Riassunto:
2003: Ong Bak. Jaa e Pinkaew diventano famosi.
2005: The Protector. Jaa e Pinkaew diventano famosissimi. Ma Jaa inizia a stufarsi di fare il saltimbanco, per lui il muay thai è come il babbà per Marisa Laurito. Jaa vuol diventare regista e dirigere un film di arti marziali come Budda comanda.
2006-2007: Jaa e Pinkaew litigano. Jaa si allea con l’action director Panna Rittikrai e comincia a dirigere Ong Bak 2 con ambizioni spropositate. Ben presto gli sfugge tutto di mano: caricato di troppe responsabilità, si mette a piangere con la sua voce a trombetta e scappa nella giungla. Poi torna, va in TV, frigna di nuovo, giura che finirà il film, lo finisce a prezzo di grandi sacrifici.
2008: Ong Bak 2. Film di alte e seriose ambizioni ma difettoso e arrabattato, pallosissimo nello svolgimento della storia ma sempre molto lodevole quando c’è da menarsi con dei costumi fichi. Jaa però è ormai fuori fase, per contratto gli tocca fare un terzo film ma non ne ha più voglia, le pressioni lo schiacciano, piange di continuo.
2010. Ong Bak 3. Terza parte in cui Tony Jaa tenta il suicidio, non ci riesce e allora fonda i Joy Division.
Vediamo come.

Sembra fico, neh?
Intanto è bene precisare che Ong Bak 3 non è stato concepito – o non del tutto – come film a sé: Ong Bak 2 era venuto fuori come una sbracata di 4 ore, scombinata e zoppicante, al punto che i produttori avevano deciso alla disperata di dividerlo in due film sperando di rientrare nelle spese. Ecco perché Ong Bak 2 si chiudeva di botto à la cazzo di cane, o se preferite à la Matrix Reloaded. Poi, come abbiamo appena detto, dopo Ong Bak 2 Jaa di tutto aveva voglia fuorché di mettersi a lavorare su Ong Bak 3. Che infatti è stato appiccicato con lo sputo con i rimasugli avanzati da quanto già girato, più altra roba messa lì perché si doveva. Ma a Jaa non gliene fregava già più nulla e – incredibile ma vero – anche il fisico iniziava a traballare, minato da tutti quei cazzi per la testa.
E questo era il mattino; passiamo al buon giorno.
La trama in breve: prima massacrano Jaa di botte e lo torturano un sacco rendendolo storpio, poi il re cattivo inizia ad avere delle pedanti visioni in CG, poi il re cattivo viene ucciso da un altro ancora più cattivo e con ancora più eyeliner, e infine c’è il duello tra il re eyeliner e un Jaa nel frattempo guarito grazie all’amore, alla religione e al comic relief di Mum Jokmok.

Lo abbiamo ritrovato: era in questo film
Ora, finché Jaa viene massagrato di botte tutto ok. Uno ci può anche vedere la volontà di autoflagellazione del depresso patologico. Dopo: una miseria pressoché totale. In piena crisi mistica, Jaa dedica un bel 40% del minutaggio totale a inquadrare sé stesso che fa le mosse di muay thai per guarire dalla zoppia con tanta forza interiore e molte più danze tradizionali di quanto io sia disposto a sopportare in tutta la mia vita. Non è un caso che Tony, dopo questo film, abbia detto ciao ciao al brutto e cattivo show business e sia entrato in convento (lo sapevate, no?).
Tanto scarsa era la voglia che le scene più cool e il personaggio teoricamente più carismatico vengono affidate a Dan Chupong, nel ruolo dell’ancora più cattivo tutto pittato di nero, denti inclusi. Costui è piuttosto ripetitivo nelle sue mosse di muay thai e quanto a presenza scenica se la gioca con le colonne del palazzo reale, quindi figuratevi su che popò di paia di spalle solide si regge la baracca.

Il magnetico Dan Chupong
Ma tutto questo, in fin dei conti, sarebbe anche sopportabile. Noi abbiamo sempre avuto fiducia in Jaa perché i suoi film altrimenti penosi venivano salvati e portati nell’Olimpo grazie a scene di combattimento verso cui fastforwardare avidamente, e da vedere e rivedere all’infinito (cazzo, nel primo Ong Bak era il regista stesso che ci offriva i replay). Qui invece, signora mia! Le scene di botte sono pigre, zero fantasia, mosse risapute, invenzioni riciclatissime, no spettacolarità, tutto già visto, niente da ricordare, chiusura attività, prezzi stracciati, fuori tutto, ci vogliamo rovinare. E ci siete riusciti.
Cristo Iddio. Potrei chiudere il discorso qui. Potrei semplicemente scrivere questa cosa, cancellare tutto il resto e fare una recensione di tre righe. Però uno spera sempre che il film si salvi su altri fronti: colpi di scena, colpi da maestro. Talento visivo. Musiche. I COSTUMI. Boh! Che ne so, poteva esserci un cameo a sorpresa dell’ippopotamo della Lines. A un certo punto il film poteva interrompersi per mostrare il trailer di Room in Rome. Non so, qualcosa. Qualcosa qualsiasi. E invece – colpo di grazia – c’è il finale.

Il making of
Il finale secondo me è stato concepito da Jaa per far capire a chi non ci fosse ancora arrivato che LUI DI FARE QUESTO FILM NON NE AVEVA PUNTA VOGLIA. Quel finale lì, buttato via quant’altri mai, con uno dei peggiori duelli finali mai visti (di certo il peggiore se si tiene conto delle potenzialità di chi lo combatte), quel finale è un dito puntato al pubblico: è colpa vostra se mi hanno costretto a fare questa merda. Io sto male, lo capite? Ma voi continuate ad applaudire, ad acclamare, a darmi soldi. Tò, stronzi. Ve lo meritate. Beveteve ’sta sbobba. Già, peccato che grazie a questo atteggiamento da stronzino capriccioso il film sia venuto una mezza merda, e se questa è la direzione in cui doveva andare la carriera di Jaa, allora meglio il convento. Lo dico sempre io, che non ce n’è come un anno o due di convento per far rigare dritte le teste calde.
DVD-quote suggerita:
“Ma va’ in convento, va’”
Luotto Preminger, i400calci.com
Un mesetto fa avevo iniziato sul mio quadernino a righe di seconda (due grandi una piccola) un post nel quale mi dilungavo a spiegare come mai assegnavo alla Thailandia il 
Sono commosso.




