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Sweet Gore Alabama: il cinema di Adam Wingard

18/03/2010 | recensioni | di Cicciolina Wertmüller
adam  wingard

Buongiorno.

Una volta, da piccolo, Adam Wingard si è ammalato. Non era nessuna delle classiche malattie esantematiche, non era influenza; il bimbo, da sempre dotato di un’intelligenza vivace, pareva perso in una catatonia che lo aveva rapidamente portato all’emaciazione. Furono chiamati dottori da tutto l’Alabama, ma non ci capivano niente. Ora, grazie all’evoluzione della medicina, possiamo dire che Adam si era ammalato dello stesso morbo di David Cronenberg, David Lynch, Alejandro Jodorowsky, Shinya Tsukamoto: il “mysticismum sanguinis”. Ma ai vecchi tempi si usavano vecchi rimedi: la mamma, visto lo stato di costante visionarietà in cui era caduto il piccolo Adam (unita ad un’insolita propensione per l’alta macelleria applicata sui membri di famiglia), ha pensato che la cura migliore fosse la distrazione. Gli ha quindi comprato una falsa Leica sovietica di contrabbando, un manuale di fotografia e l’opera omnia di Stan Brakhage e Maya Deren. Per giorni e giorni l’attonita signora Wingard ha visto il figlio dondolare la testa mormorando parole misteriose come “strobo”, “esposizione”, “montaggio”, “saturazione”. Solo in seguito, quando Adam si è iscritto alla scuola di cinema, ha capito di aver fatto, contro il parere del resto dei familiari, la cosa giusta: suo figlio era rinato sotto forma di regista deppaura.
home sickSi comincia con Home Sick (trailer), che Wingard gira nel 2007 mentre è ancora studente: e già si capisce che il giovinotto è eccezionalmente dotato per le sequenze d’atmosfera, la suspence e il delirio; e che non gliene può fregare di meno della trama. Home Sick è un gonzo-horror, una serie di vignette perverse connesse da un filo fragilissimo: la presenza di un assassino psicopatico che sfracella un gruppo di amici, uno a uno. I guai iniziano quando il gruppo, diviso al suo interno da rivalità inconfessate, si riunisce per una svogliatissima seratina: enter Bill Moseley nei panni di un misterioso commesso viaggiatore ghignante, provvisto di una valigetta piena di lame di rasoio. L’uomo chiede di confessare “Who do you hate?” ma nessuno dei presenti dà una risposta convinta e sincera. Da allora finiscono tutti male; teste sfasciate, piedi tagliati in due per il lungo, coltelli che entrano nel cranio ed escono dalla bocca. Ve l’avevo detto che il Wingard era malato. Il finale poi è un delirio di onnipotenza amerikana ricamata nell’emoglobina. Realistico nella messa in scena ma recitato volutamente sopra le righe, Home Sick fa anche discretamente ridere: guardandolo, ti sembra di stare in equilibrio instabile su di un piano inclinato che si inclina sempre di più – e tu non sai perchè.
popskullSeguono alcuni corti che Wingard realizza col suo team di collaboratori stretti, a cominciare dallo sceneggiatore E. L. Katz. Questi corti non li ho visti, ho preferito farmi paura da sola ammirando le inquietantissime foto simil-snuff e i dipinti sul suo blog. Minchia. Passiamo quindi allo sperimentalissimo Popskull (trailer) sempre del 2007, il fratello bastardo di Requiem For A Dream. All’inizo si avverte lo spettatore di non guardare il film se affetto da epilessia, uno pensa “esagerato” e invece stavolta è vero. Ancora Alabama profondo, ancora giovani protagonisti confusi. Daniel cerca di dimenticare la sua ex ingozzandosi di pillole e passando ore a casa del suo amico Jeff, terrorizzandone la morosa e vedendo i fantasmi di due uomini che tempo addietro avevano ucciso una donna nella stessa casa. Il tutto è girato con la mente di un tossico in pieno “high”: montaggio loopato e incoerente, colori lisergici, flash su primi piani sanguinolenti, strobo a pioggia, colonna sonora che inizia innocua, mescolando country e indie, ma poi si fa sempre più allucinata e sofferente. Il monologo di Daniel tenta invano di rimanere a contatto con la realtà – ma quale realtà? Quale delle molte, coloratissime, spaventose, che il protagonista vede?
Popskull è un horror lentissimo e atipico ma molto inquietante e cruento, e conferma il talento urlante di Wingard proprio perchè essenzialmente diverso da Home Sick. L’opera terza del nostro nuovo eroe si chiama A Horrible Way To Die e c’è da star sicuri che fa sul serio anche stavolta. E ora vado a dormire, cazzo.

Anni Zero: Knee Be She Be Peck Pojie Da

14/12/2009 | divagazioni | di Luotto Preminger

Ovvero:
Il doppio calcio volante goffo nel cinema di Bong Joon-ho come scusa per parlare di dieci anni di cinema orientale.

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Quando inizia il 2010?

Quasi tutto come nel 1999: il nuovo decennio non è ancora cominciato che già arriva qualcuno a dire “eh ma in realtà il VERO nuovo decennio inizierà nel 2011″. Grazie mille, care Margherite Hack delle mie palle. Spero che vi siate divertite molto a capodanno del 2001, quando eravate le uniche a festeggiare il VERO nuovo millennio. Shibbal. A capodanno del 2001 io non sono nemmeno riuscito a ubriacarmi. Comunque.

Bong Joon-ho ha diretto, per ora, quattro film e un corto, imprimendo un segno indelebile sugli anni zero e marchiando a fuoco il cinema coreano -e per estensione quello orientale, dato che laggiù si somigliano tutti. Se la Corea del Sud è finita in cima alle classifiche dei geek di tutto il mondo in questi ultimi dieci anni, quello di Bong è uno dei primi tre nomi a cui mi viene di attribuire il merito. L’altro è ovviamente Park Chan-wook (*_*) e il terzo è Kim Ki-duk, del quale dobbiamo ahimè parlare al passato giacché quattro-cinque anni fa è morto ed è stato rimpiazzato dal gemello motuleso. Ma basta coi bignami e dedichiamoci ai CONTENUTI.

INGREDIENTI:
Prenderò in esame i tre maggiori film di Bong Joon-ho, ossia:
- Memories of Murder (2003)
- The Host (il mostro grosso, 2006)
- Mother (quello che voi non avete ancora visto, 2009).
Lascio intenzionalmente fuori il suo corto inserito nel film a più mani Tokyo! (2008), perché ho deciso che non vale, e Barking Dogs Never Bite (2000), sia perché non ho avuto voglia di rivederlo, sia perché stando alle varie Margherite Hack delle mie palle non è un film degli anni zero.

MODALITA’ DI PREPARAZIONE:
Analizzerò i tre film in questione e noterò che in ciascuno di essi v’è una breve scena in cui un personaggio esegue un goffo doppio calcio volante (tipo un salto a piedi uniti in orizzontale, volto a colpire con media forza la vittima designata). Dichiarerò poi che questa è una coincidenza troppo grossa per essere ritenuta casuale, e trarrò quindi delle dotte conclusioni.

DOTTE CONCLUSIONI:
Svilupperò due diverse ipotesi per spiegare il misterioso ricorrere del doppio calcio volante goffo:
(1): esso è una sottile metafora o rispecchiamento della parabola del cinema orientale nel corso degli anni zero. Oppure
(2): Bong trova buffo vedere la gente che salta a piedi uniti in orizzontale.

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Fuck You Chelios! O del fare le Corna Metal da soli a casa.

26/05/2009 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

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Questo blog esiste – lo dico senza timore di smentita – anche perché nel 2006 Mark Nevaldine e Brian Taylor hanno estratto dal cilindro magico un film come Crank. Una summa di tutto quello che noi amiamo vedere su grande schermo: azione, innovazione, corpi. Poco, pochisismo, altro. Cosa si può chiedere di più al Cinema? Cosa c’è di meglio di un film del genere? Crank: High Voltage, ça va sans dire. Tanto è stata spasmodica l’attesa per questa visione, che per lunghi giorni, la cartellina contente un entusiasmante rip da dvd russo con audio sincronizzato preso live da un cinema inglese (ma con i titoli di coda letti da una voce russa… giuro…), oggetto di altissime speranze per tre lunghi anni, è rimasta lì… sul desktop, a fissarmi. Ce l’avevo lì a disposizione, ma aspettavo il momento giusto. Certo, già l’idea del dvd russo mi riempiva di giubilo: mi sembrava di essere in possesso di un segreto internazionale, che prima di arrivare nel mio salotto, era passato per oscuri sottoscala sovietici, in clandestinità, nelle mani di gente brutta, in canotta, che fuma Stop senza filtro ascoltando Techno bulgara. Ero lì, con la fotta di un bambino il giorno prima di Natale e aspettavo.
Ma poi è venuto il tempo. Ho visto e signori, possiamo dirci felici.

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Il primo Crank aveva l’aria spensierata di una boccata d’aria, violenta e estemporanea, inserita a tradimento in un ambiente che – anche se più libero e felice di altri – ha delle regole. Meglio: dei limiti. Limiti coi quali quasi tutti scendono a compromessi. Si fa così e cosà. Certo, voi due siete giovani e irruenti, avete fatto il vostro filmino tutto matto, vi siete guadagnati un biglietto omaggio per arrivare forse a giocare coi grandi… vediamo cosa fate adesso. E cosa fanno Nevaldine & Taylor? Ti vengono sotto con fare minaccioso, ti guardano ridendo, vanno a fuoco, e ti mandano a fare in culo. Come quando Lebron James ti urla “In Your Face”. Come Dr. Dre in The Chronic… anche se lì il significato era diverso… L’arroganza di chi arriva e, tempo cinque minuti, ti dimostra che “qui si fa quello che voglio io…”

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È esaltante vedere che c’è chi è in grado di cogliere l’occasione per fare qualcosa di nuovo, di portare tutto vicinissimo – se non oltre – il punto di rottura. Qualcuno che conosce i limiti e decide scientemente di andare oltre. Il primo nome che viene in mente è quello di Tsukamoto. Non solo perché l’idea del corpo macchina, e del cinema che ne riproduce la meccanica, è la stessa, ma soprattutto perché – scusate il termine tecnico – la “pacca” è la stessa. Come il pugno in faccia che ricevemmo quella notte che Ghezzi trasmise Tetsuo. Sdeng!

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Al posto dell’adrenalina questa volta a far correre Chev Chelios c’è l’elettrictà, e direi che per quanto riguarda la trama possiamo fermarci qui. Il resto è ancora una volta la summa di tutto quello che noi amiamo vedere su grande schermo. Ma all’ennesima potenza. Come dice il mio Amico Miquele: come se non ci fosse un domani. Stupisce come in questo macello, si sia riusciti anche a trovare un equilibrio tale da rendere il tutto ovviamente parossistico, ma estremamente funzionante. Parte del merito è dovuto al trattamento riservato al set più bello del mondo: la città di Los Angeles in tutta la sua piattezza. Quella dell’inizio di Distretto 13: Le Brigate della Morte. Una città in piano, disegnata per line rette e grosse che portano diritti al prossimo obbiettivo che si deve raggiungere. G.T.A. in celluloide. Un posto in cui si procede in continuazione, senza la possibilità di fermarsi, fino a quando non si interseca un altra linea. O fino al collasso, allo scoppio, all’ebollizione. E quindi chi si trova in questo schema – come quei dischetti che viaggiano sul ghiaccio e che se non ci fosse l’attrito andrebbero avanti per sempre – finiscono per andare progressivamente oltre le noiosissime leggi fisiche che subiamo noi comuni mortali. Quelle che non ci permettono – per dire – di strisciare con la pancia e la faccia sull’asfalto per metri e metri e metri, per poi rialzarsi e andare ancora avanti… Gente che corre, motorini, macchine, cavalli, cani… Se ti fermi è perché sei caduto dall’alto (e quindi ti raccolgono letteralmente con il cucchiaione),per un’incidente stradale o per scopare. Al massimo – sempre pensando al Giappone – per ingigantirti, diventare Godzilla Vs Gamera e spaccare dei piloni elettrici. Veramente: ogni fotogramma (e sono tanti), un’invenzione, uno scarto rispetto a quello che è stato prima, un’esagerazione.

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Incredibile poi Jason Statham che è semplicmente perfetto sotto ogni punto di vista. Anche un particolare sulle sue scarpe che corrono è più espressivo e bello da vedere che… che ne so, tutta la filmografia di Terence Howard. Al suo fianco c’è spazio per icone pop che non hanno bisogno di nient’altro se non di apparire: Ron Jeremy e Jenna Haze, David Carrdine che fa “Lo Pan Me So Horny“, Ginger Spice che fa la mamma da Jerry Springer, Corey Haim (!!!) col mullett, Bai Ling magrissima, Amy Smart coi capezzoli di Chloe in Gummo, Maynard James Keenan munito di giochini erotici presi in prestito alla zoofilia, Lloyd Kaufman, ecc…

>> IMDb | Trailer