Il personaggio (di Casanova Wong Kar-Wai)

Il vero Charlie Bronson
Si fa chiamare come il Giustiziere della Notte: Charles Bronson.
Se gli fate notare che all’anagrafe gallese è registrato come Michael Iver Peterson, conosciuto anche come “il carcerato più violento del Regno Unito”, se la prende molto. Per cui rispetteremo la sua volontà. Se vuole farsi chiamare così, non saremo certo noi a impedirglielo.
Di buona famiglia, viene descritto dalla zia come “una ragazzo amorevole: sempre disposto ad aiutare il prossimo”. Grazie al suo fisico imponente, trova lavoro come forzuto presso il Circo della città di Luton. Contemporaneamente comincia a farsi notare come barenuckle boxer, letteralmente “pugile a nocche nude”, l’originale forma di boxe, quella senza guantoni.
Nel 1974, a 17 anni, viene arrestato per rapina a mano armata. Il bottino è di 26 pounds. La pena è di 7 anni. Solo che Charles Bronson, senza voler smentire gli amorevoli resoconti della zia, non dev’essere proprio una personcina ammodo. Tant’è che ad oggi è ancora un prigioniero di classe A presso il penitenziario di massima sicurezza di Wakefield. Fanno 35 anni di prigione. Di cui 30 in isolamento. In cui non è stato con le mani in mano, ma ha collezionato reati: aggressioni, ricatti, risse, minacce di cannibalismo… di tutto.
Nel 1994, in una delle 120 prigioni in cui è stato, rapisce un secondino. Come riscatto chiede: una bambola gonfiabile, un elicottero e una tazza di tè. Nel 1998, tiene segregati due dirottatori iracheni e un terzo ostaggio. Insiste per farsi chiamare “Generale”. Vuole un aereo per Cuba, un Uzi, tante munizioni e un’ascia. Dice ai negoziatori che, a meno che le sue richieste non vengano soddisfatte, si mangerà uno dei due iracheni. A un certo punto chiede a uno dei suoi prigionieri di colpirlo “very hard” con un martello. Così, per ingannare il tempo. Nessuno osa. Allora Charles Bronson si taglia sei volte di seguito una spalla con un rasoio. Durante il processo, messo di fronte alle sue colpe, Charles si dichiara “As guilty as Adolf Hitler”. Altri sette anni di pena vinti. L’anno successivo tiene legato per due giorni l’insegnante dell’istituto in cui si trova. Le sue richieste questa volta sono decisamente più modeste: due cheesbuger con patatine.
Nel molto tempo libero a disposizione, si tiene in forma con un regime di 2,500 flessioni al giorno. Occupazione che gli ha dato lo spunto per pubblicare il volume Solitary Fitness, dove spiega come farsi un fisico in ambienti angusti. Ha pubblicato in totale 11 libri con cui ha anche vinto prestigiosi premi. Nel 2001 si è sposato con Sara Rehman, una donna musulmana che gli ha scritto dopo aver visto una sua foto su un giornale. Ma le cose non hanno funzionato. Si sono già separati e lei ha scritto due libri sul loro breve matrimonio, da cui lui non ne esce benissimo. In questi giorni si discute la possibilità di rilasciarlo su parola.
Il film (di Nanni Cobretti)

Aldo Baglio
Come avrete probabilmente intuito, c’è un solo modo di raccontare una storia del genere.
Farne una commedia.
L’esordiente [chi è quel somaro poco serio che ha scritto "esordiente" io non lo so, ndr] Nicolas Winding Refn (credo un nome finto scelto con una manciata di lettere pescate a caso dallo Scarabeo) lo capisce al volo, e prende come chiaro punto di partenza Arancia Meccanica, altra storia di un amante dell’ultraviolenza e della semi-impossibilità di farne un soggetto integrabile in società.
Esistono tante definizioni di “persona cattiva”. Charlie Bronson ad esempio non ha mai ucciso nessuno, ed è stato incarcerato per crimini in cui nessuno si è fatto male. Charlie Bronson è semplicemente un perverso sado-masochista a cui piace dare e prendere botte: in quanto tale, la galera per lui non è più una punizione ma una specie di Disneyland.
Charlie non ci prova nemmeno a “guarire”. Lui sogna di diventare famoso, e vive per cogliere ogni scusa per infilarsi in una rissa. I suoi obiettivi sono solitamente le guardie carcerarie, l’istituzione: quando si annoia provoca, e attende il momento in cui arrivano in sei o sette a randellarlo come un bambino che aspetta Babbo Natale. Se può, si fa trovare nudo, ricoperto di grasso, e con un gran sorrisone sulla faccia. Ed è per questo che il momento più buio della sua vita è quello passato in manicomio, tra gente col cervello fuori uso e continue e pesanti iniezioni di narcotici a lasciarlo in stato di perenne rincoglionimento duro.
E se da una parte il signor Refn lotta un po’ con una sceneggiatura che non ha una direzione ben definita, e a volte spezza il ritmo con qualche incompiuto intermezzo metaforico di troppo, dall’altra azzecca in pieno un gran numero di sequenze memorabili, nonché l’idea di dare al protagonista – uno strepitoso Tom Hardy – una stilizzata mimica da comico muto.
E, come in tutti i bei film che si rispettino, si esce con una gran voglia di raccontare le scene migliori agli amici.




