infortuni sul set direttamente nel trailer.

Jackie Chan non l'ha mai fatto

Jackie Chan non l'ha mai fatto

Ma tutto questo è diventato rilevante non solo grazie a materiale umano da macello che a volte dà idea di essere stato assunto solo in cambio di un’assicurazione sul decesso con la quale la famiglia camperebbe tutta la vita, ma anche grazie a un tizio estremamente scaltro e preparato come Prachya Pinkaew e alle sue intuizioni registiche che elevano i film a qualcosa di ben più intelligente e interessante che puro circo suicida alla Mondo Cane: cito per l’ennesima volta sia l’impossibile piano sequenza in The Protector che l’assoluta genialità visionaria della scena alla Super Mario sulle impalcature in Chocolate.
Poi i suoi allievi lo hanno abbandonato. Tony Jaa ha inseguito il progetto della vita con uno pseudo-prequel di Ong Bak durante le riprese del quale si è fatto venire un crollo totale di nervi, e Mrs. Jeeja Yanin Cobretti ha preteso la stessa indipendenza creativa per il meno ambizioso Raging Phoenix, nel quale però tradisce il dogma ricorrendo per brevi frangenti anche ai maledetti cavi.
E ora, finalmente, il succo del post odierno: realizzato in tempi imprevedibilmente brevi, è già in uscita in aprile sugli schermi thailandesi l’annunciato e attesissimo Ong Bak 3.
A questo turno non si hanno notizie pittoresche di fughe nella giungla e pianti in tv, per cui ne deduco che sia andato tutto liscio.
La trama ve la potrei anche riportare, ma tanto non vi interessa. La regia penso sia stata divisa in modo più o meno ufficiale tra Tony Jaa e il suo coreografo/mentore Panna Rittikrai.
Il primo trailer è questo:

In Italia, vista la fine che ha fatto il secondo, scordatevelo. Ma tanto un’altra cosa bella di questi film è che anche senza sottotitoli te li godi che è una meraviglia.

DVD-quote preventiva:

“Perché usare cavi quando puoi usare ELEFANTI?”
Nanni Cobretti, i400calci.com

Ong Bak 2. Il trionfo.

29/03/2009 | recensioni | di Nanni Cobretti

ong bak 2Sono commosso.
Sono sinceramente commosso.
Ci sono stati momenti in cui avevo temuto che non avrei mai visto questo film, l’ambizioso e tormentatissimo esordio alla regia del nostro eroe Tony Jaa.
Avevo paura che diventasse il suo Game of Death – il film che Bruce Lee voleva eleggere a manifesto della sua filosofia ma che morì prima di concludere.
Tony Jaa non è morto, ma ha fatto capricci da star, ha gonfiato il budget, si è fatto prendere da gravi crolli nervosi, ha minacciato ricatti, è addirittura scappato scomparendo (nella giungla!), poi è tornato, ha pianto in TV, e infine è riuscito a concludere il tutto con l’aiuto di Panna Rittikrai, suo mentore, già sceneggiatore e coreografo del primo Ong Bak e regista dello spettacolare Born to Fight.

Ogni marzialista serio sogna di realizzare grossomodo lo stesso film.
Un film epico, di grande impatto spirituale, in cui il protagonista (se stesso) intraprende un viaggio più o meno metaforico che lo porterà a imparare, o a sfidare, o comunque a fare sfoggio di diversi stili di lotta.
È il film con cui il marzialista celebra la sua definitiva e incontrovertibile superiorità, del proprio stile o di se stesso singolarmente in quanto fine conoscitore di stili diversi.
Alla fine di questo film, composto da scene di combattimenti in percentuali che variano dall’80 al 98%, l’eroe impara – o insegna – qualcosa di non molto lontano dal senso ultimo della vita.
E Tony Jaa, dopo aver fatto essenzialmente la marionetta da circo in due film con Prachya Pinkaew, vuole decisamente la consacrazione a marzialista serio.

ong bak 2

A questo punto vi dovrei parlare dell’epica storia che ha partorito la sua mente iperstimolata, ma ammetto che, pur avendo visto una versione in tailandese con opportuni sottotitoli, l’ultima cosa che mi interessava fare era distrarmi a leggerli. Quindi non lo so. Non ne ho la più pallida idea.
Apparentemente non ha nulla a che fare con il primo Ong Bak: è ambientato nella Tailandia del Tantissimiannifa d.C., e c’è Tony Jaa bambino che prima lo malmenano e lo fanno lottare con un coccodrillo (scena da giù di testa), poi cresce e impara le arti marziali. A quel punto comincia a picchiare cattivi a raffica indiscriminatamente, ma non saprei dirvi se per vendicarsi o, che so, per “punire se stesso”. E non me ne frega niente.
La cosa importante è che, forse con piccola delusione dei meno avvezzi al genere, Tony abbandona in parte gli stunt gratuiti dei suoi primi due film in favore di uno show maggiormente incentrato sulla maestria tecnica. Il solito Muay Thai, una manciata di animali, lo stile dell’ubriaco, la spada, la scimitarra, il nunchaku a tre bastoni… c’è un po’ di tutto, e viene sfoggiato contro i più svariati avversari, che comprendono tocchi fantasy come una donna-tigre e una spettacolare donna-corvo. C’è spettacolarità e c’è concretezza, e niente pacchianate tipo i replay delle scene più pericolose. Ong Bak 2 finalmente assomiglia a un film, e non a uno speciale stuntmen del sabato notte di Italia1.
E che film! Per chi fosse combattuto se desiderare o meno lo sbarco di Tony Jaa in terre cinematograficamente più avanzate alla ricerca di maggior professionalità tecnica di contorno, non c’è più motivo di disperarsi: provvisto per la prima volta di budget adeguato, il Tony si presenta con una pellicola confezionata di lusso, fotografia, montaggio, tutto. E in più riesce a non farsi travolgere dalla sindrome di onnipotenza, e a limitarsi soltanto a ciò che sa fare bene – nello specifico, il suo personaggio necessita di una sola espressione e ha sì e no due frasi di dialogo.
In definitiva, Ong Bak 2 non giustificherà appieno la crisi di nervi del suo sensibilissimo autore, ma compie il miracolo di fare effettivamente quasi tutti i passi avanti a cui si sperava di assistere, concretizzando in larga parte le ambizioni che si era proposto.
Che poi diciamocelo: parafrasando il nostro Jean-Luc Merenda, uno come Tony Jaa non lo si crea in una notte.

ong bak 2

Poi ovviamente non posso concludere un post su Tony Jaa senza parlare di elefanti.
Del resto i suoi film ci hanno aperto una suggestiva finestra su un mondo in cui la gente possiede elefanti come noi possediamo cani e gatti.
In questo film nessuno gliene ruba uno – Tony pare già nervoso per i cazzi suoi – ma i simpatici pachidermi sono i protagonisti delle scene più incredibili.
Scene che in un paese civile probabilmente non gli permetterebbero di girare, ma per fortuna in Tailandia sì.
Tony non ci tradire, rimani dove sei.

>> IMDb | Trailer