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In sacrificio per voi: The Twilight Saga – Eclipse (David Slade, 2010)

09/07/2010 | recensioni | di Wim Diesel
continua ad essere il fotogramma più significativo della saga.

continua ad essere il fotogramma più significativo della saga.

ZERO il pezzo che segue contiene spoiler.

UNO il pezzo che segue è scritto da Wim Diesel nel suo ruolo di lobby rosa all’interno dei 400calci. Sto cercando di convincere Nanni Cobretti ad aprire uno spin-off dei Calci dedicato esclusivamente alle commedie romantiche stile Nora Ephron, che nella mia immaginazione si chiamerà Due etti di crudo. La saga di Twilight, mannaggia allo stesso Nanni quando scrisse la prima recensione, è la mia unica valvola di sfogo.

DUE quasi tutto quello che misi insieme all’epoca di New Moon è -grossomodo- confermato.

per non dimenticare gli esordi

per non dimenticare gli esordi

TRE una delle teorie portanti in merito a Eclipse è quella della visione in sala come complemento necessario all’interpretazione. Non, ovviamente, l’idea imperante su Facebook e simili di andare a vedere Eclipse per sfottere una categoria sociale (i bimbominkia, diciamo) di cui tutti quanti facciamo parte, a maggior ragione quando ridiamo di loro. Più che altro i coretti di approvazione dei corpi maschili in sala sono la più grande opera d’arte del film, una colonna sonora aggiuntiva vivente che si rinnova ad ogni singola proiezione, come il martellare delle vuvuzelas alle partite dei mondiali. Una delle più grandi opere d’arte del secolo in corso, tradotta simultaneamente in ogni lingua -ancorchè scarsamente commerciabile e quindi di secondo piano nell’operazione Twilight. Continua a leggere »

Fear Itself: Chance & The Spirit Box

12/05/2010 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Piccoli e sbrigativi commenti sugli episodi della serie televisiva Fear Itself, prodotta da Mick Garris.

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EPISODIO 10: Chance, John Dahl, 2008

Trama: Chance è un povero mortaccione. È sposato con una donna bellissima, ma la vita gli ha dato solo ed unicamente mazzate dietro le ‘recchie. Non solo ha dei capelli molto brutti e una faccia da mega-babbeo-imperiale, ma non riesce veramente ad ingranare. La moglie lo ama, ma comincia a non poterne più di questo semipelato fallito che le gravita in casa mentre lei si fa il mazzo lavorando 23 ore al giorno. Ma Chance si gioca la sua ultima chance (non è colpa mia…). Un colpaccio: d’accordo con un antiquario, ha acquistato un vaso antico. Si è indebitato, ma l’antiquario gli ha assicurato che lo potrà rivendere a un prezzo esorbitante. In realtà il tutto è una truffa ai danni del povero Chance, che viene bellamente (e giustamente) fottuto. Disperato, reagisce con scarso savoir faire: uccide l’antiquario. Ma Chance non è da solo: è addirittura in compagnia… di un suo doppio! Noooooooooooooooooooooooooo.

Giudizio lapidario: Nulla. Una noia sinistra. Si spera in uno sviluppo del logoro e abusato tema del doppelgänger, ma in realtà il tutto finisce nella sua enunciazione. Questo è pazzo e nel momento della difficoltà massima non ha retto e il suo cervello ha creato un doppio. Ok, ma c’è qualcos’altro? No, ma va là!

Sottogenere: drammone psicologico.

Woody Woodpecker (a.k.a. quell’attore che mi fa morire): E nella parte dell’antiquario truffatore, Vondie Curtis-Hall. Beh, mica cazzi, eh? Allora, per prima cosa va detto che Vondie Curtis-Hall è il Dr. Dennis Hancock della serie Chicago Hope – In Corsa per la Vita. Sì è fatto vedere, sempre in ospedale, in E,R. Medici in Prima Linea. Ha preso parte a una puntata dei Sopranos, a qualche espisodio di Soul Food e di tante altre serie. Ma non s’è fatto mancare qualche apparizione anche sul grande schermo: l’avete visto in Romeo + Giulietta e anche in The Bad Lieutenant: Port of Call – New Orleans. Ma soprattutto Vondie Curtis-Hall è un regista. E sapete che film ha fatto Vondie Curtis-Hall? È quasi troppo bello per essere vero. Esordisce nel 1997 con Gridlock’d, il buddy movie con Tim Roth e Tupac Shakur. Il film successivo però è quello fondamentale: Glitter. Quello con Mariah Carey che va in discoteca col cappellino tipo Bugno. Ufficialmente uno dei film più brutti della storia del Cinema. Glitter… E invece di essere stato mandato a lavorare in una fonderia nella Corea del Nord, Vondie Curtis-Hall è finito in Fear Itself.

Cosa resterà di questo episodio?: Niente. Il totale disinteresse per la vicenda narrata? Ah, no, la faccia incredibile che fa il fallito semipelato quando si guarda allo specchio. Perché quello dovrebbe essere il momento in cui il suo cervello fa clic e, perdendosi nelle misteriose e insondabili profondità dell’animo umano, crea il suo doppio. In realtà sembra il pagliaccio col maditesta della pubblicità del Vivin C, quella con la canzone bomba di Lene Marlin.

Quante volte è stato urlato MACCOSA?: Annichilito dalla noia, non sono riuscito a proferire verbo per quasi tutta la durata dell’episodio. Poi, verso il finale, ho pronunciato la magica parola Maccosa a raffica, come se non esistesse un domani.

Una foto, cento parole:

I'm sitting down here, sha la la la là... Dici che sono convincente? Eh?

I'm sitting down here, sha la la la là... Dici che sono convincente? Eh?

EPISODIO 11The Spirit Box, Rob Schmidt, 2008

Trama: Notte di Halloween. Due ragazze non hanno più l’età per andare in giro a fare Trick ‘r Treat, ma sono comunque abbastanza babbe per passare il loro tempo facendo una seduta spiritica con una tavola ouija. Vengono contattate da un’amica morta che spiega loro che non è morta annegata come tutti pensano: è stata bensì uccisa e il suo assassino è ancora a piede libero. Le due babbe si improvviseranno detective e tenteranno di risolvere il caso.

Giudizio Lapidario: Fin troppo facile la soluzione finale. Ciò detto l’episodio non è da buttare via. Certo, visto dopo Chance assume la statura del grande classico del Cinema, tipo che ti viene voglia di metterlo di fianco ai film di Preminger, ma ha effettivamente qualcosa di affascinante.

Sottogenere: Giallo (a tinte forti) con il beneficio del dubbio sull’esistenza degli spiriti.

Woody Woodpecker (a.k.a. quell’attore che mi fa morire): Oltre al povero Mark Pellegrino aka Jacob di Lost, si segnala la presenza di un’attrice nomination agli Oscar come non protagonista. Robba forte, eh? Stiamo parlando di Anna Kendrick, classe 1985, che non solo non avrà mai una preoccupazione economica in vita sua, grazie alla partecipazione alla saga di Twilight, ma grazie al suo ruolo in Tra le Nuvole di Jason Reitman s’è fatta vedere pure al Kodak Theatre. Capite anche voi che in una desolazione tale (anche se la Kendrick è eccitante come un documentario sui tuberi irlandesi) è una cosa incredibile.

Cosa resterà di questo episodio? L’idea della tavola ouija costruita col cartone della pizza è piuttosto divertente, ma nella mia mente questo episodio resterà impresso per una sparata colta da ritiro della patente. A un certo punto, per depistare un po’ le indagini che se no in 5 minuti finiva tutto, si introduce un sospettato. Tale Bosch. Che non si chiama Hieronymus ma, due secondi dopo che qualcuno fa il suo nome, appare uno con una maschera inquietantissima che ricorda un dipinto di… Indovinate di chi? Veramente gratuita e fatta per fare gomitino gomitino a chi?

Maccosometro: La magica parola Maccosa è stata pronunziata un bel po’ di volte. La sceneggiatura sembra scritta al momento e gli errori, le incongruenze, le mancanze si vanno ad accumulare fino a raggiungere vette di maccosismo piuttosto alte. A un certo punto una parla cinese… Maccosa.

Una foto, cento parole:

Dici che l'hanno presa gli spettatori? Mettiamo la didascalia "citazione colta"?

Dici che gli spettatori l'hanno presa? Mettiamo la didascalia "citazione colta"? Eh?

Menopeggio TV: 30 giorni di buio

17/02/2010 | menopeggio tv | di Bongiorno Miike

Minirecensione in dieci punti da leggere stasera davanti al televideo.

30 giorni di buio

(30 days of night)

DOVE: ITALIA 1

QUANDO: 21.10 (ma se avete Sanremo da guardare siete giustificati).

30 giorni di buio

1) Era il 2007 e il mondo intero si stava riprendendo dalla visione delle mutande di Leonida.
Ovunque il termine graphic novel rimbalzava di qua e di là quando ecco! giungere sugli schermi! 30 giorni di buio! (simulazione dell’entusiasmo contenuto nel trailer), pellicola tratta da una miniserie a fumetti! di stampo horror! (altro entusiasmo) che dimostrava al mondo intero alcune innegabili verità sul cinema moderno. Primo: anche se hai soggetto e storyboard fatti, il regista non è superfluo.

2) Secondo: anche se hai soggetto e storyboard fatti, gli sceneggiatori non sono superflui.

3) Terzo: anche se hai Danny Hudson, il cast non è superfluo.

4) Ciò detto, la pellicola ha l’innegabile merito di introdurre nell’immaginario collettivo una nuova versione di mostro : lo zombiro vogue.
Parliamo di una creatura esclusivamente notturna, dai denti acuminati, che si pappa integralmente le sue vittime e veste Pitti.

5) La grafica della locandina richiama inutilmente Sin City, il numero 30 della locandina richiama inutilmente 300, Sam Raimi sulla locandina richiama inutilmente l’horror.

6) La visione del film consente a quanti abbiano letto il fumetto di inanellare una sequenza quasi infinita di “WTF! Ma nel fumetto non era così!” [per una serata più gustosa: procuratevi una tromba da stadio con cui preannunciare ogni vostro intervento. Gli amici ve ne saranno grati].

7) tutti gli altri dovranno accontentarsi di giocare a “tappa con la fantasia lo scolapasta della sceneggiatura”.

8) Melissa George recita quasi da cani, ma poi, altrove, è stata una grandissima. Triangle, anyone? (via Dolores Point Five)

9) Il finale rimane pressochè fedele all’originale cartaceo, peccato che faccia sembrare tutti i 110 minuti di visione un prequel di “Twilight: Trinity”.

10) Ho visto di peggio: Io sono leggenda.

Virgorsol, la gomma del capo che ha mangiato pesante.

Vigorsol, la gomma del capo che ha mangiato pesante.

Dread: il povero pirla di Twilight e la paura.

24/12/2009 | recensioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Quest’anno abbiamo già parlato di un film tratto da uno scritto di Clive Barker. In quel caso era Book Of Blood, trasposizione – non particolarmente riuscita – di uno dei capisaldi dello scrittore britannico. Negli ultimi anni sembra che l’attenzione rivolta dal mondo di celluloide a Barker stia crescendo in maniera esponenziale. E una delle personalità chiave dietro questa operazione è Anthony DiBlasi. Produttore esecutivo – oltre che del già citato Book Of Blood – di The Plague e di The Midnight Meat Train. In cantiere ha un non meglio precisato Untitled Clive Barker/Edgar Allan Poe Project e soprattutto l’atteso remake di Hellraiser. Ma Anthony DiBlasi ha trovato anche il tempo per esordire dietro la macchina da presa, mettendo la sua firma in calce su questo piccolo film dal titolo Dread, presentato anche a quella roba forte che è Frightfest… E indovinate un po’? Dread, come ebbimo già a rivelarvi, è un racconto breve di Barker.

CB

Da un paio d'anni a questa parte vado fortissimo...

Tre ragazzi, guidati dal carismatico quanto misterioso Quaid, uniscono le loro forze per una ricerca universitaria. Vogliono scoprire quali sono i meccanismi che si celano dietro le paure dell’uomo comune. Da dove arrivano, come funzionano e se hanno qualche punto in comune. Per fare questo fanno una serie di interviste a loro coetanei che – davanti a una camera digitale – svelano i loro timori più profondi e segreti. Il problema è che Quaid, non sta proprio benissimo. Nasconde un sanguinosissimo ricordo d’infanzia che, oltre ad avergli fatto scattare la molla per questo lavoro di ricerca, l’ha evidentemente traumatizzato pesantemente, regalandogli allucinazioni, turbe e paranoie. Dopo poco le cose- inevitabilmente – prendono una brutta piega. L’amico di Quaid, Stephen (interpretato da uno che in Twilight sembra un povero pirla, a.k.a. Jackson Rathbone) tenta di rimettere le cose sui binari della normalità. Non sarà l’unico a pagarne le spese.

Poorpirla

Grazie a me il film dovrebbe essere oggetto del desiderio di tutti i teenagers del mondo...

Lo dice uno che non ha letto il racconto in questione, per cui prendete il tutto con le debite pinze: Dread sembra essere piuttosto fedele e rispettoso nei confronti del materiale originale. Questo mi sento in grado di dirlo perché, pur non essendo un esegeta di Barker, l’esordio di DiBlasi ha tutte una serie di caratteristiche che possiamo riconosciamo come barkeriane. La fisicità dell’orrore, il tentativo di rappresentare il dolore in arte visiva, la sessualità e l’attrazione fisica come valvole di sfogo, una morbosità nei confronti dei limiti umani… Non manca nulla. È chiaro che lo scopo del regista è quello di fare un buon servizio allo scrittore e di scomparire di fronte alla storia. DiBlasi – pur non segnalandosi come un regista particolarmente fantasioso o personale – svolge bene il suo lavoro, realizzando un buon horror psicologico con qualche notevole impennata gore e soprattutto un’atmosfera sufficientemente malata e perversa. Dread è un film che cresce piano piano – come lo scollamento dalla realtà e la pazzia dei protagonisti – fino a un finale pugno nello stomaco niente male. Decisamente interessante.

“Meglio di Book Of Blood! Piuttosto angosciante!”

Casanova Wong Kar Wai, i400calci.com

IMDb | Trailer

Datecene ancora, datecene ancora: gli anni Zero in otto punti.

11/12/2009 | divagazioni | di Dolores Point Five

Prefazione di Nanni Cobretti

Sta per finire il decennio! Lo sapevate? Davvero lo sapevate già? E chi ve l’ha detto?? Siete troppo informati, dev’essere merito dell’internet.
Bando alle ciance: a noi di fare le classifiche non ci va. O magari ci va anche, perché no. Diciamo solo che non vogliamo sentirci obbligati. Cazzo volete. E allora abbiamo deciso che 1) sì, celebreremo la fine del decennio ma 2) lo faremo ognuno di noi della magnifica enorme professionalissima redazione singolarmente come meglio crede, classifiche o discorsi che siano, in cui affronteremo taluni aspetti di questi “cazzo di anni Zero” (come in quella famosa canzone di Vasco Bronson, meglio noto come “Il giustiziere della centrale elettrica”) che secondo noi hanno senso.
Via col pezzo di oggi:

I vecchi nati negli anni Settanta/Ottanta sono cresciuti sapendo che esistevano cose chiamate “sequel”, che queste cose si agganciavano ad altre cose venute prima, e che raccontavano cose successe dopo quelle altre cose. E la vita continuava. Eravamo felici e senza pretese, come nani di gesso nel giardino dell’Eden.

Gli anni Zero invece hanno cercato mille nuovi modi per venderci i capitoli 2. Questi mi sembrano i più rilevanti, nel bene e nel male.

—–

Hollywood e il realismo sociale.

Hollywood e il realismo sociale.

Riportando tutto a casa.
Non è stato il primo, ma il suo successo ha spianato la strada al filone (e ha aperto discussioni sulla moralità di inquadrare stretto il culo di Jessica Biel prima di un omicidio): Non aprite quella porta 2.0 ha cacciato nel nostro vocabolario la parola reboot. Cioè il rifacimento di un classico o semi-classico, che mette nuovi personaggi in uno scenario familiare, con la pretesa di ripartire da zero e poi generare capitoli collegati solo a se stesso. Quando va bene fa conoscere cose belle e importanti a una nuova generazione di pubblico. Quando va così così è un modo temporaneamente più simpatico di dire remake. Quando va malino i giovani non imparano un cazzo e i vecchi escono dal cinema sapendo che per Alexandre Aja Le colline hanno gli occhi è “una storia di coraggio e sopravvivenza”. Quando va male arriva Michael Bay. Grazie a Dio almeno su Il buio si avvicina dovrebbe aver mollato l’osso. Perché “assomiglia troppo a Twilight”, però.

Boo.

Boo.

So long fried rice, hallo fried chicken.
The Ring ha funzionato per l’effetto novità, per come sabotava certe aspettative in tema fantasmi e perché saccheggiava le cose migliori di trenta altri film che non si chiamavano “Ringu”. Perciò qualunque roba fosse mai stata proiettata in un angolo della Micronesia è stata adattata per il mercato americano – ma solo parzialmente adattata, sperando di trattenere un po’ dell’originale. Risultato: migliaia di giappi obbligati a farsi la cresta o i colpi di sole per non essere confusi tra loro e sceneggiatori che facevano i salti mortali per spiegare gli anda e rianda di trame concepite al di fuori della “nostra” logica (e con porte aperte in faccia alla sospensione dell’incredulità tipo Sarah Michelle Gellar assistente sociale a Tokyo). Poi la gente ha deciso che di donne con i capelli davanti alla faccia e bambini-gatto se n’era visti abbastanza e i produttori hanno iniziato a puntare sull’Europa del Nord (buona fortuna). Se Scorsese si è fatto mangiare in testa da Andrew Lau comunque c’è stato qualcosa di profondamente impari nella procedura.

Il parere di Briana Evigan.

Il parere di Briana Evigan.

Malcolm X 2: la commercializzazione.
Cedere al tuo produttore i diritti dello sfruttamento su titolo e personaggi può sembrare una clausola accettabile, se di mestiere fai film per quella che Nanni Cobretti chiama “gente con gli occhiali”, e allora pensi “ma sì, guardiamo avanti, tanto questa storia è auto-conclusiva”. Sbagliato. Se il tuo film ha incassato mezza lira, qualcuno cercherà di cavarne fuori un altro quarto di lira: se il protagonista è MORTO SCHIANTATO, si va giù di prequel o di spin-off. Ma c’è sempre bisogno di  imbastire qualche legame con l’originale. Legami che forse ci sarebbero sembrati accettabili per uno spaccatutto con tette e mannaie, e dimostrano la loro fragilità e inseriti in un contesto wannabe intellettuale e “diverso”. S. Darko è il caso più macro, ma non il solo. Al cinema non esistono cose tipo un unico fiocco di neve. (E ringraziate che nessuno ha ancora girato Fight Club 2: I Am Jack’s  Unquenchable Need To Make Sense.)

A quel punto Rob Zombie esce da dietro la porta con le mani in alto e dice "non è come sembra".

A quel punto Rob Zombie esce da dietro la porta con le mani in alto e dice "non è come sembra".

Con una mano sul volante e l’altra su Wikipedia.
Non sono mai riuscita ad appassionarmi alle pseudo-scopiazzate della Asylum, ma in fondo di situazioni simili la serie C ne ha sempre viste. Gli stunt-movies invece sono figli di questo decennio: film che in senso stretto non rifanno nient’altro, però esistono solo per ricostruire con affetto (e nei dettagli) un’atmosfera o un sapore del passato. E là dove gli anni ‘90 sceglievano la parodia, gli anni Zero ci hanno portato operazioni serissime come The House Of The Devil. Una tendenza che non si è fermata anche quando l’esplosione del DVD ha reso accessibili gli articoli originali: il gioco si autoalimenta, in un’unica lunga partita a com’era-com’è. Punti extra vanno ai film mal rieditati per litigi su chi ha i diritti o difficoltà con le royalties della colonna sonora, e quindi destinati a una notorietà smisurata proprio perché vivono quasi soltanto nella tradizione orale. (Voi l’avete mai visto La notte della cometa? Però sapete cos’è, vero? E se domani qualcuno dicesse “per il mio film mi sono ispirato molto a La notte della cometa”, non correreste a vederlo?) Continua a leggere »

E questo ti arrapa, Bella? Audie and the Wolf

08/12/2009 | recensioni | di Nanni Cobretti

Audie and the WolfE se stavolta fosse un lupo a trasformarsi in uomo?
John Doe si risveglia in una villa che non è sua: è nudo, non ricorda nulla, la padrona di casa è stata sbranata. Ma non è così facile: John sa parlare, ma non sa assolutamente nulla del suo passato, ha poca familiarità con certi oggetti di uso quotidiano, strane movenze e soprattutto strani istinti, come pisciare a gamba alzata in qualsiasi angolo della casa o azzannare a morte chiunque lo metta a disagio. Di lui si infatua Audie, giovane gotica alternativa normale (= non impanicata/repressa stile Twilight) sedotta dal suo fascino allo stesso tempo selvaggio e indifeso, la quale tenta di aiutarlo a risolvere le sue amnesie e paranoie. Ma la situazione si fa intricata: le vittime aumentano, e soprattutto soffrono di quel problema del limbo tra vita e morte che nessuno dovrebbe azzardarsi a copiare dopo American Werewolf, eppure tanta gente insiste.
Audie and the Wolf, diretto da B. Scott O’Malley (nessuna parentela con il Cardinale Stephen), rimane comunque una commedia piacevole che fa del suo meglio per non essere scontata e, tra una gag e un omicidio sanguinoso il giusto, cerca pure di infilare riflessioni sulla differenza tra uomo e animale, l’attrazione, le relazioni, tutte quelle cose inutili lì… il tutto retto alla grande dall’ottima prova del protagonista Derek Hughes. Non cambierà la vita di nessuno, ma ci sono modi infinitamente peggiori per ammazzare la miseria di 76 minuti titoli di coda inclusi.
L’uscita in Italia non è ancora prevista, ma secondo me con un titolo sufficientemente scemo (sbizzarritevi coi suggerimenti) sarebbe più che vendibile.

"C'ho i segreti, sono seminudo, che altro vuoi???"

"C'ho i segreti, sono seminudo, che altro vuoi???"

DVD-Quote suggerita:

“Una simpatica metafora sulle cose inutili della vita”
Nanni Cobretti, i400calci.com

> IMDb | Trailer

In sacrificio per voi: New Moon

30/11/2009 | recensioni | di Wim Diesel
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t-shirt not included

Immagino sappiate cosa s’intende per arricciacazzi. Nel caso in cui non vi sia noto, arricciare il cazzo è l’espressione che il popolo usa per definire la pratica femminile di battere i pezzi a un ragazzo allo scopo di non dargliela. Quello di cui la maggior parte delle ragazze non sono a conoscenza è che esiste una nutrita minoranza di maschi che adorano farsi fare il cazzo a boccoli e raccontarselo a vicenda come delle zie. Quelle cose da serate a due piene di illuminazione ed alcolici. Tanto per dire, ho questo amico (Ingmar Beretta) che usciva con questa ragazza per, sì, è una storia noiosa.
Ecco, Bella Swan è la più arricciacazzi di tutti. Il mondo non è stato molto tenero con lei: suo padre è un clone di Rivers Cuomo (OH OH, e sua madre è Mary Tyler Moore). Il tagliando del suo pickup è scaduto. Lei è costretta a barcamenarsi tra botte di angst metropolitana, tossicodipendenza da adrenalina, musica di merda ed aitanti everyboy americani di periferia, quasi esclusivamente divisi tra vampiri tetrosexual usciti da un incubo di Boy George e licantropi strafatti di steroidi. Viene voglia di rifarsi su qualcuno, certo, ma (anche se la letteratura che ho consultato tende a starsene zitta su questo punto) il carattere volubile e l’instabilità emotiva della categoria sociale danno indicazioni abbastanza precise sul fatto che arricciare il cazzo a un licantropo non sia una cosa ragionevole. Sapete qual è la differenza tra uomo lupo e licantropo?

"Già cenato, grazie."

"Già cenato, grazie."

L’unica altra cosa su cui mi va di scrivere in merito a New Moon è il racconto dell’episodio in cui (verso il minuto 40) Bella ha un incidente in moto e si fa un taglietto in testa. Il suo amico indiano culturista si toglie la t-shirt per tamponarle la ferita. Bella gli dice qualcosa tipo “sei davvero bellissimo, Jacob“. E trova qualcosa da fare per schivare il limone duro. Lui, preso bene dalla cosa, rimarrà a torso nudo fino ai titoli di coda, approfittandone per farsi un taglio di capelli di tendenza e salvarle la vita una mezza dozzina di volte. Alla fine Bella sceglierà di continuare a farsi le sopracciglia di Edward, sancendo in via definitiva il suo status di sessuofoba arricciacazzi (il che è anche un po’ un peccato, perchè io Kristen Stewart me la farei anche senza posate), destinata a fare l’infelicità di ogni freak del pantheon degli stessi -non avendo letto i libri, though, spero che al prossimo giro ci provi con uno zombie. Nel frattempo depennate qualche risposta da questa lista qui. Parlando della cosa in termini di, emh, cinema: il fatto che la produzione abbia fatto fuori Catherine Hardwick (rimpiazzata da Chris Weitz, un tipo per tutte le stagioni) ha tolto dal secondo episodio del film quel briciolo di lacca indiepatinosa che lo faceva slittare da under-17 a under-30 malvestiti, lasciando questo compito a una colonna sonora sfigatissima, senza d’altra parte incrementare il tasso di violenza, effetti speciali e scene di lotta -tipo, un incubo autogenerato dalla recensione del primo film a cura di Nanni Cobretti. Considerato comunque che nella saga di Twilight mancano sesso, sangue e non ti mettono nemmeno -come evidentemente dovrebbero- la cover per ukulele di Somewhere Over the Rainbow nei titoli di chiusura, che ce l’andiamo a vedere a fare? In sacrificio.

The Twilight Saga:New Moon

24/11/2009 | divagazioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Non ho cuore di andare al cinema a vedere New Moon. Vi ricordo però che il nostro capo Nanni ha recensito il primo Twilight e questo dovrebbe farvi capire che comunque noi ci siamo interessati e che stiamo sul pezzo e non è che facciamo gli snob e ignoriamo le cose più commerciali. Però non ho cuore di andare a vedere New Moon. Per cui abbiamo deciso di regalarvi questo finissimo contributo trovato in rete.

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Lavoro nel bordello di un castello

29/10/2009 | recensioni | di Luotto Preminger

Introduzione di Nanni Cobretti
Ve l’avevo promesso che avremmo approfondito il discorso su Thirst, ultima fatica dello stimatissimo Chan-Wook Park. Quale migliore occasione per far esordire il nostro nuovo redattore, uno che tra l’altro in queste cose ci sguazza come un calamaro mutante sotto i ponti del fiume Han?
Signore e signori, è con orgoglio che vi presento Luotto Preminger!

Ci sono pochissime cose più emozionanti che leggere le parole “a chanwook park film” all’inizio dei titoli di testa di Thirst.
Alcuni certamente obietteranno, affermando stizziti che vi sono in realtà molte esperienze più commoventi, come ad esempio accompagnare la propria figlia all’altare, o aiutare un piccolo sfortunato a superare una grave malattia alle gambe e vederlo finalmente vincere una gara di corsa tra gli applausi della folla, o adottare un trovatello e leggere la gioia nei suoi occhi mentre gli viene regalata la speranza di una vita migliore. Cose così. Ebbene, a tutti costoro io dico: bastardi senza cuore. Non c’è niente, NIENTE di più emozionante che leggere le parole “a chanwook park film” all’inizio dei titoli di testa di Thirst.
Sì, ammetto che aspettavo Thirst con una certa impazienza. Poi l’ho visto, e mi sono trovato spiazzato. Per dire: la reazione immediata che prevedevo di avere alla fine del film (uscire dal cinema e mettermi spontaneamente a correre per la città come in un film di Frank Capra, salutando i passanti e diffondendo gioia, bontà e amore per il Cinema Bellissimo) non l’ho affatto avuta. Al contrario, sono rimasto lì imbambolato senza riuscire a dire altro che “spiazzato” per una ventina di minuti.

Pilates

Sympathy for il Pilates

Ormai avrete capito che la parola d’ordine, con Thirst, è: spiazzamento. Mi spingo a dire che Thirst è il film più “a sé stante” nella filmografia di Park, una filmografia che, ricordiamo, è incisa su tavole di pietra e donata agli spettatori da un roveto ardente. Insomma, non c’era davvero nulla che facesse presagire che Thirst sarebbe stato un film così, girato in questo modo. Perché stavolta Park sembrava aver tirato fuori il suo soggetto più pirotecnico e dissacrante, se vogliamo più “pop” (è comunque una storia horror di vampiri che scopano, porca miseria), e non poteva cadere in un momento più felice, e non potevamo essere più curiosi di vedere come l’avrebbe smontato: bene, volete sapere come lo smonta? Lo disintegra, negando allo spettatore qualunque piacere, togliendogli costantemente e coscientemente il tappeto da sotto i piedi in tutti i modi, e quasi mai in una direzione che dia soddisfazione immediata. Non si può essere più anti-pop di così. Thirst è un film che si descrive a ossimori. È il film di Park più lento, catatonico, rigoroso, quello in cui il registone indulge meno nei giochi di prestigio stilistici che sotto sotto tanto ci piacevano; eppure è anche il suo film più azzardato, più assurdo, più TUTTI MATTI QUESTI GIAPPI nel far convivere alto e basso, nero e bianco, magro e grasso. Non c’è una-scena-una che sia scritta e girata come uno se l’aspetterebbe: il ritmo si calcifica quando ci immagineremmo accelerazioni ed enfasi, le ellissi ci fregano quando chiederemmo spiegazioni, l’effetto è sempre mostrato prima della causa e ci destabilizza, e lo humour è talmente nero e subdolo e a tradimento che, giuro, non siamo nemmeno sicuri di come dovremmo reagire. Cosa gli vuoi dire a uno che, quando arriva il picco tragico del dramma psicologico della coppia maledetta e disperata, prende e lo tratta come un film di Pasquale Festa Campanile?
Tutto questo per ribadire la parola d’ordine: spiazzamento.

Sympathy for il Photocall

Sympathy for il Photocall

Dare un giudizio su Thirst non è per nulla facile. Premesso che non sarebbe un brutto film nemmeno se lo proiettassero per sbaglio con l’audio di Into The Wild, esso è però lambiccato, sfuggente, pieno zeppo di ROBA. E ha, sopra ogni cosa, un problema: che tutto questo gioco a nascondino con lo spettatore, tutta questa ricerca di uno stile sovvertitore e imprevedibile, lungi dall’essere gratuita esibizione di stile, determina l’ effetto imperdonabile di distogliere dai personaggi. Non riesco a capire se il problema stia proprio in fase di scrittura o di messa in scena, o se sia solo un problema mio, ma il prete nudo Song Kang-ho (com’è che non l’ho ancora nominato??) non cattura, non dilania, non coinvolge. Il suo dilemma resta suo, non ci appartiene; e per quanto zompi dai palazzi, lecchi ascelle e ciucci sangue, non è lui a restarci nella memoria. Song è bravissimo, è il più bravo di tutti, qui dimagrisce, ringiovanisce, chiava, fa vedere il pirullo, procede lungo il film restituendo sul suo faccione tutto lo spiazzamento di cui sopra. Ma il suo personaggio non funziona a dovere, attraversa il film in balia degli eventi: il che è certo coerente con la sua vicenda, ma fino a un certo punto. E Thirst rimane un oggetto curioso e bello, ma dal nucleo poco solido. Per fortuna c’è Kim Ok-vin, che sarà sì un’attrice più gigiona, ma cazzo, almeno dà una scossa di vita: è lei l’anima pulsante, carnale, sempre mezza nuda a leccare le cose. È solo nelle scene a due che i personaggi prendono corpo, sia quando bombano (e che belle scene di bombate!), sia quando si picchiano fortissimo, sia quando saltano tra i palazzi, sia quando si tagliuzzano e si succhiano e si contorcono. Ecco, qui sì che ci si stringe il cuore. Qui sì che si toccano le vette di passione, sia pure spiazzante e inaspettata. Farti abbassare la guardia, colpirti a tradimento: se il film fosse riuscito a fare sempre così, come fa in due/tre scene nodali di coppia, finale incluso, mi avrebbero dovuto portar fuori in barella. E invece no. E la colpa è solo sua (del film). Però l’ho già detto che lei è sempre mezza nuda a leccare le cose? Thirst è, molto coerentemente, un film in cui si lecca un sacco. D’ora in poi la mia mente andrà sempre a Thirst ogniqualvolta qualcuno mi dirà “pensa a un film in cui si lecca”. Thirst = leccare. Chiaro che non può essere brutto un film così.

Sympathy for Mr. Benda

Sympathy for Mr. Benda

E chiara soprattutto un’altra cosa: che Thirst è un horror di vampiri tanto quanto Quarto Potere è un thriller di slitte. Non è che Park prenda le convenzioni del genere vampiresco e le distrugga: le convenzioni del genere vampiresco Park le ha al massimo viste passare dal treno per un mezzo secondo qualche anno fa. Questo è un film che fa IL CAZZO CHE VUOLE. È forse l’opera di Park più desiderata, certo quella che ha avuto la gestazione più lunga, di sicuro la più difettosa, e si sa che le opere personali e difettose di grandissimi autori, alla lunga, hanno ragione loro. Questo film nasce per essere un gioiello incompreso, grezzo, difettoso, un grumo cristallino che a distanza di giorni è ancora lì, in profondità, e germina. Un vampirone col pisello di fuori è per sempre.
E c’è anche una gag con le scoregge.

DVD quote suggerita:

“Un corso accelerato di LINGUA coreana. Ah ah! L’avete capita? Se non l’avete capita, c’è anche una gag con le scoregge”.
Luotto Preminger, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

Filma la tua reazione al trailer di The Expendables!!!

15/10/2009 | divagazioni, media | di Nanni Cobretti

Ki di voi nn era eccitato come 1 ragazzina qndo ieri è finalmente uscito il trailer di The Expendables? Io lo ero 1 kasino.
X kui o pnsato: xkè non c riprndiamo tt mntre grdiamo il trailer e poi pubblikiamo la nstra reazione su Youtube? Cm fnno qll di Twilight? OMFG ke figata!!!11! *_*
X esempio, qst sn io insieme a mia cugina Venusia Cobretti (censurata xkè mnorenne):

Qst invece è il nstro fan Simone Tempia, insieme a 1 amiko di kui nn si anno + notizie:

E qst invece è Marco Caizzi ke, invce d riprendere il durante, a ripreso il dopo:

Filmatevi anke voi e pubblikate nei kommenti! LOL ^_^

(ringrazio Bongiorno Miike x aver filmato me e Venusia: tnx!!! tvb)