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I Mercenari: Jet Li e Jason Statham in “The One” e “War”

05/08/2010 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Quando abbiamo messo gli occhi sul cast di The Expendables (o, come butta dire in questi giorni, de I Mercenari), c’è venuto uno di quei duroni che neanche all’epoca in cui in edicola si andava con fare furtivo a comprare Teletutto. Un sogno che diventa realtà. Tanta, tantissima carne al fuoco. Insomma, lo sapete: tutti i nostri eroi in un solo film. Eppure, in pochi sembrano ricordarsene, due dei Mercenari hanno già avuto il piacere di dividere lo stesso set. Parliamo di Jet Li e del nostro paggetto Jason Statham, che hanno fatto non uno, ma ben due film insieme. Soppala. E te li ricordi, signò? Noi sì.

The One: film fatti col computer! Paiura!

The One: film fatti col computer! Paiura!

Partiamo da The One, pellicola del 2001 a firma James Wong. Il film ha uno spunto narativo piuttosto affascinante, simile a quello che regola il mondo dei comics Marvel. Sapete no, che noi viviamo in un Multiverso, vero? Per dirla in parole povere: ci sono tantissime realtà parallele, tantissime variazioni della realtà in cui noi viviamo. Vi faccio un esempio concreto: in questa nostra realtà (che è solo una delle tante, nello specifico una delle 125 esistenti) Silvio Berlusconi è il Presidente del Consiglio. In un’altra è rimasto un cantante sulle navi da crociera. In un’altra ancora, è da poco diventato Presidente della Galassia Unita. C’è anche quella però in cui il trapianto di capelli gli è venuto male e adesso indossa una parrucca tipo quella di Sandy Marton e tutti lo prendono in giro. Insomma, ci siamo capiti. Nel futuro immaginato da James Wong, esiste un modo per viaggiare da una realtà all’altra. Questo però crea dei probabili rischi all’equilibrio universale, per cui esiste una Polizia Intradimensioniale, dei poliziotti che controllano che tutto proceda per il verso giusto, senza casini o sovrapposizioni di realtà. In questo casino esiste un pazzo criminale che ha una bellissima idea: viaggiare di realtà in realtà per uccidere tutti i suoi corrispettivi fino a diventare l’unico, il solo, The One. Scatta dunque una incasinatissima caccia all’uomo tra il pazzo criminale (Jet Li) e un poliziotto intradimensionale dai metodi poco ortodossi (Jason Statham). Questa, in poche ma incasinate parole, la trama di The One. Ma vediamo come se la sono cavata i nostri due attori in questo primo confronto.

Jet Li non ride mai. Ma mai mai.

Jet Li non ride mai. Ma mai mai.

Siamo come abbiamo detto nel 2001. Jet Li, leggenda del cinema di Hong Kong, è da poco sbarcato in America. Ha esordito con il ruolo del cattivo in Arma Letale 4, gli è stato cucito addosso un film imbarazzante come Romeo Must Die (dove, lo ricordo per chi non l’avesse visto, a un certo punto si mette il cappellino all’indietro e gli fanno fare il rapper. Cristo, perché?) e ha già incontrato sulla sua strada quel cazzaro di Luc Besson che l’ha voluto per Kiss of the Dragon. Insomma, Jet Li è arrivato a Hollywood come un mito, preceduto da una fama incredibile, ma non ha ancora trovato un ruolo in grado di esaltarne le incredibili capacità. Un po’ la stessa sorte che è toccata ai registi della colonia inglese, il cui nome viene sbandierato sulle locandine dei film che firmano in America come sinonimo di rinnovo dell’action, ma che poi nei fatti sembrano dei loro imitatori pochi ispirati. John Woo, Ringo Lam, Tsui Hark sono gli spettri di quello che erano. Jet Li, insieme a loro, non sta facendo una gran figura. C’è da dire che non è nemmeno colpa sua e che sono passati ormai anni da quando faceva quelle cose che ogni volta che le vediamo piangiamo fortissimo, ma la crisi è innegabile. Segue un video in cui Jet Li fa una di quelle cose che quando la vediamo noi piangiamo fortissimo.

James Wong, che a noi sta simpatico e che l’anno prima di questo film aveva girato Final Destination, si trova a dover dirigere Jet Li. Non sapendo bene che fare, non avendo a disposizione nessun coreografo coi controcazzi (anche se pare ci sia lo zampino di Corey Yuen), fa quello che gli viene meglio: la butta in caciara. C’è un che di dissacrante nell’utilizzo che il regista fa dell’attore. Mentre l’ancora misconosciuto Jason Statham viene introdotto in scena senza nessuno stratagemma o suspence, il volto di Li viene svelato dopo una lunga preparazione. il nome sulla loocandina d’altra parte è il suo. Una volta scoperto che il cattivone è lui (con un doppio effetto sorpresa), lo si cogliona mostrandolo in una lunga serie di travestimenti, ovvero sempre lui ma nelle altre 120 e passa realtà parallele: Jet Li biondo, coi capelli lunghi, macho, gay, ecc… Se promettete che non mi aspettate sotto casa per randellarmi, direi che James Wong diventa warholiano e sfrutta l’elemento pop della figura di Jet Li riproducendolo all’infinito, in una lunga serie di varianti. Questo meccanismo rende posibile anche un vero e proprio cazzabubolo fino ad allora impensabile: il combattimento Jet Li vs Jet Li. È qui risiede l’altro elemento forte del film. Della leggerezza di Hong Kong qui non si sa che farsene e quella fiscità così affascinante viene sostituita da un’ostentazione di cavi e da un utilizzo del digitale quasi dilettantesco. Le botte di The One sono più simili a quelle dei cartoni animati piuttosto che a quelle sequenze che anche mia madre poi diceva “hai visto? tipo Matrix!”. Jet Li diventa di plastica, regolato da leggi simili a quelle a cui sottostà Willy il Coyote e, come si diceva precedentemente, replicabile. Dall’altra parte viene presentato un Jason Statham acerbo (anche lui è praticamente appena arrivata in America, dopo gli esordi british con Guy Ritchie), con decisamente troppi capelli, non ancora pronto al corpo a corpo. È innegabile però che il nostro è dotato di quella cartolaccia innata che ce lo rende oggi così irresistibile. Di fianco a Li (che giustamente non cambia mai espressione… ma non è mai stato un problema) svetta per versatilità e bravura, anche se si limita a fare lo sguardo truce e bofonchiare un paio di battute ad effetto. Insieme i due fanno poco, manco un vero e proprio scontro, ma si capisce che se la intendono. Amici. In cinque minuti.

DVD-quote suggerita:

Il periodo warholiano di James Wong
Casanova Wong Kar Wai, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

Per la serie: locandine deligate.

Per la serie: locandine deligate.

Tant’è che i due ci riprovano sei anni dopo con War (in italiano Rogue: il Solitario) e le cose vano un po’ meglio. Non tanto a livello di storia (War è un pasticciaccio piuttosto confuso, fatto di continui doppi, tripli, quadrupli giochi carpiati con velleità shakespeariane che alla fine, anche se si capisce tutto, manca proprio l’interesse. Pare anche che sia stato tagliato perché molto violento e forse questo non aiuta. Ma anche sticazzi), ma di recitazione. E soprattutto di interazione tra i due. Il film si apre sulla cartola del poliziotto Statham che, nei cinque minuti iniziali, dimostra di aver capito come tenere a bada i suoi capelli, guadagna una battuta che capisci immediatamente che verrà ripronunciata in qualche altra parte del film con tanto di gomitino gomitino, uccide gente e vanvera con un fucile a pallettoni. Ed è inutile che vi stia a dire che il fucile a pallettoni è in dotazione solo ad attori con uno spessore che giustifichi il calibro e la pesantezza dell’arma. Se in The One era fondamentalmente un Signor Nessuno, qui è immediatamente protagonista. La sua figura di omo de action duro e sporco è già stata consolidata da due episodi della saga di Transporter e dalla sua parte in The Italian Job. Ah, e da quel filmetto che è Crank. Jason è anche sulla (deligatissima) locandina e in questo film il possesso di palla è Jason 60%, Jet 40%. A voler essere generosi.

Cartola. Tanta.

Cartola. Tanta.

Ma è ancora una volta il trattamento che viene fatto di Jet Li ad essere maggiormente interessante. Il suo volto viene svelato dopo un quarto d’ora se non di più di film, ma soprattutto viene più volte detto che il suo aspetto è frutto di ripetuti inteventi di chirurgia plastica. Questo, permettete la cattiveria, viene probabilmente detto per giustificare la fissità di Li. Qui quantomai evidente, visto che non viene mai sfruttato il suo vero potenziale. In War, Jet Li passa più tempo con una pistola in mano che a menar le mani. E non mi sembra una buona idea. L’idea è quella di crear una sorta di competizione a distanza tra i due. I metodi sbrigativi e de panza di Statham, contrapposti a quelli freddi e calcolatori di Li. Vederli in azione prima separatamente, fare una piccola preview del loro duello finale, per poi far deflagrare il tutto negli ultimi minuti. Qui finalmente si arriva alle mani. Jet Li è libero di tirare un paio di pizze e sfruttare un set (a dire il vero non particolarmente interessante). Jason può far vedere che anche lui due calci li sa piazzare. Il loro corpo a corpo, è troppo breve, è giustificato narrativamente accazzo di cane, ma non è niente male. Anzi, direi che è proprio il fulcro del film. Anche perché il resto c’è Jet Li che fa a spadate con un ciccione, Devon Aoki che veramente non sa fare un cazzo e Jason che fa le faccette insieme a Luis Guzmán. Parte del merito, se di merito vogliamo parlare, è di quello che ha trasformato Liam Neeson in una action star, ovvero il regista di Taken, a.k.a quello zarro di Pierre Morel. Qui è direttore della fotografia, ma fa sicuramente di più di Philip G. Atwell, ovvero colui che è accreditato come regista.

DVD-quote suggerita:

“Jet Li con le pistole in mano. Ma almeno Jason non ha i capelli.”
Casanova Wong Kar Wai, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

Se ne i Mercenari non fai quelle robe lì che ci fanno piangere, mi faccio ricrescere i capelli.

Se ne i Mercenari non fai quelle robe lì che ci fanno piangere, mi faccio ricrescere i capelli.

The Collector: post con “torture porn” tra i tags

26/04/2010 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai
Juan Fernández con la maschera

Juan Fernández con la maschera

Vi ricordate In Hell? Che incredibile capolavoro. Jean-Claude Van Damme diretto da Ringo Lam in un film girato nel 2003 in un carcere in Bulgaria e scritto tra gli altri dal messicano Jorge Alvarez (che di lavoro fa il tecnico del suono). Mi viene da piangere a ripensarci, a In Hell. L’ho visto da solo in un multisala di Milano. Il resto del pubblico era composto da gente che poteva tranquillamente fare una comparsata nel film. Se non l’avete visto sappiate che siete dei “guappi ‘e cartone” e che ci fate venire il magone. I 400 Calci esiste anche e soprattutto per film come In Hell. In quel bellissimo film la parte della puttana del carcere, ovvero l’uomo travestito da donna con problemi di droga che aiuta almeno in due sequenze il protagonista, era intepretata da Juan Fernández. Se i casi della vita un giorno mi porteranno a dirigere un film, la primissima cosa che farò sarà di chiamare Juan Fernández. No Juan, no film.

Juan senza maschera che fa la soccola

Juan senza maschera che fa la soccola

Cazzo, ma non vi viene una voglia matta di vedere tutti i film con Juan Fernández? Ve ne consiglio uno io (anche se non gli si vede mai la faccia perché ha sempre indosso una maschera piuttosto inquietante): The Collector. ve ne avevamo anche già parlato. È il frutto dell’incontro di due menti magnifiche: Patrick Melton (sceneggiatura) & Marcus Dunstan (sceneggiatura e regia). I due, non paghi di aver messo la loro firma sugli script di pellicole come la trilogia di Feast o gli ultimi quattro episodi di Saw, hanno deciso di portare sullo schermo questa nuova perla. Sulla locandina ci viene ovviamente ricordato “Dagli sceneggiatori di Saw!“. Io avrei fatto scrivere “Una bombetta con Juan Fernández!“, ma vabbeh, non ci si può lamentare sempre di tutto. Rimane comunque una bombetta.

Tra poco per te saranno cazzi.

Tra poco per te saranno cazzi.

Storia: un ladro mosso da nobili motivazioni si intrufola in una casa. Sfortunatamente però, prima di lui nella stessa casa si è intrufolato The Collector (ovvero il nostro amico Juan Fernández). Cosa fa The Collector? Sevizia, tortura, uccide intere famiglie e poi si porta via una vittima (che immagino poi collezioni… altrimenti non mi spiego il titolo. Devo dire però che effettivamente questo punto – il collezionare – non mi è chiarissimo. Ma non è neanche importantissimo…). Tra l’altro The Collector ha anche molta fantasia. Non si limita a semplici omicidi. E no, no, no, signora mia. The Collector deve avere un cervello veramente fino perché è in grado di costruire delle trappole incredibilmente complesse e originali. Tipo che se passi in salotto tutto distratto e non vedi un filo teso ai tuoi piedi fai scattare un meccanismo tipo quelli di Willie Il Coyote e dopo una trentina di secondi di carrucole e fili e cazzi e mazzi, muori (male) con dei chiodi nella fazza. Il nostro ladro mosso da nobili motivazioni, dopo essersi reso conto di aver avuto una sfiga clamorosa nell’aver scelto proprio quella casa, decide di mettere i bastoni tra le ruote a The Collector. Senza rivelare la sua presenza nella casa, decide che vuole salvare la povera famigliola. Per cui parte una lotta tra i due fatta di appostamenti, sabotaggi di trappole, nascondoni…

Per te invece saranno cazzi tra pochissimo.

Per te invece saranno cazzi tra pochissimo.

Dopo un intro di massimo dieci minuti, The Collector ingrana la quarta e per i restanti 80 minuti non conosce un secondo uno di pausa. Patrick Melton & Marcus Dunstan sanno quello che fanno e, rispettando l’unità di tempo e di luogo, la buttano sul gatto e il topo giocandosi pure la carta torture porn (facendo anche un po’ quelli che è il loro marchio di fabbrica). Il risultato è un horror divertente, teso e molto violento. Con due bonus: un bel finale e due tette omaggio. Sarà che la visione precedente era Possession, ma averne di film come The Collector.

DVD-quote suggerita:

Torture, tracobbetti, Juan Fernández e tanto sangue! Camaun!
Casanova Wong Kar Wai, i400calci.com

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E infine accadde il miracolo. Universal Soldier: Regeneration.

08/02/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

Due settimane fa, per festeggiare il primo compleanno dei 400 Calci, Nanni Cobretti si è regalato un lettore Bluray. Come acquisto ideale per testare il baracchino ha pensato alla prima cosa a cui avete pensato anche voi: esatto, la neo-trilogia di Universal Soldier. Per cui, dopo aver ripassato i primi due capitoli e ignorato quelli apocrifi con Matt Battaglia, è giunto finalmente il momento di raccontarvi l’ultimo, clamoroso episodio.

universal soldier: regenerationVi è mai capitato di entrare al McDonald, ben consci del tipo di prodotto che viene servito, ordinare il solito menù cheeseburger sperando al massimo che il formaggio sia fresco e abbiano cambiato l’olio di recente, per vedervi invece serviti un bel pollo arrosto cotto, gustoso e aromatizzato a puntino con tanto di vinello bianco in omaggio come fanno nei migliori ristoranti?
È ovviamente una domanda retorica (o “metaforone”). Ma è più o meno la sensazione che ho provato nel godermi quella cosa incredibile che si è rivelata essere Universal Soldier: Regeneration. Nelle premesse: il solito DTV low budget della Nu Image, diretto da un semi-esordiente figlio di papà, da vendere a un pubblico di disperati come noi a cui basta vedere i nomi di Jean-Claude e Dolph sulla locandina ma anche uno solo dei due sarebbe bastato. Nel risultato: roba da far vergognare la quasi totalità di ciò a cui hanno appioppato l’etichetta “reboot” negli ultimi dieci anni, su tutti i livelli.
Ce ne si accorge già dal primissimo secondo: un lento piano sequenza che segue una giovane coppia benestante uscire da un edificio dove un improvviso, violento tamponamento fa scattare un sequestro di persona e un inseguimento in auto tesissimo e forsennato che pure Paul Greengrass ha preso appunti. E poi veniamo introdotti nella splendida location principale: l’abbandonata centrale nucleare di Chernobyl. È qui che si sono rifugiati gli autori del rapimento, i “separatisti del Pasalan”, con lo scopo di ricattare il governo ladro. La loro arma: il più potente UniSol di ultimissima generazione (Andrei “The Pit Bull” Arlovski), sgraffignato dal laboratorio dove ancora si ostinano a perfezionare quel solito vecchio progetto che ha sempre dato più problemi che altro. Il problema: Pit Bull è talmente superiore da bersi in un boccone tutti gli altri amici UniSol speditiglici contro in missione kamikaze. La speranza: rispolverare Luc Deveraux (Jean-Claude Van Damme, obviously). Continua a leggere »