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Unstoppable (tipo Guccini, ma a rovescio).

07/08/2010 | news | di Wim Diesel

Il prossimo film di Tony Scott parla di un treno carico di schifezze tossiche che corre fuori pianura in mezzo alla campagna americana. I protagonisti sono Denzel Washington, Rosario Dawson e Chris Pine (il nuovo Kirk, insomma). Ingegneri, ufficiali e macchinisti che cercheranno di fermarlo -tipo- correndogli incontro con una locomotiva. Il film si ispira ad un episodio accaduto realmente nel 2001. Si chiama Unstoppable.

Il treno, naturalmente, è un luogo della mente. A parte i treni in cui sono stato personalmente (nei quali, a dispetto della mia indole drammatica ed oscura, tendo a conoscere sempre un sacco di gente e/o ad intrattenere conversazioni incredibii) abbiamo avuto cose come Trappola sulle Montagne Rocciose e (in ginocchio) A trenta secondi dalla fine, la metropolitana di Speed, il TGV di Mission Impossible, Ritorno al Futuro III e un migliaio di altri. Poi ci sono La locomotiva di Guccini e i Soul Asylum. Il treno è la metafora della corsa del nostro mondo verso un destino reso inevitabile dai binari di metallo. O insomma, anche stando fuori di metafora è un luogo in cui succedono cose meravigliose -omicidi, macchinazioni, deragliamenti, esplosioni e bambini in pericolo. Il trailer:

Giuro su dio che ho pianto. Non che il binomio Tony/Denzel facesse sperare in meno di un capolavoro, ma da qui in poi per me è davvero FOTTA. Bonus: il film è scritto da Mark Bomback, che ha già firmato il quarto (bellissimo) Die Hard. Dio, persino Chris Pine sembra un grande.

Fight Night: Miriam si sveglia a mezzanotte

28/05/2010 | fight night | di Nanni Cobretti

Rubrica settimanale di colonne sonore da combattimento per caricarvi, emozionarvi o anche solo farvi battere i piedini in preparazione al weekend.

Artista: Bauhaus
Titolo: Bela Lugosi’s Dead
Dal film: Miriam si sveglia a mezzanotte

Robin Hood (no calzamaglia no party)

19/05/2010 | recensioni | di Wim Diesel
<3 Robin Tortello <3

<3 Robin Tortello <3

Paradossalmente per amare un film come Robin Hood si potrebbe partire dalle (prevedibilissime) stroncature. In quella di Cineblog sta scritto che più che Ridley, sembrerebbe esserci il fratello Tony dietro la macchina da presa. Naturalmente in senso dispregiativo, all’interno di un inattaccabile impianto da recensione old-skool in cui il film viene demolito pezzo per pezzo e gettato alle ortiche. Così come non è infrequente leggere nelle recensioni dei film più recenti di Ridley Scott un certo qual rimpianto legato al fatto che ogni film di Ridley impallidisca di fronte ad un passato ormai inavvicinabile. Non che la questione sia rilevante in sè, quanto piuttosto nel rivendicare la sparizione di questa fantomatica età dell’oro nella quale gli uomini erano davvero uomini e Ridley era davvero Ridley -una sorta di mercato della nostalgia. A ben guardare, ovviamente, il problemadella decadenza di Ridley Scott è una piccineria che, al di fuori della critica, occupa solamente il cranio di persone che se è andata grassa hanno fatto tempo a vedersi Thelma&Louise al cinema -capirai, che bella infanzia perduta che t’è toccata. I capolavori di Ridley Scott sono sostanzialmente tre: Alien, Blade Runner, Black Rain. Sul primo non c’è davvero niente da dire, sul terzo non tutti sono d’accordo, il secondo gli è venuto bene per culo (provate a immaginarvi di vedere il director’s cut senza aver visto prima l’originale e senza il copioso spiegone della press-sheet). Sia quel che sia, non sono in molti ad aver sottolineato -negli anni rh1migliori- che il cinema di Ridley Scott è la versione ipertrofica e hollywoodiana dell’arrangiarsi con ciò di cui si dispone. A volte hai Dan o’Bannon e i mostri di HR Giger che escono dalle fottute pareti (ok, volevo dirla; in realtà in Alien escono dal fottuto intestino crasso), altre volte hai una sceneggiatura che rilegge Philip Dick, altre volte hai qualche pezzo grosso che ti chiede di fare un film di due ore su Demi Moore che si rasa a zero e urla succhiami il cazzo. Se c’è qualcosa che ho imparato in quindici anni di cinema assiduo e scriteriato (oltre a quali proiezioni evitare come la peste) è che pubblico e critica sono più ingrati il giorno prima e il giorno dopo di quanto non lo siano durante la proiezione. Adesso come adesso quindi è ora di BASTA con questo astio e con l’assurda minaccia di declassare Ridley al livello di Tony. Primo perchè Tony, come sappiamo, lavora da decenni a testa bassa e arriva in luoghi della mente verso cui un sacco di autori continuano disperatamente ad annaspare -cioè, bontà sua, è migliore di Ridley da prima che ce ne accorgessimo, noi che ce ne siamo accorti. Secondo perchè questa cosa di odiare Ridley Scott è frutto di un overstatement che è durato vent’anni e per il quale possiamo incolpare soltanto noi stessi. , abbiamo odiato Ridley Scott in tempi non sospetti. No, la cosa non ci ha reso più ricchi. Come si lega tutto questo all’uscita di Robin Hood? Non saprei. Robin Hood è -sulla carta- il film più ridicolo del semestre in corso. Per prima cosa è scritto proprio MALE, di un male sinistro, e se mi conoscete sapete che su questa cosa non sono uno col palato fino. Proprio un film di quelli che è importante andarci in compagnia per potersi voltare e fissarsi con aria interrogativa ad ogni Maccosa (grazie Casanova), per capirci. Brian Helgeland in uno dei momenti più mi ci pago la bolletta del gas della sua carriera. Nel primo tempo non succede quasi nulla, a parte queste infinite scene di battaglia con un sacco di cavalli e di morti (ma quasi nessun cavallo morto, curiosamente) Personaggi a vario titolo coinvolti: Russel Crowe, Mark Strong, Max Von Sydow, il contadino dei primi dieci minuti di Inglorious Basterds, Cate Blanchett, il dottore peldicarota delle ultime serie (quelle brutte) di ER, William Hurt e qualche scalzacane sciolto, quasi tutti nella parte di se stessi che sono stati costretti per vie legali ad interpretare un archetipo medievale a caso, e in molti casi puoi persino leggergli lo schifo negli occhi, tipo il commesso di Tono Metallico Standard. A metà film inizi a capire come vanno le cose: non c’è il testo, non c’è nessun messaggio forte, ogni tanto esce fuori qualche intrigo politico scrausissimo (come tutti gli intrighi politici orditi dai francesi), in mezzo al quale i personaggi si scoprono parte di un disegno più grande che solo parzialmente passa per la sceneggiatura.

(beh, vestita da Lady Marion non è che fosse 'sto granchè.

(sì beh, vestita da Lady Marion non è che sia 'sto granchè.

Non vorrei fare spoiler, ma devo darvi un’idea delle dimensioni del Maccosa. In questo Robin Hood, che non parla di Robin Hood bensì delle avventure di Robin Hood prima che questo diventi -appunto- Robin Hood, c’è un passaggio chiave in cui il protagonista scopre che il decano di cui sta facendosi passare per figlio legittimo è stato in gioventù il più grande leccaculo di suo padre, una sorta di Subcomandante Marcos britannico antelitteram, un proletario che dal nulla stava per ottenere una carta costituzionale NEI PRIMI ANNI DEL TRECENTO -una cosa che storiograficamente è paragonabile ad un’ipotetica fiction incentrata sul fatto che Garibaldi fosse sbarcato a Marsala per ottenere un’ADSL libera. Da lì in poi, come in una specie di estasi collettiva, iniziano a venir fuori colpi di scena ed espedienti di sceneggiatura totalmente a buffo, e quando sei alla fine ti accorgi di avere accettato per vera molta più roba di quanta ne augureresti al tuo nemico. Da lì ai titoli di coda rimane solo una battaglia in riva al mare contro l’esercito nemico più ridicolo della storia medievale, eccezion fatta per la Crociata dei Pezzenti. LA CATARSI. Non è ben chiaro quando inizio a smettere di preoccuparmi di ciò che non funziona, affondo la mano nel mio (metaforico) secchiello di popcorn e capisco che dietro a tutta questa macroscopica fiera del WTF Robin Hood mi diventa il miglior Ridley Scott del passato recente. Un film sincero, molto meno elegante e molto più di cuore dello standard dell’uomo, una cosa pensata e realizzata con l’intento fare un film intero i primi dieci minuti del Gladiatore (senza Luca Ward, cristo! Gioite!), senza ansia nè impegno. Venti per cento telenovela, ottanta per cento colpi di spada: Robin Hood abbraccia la sua dissoluta corsa verso il nonsense con dispendio di mezzi e generosità intellettuale. Sarò un illuso, ma in mezzo a tutto ’sto casino mi pare impossibile non vedere che Scott si sta divertendo come un bambino, come se gli avessero permesso di rigirare Le Crociate senza doverci metter dentro i piagnistei di Orlando Bloom. E mi pare fin troppo stupido sottolineare che, con tutti i difetti di cui possiamo parlare, Russell Crowe che scaglia una freccia in cielo e becca un supercattivo tra capo e collo a mille metri di distanza è MOLTO più convincente di Kevin Costner che scocca al rallentatore mentre Brian Adams pompa una ballad. Puppa, Kev.

Pelham 123 (acronimo is the way)

21/09/2009 | recensioni | di Wim Diesel

poster

1) il WESTERN. L’assalto alla diligenza, solo che la diligenza che sta sottoterra. Il buono e il cattivo, che sono buoni e cattivi, e fanno quel che devono fare. Il sacro dettame contemporaneo secondo cui il buon film western è il western trasversale (ma a me un cavallo ogni tanto non mi farebbe mica schifo). Buoni e cattivi, tremendamente simili gli uni agli altri, tutti molto FTW e disposti ad accettare compromessi etici che non comprendano il non uccidere nessuno -e via di questo passo.

2) la FIGA. Completamente assente. C’è giusto qualche caso umano isolato tipo una minorenne petulante che fa uno striptease via webcam e s’incazza come una pantera perchè il fidanzatino ostaggio non le dice “ti amo” per non farsi sgamare dai cattivi; o la moglie di Denzel Washington che appare mezzo secondo per far la moglie. La figa annacqua il brodo. Oltretutto la scorsa settimana durante Videocracy ho scoperto che mi fa vomitare, quindi tanto meglio.

3) il PANNOFINO. Un Denzel Washington doppiato da Pannofino è per sempre, basterebbe ricordare quanto fa schifo Attacco al Potere per ricordarsi vita natural durante le gioie che il ns. doppiatore preferito continua a darci.

4) il REMAKE. è un remake. Non propriamente quello che aspettavamo, ma per I Guerrieri della Notte ormai la speranza ce la siam quasi persa. Questo è il remake di un film di trentacinque anni fa con Walther Matthau. Che non ho visto, ma Nanni mi dice che è un capolavoro.

angels and demons at play

angels and demons at play

Il resto va avanti come al solito dentro ai film di Tony Scott, che se dividono la critica la dividono altrove. Comunque io ho un sofisticato senso dell’umorismo, e a voi se proprio DOVETE è concesso pensare una cosa tipo “chi, il fratello scemo di” eccetera eccetera. Tanto in casa io ho due bamboline vudù, una si chiama Ridley e l’altra si chiama con il vostro nome di battesimo. Ce l’hanno scritto sulla t-shirt. Il problema più grande dei film di Tony Scott è che l’Uomo non ha ancora sublimato il fatto che uno dei suoi film peggiori della sua storia recente (Nemico Pubblico) sia stato anche, disgraziatamente, quello più critically acclaimed. Come si lega? In senso estetico. Informazioni che passano per i fili, computer graphics, riprese satellitari coi titolini stupidi e via di questo passo, un vero e proprio baco dei suoi film più recenti. Per Pelham alle volte sembra che abbiano usato una cartina di New York al posto degli storyboard. Ve li immaginate alle cene di natale? Sai, Ridley, mentre tu stavi a farti le pippe pensando ai mostrini di HR Giger la mia cifra stilistica ha incorporato in sè la moltiplicazione dei PdV, superando l’utilizzo della MdP. Ciucciami ’sto PdP. MTV, videogames, Oliver Stone, santoni che ballano nudi nel deserto metropolitano. Qui rimane comunque un elemento di contorno, cioè un po’ a cazzo di cane, pleonastico, messo lì. E poi c’è il fatto che la sceneggiatura ha più buchi di un pezzo di emmenthal, e i personaggi appaiono per cinque minuti facendo cose tutto sommato pleonastiche o proprio fastidiosamente inutili.

Il resto è grandioso, un film poliziesco barbaro e durissimo senza sconti alla William Friedkin dei tempi d’oro, costruito quasi interamente su una serie di piani orizzontali talmente isolati e non-compenetrabili che a un certo punto John Turturro (che da Transformers in poi non lo si riesce più a non guardare come a un pagliaccio) guarda un elicottero e dice qualcosa tipo “ehi, geniale”. Domandone: quand’è stata l’ultima volta che vi è capitato di vedere un film action NON circolare? Io ero minorenne. L’ossessione per il ma che davero davero è penetrata talmente in profondità che ormai ce la ritroviamo nelle condizioni contrattuali degli sceneggiatori. La cosa più figa di Pelham 123 è che alla fine le cose sono andate talmente come avrebbero dovuto che sembra quasi un colpo di scena. Alle volte sono le stesse voragini lasciate dalla sceneggiatura a far parte del fascino, lasciandoti seduto ad immaginare un universo dietro ogni movimento di macchina, in una maniera se vogliamo ingrata e poco ortodossa ma davvero molto fascinosa. E ci sono due protagonisti, ognuno da una parte della barricata, che si piacciono ed arrivano al finale fianco a fianco, fino ad un’ovvia conclusione (non limonano, ma quasi). In mezzo c’è la galera, un sacco di Gesù, inseguimenti sopra e sottoterra. C’è una sequenza strepitosa in cui un’auto guidata da due poliziotti deve portare una borsa entro pochi minuti; viene costruita su una direttrice lineare paurosa che si dipana in centinaia di isolati con i poliziotti che bloccano il traffico strada per strada mentre le auto continuano a passare e a lisciare il veicolo, stile partita di football (spoiler: finisce malissimo). C’è un inseguimento finale lungo i tunnel della metropolitana, c’è un treno lanciato verso il vuoto a settanta miglia all’ora tanto per buttar dentro qualche parentela con Speed, e via di questo passo. Alle volte ci si ritrova a guardare una sfuriata di John Travolta o un’espressione qualunque di Denzel Washington come se non avessimo mai visto un attore. Altre volte siamo semplicemente lì a testimoniare lo svolgiersi degli eventi in maniera passivissima, come se stessero succedendo al notiziario. Con gente vera che cerca di toglier le castagne dal fuoco, politica del cazzo e tutto quel che rende figo un film ambientato a NY. Al cine.

PS: dimenticavo il dvd-quote.

“C’è solo uno Scott.”
Wim Diesel, i400calci.com

Michael Bay: Puppami la Fava 2!

27/06/2009 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Partiamo dai dati incontrovertibili, dalle sicurezze: Megan Fox appare a pecora su una moto con indosso degli shorts abbastanza da infarto. Per il resto del film non fa nulla se non correre e vantare la fissità di un posacenere. Figa, eh? Peccato che Giorgia Surina in Una talpa al Bioparco a confronto avrebbe meritato il Nobel.

C’è un’altra megagnocca, tale Isabel Lucas di cui vi linko un po’ di foto ma sulla quale non è il caso di spendere più di due parole: mega e gnocca. Il film dura 150 minuti, che già è tantissimo, ma sembra di 15 ore. È di una noia sinistra. Ah, sì… è anche razzista. C’è un arabo sdentato e scemo che dice a John Turturro, “Basta toccarmi con quel maiale!” e ottiene come risposta una roba tipo, “Se fai il bravo ti pago dei denti finti”. E un miltare giordano (o egiziano? Mah… vallo a capì) nano (il grandissimo Deep Roy) che fa sì sì con la testa appena sente la parola “America”. “Uh uh, sì sì fate quello che volete, andate a spaccare tutto, amici americani diversamente alti. Da me. Nano. Giordano. O egiziano”. Mettiamo ancora un paletto, quello definitivo: Transformers: Revenge of the Fallen fa veramente CAGARE.

Che ridere! Un film come un ottovolante!

Manco se me lo regalano!

Scrivo in maiuscolo, in stile Fallaci, per far capire che il mio disappunto è grande e che la delusione è cocente. Tanto più che difendo il primo a spada tratta e che ieri sera sono andato al cinema con gli amici nerd, le caramelline e i luccichini negli occhi. A confronto il tanto vituperato The Island (quello che avrebbe fatto fallire la Dreamworks e che per la cronaca a me non era dispiaciuto) sembra Mann. Perché? Allora: il primo capitolo riusciva a evitare la seriosità -- quella di TerminatorSalvation , per dire -- per lasciarsi prendere la mano da un tono leggero, divertito, da teen movie USA anni ‘80. Il ragazzino con il segreto per salvare il mondo ma coi genitori impiccioni e gli amici robots nascosti in giardino. Il governo/militari/i grandi che dicono delle cose che non si capiscono bene (”Stanno attaccando il firewall del supercomputer contenenti i dati della salvezza del mondo!”) ma che servono in qualche modo a far andare avanti la storia. Belle sequenze d’azione. Tutto questo è scomparso in virtù di due scelte: 1) Si è deciso che doveva essere un film ancora più per bambini. 2) Michael Bay deve aver letto tutti i pezzi scritti su di lui da Sentieri Selvaggi e ha colto l’occasione per firmare il suo film d’arte definitivo.

... e poi supero la pesantezza materica del mio cinema inserendo un botto di robot!

... e poi supero la pesantezza materica del mio cinema inserendo un botto di robot!

Andiamo con ordine. Ok, nel primo film a un certo punto c’era il robot stereo che si nascondeva da dei militari dietro una ruota di un aereo come in una comica. Sì, a un certo punto nella sequenza della presentazione degli Autobot, un robottone fa una piroetta e fa il duro, tipo buffalo stance… Ma qui si passa il segno: ci sono due Autobot gemelli che prima sono mezzi scassati e ti devono fare simpatia perché sono mezzi scassati. Poi diventano due macchine leggermente fighe, ma quando diventano robots sono una coppia di rapper negri imbecilli che si tirano gli scappellotti e dicono Yo! Anche no. Bumblebee continua a fare il gigione e parla con la radio e fa gli occhioni morbidi a caso. C’è un Decepticon che dà della gnocca a Megan Fox dopo essere inciampato in due trappole per topi. C’è un robot vecchio che non si regge in piedi, è mezzo rincoglionito e fa una scoreggia… The Fallen, non si spiega perché, viene chiamato The Fallen, in inglese… e fa dei discorsi con Megatron che nemmeno i Mangosi di College. A un robot a un certo punto gli si vedono le palle. Le palle di un robot a penzoloni… C’è un robot cattivo che si impossessa di un satellite, spia la terra e parla a non si sa chi con la voce di Mal dei Primitives. Una roba deprimente.

Oh, yo, check it out, da bomb, in da house!

Oh, yo, check it out, da bomb, in da house!

Questo per quanto riguarda i robots. Passiamo agli umani. Stendiamo un velo pietoso sui genitori di Shia che sembrano veramente dei babbei. La madre mangia dei biscotti alla marijuana e tenta di giocare a frisbee con dei giovani. Il padre le tocca il culo e ogni frase è una battuta che non fa ridere. Hanno una coppia di cani che, siccome devono fa ridere anche loro, se lo buttano. No, scusate. C’è quello piccolo che lo butta a quello grande. Che così fa ridere. Ma il massimo della vita è il room mate di Shia. Insieme al povero John Turturro danno vita ad uno dei tag team più tristi, loffi, mosci, scialbi che si siano mai visti su grande schermo. Sorvoliamo sul fatto che il room mate, tale Ramon Rodriguez (inspiegabilmente anche nell’ultimo Tony Scott, The Taking of Pelham 1 2 3) gestisce un sito di controinformazione. Anche Turturro ce l’ha, ma quest’ultimo non vuole che la verità si sappia in giro. E allora cosa cazzo apri un sito a fare? Vabbeh. Nel momento in cui Ramon Rodriguez viene stordito a colpi di teaser da Turturro, dovrebbe far ridere perché è il classico personaggio imbranato, simpatico, che è finito in una situazione più grande di lui, ciarlone, quello che non sta mai zitto. In realtà speri che vengano tutti colti da un misterioso virus che ti disidrata il cazzo e che poi ti costringe ad andare in spiaggia nudo a farti coglionare da tutti e che alla fine muori. In una pozza di sangue. E invece no. Gli umani vanno avanti a tentoni in una storia talmente accazzo che, fateci caso, a inizio di ogni sequenza c’è tipo uno spiegone. Fatto da qualcuno ad alta voce, così, disinvolto, “Starò qui ad aspettare evitando di essere ucciso mentre dei comprimari tentano di portare a termine una missione di cui io non dovrei sapere nulla ma qualcuno nella sequenza prima ne ha parlato ad alta voce, senza alcun motivo, dicendo che essi stanno per giungere con in mano una roba che probabilmente se cade in mano a dei cattivi è male, ma se la usa un ragazzino mongolo a fin di bene, ciò è bene! Quindi ok! Tutto chiaro?” Poi si distrugge tutto e quindi si ricomincia. Senza tenere conto delle cose assolutamente incomprensibili. Che si potrebbero così rapidamente elencare: 1) I guerrieri preistorici all’inizio 2) La macchina per distruggere il Sole 3) La chiave che aziona la macchina per distruggere il Sole ma che se la butti forte dentro un robot morto esso rivive 4) I robot cattivi possono diventare buoni 5) Prime è il cognome di Optimus Prime? Oppure, lui è Optimus della famiglia/della razza/della specie dei Prime? Ma poi… Allora, ok, c’è stato un errore (fortunato) di casting e quindi Megan è troppo bella per essere la fidanzata di un mezzo babbo un po’ nerd che si crede Woody Allen. Ok, Shia deve essere molto normale, way to normal, per essere specchio delle debolezze dell’uomo medio che va a vedere i Transformers il primo giorno di programmazione e sogna di avere una macchina che poi si trasforma in robot e spacca tutto, ma… Cioè non è possibile che ogni cosa che lui fa di sbagliato, lei è ancora più innamorata. Lui la lascia in officina col padre galeotto per andare a studiare al college, e lei lo ama. Lui la pacca all’appuntamanto in chat (essere sul pezzo oggi…), e lei si tocca lascivamente pensando, “Ah, dannazione! Quanto è figo!” C’ha le emicranie e vede dei simboli alieni e lei si umetta le labbra… Lui limona un’altra tipa e lei si arrabbia per ben dieci minuti prima di dirgli, “No, comunque, guarda… Ti amo tantissimo!”

"Sei talmente babbo che ho deciso di dartela!"

"Sei talmente babbo che ho deciso di dartela!"

E poi c’è Michael Bay che non gliene sbatte un cazzo di nulla e si diverte a riempire ogni inquadratura. Fa dei carrelli circolari che manco Muccino all’epoca de L’Ultimo Bacio e riempie riempie riempie. Di ferraglia talmente vicina alla mdp che è sempre e comunque indistinguibile. Non si capisce mai niente nei combattimenti tra i robots. Sono tutti uguali, sono più brutti di quelli che si vedevano nel primo e soprattutto non si capisce cosa cazzo fanno! Avete presente la sequenza di Matinee in cui John Goodman dice che gli eventi alla base del suo Mant! sono confermati da articoli serie su riviste scientifiche? Ecco lo vedete qui. Al secondo 37.

Michael Bay lo fa per tutto il suo film. 150. Minuti. Così.
No, ma che palle…

Ah, anche la colonna sonora, coi riffoni dei Linkin Park, fa CAGARE.

DVD-quote suggerita:

“Quante esplosioni! Megan appecora!”
Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com

Dieci anni fa, gli uomini di un commando specializzato operante in Vietnam…

29/01/2009 | divagazioni, news | di Wim Diesel
la meglio gioventù

la meglio gioventù

Tra la vita e la morte. Linee di febbre che salgono, il corpo intirizzito dal mal d’ossa, vomito a litri, nemmeno più bile da scannar fuori ormai. Non ti puoi muovere, niente scuola, mamma e papà sono al lavoro, nessuno ti copre il culo. Sono le dieci del mattino, sei solo in casa, hai dieci anni, un’influenza terribile che porta qualche nomignolo asiatico e porta via quel che può. Potrebbe essere il 1985. Ogni altra angoscia della mia vita è una versione per adulti di quelle disperate mattine di freddo e malattia. Un solo lato positivo: ItaliaUno, Magnum PI, i Chips, McGyver, TJ Hooker. E più di ogni altro, quattro reduci latitanti che sgranavano le grane della povera gente per soldi. Mi chiamo Wim Diesel, e non so quante volte l’A-Team mi abbia salvato la vita.
Detto degli affari miei, ripiombo nel mio stato di incoscienza apparente quando d’improvviso Dolores Point Five scarica la notizia e noi abbocchiamo come tordi (certo, il tordo non è un pesce): Fox ha messo le mani sul progetto di portare Hannibal Smith e soci sul grande schermo. Della ghenga fanno già parte Joe Carnahan (quel che si dice un regista per tutte le stagioni) dietro la macchina da presa, qualche fox terrier a rimaneggiare lo script di un labrador e un team di produttori che annovera entrambi gli Scott Bros. Obiettivo? Giugno 2010 nelle sale. Per quella data sarà già uscito The Expendables, e non avrà più senso che la Palestra de i400calci.com si ostini ulteriormente a parlare di cinema. Per quanto riguarda il tempo presente, invece, Nanni C lancia il sasso e ci coinvolge in un toto-cast che ha dato senso alla nostra vita per un’ora in più. Ecco le nostre scommesse.

 

Casanova Wong Kar-Wai
Hannibal Smith: Clive Owen (invecchiato a modo)
Templeton “Sberla” Peck: Josh Duhamel
H.M. Murdock: Bob Goldthwait
Bosco Albert “P.E.” Baracus: Ice Cube

Dolores Point Five
Hannibal Smith: Laurence Fishburne
Templeton “Sberla” Peck: Adrian Lester
H.M. Murdock: Tracy Morgan
Bosco Albert “P.E.” Baracus: Donnie Wahlberg

Jean Luc Merenda
Hannibal Smith: Anthony Hopkins
Templeton “Sberla” Peck: Angelina Jolie
H.M. Murdock: Jim Carrey
Bosco Albert “P.E.” Baracus: OJ Simpson

Nanni Cobretti
Hannibal Smith: Bruce Willis
Templeton “Sberla” Peck: Ryan Reynolds
H.M. Murdock: Johnny Knoxville
Bosco Albert “P.E.” Baracus: Michael Jai White

Wim Diesel
Hannibal Smith: Alec Baldwin
Templeton “Sberla” Peck: Sam Rockwell
Bosco Albert “P.E.” Baracus: 50 Cent
H.M. Murdock: Jim Carrey

…e per chiudere in modo scontato, non vedo altra soluzione.