Post Taggati ‘Tony Macello’

Anni Zero: The Decade of the Western Remake.

15/12/2009 | divagazioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Se domandate a me rispondo Rob Zombie. Se invece chiedete a Tony Macello probabilmente vi farà il nome di Marcus Nispel. Cioè, magari non è che vi sa dire proprio il nome esatto, però intende proprio lui: Marcus Nispel. Che nome strano. Se lo pronunci tre volte di seguito, ti sembra di aver imparato i rudimenti del Klingon. Quando sono andato a vedere il suo Non Aprite Quella Porta, nell’ormai lontano 2003, ero rimasto sconvolto dal fatto che il fotogramma atto a dividere il primo dal secondo tempo indicava proprio il suo nome. Marcus Nispel’s Non Aprite Quella Porta. Maccosa. Ma chi sei. Eppure è (andata) così. Questi primi dieci anni di horror fanno capo a Marcus Nispel. Perché? Cos’è successo?

Sono anche esteticamente bizzarro. Più Autore di così...

Sono anche esteticamente bizzarro. Più Autore di così...

Come già detto da Dolores, la pratica produttiva che più ha influito sul genere in questo primo decennio è sicuramente il remake/reboot. Ormai bisogna fare la conta prima di cominciare a girare. Celo, celo, manca, finisco l’album. Inutile prendersi in giro: l’horror ha riacquistato una dignità agli occhi dell’industria, grazie agli incassi stellari di alcuni titoli. Che sono i remake. Non certo gli exploit spagnoli, francesi o i nomi come Neil Marshall. Le sale si riempiono grazie al marchio di fabbrica, al franchise.

L'effetto Norimberga.

L'effetto Norimberga.

Ricordo lo sdegno – da fan – alla notizia di un ringiovanimento di un film come Non Aprite Quella Porta. E ricordo, all’uscita dalla sala, di aver capito che c’era qualcosa che non andava in quello che avevo appena visto, ma era chiaro che Marcus Nispel aveva colto nel segno. Tutto quello che è venuto dopo (e paradossalmente, quel poco che era arrivato prima) ha poi seguito una precisa direzione, diciamo una linea editoriale ben definita. Ed è stato proprio Marcus Nispel (nome che se pronunciate quattro volte di seguito suona uguale uguale a Mai – col – Bei) l’uomo che ha tracciato quella linea. Il mio amico Tony Macello, più che giustamente, è omo semplice: quando va al Cinema, per citare una sua frase, “non vuole essere rotto il cazzo“. Non aspettatevi però che noi si critichi le sue aspettative o i suoi desideri. That’s il genere, baby. Le cose funzionano così. A noi vecchi tromboni sembrerà triste ma, se propongo a Tony Macello di vedere un film del 1974, mi mette le mani in fazza. Lui vuole vedere altro. Passati i trent’anni, e raggiunto lo status di Mito, un film è pronto per il trattamento. Nel momento in cui risulta indigeribile per qualcuno, ci si sente in dovere di riadattarlo. Ma bisogna seguire delle regole che rendano il prodotto accettabile a tutti. Il teutonico Marcus Nispel sa come si fa. Non è difficile. Se avete la pazienza di seguirmi, vi svelo il trucco. Continua a leggere »

“Gamer”: niente Jason Statham, niente ampio parcheggio all’ingresso.

22/10/2009 | recensioni | di Dolores Point Five

Premessa felice numero uno: a differenza di tutta la redazione dei 400 Calci, e credo anche di tutti i lettori dei 400 Calci, davanti a Crank: High Voltage ho rimpianto il numero uno, mi sono sentita appicciata al minimo comune denominatore e ho voluto meno bene a Neveldine/Taylor. Gliene voglio lo stesso ma meno di prima.

Premessa felice numero due: questo film è un po’ una cazzata, ma non per i motivi immediatamente deducibili.

Premessa felice numero tre: quando piove sangue si dividono gli uomini dai fanciulli.

And now, our feature presentation.

Filmate anche voi la vostra reazione alla scena dell'ascensore di "Gamer".

Filmate anche voi la vostra reazione alla scena dell'ascensore di "Gamer".

Ai tempi di “La fabbrica di plastica” Gianluca Grignani si era convinto che meritava un pubblico fine e di classe. Tipo quello dei Blur. Per questo motivo ci restava malissimo nello scoprire che ai suoi concerti ci andavano ancora le regazzine, e non i witty urban professionals da lui sognati. Per questo motivo aveva il vezzo di uscire a vedere il pubblico, correre dietro le quinte e dare di matto urlando C’E TROPPA FIGA.

Dileggiato in via pregiudiziale da molti al grido di oh noes, Neveldine/Taylor fanno il cinema serio adesso, non potrò più roccheggiare con loro, piagato da veri o presunti “ritardi in post-produzione” e vistosi slittare l’uscita di un anno andante, Gamer soffre di un altro problema: c’è TROPPA TRAMA.

Abbiamo infatti una mitologia di partenza suggestiva (nel futuro il mondo va sempre peggio; due giochi di simulazione permettono al pubblico da casa di tele-guidare avatar in carne e ossa dentro scenari assurdo/degradanti), su cui si innestano le seguenti trame:

Trama action: Gerard Butler sta in galera, è la star di un gioco in cui dà un sacco di botte a tutti e se esce vivo da trenta partite lo lasciano uscire. Ma le mosse che lui fa nel gioco gli sono dettate dal gamer che lo manovra (e lo possiede) nel mondo reale. E se poi comunicano?

Trama con satira sociale: i gamer sono tutti O dei pischelli asociali impaccati di soldi che vivono in case con Google Wave a piena parete O degli obesi sfondati destinati a ruzzolare e rompersi il collo nelle loro stesse secrezioni. (Un approccio al gaming che, manco a dirlo, ha aizzato contro Neveldine/Taylor un pacco di gente. Oh, io la capisco. Un po’.)

Trama ZOMG cospirazione: a tirare i fili del malloppo c’è un Mark Zuckerberg più telegenico ma con uguali brame di controllo completo. Interpretato da Dexter Morgan.

Trama anarco-rivoluzionaria: per fortuna la Resistenza francese società segreta di gente con i dread veglia su di noi e organizza incursioni virali nel sistema marcio (ci sarebbe anche una trama interna ai mass media, ma qui si fa notte).

Trama zozza: dopo quello iperviolento, l’altro gioco che fa impazzire il mondo è una versione luridissima dei SIMs dove le avatar stanno sempre a tette di fuori e gli unici dialoghi sono cose tipo “use your tongue!” pronunciate con il trillo di Barbie quando ha scoperto le prime tracce mestruali nel costume da bagno di Skipper. Continua a leggere »

Michael Bay Puppami La Fava!

16/05/2009 | divagazioni | di Casanova Wong Kar-Wai

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Sì, sì, bravo Michael Bay! Tutti noi in fibrillazione ad attendere il suo Transformers 2: Revenge Of The Fallen (solo per vedere Megan Fox, sia chiaro…) e lui che da “dai ciccio, non rompere le palle e gira un video di Meat Loaf“, diventa uno di quelli che contano. Uno che rischia di diventare un nome fondamentale attraverso cui salvare, rivalutare, accorgersi del “cinema fracassone ma intelligente“. Maccosa. Io non vorrei citare sempre gli stessi film, ma quando Stuart Gordon era alle prese con Robotjox, quello lì che fa credere alle persone che lui “immette e poi fa detonare elementi presi in prestito da altri linguaggi“, girava il Playboy Video Centerfold di Kerry Kendall. Per cui il mio consiglio è questo: quando sarà fine giugno 2009, quando le sale cinematografiche di tutto il pianeta si riempiranno di persone vogliose di vedere un film coi robots, sentiamoci. Ordiniamo una pizza, ci troviamo tutti a casa del mio amico Tony Macello, e ci guardiamo Transmorphers: Fall Of Men.

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Trama: In this present day prequel, the robot invaders attack the Earth, forcing a small band of humans to seek refuge below the surface of the planet…” (via)
Certo, dovremmo attendere un po’… Le cose stanno così: Michael Bay, da uomo di nulla qual è, confermandosi guapp e cartone, ha anticipato l’uscita del suo film al 26 giugno. Quattro giorni prima della pubblicazione -- straight to video -- del nuovo capolavoro di Scott Wheeler. Questo per far capire chi è in malafede… Se non siete ancora convinti, basta dare una rapida occhiata alla filmografia del Wheeler, ma soprattutto a quella di Leigh Scott -- regista dell’immortale Transmorphers -- questo sì, uscito ben due giorni prima del Transfomers di Bay (26 giugno 2007 vs 28 giugno 2007!!! It’s Matematica, baby…) per rendersi conto di essere davanti a una mente magnifica, in grado di anticipare i tempi, ma che si è sempre tenuto volontariamente distante dalle tentazioni di Hollywood, preferendo la sana e fiera serie Bis ai fasti delle feste con le fighe.

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Pirates of Treasure Island, King Of The Lost World Hillside Cannibals, Exorcism: The Possession of Gail Bower…
Quando si dice non sbagliare un colpo, quando si dice essere sul pezzo, quando si dice fare Grande Cinema.
Come bouns track vi metto il trailer del primo Transmorphers, giusto per farvi capire di quale fenomeno stiamo parlando.

Sembra anche meglio di Terminator Salvation

Amarone Means Ammore, aka The Fine Art Of Remare Le Tipe

30/01/2009 | divagazioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Fino a qualche anno fa, un film con Vin Diesel mi faceva lo stesso effetto che me ne fa oggi uno con Jason Statham: se esiste, devo vederlo. La colpa ovviamente era di Riddick, il suo personaggio nello straordinario Pitch Black. Che, per la cronaca e per quei pochi che non ce l’hanno a casa in dvd edizione deluxe a 4 dischi, è un bellissimo film di fantascienza con i mostri. E che ha anche il vantaggio di avere un protagonista che ogni volta che entra in scena, si fa notare. Pum! È grosso, ingombrante, inquietante. Anche se sta zitto fermo immobile, recita. Insomma, una rivelazione. Poi con un nome così… Amore a prima vista. Peccato che in brevissimo tempo, una cosa come cinque anni, Vin Diesel sia finito a fare Missione Tata. Non so se l’avete visto, Missione Tata. Una cazzata senza precedenti. Oltre la frutta.
Scelte sbagliate, poca voglia di risultare l’ennesimo forzuto buono a nulla, Vin – dopo un Dominic Torretto e uno Xander Cage – ha scelto la via della rivalutazione attraverso la commedia coi bambini teneri. Ancora prima di poter essere rivalutato. E si è buttato via. Per dire, io Babylon A.D. o quello in cui nella locandina ricordava Celentano, che se non sbaglio era Il Risolutore, manco me li sono visti. Ed è un peccato abbandonare così uno come Riddick.
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Poi l’altro giorno ho letto che è stato ripubblicato in div il suo esordio da regista. Come da regista? Giuro! Da regista! Infatti, prima di tentare di essere il nuovo Dolph Lundrgren, Vin tentava di diventare il nuovo Scorsese. Correva l’anno 1977, e Vin faceva il buttafuori nei locali. Uno di quelli che se ti si avvicina e tu sei mezzo sbronzo, sei pronto a chiedere scusa ancora prima che lui inarchi semplicemente un sopracciglio. Un picchiatore, un tamarro… ma con il pallino del Cinema. Un corto alle spalle – Multi Facial – che gli concede l’attenzione e l’incoraggiamento di Steven Spielberg e una sceneggiatura nel cassetto. Questo gli basta per girare Strays. Scritto, prodotto e diretto da lui, da Vin Diesel!. E adesso che l’ho visto, un po’ lo capisco. Cioè, Missione Tata rimane una roba che io non farei mai nemmanco sotto tortura, ma un po’ lo capisco. Perché Vin, ha quel fisico e quella faccia lì, ma sotto sotto sotto sogna di essere un artista.

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E ha fatto questo film dove per tutto il tempo si impegna far vedere che lui è un ragazzo del ghetto, uno che spaccia, che scopa a casaccio delle tipe che dicono le parolacce e fanno le spogliarelliste e hanno dei nomi da zoccole, uno che va in giro in canotta, uno che ha gli amici che fanno brutto, uno che se lo urti in un locale e se solo lo guardi storto è facile che ti ritrovi con una Ceres rotta sulla nuca… Ma che sogna l’amore. E il bello con la B maiuscola. Che gli appare sotto forma di vicina di casa. Che ovviamente non è come la mia vicina, la Signora Soffritti, che sta in ciabatte 364 giorni l’anno ed è bella come un incidente stradale. No! la vicina di casa di Vin Diesel è una gnocca bionda. Che si muove al rallenti.
Lui, canottiera e pantaloncini, sta portando fuori la spazzatura, i resti di una serataccia alcolica con gli amici del campetto, quand’ecco che lei passa disivolta, con sorriso a 32 denti e vestitino a fuori. Al rallenti. Lui non capisce più nulla. Glielo leggi negli occhi che è pronto a dire addio a quella vita da balordo per una che cammina al rallenti. Allora Vin decide di darci delle lezioni su come remare una tipa quando sei innamorato e questo amore potrebbe farti diventare una persona migliore. Una sera, in jeans e canottiera e acqua di colonia, va ad una festa di un’”Artista Gay Negro” (che è una macchietta – marchio registrato – che viene utilizzata in molti film al solo scopo di evidenziare le differenze sociali tra due personaggi agli antipodi). Ride tantissimo in un angolo, che lui alle feste degli artisti gay negri non è che proprio si sente a suo agio. Ma ad un certo punto il suo sguardo da tamarro imbronciato incrocia quello della vicina. Che sorpresa! Dopo poco l’accompagna a casa a piedi. A metà strada, la ferma, le chiede di chiudere gli occhi e lì pensi “adesso la limona durissimo in mezzo alla via!”. No. Le canta una canzone. Una canzone dolcissima, eseguita con la voce bassa e roca di Vin. Quella che da lì a qualche anno riuscirà a mettere in crisi i marmorei valori morali di Paul Walker. La vicina, tempo una strofa e un ritornello, e già è cotta. Nella sequenza successiva, si vede lei che si mette lo smalto sulle unghie. È per terra, con la schiena appoggiata al divano. Sul divano c’è un pupazzo tenero. Lei ha il telefono tra spalla e orecchio e si sta facendo le unghie. Parla con sua mamma e le racconta che vede uno zarro di periferia, ma che è buonissimo! “Mi ha cantato una canzone!”. La mamma rimane perplessa.

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Ma non sarà certo una vecchia matusa a fermare il fludo erotico! Urlando Ifix Tchen Tchen, lui la invita a cena. Siccome le cose si stanno già facendo serie, lui si veste come se fosse Tony Manero, ma nato in Brianza. Lei insiste col vestitino a fiori. E il rallenti. Il ristorante ha tutta l’aria di essere il lurido di Porta San Felice a Bololgna, ma poco importa quando l’amore illumina come un faro abbagliante le vite fino ad allora buie dei nostri due. Lui è di una galanteria sopraffina: le scosta la sedia per farla sedere, sorride, è gentilissimo. Appena si siedono, con una mossa degna del miglior seduttore, la informa che deve andare in bagno. Ma dopo tipo quattro secondo che sono seduti.
E invece… Non va in bagno!
Ferma un cameriere con fare da spacciatore. Si tocca il naso, si guarda circospetto in giro e poi chiede “oh, eh, oh… ma un vino buono che costi poco?”. E lì rimani sconvolto. Tempo tre anni neanche e questo ragazzone dal fisico già grosso, scolpito, esagerato, ma ancora quasi adolescenziale, ucciderà a mani nude un alieno grosso come un Fiorino della Fiat. E oggi è qui a chiedere un vini passabile a un cameriere con il codino. Il cameriere per altro gli risponde così “Abbiamo l’Amarone. È buono. E in italiano Amarone vuol dire Amore” Giuro. Non sto scherzando. La pronuncia poi di Amarone è da antologia. AmmaRony. Comunque Vin ci crede che lui è un boccaolne vestito come Tony Manero della Brianza, e ordina l’AmmaRony. E quando lei lo assaggia e chiede di che vino si tratta, lui dispensa una lezione sul vino, sull’essere ebbri e gioiosi e ripete pedissequo: ” E in italiano Amarone vuol dire Amore”. A questo punto lei è totalmente andata. Non vede l’ora di andare a casa con lui per fare all’amore. Solo che… il destino beffardo si mette in mezzo, sotto forma di due cialtroni che, sulla strada di casa, fanno un apprezzamento sul di lei vestitino a fiori. Cosa dovrebbe fare uno come Vin in una situazione del genere? Stare zitto e abbozzare? Eh no… Insulta i due e gli fa brutto. Lei a questo punto capisce che non c’è niente da fare: Vin è un caso perso. Anche se ne sa di vini, è solo un buzzurro pronto a menare le mani per strada. Per una causa nobile, certo… ma lei è una che cammina al rallenti, non una che si mescola con gente de borgata. E se ne va in taxi, dopo avergli detto “Vin, è finita! Non mi chiamare mai più!”. Lui la prende malissimo. E per sfogarsi, insegue i due buzzurri e je mena forte. Ma non temete! Entro la fine della pellicola, Vin riuscirà a riconquistare l’amor perduto e secondo me, in una sequenza che curiosamente non si trova nemmeno negli extra, la porterà, una domenica mattina, a pulire la macchina a Paullo, in quell’autolavaggio per niente caro che gli ha consigliato un amico suo, tale Tony Macello.

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