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I Mercenari: Jet Li e Jason Statham in “The One” e “War”

05/08/2010 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Quando abbiamo messo gli occhi sul cast di The Expendables (o, come butta dire in questi giorni, de I Mercenari), c’è venuto uno di quei duroni che neanche all’epoca in cui in edicola si andava con fare furtivo a comprare Teletutto. Un sogno che diventa realtà. Tanta, tantissima carne al fuoco. Insomma, lo sapete: tutti i nostri eroi in un solo film. Eppure, in pochi sembrano ricordarsene, due dei Mercenari hanno già avuto il piacere di dividere lo stesso set. Parliamo di Jet Li e del nostro paggetto Jason Statham, che hanno fatto non uno, ma ben due film insieme. Soppala. E te li ricordi, signò? Noi sì.

The One: film fatti col computer! Paiura!

The One: film fatti col computer! Paiura!

Partiamo da The One, pellicola del 2001 a firma James Wong. Il film ha uno spunto narativo piuttosto affascinante, simile a quello che regola il mondo dei comics Marvel. Sapete no, che noi viviamo in un Multiverso, vero? Per dirla in parole povere: ci sono tantissime realtà parallele, tantissime variazioni della realtà in cui noi viviamo. Vi faccio un esempio concreto: in questa nostra realtà (che è solo una delle tante, nello specifico una delle 125 esistenti) Silvio Berlusconi è il Presidente del Consiglio. In un’altra è rimasto un cantante sulle navi da crociera. In un’altra ancora, è da poco diventato Presidente della Galassia Unita. C’è anche quella però in cui il trapianto di capelli gli è venuto male e adesso indossa una parrucca tipo quella di Sandy Marton e tutti lo prendono in giro. Insomma, ci siamo capiti. Nel futuro immaginato da James Wong, esiste un modo per viaggiare da una realtà all’altra. Questo però crea dei probabili rischi all’equilibrio universale, per cui esiste una Polizia Intradimensioniale, dei poliziotti che controllano che tutto proceda per il verso giusto, senza casini o sovrapposizioni di realtà. In questo casino esiste un pazzo criminale che ha una bellissima idea: viaggiare di realtà in realtà per uccidere tutti i suoi corrispettivi fino a diventare l’unico, il solo, The One. Scatta dunque una incasinatissima caccia all’uomo tra il pazzo criminale (Jet Li) e un poliziotto intradimensionale dai metodi poco ortodossi (Jason Statham). Questa, in poche ma incasinate parole, la trama di The One. Ma vediamo come se la sono cavata i nostri due attori in questo primo confronto.

Jet Li non ride mai. Ma mai mai.

Jet Li non ride mai. Ma mai mai.

Siamo come abbiamo detto nel 2001. Jet Li, leggenda del cinema di Hong Kong, è da poco sbarcato in America. Ha esordito con il ruolo del cattivo in Arma Letale 4, gli è stato cucito addosso un film imbarazzante come Romeo Must Die (dove, lo ricordo per chi non l’avesse visto, a un certo punto si mette il cappellino all’indietro e gli fanno fare il rapper. Cristo, perché?) e ha già incontrato sulla sua strada quel cazzaro di Luc Besson che l’ha voluto per Kiss of the Dragon. Insomma, Jet Li è arrivato a Hollywood come un mito, preceduto da una fama incredibile, ma non ha ancora trovato un ruolo in grado di esaltarne le incredibili capacità. Un po’ la stessa sorte che è toccata ai registi della colonia inglese, il cui nome viene sbandierato sulle locandine dei film che firmano in America come sinonimo di rinnovo dell’action, ma che poi nei fatti sembrano dei loro imitatori pochi ispirati. John Woo, Ringo Lam, Tsui Hark sono gli spettri di quello che erano. Jet Li, insieme a loro, non sta facendo una gran figura. C’è da dire che non è nemmeno colpa sua e che sono passati ormai anni da quando faceva quelle cose che ogni volta che le vediamo piangiamo fortissimo, ma la crisi è innegabile. Segue un video in cui Jet Li fa una di quelle cose che quando la vediamo noi piangiamo fortissimo.

James Wong, che a noi sta simpatico e che l’anno prima di questo film aveva girato Final Destination, si trova a dover dirigere Jet Li. Non sapendo bene che fare, non avendo a disposizione nessun coreografo coi controcazzi (anche se pare ci sia lo zampino di Corey Yuen), fa quello che gli viene meglio: la butta in caciara. C’è un che di dissacrante nell’utilizzo che il regista fa dell’attore. Mentre l’ancora misconosciuto Jason Statham viene introdotto in scena senza nessuno stratagemma o suspence, il volto di Li viene svelato dopo una lunga preparazione. il nome sulla loocandina d’altra parte è il suo. Una volta scoperto che il cattivone è lui (con un doppio effetto sorpresa), lo si cogliona mostrandolo in una lunga serie di travestimenti, ovvero sempre lui ma nelle altre 120 e passa realtà parallele: Jet Li biondo, coi capelli lunghi, macho, gay, ecc… Se promettete che non mi aspettate sotto casa per randellarmi, direi che James Wong diventa warholiano e sfrutta l’elemento pop della figura di Jet Li riproducendolo all’infinito, in una lunga serie di varianti. Questo meccanismo rende posibile anche un vero e proprio cazzabubolo fino ad allora impensabile: il combattimento Jet Li vs Jet Li. È qui risiede l’altro elemento forte del film. Della leggerezza di Hong Kong qui non si sa che farsene e quella fiscità così affascinante viene sostituita da un’ostentazione di cavi e da un utilizzo del digitale quasi dilettantesco. Le botte di The One sono più simili a quelle dei cartoni animati piuttosto che a quelle sequenze che anche mia madre poi diceva “hai visto? tipo Matrix!”. Jet Li diventa di plastica, regolato da leggi simili a quelle a cui sottostà Willy il Coyote e, come si diceva precedentemente, replicabile. Dall’altra parte viene presentato un Jason Statham acerbo (anche lui è praticamente appena arrivata in America, dopo gli esordi british con Guy Ritchie), con decisamente troppi capelli, non ancora pronto al corpo a corpo. È innegabile però che il nostro è dotato di quella cartolaccia innata che ce lo rende oggi così irresistibile. Di fianco a Li (che giustamente non cambia mai espressione… ma non è mai stato un problema) svetta per versatilità e bravura, anche se si limita a fare lo sguardo truce e bofonchiare un paio di battute ad effetto. Insieme i due fanno poco, manco un vero e proprio scontro, ma si capisce che se la intendono. Amici. In cinque minuti.

DVD-quote suggerita:

Il periodo warholiano di James Wong
Casanova Wong Kar Wai, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

Per la serie: locandine deligate.

Per la serie: locandine deligate.

Tant’è che i due ci riprovano sei anni dopo con War (in italiano Rogue: il Solitario) e le cose vano un po’ meglio. Non tanto a livello di storia (War è un pasticciaccio piuttosto confuso, fatto di continui doppi, tripli, quadrupli giochi carpiati con velleità shakespeariane che alla fine, anche se si capisce tutto, manca proprio l’interesse. Pare anche che sia stato tagliato perché molto violento e forse questo non aiuta. Ma anche sticazzi), ma di recitazione. E soprattutto di interazione tra i due. Il film si apre sulla cartola del poliziotto Statham che, nei cinque minuti iniziali, dimostra di aver capito come tenere a bada i suoi capelli, guadagna una battuta che capisci immediatamente che verrà ripronunciata in qualche altra parte del film con tanto di gomitino gomitino, uccide gente e vanvera con un fucile a pallettoni. Ed è inutile che vi stia a dire che il fucile a pallettoni è in dotazione solo ad attori con uno spessore che giustifichi il calibro e la pesantezza dell’arma. Se in The One era fondamentalmente un Signor Nessuno, qui è immediatamente protagonista. La sua figura di omo de action duro e sporco è già stata consolidata da due episodi della saga di Transporter e dalla sua parte in The Italian Job. Ah, e da quel filmetto che è Crank. Jason è anche sulla (deligatissima) locandina e in questo film il possesso di palla è Jason 60%, Jet 40%. A voler essere generosi.

Cartola. Tanta.

Cartola. Tanta.

Ma è ancora una volta il trattamento che viene fatto di Jet Li ad essere maggiormente interessante. Il suo volto viene svelato dopo un quarto d’ora se non di più di film, ma soprattutto viene più volte detto che il suo aspetto è frutto di ripetuti inteventi di chirurgia plastica. Questo, permettete la cattiveria, viene probabilmente detto per giustificare la fissità di Li. Qui quantomai evidente, visto che non viene mai sfruttato il suo vero potenziale. In War, Jet Li passa più tempo con una pistola in mano che a menar le mani. E non mi sembra una buona idea. L’idea è quella di crear una sorta di competizione a distanza tra i due. I metodi sbrigativi e de panza di Statham, contrapposti a quelli freddi e calcolatori di Li. Vederli in azione prima separatamente, fare una piccola preview del loro duello finale, per poi far deflagrare il tutto negli ultimi minuti. Qui finalmente si arriva alle mani. Jet Li è libero di tirare un paio di pizze e sfruttare un set (a dire il vero non particolarmente interessante). Jason può far vedere che anche lui due calci li sa piazzare. Il loro corpo a corpo, è troppo breve, è giustificato narrativamente accazzo di cane, ma non è niente male. Anzi, direi che è proprio il fulcro del film. Anche perché il resto c’è Jet Li che fa a spadate con un ciccione, Devon Aoki che veramente non sa fare un cazzo e Jason che fa le faccette insieme a Luis Guzmán. Parte del merito, se di merito vogliamo parlare, è di quello che ha trasformato Liam Neeson in una action star, ovvero il regista di Taken, a.k.a quello zarro di Pierre Morel. Qui è direttore della fotografia, ma fa sicuramente di più di Philip G. Atwell, ovvero colui che è accreditato come regista.

DVD-quote suggerita:

“Jet Li con le pistole in mano. Ma almeno Jason non ha i capelli.”
Casanova Wong Kar Wai, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

Se ne i Mercenari non fai quelle robe lì che ci fanno piangere, mi faccio ricrescere i capelli.

Se ne i Mercenari non fai quelle robe lì che ci fanno piangere, mi faccio ricrescere i capelli.

I Mercenari: Mickey Rourke in “Double Team”

04/08/2010 | recensioni | di Luotto Preminger

Dato che siete tutti italiani immagino che siate tutti stati in vacanza a New York almeno una volta nella vita, no? Mi stupirei del contrario. Ecco, avete presente quando arrivate a Manhattan la prima volta e state sempre a naso in su come dei beoti e ci sono i tombini che fumano ed è proprio tutto come nei film e vi sentite fighi e vi sembra che qualunque cosa facciate sia una figata? E vi comprate un hot dog al baracchino e ci mettete sopra il ketchup e VI FATE FARE UNA FOTO MENTRE LO MANGIATE perché siete a NYC e tutto è una figata? È vero o no? È vero. E ora vi chiedo: se l’uomo degli hot dog vi avesse consegnato un panino tutto spalmato con la merda dei cani, voi non l’avreste ritenuta comunque una figata perché, cristo, siete in America? E non vi sareste fatti fare una foto lo stesso, voi sorridenti col vostro panino di feci?
Ecco, stessa cosa Tsui Hark. Era il 1997 e l’osannato regista di Once Upon a Time in China e The Blade girava il suo primo vero film americano con gli attori occidentali. Ed era talmente contento – quanti soldi! quanti gadget! e gli attori famosi! e se chiedo un treno mi danno un treno, se chiedo Orso Maria Guerrini mi danno Orso Maria Guerrini – ma talmente contento che lo sceneggiatore Don Jakoby gli ha consegnato una cartata di fumante letame – fumante divertentissimo letame, siamo onesti – e lui ci si è fatto fare una bella foto sorridente mentre in quello STERCO ci affondava la faccia e la carriera. Ed ecco, signori: Double Team.

A Londra Madame Tussaud's, a NY questo

A Londra Madame Tussaud's, a NY questo

Qual è quel film con Van Damme che fa le prove di apnea nella vasca da bagno? Il film coi cybermonaci mattacchioni nella catacombe di San Clemente? Il film con Dennis Rodman come spalla comica? Il film con una scena in piazza Navona dove Van Damme è travestito da giovinastro drogato e un carabiniere a cavallo inizia a crivellare gli invitati a un matrimonio e scappano tutti e c’è PAOLO CALISSANO? La risposta è sempre una: Double Team. Un’insalatona immane che procede nella più sfacciata ignoranza della maniera cristiana di narrare una storia in modo minimamente coerente, e tutto a vantaggio di cosa? A vantaggio del ritmo e della volontà di accumulare SPROPOSITI di demente spettacolarità a uso trastullo per le masse. E per quanto non sappia distinguere le buone trovate dalle trovate aberranti e firmi il film peggio recitato della storia (e includo il doppiaggio italiano di Shaolin Soccer), oh: Tsui non ha ritegno alcuno e ci piace così. Non so se il caro Hark fosse davvero convinto di quel che faceva, ma a uno che cerca così sfrontatamente di divertire ma cicca così clamorosamente i gusti del grasso pubblico di riferimento (il quale cerca sicurezze, ottusità, vecchiume, pseudo-coerenza), io gli dico bravo in ogni caso.

Vacanze romane

Vacanze romane

Ma veniamo a noi. Mickey Rourke nel 1997 era a metà. Undici anni prima del grande ritorno, undici anni dopo la grande fama. Era a metà anche nel fisico: ormai non più il ribaldo ganassino da cui tutte volevano farsi imboccare ciliegie, il nostro aveva già iniziato a pomparsi di palestra e steroidi vari, e in questo film vanta un fisico da culturista agli esordi – ma ancora credibile, ancora spacciabile per naturale – che nei lustri successivi diventerà quella specie di cofano in cuoioplastica che tanto amiamo. In Double Team Rourke fa Stavros, supercattivo in cerca di vendetta verso chi gli ha ucciso il figlio e anche verso chi lo ha relegato in un ruolo tanto piatto e babbeone. Puro villain di comodo, usato per mandare avanti la storia e esaltare per contrasto il dramma (…) interiore (…) del povero Van Damme. Insomma, un ruolo quasi peggio di quello in Iron Man 2. Ma qui siamo nel 1997, e i ruoli da cattivo sprecato non erano zuccherini per la rinata superstar, bensì briciole per l’ex sex symbol in declino. E in Double Team il povero Mickey ha davvero poco da fare, anche perché – correggetemi se sbaglio – nelle scene di botte coreografate da Sammo Hung c’è più controfigura che Rourke. O comunque, anche se è lui, non c’è verso di vederlo in faccia. Eppure il futuro relittone tenerone che amate amare c’è già, qualche istante alla volta: i suoi teneri abbracci al figlioletto sono l’unica cosa del film che si possano dire recitazione, e in un contesto in cui Rodman e Van Damme si cimentano in duetti brillanti da far rimpiangere i tempi comici di Arnold, Rourke ne esce che pare John Gielgud.
Ma tutto questo che importanza ha, in un film che come finale ha Van Damme costretto a lottare contro una tigre in un’ARENA ROMANA MINATA?

Era inevitabile

Era inevitabile

Concludendo, questo è un film che non ha portato bene a nessuno: Rodman avrebbe fatto The Minis. Tsui non si guadagnò la peggior reputazione di un regista orientale negli USA solo grazie a Chen Kaige, ma ci andò molto vicino. Paolo Calissano si sa in che storiacce è finito. Van Damme di lì a poco avrebbe fatto Hong Kong Colpo su Colpo, che guarda caso era ancora di Tsui Hark, gli andò ancora peggio (c’era Rob Schneider) e allora disse basta a Tsui Hark.
L’unico che se la cavò fu Rourke: sì, finì più in basso di tutti e passò dieci anni in un inferno di cui ancora porta i segni. Ma non sareste stati disposti a fare lo stesso pur di avere una parte in The Expendables? C’è gente che per un cameo in quel film, cazzo, governerebbe la California.

E infine accadde il miracolo. Universal Soldier: Regeneration.

08/02/2010 | recensioni | di Nanni Cobretti

Due settimane fa, per festeggiare il primo compleanno dei 400 Calci, Nanni Cobretti si è regalato un lettore Bluray. Come acquisto ideale per testare il baracchino ha pensato alla prima cosa a cui avete pensato anche voi: esatto, la neo-trilogia di Universal Soldier. Per cui, dopo aver ripassato i primi due capitoli e ignorato quelli apocrifi con Matt Battaglia, è giunto finalmente il momento di raccontarvi l’ultimo, clamoroso episodio.

universal soldier: regenerationVi è mai capitato di entrare al McDonald, ben consci del tipo di prodotto che viene servito, ordinare il solito menù cheeseburger sperando al massimo che il formaggio sia fresco e abbiano cambiato l’olio di recente, per vedervi invece serviti un bel pollo arrosto cotto, gustoso e aromatizzato a puntino con tanto di vinello bianco in omaggio come fanno nei migliori ristoranti?
È ovviamente una domanda retorica (o “metaforone”). Ma è più o meno la sensazione che ho provato nel godermi quella cosa incredibile che si è rivelata essere Universal Soldier: Regeneration. Nelle premesse: il solito DTV low budget della Nu Image, diretto da un semi-esordiente figlio di papà, da vendere a un pubblico di disperati come noi a cui basta vedere i nomi di Jean-Claude e Dolph sulla locandina ma anche uno solo dei due sarebbe bastato. Nel risultato: roba da far vergognare la quasi totalità di ciò a cui hanno appioppato l’etichetta “reboot” negli ultimi dieci anni, su tutti i livelli.
Ce ne si accorge già dal primissimo secondo: un lento piano sequenza che segue una giovane coppia benestante uscire da un edificio dove un improvviso, violento tamponamento fa scattare un sequestro di persona e un inseguimento in auto tesissimo e forsennato che pure Paul Greengrass ha preso appunti. E poi veniamo introdotti nella splendida location principale: l’abbandonata centrale nucleare di Chernobyl. È qui che si sono rifugiati gli autori del rapimento, i “separatisti del Pasalan”, con lo scopo di ricattare il governo ladro. La loro arma: il più potente UniSol di ultimissima generazione (Andrei “The Pit Bull” Arlovski), sgraffignato dal laboratorio dove ancora si ostinano a perfezionare quel solito vecchio progetto che ha sempre dato più problemi che altro. Il problema: Pit Bull è talmente superiore da bersi in un boccone tutti gli altri amici UniSol speditiglici contro in missione kamikaze. La speranza: rispolverare Luc Deveraux (Jean-Claude Van Damme, obviously). Continua a leggere »

You and Woo’s army

03/11/2009 | recensioni | di Luotto Preminger

In un grigio palazzone di cemento nel bel mezzo della grande Cina, tra vaste sale tappezzate di ritratti di Mao, vive la Commissione del Cinema Cinese. Essa si compone di cinque o sei alti dirigenti del partito ai quali, ogni giorno, vengono recapitati CONTAINER pieni di DANARO. Tonnellate di danaro, cassettate su cassettate di banconote guadagnate dal popolo e stanziate per il divertimento del popolo. Questo è il danaro destinato a produrre i film cinesi più enormi.
Non appena hanno accatastato una somma di danaro sufficientemente inverosimile, i cinque o sei alti dirigenti della Commissione del Cinema Cinese chiamano uno dei loro registi famosissimi, gli chioccano in braccio gli euri, e gli dicono “Ora facci un film enorme. Ti diamo tutte le comparse che vuoi, basta che sia un filmacchione in costume. Vogliamo masnade di gente in sala. Vogliamo gli euri”. È così che sono stati realizzati i tre polpettoni arcobaleno di Zhang Yimou, quella roba di Chen Kaige che non ha visto nessuno con la tipa che volava, e Seven “sparaflesciato” Swords di Tsui Hark (l’ho soprannominato “sparaflesciato” perché me ne sono dimenticato subito dopo averlo visto). Comunque. Tutti ’sti film si sono superati a vicenda in termini di budget: ognuno era di svariati miliardi di euri più costoso del precedente, ognuno ha celebrato l’antica Cina in maniera più fastosa e pacchiana del precedente, ognuno ha incassato gli euri, e gli alti dirigenti sono stati soddisfatti.
Ma non abbastanza.

Alzi la mano chi ha la riga in mezzo

Alzi la mano chi ha la riga in mezzo

Tutti i film che ho citato poc’anzi, in confronto a La Battaglia dei Tre Regni, sono Cresceranno i Carciofi a Mimongo. La Battaglia dei Tre Regni è il più enorme dei film enormi. È il colpo di grazia che la Cina ha voluto dare al resto del mondo: non gli bastavano le olimpiadi, no, volevano dimostrare di essere capaci di fare i film più grossi di tutti, con più navi di tutti… e soprattutto volevano dimostrare che è l’aria corrotta del capitalismo a rovinare i registi bravi. Per cui hanno ripescato l’hongkonghese John Woo dalla catapecchia americana della sua reputazione fatiscente, gli hanno fatto respirare a pieni polmoni l’ossigeno dell’est, gli hanno messo in mano i CONTAINER di euri, e gli hanno detto: “Bentornato, John Woo. Sei a casa, ora. Fai quello che sai fare meglio. Ma con un budget che Baarìa a noi ci pulisce il vetro al semaforo”. E lui non se l’è fatto ripetere. Ci ha preso talmente gusto che invece di un film ne ha fatti due, di due ore e mezzo l’uno. Non un euro è andato sprecato.

*_*

*_*

Purtroppo a noi capitalisti corrotti è toccato uno sberleffo finale: in occidente i due filmoni sono stati tagliuzzati, su supervisione dello stesso Woo, e accorpati in un unico filmone da due ore e quaranta. Un bignamone. Ed è questa la versione qui recensita.
La trama de La Battaglia dei Tre Regni è che ci sono tre regni. Che entrano in battaglia. Da una parte c’è un tale cattivo che si chiama Xao Xao. Egli manovra un esercito stimato intorno ai SEI MILIARDI di uomini e una flotta di SETTE MILIARDI di navi, per cui ci sono almeno mille milioni di navi che vanno da sole. Xao Xao è fortissimo, ma è interpretato da un cinese qualunque. Dall’altro lato invece ci sono, alleati, il regno con Takeshi Kaneshiro, stratega tutto occhioni e pizzetto ribaldo, e il regno con Tony Leung, viceré bellissimo, illuminatissimo, sensibilissimo, atleticissimo e che è una bestia contro il calcare. Ogni tanto Takeshi e Tony si guardano intensamente stando vicini vicini ed è tutto un OMG ci scrivo subito una fanfiction.

Il resto sono due epiche ore e quaranta di botte di tutti i tipi a budget spropositato.

Facciamola breve: pur in questo formato ridotto, il film è una goduria. Si vede bene che John Woo non aspettava altro: vuoi mettere passare da avere a disposizione BEN AFFLECK ad avere a disposizione SETTE MILIARDI DI NAVI intorno alle quali piroettare a piacimento con SETTE MILIARDI di cineprese? Woo è contentissimo, si autocita, saltella, vola, rende plastica la brutalità con uno stile che così pirotecnico e fiammeggiante non si vedeva dai tempi di Hard Boiled, dispone eserciti come fossero carrarmatini e li fa ballare, segue i piccioni in volo con infiniti piani sequenza in CG, e poi, grazie al cielo, va sempre sopra le righe di tanto così, quel fanfarone.

Awwwwww

Awwwwww

Guardate il rallentissimo di Tony Leung che salta tre metri in aria, piroetta e pianta la freccia nel collo di uno a cavallo, sancendo così la fine della battaglia e atterrando perfetto col mantellone che svolazza, e ridefinite subito il concetto di enfatico. E battete le mani, felici.

Poi certo, la durata dimezzata si nota eccome. L’inizio e la fine, per nominare due punti non proprio secondari, sono vistosamente rabberciati alla meglio. Il personaggio di Zhao Wei è in palese debito di ossigeno. Ma non viene mai da gridare allo snaturamento: sarà che sono rimaste solo le scene di colpi, strategie belliche, spallate ai cavalli e masse isteriche, sarà che è tutto così corposo e sborone, ma non ho sentito la mancanza di due ulteriori ore e mezzo che mi immagino piene di sguardi languidi, femmine in pena, attese snervanti e altre cose che sì, belle, quando iniziano a darsi le spadate?

Morale: La Battaglia dei Tre Regni versione orientale, che spero di vedere al più presto, è probabilmente una saga (bilogia?) di ampio respiro, articolata, composita e completa. La Battaglia dei Tre Regni versione occidentale invece è una specie di condensato per musi bianchi con poco tempo e poca pazienza. Il fatto che quest’ultima, pur non riuscendo a mascherare la sua natura di condensato, riesca comunque a essere così riuscita da farti spuntare i punti esclamativi in testa e ad avere un’impronta autoriale tanto marcata, è il segno più evidente che sì, abbiamo ritrovato un Fuoriclasse.
Grazie, euri.

DVD quote suggerita:

“Woo non era così in forma dai tempi in cui correva ogni giorno per scappare da chi aveva visto Paycheck!”
Luotto Preminger, i400calci.com

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Il bel Biopic di una Volta: Ip Man

13/07/2009 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Presentato in anteprima al FEFF 2009, ma saltato dalla vostra amata redazione perché in altre faccende affaccendata, Ip Man è l’ultimo lavoro di Wilson Yip, regista hongkonghese noto soprattutto (a me… che poco ho visto della sua notevole filmografia) per Bullets Over Summer. Ip Man funziona come la sua definitiva consacrazione a regista ad alto budget e ci serve per fare un discorso più o meno utile sulle differenze tra due cinematografie (quella USA o occidentale e quella HK) alle prese con lo stesso oggetto.

Con un solo bastone lungo lungo, ho fatto cadere tantissime katane. Katane in de per tuc'!

Con un solo bastone lungo lungo, ho fatto cadere tantissime katane. Katane in depertuc'!

Il film di Yip racconta la vita del primo maestro di Wing Chun, rinomata tecnica di arti marziali cinesi portata a fama mondiale – e sugli schermi di tutto il mondo – da Bruce Lee. Quindi, in parole povere, un biopic su uno dei Sifu più famosi della Storia Cinese. Durante l’occupazione giapponese del 1937, in un periodo di crisi nera, il protagonista, grazie alle sue abilità, terrà alta la bandiera del suo popolo e lo difenderà dai barbari del Sol Levante – incapaci di comprendere concetti come pietà, onore, amore o rispetto. Confezione con tutti i crismi. Oltre a Yip alla regia, si fanno notare nel cast due stelle come Donnie Yen e Simon Yam, ed è coreografato dal grande Sammo Hung (da quanto non si vedeva il suo nome nei credits di un film? Troppo…). Ed è proprio un titolo diretto dal nostro ciccione preferito, Moon Warrior, il primo che mi è venuto in mente durante la visione di Ip Man. Non tanto per un’eventuale somiglianza con la storia narrata, anzi, quanto per l’odio viscerale mostrato nei confronti del popolo giapponese. Se è vero che un minimo di spessore come personaggio viene concesso al tenente Miura, il “Cattivone Finale” interpretato dal bravo Hiroyuki Ikeuchi (una sorta di Wentworth Miller più espressivo), gli altri giapponesi vengono dipinti come animali totalmente privi di un qualsiasi briciolo di umanità. Questo fa parte, e qui sta forse l’unico motivo d’interesse del film, della funzionalità che il biopic ancora ricopre per la cultura cinematografica hongkonghese.

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Che non me ne vogliano i fan del film: Ip Man è comunque un buon prodotto, con ottime sequenze d’azione e una buona storia (inevitabilmente “abbellita” drammaticamente rispetto alla realtà, ma non per questo meno coinvolgente), ma appare comunque come un compitino, come un film diligente e poco più. Se da ormai un decennio, per noi occidentali, la biografia al cinema serve quasi sempre a mettere in discussione il soggetto raccontato (gli orrendi musicarelli Ray e Quando l’Amore Brucia L’Anima – titolo che voglio riportare nella brillante versione italiana perché veramente bello bello bello in modo assurdo – il bel Control, lo straordinario Alì, The Queen, e anche – dal mio punto di vista, poi magari s’apre il dibattito – Into The Wild, ecc..) Ip Man al contrario è una vera e propria agiografia di un uomo che diventa eroe e che è servito, e ancora serve, a unire un intero popolo contro un invasore, un male, un pericolo percepito come totale, indiscutibile. Si insinua timidamente che l’attenzione risvolta dal protagonista alle arti marziali possano allontanarlo dall’amore verso la sua famiglia, ma tutto questo viene poi smentito dal succedersi degli eventi. Quello che ne viene fuori è il ritratto di una persona mai attraversata da un dubbio, ma che ha il completo controllo della situazione e del periodo storico che attraversa. E che quindi non può in alcun modo fallire. Ripeto: tutto bene. Forse solo un po’ troppo innocente. E quindi un po’ noioso.

DVD-quote suggerita

“A un certo punto citano Wong Fei Hung. Ma quello era n’artra roba ”
Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

In Patria. il film è stato un enorme successo commerciale, tanto che si è deciso di andare avanti a raccontare questa storia in Ip Man 2 – sempre con Wilson Yip saldo al timone – e soprattutto il suo rapporto con il grande Bruce. Anzi, al momento si sta proprio cercando un giovane attore in grado di interpretarlo. Speriamo in bene…