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Anni Zero: dove vai se lo Sly non ce l’hai

17/12/2009 | divagazioni | di Wim Diesel
vd

BLUES

Nel 2000 esce Pitch Black. È il genere di finto b-movie patinato con cui la Hollywood di fine anni ’90 aveva tentato di combattere lo strapotere del blockbuster catastrofico dell’asse Bay/Emmerich/Spielberg a forza di trame spappolate ed improbabili eroi-per-cas(zz)o interpretati da attori di serie b quando va bene. Tipo Blu Profondo, Relic, Deep Rising e cose così. Il protagonista de facto di Pitch Black è la peggior testa di cazzo che abbia mai messo piede sulla via lattea, si chiama Riddick ed è interpretato dall’ancora non-molto-conosciuto Vin Diesel.
Vin Diesel diventa nel giro di subito una rockstar del cinema degli anni zezezè. Nel 2000 ha 33 anni. Ha iniziato a recitare da bambino per punizione -lo avevano beccato mentre cercava di distruggere un teatro. Ha mollato il college per cercare fortuna ad Hollywood, realizzato un film di scarso successo, fatto colpo su Spielberg e preso parte a Salvate il Soldato Ryan. Il soldato che interpreta si chiama Caparzo. Dopo Pitch Black esce pure Fast&Furious. Vin Diesel interpreta la versione pimp my ride del Patrick Swayze di Point Break, sottotesto omosessuale compreso (con dall’altra parte un cagnaccio d’attore, in entrambi i casi). Vince tutto, grazie anche al periodo magico di Rob Cohen. Diventa una specie di icona. Il suo personaggio si chiama Dominic Toretto.
Inizia a montarmi in testa quest’effetto Sly Stallone. Attore con nome ridicolo che interpreta personaggi ridicoli. Molta palestra, poche arti marziali. Inizia a montare nella testa dei personaggi coinvolti. Refuse/Resist: la presenza carismatica di Vin Diesel in qualsiasi film (anche le vaccate tipo 1 Km da Wall Street) prende a badilate la possibilità di costruire un personaggio decente addosso ad ogni altro membro del cast, tanto vale iniziare a cucirgli i film addosso come manco a Schwarzy epoca Eraser. Nel 2002 Vin e Rob Cohen ci pensano bene, la buttano in caciara e fanno uscire il film manifesto dell’action hollywoodiano anni ’00, covato da un decennio di malcelate ambizioni di coolness da criptonegri in seno allo star-system e risputato fuori con un’ansia metacinematografica che Scream al confronto sembra il terzo Nightmare (dopo ve la spiego): XXX, tipo Goldfinger ma con gli Hatebreed al posto di Shirley Bassey. Continua a leggere »

XXX – State of the Reunion (Xander Cage che torna dove gli compete e tutto)

30/08/2009 | news | di Wim Diesel

Interrompiamo per un secondo la diretta dal FrightFest (Nanni sta dormendo) e ci rimettiamo in pari con un progetto che ci sta particolarmente a cuore.

vin_diesel

Vin Diesel ha conquistato la terra con una tripletta inappuntabile tra il 2000 e il 2002: Pitch Black, Fast&Furious, XXX. Tre capolavori che hanno avuto l’onore di un seguito quasi immediato, ma Vin ha deciso (forse saggiamente) di non voler passare la vita a far seguiti e ha deciso di buttar via due progetti e tenerne uno -diventando il re dell’universo nelle Cronache di Riddick e lasciando che gli altri progetti andassero avanti senza protagonista.

Del seguito di XXX, in qualsiasi caso, nessuno potrà mai dire abbastanza male. Spero per voi che siate riusciti a vincere la vostra curiosità morbosa e a rimanere a casa mentre proiettavano il film al cinema parrocchiale. Nel qual caso vi basti sapere che al confronto 2 Fast 2 Furious è un bel film, ma forse vi dovreste aggiornare su un piccolo dettaglio.

XXX -- State Of The Union (curiosa la traduzione del titolo: XXX -- The Next Level) è ambientato in un mondo talmente ingrato e pericoloso che Xander Cage viene fatto morire fuori scena verso il dodicesimo minuto. Una cosa tipo che Samuel L.Jackson parla con qualcun altro e gli viene detto “hanno ammazzato Xander Cage in Congo”. Libera parafrasi. Sarebbe stato tremendo già così, ma la Columbia decise ai tempi del DVD di non farci mancare niente e confezionare un corto da sbattere in mezzo ai contenuti speciali per mostrare la morte di Xander Cage. Forse si sentivano di aver fatto un torto a Vin Diesel. Alleghiamo video.

In buona sostanza un culturista pelato con il cappotto più brutto mai concepito da una fabbrica di abbigliamento (quello del primo film) si muove starnazzando tra supermodelle uscite fuori da qualche video di 50 Cent ed agenti segreti vestiti come i GI Joe, recitando battute di Vin Diesel prese dal primo XXX e andandosene a morire in un palazzo che salta in aria. La prova è il coppetto tatuato di Xander Cage che cade accanto al giubbotto di renna. Cappotto + coppetto = accoppato. In tempi più recenti Vin Diesel ha deciso di rimediare al più grosso errore della sua carriera (preferire FBI Missione Tata a due sequel di film che l’hanno reso mitico) ributtandosi sul mercato delle produzioni a catena, con una comparsata nel terzo F&F e il grandioso ritorno nel quarto episodio. Il seguito di XXX, insomma, era questione di tempo.

La cattiva notizia è che Rob Cohen l’ha rifiutato. La buona notizia è che la produzione ha ingaggiato un qualsiasi altro regista per portare a termine l’opera. XXX -- The Return Of Xander Cage, scritto da Michael Ferris e John Brancato (assoluti specialisti in trame di cui non frega un cazzo: non guardatevi la lista di quello che hanno scritto in passato, vi scenderebbe la catena), sarà diretto da Ericson Core. Ericson Core è l’operatore di Payback, F&F e Daredevil, e non ha mai diretto un film di suo. Non crediamo si possa ragionevolmente sperare in un novello Jim Muro, ma questo è quanto. Probabilmente, però, basterà il solo Vin Diesel a fare un sequel decente e a rendere definitivamente apocrifa quella merdata messa insieme da Lee Tamahori. Nessuna notizia invece in merito ad Asia Argento. Peccato, una foto in calce ci sarebbe stata anche bene.

Giura.

18/06/2009 | divagazioni | di Nanni Cobretti

vin diesel
(grazie a MissVengeance)

Uomo Volante! (declamare urlando con accento tipo Hiro Nakamura)

08/05/2009 | news | di Wim Diesel
TOUGH ENOUGH

TOUGH ENOUGH

Dirigerà John Singleton, uno che di macchine se ne intende, essendo il regista di 2 Fast 2 Furious (sounds like: di arti marziali se ne intende, ha diretto Mortal Kombat 4). Starring THE MAN, Vin Diesel insomma. Attualmente impegnato in una ferrea politica di seguiti ad ogni costo di tutta la sua roba figa -ancora in sala l’ultimo capolavoro in ordine di tempo della sua filmografia, La Effe e la Effe Quattro, e sta lavorando al terzo Riddick nonchè ad un altro XXX (che si chiamerà tipo The return of Xander Cage, curiosamente morto in una didascalia del secondo episodio). Tutto in lavorazione, e probabilmente anticipato da The Wheelman, film tratto dall’omonimo videogame*, prodotto dallo stesso Vin e messo sul mercato qualche tempo fa. La storia: un superpilota in pensione esce dal congelatore per salvare una donzella in pericolo. Parlando di Vin e donzelle a me ormai viene sempre e solo in mente l’amarone, ma in generale butta bene. Mezzo calcetto mezzo no. Poco più che una voce. Produce Paramount. Nessuna data è stata resa nota.

bonus track, del tutto a caso: Vin da Jonathan Ross.

*ma CRISTO, il film tratto dal videogame. Ve l’aspettavate che uscissero anche film guardabili quando ne avete sentito parlare la prima volta? Prossima frontiera: il film tratto dal blog. Nanni e Uwe Boll ne stanno parlando.

Mamma dammi la benza e/o il nitrometano (grazie). F&F4, per chi non ne avesse ancora abbastanza.

20/04/2009 | recensioni | di Wim Diesel
L'automiglioramento è masturbazione.

L'automiglioramento è masturbazione.

Sam Peckinpah? Lo so. Justin Lin ci pensa per mezzo minuto e lo fa fuori dopo la prima -prodigiosa- sequenza di omaggio, l’assalto alla diligenza. Vaffanculo. Nella vita sono passati otto anni, al cinema cinque. Justin Lin non è Rob Cohen e Vin Diesel non è Vin Diesel. Non so se mi spiego. Forse no. Ricomincio.

Anna Karina meets Barbapapex

Anna Karina meets Barbapapex

Justin Lin era il regista deputato a dirigere Tokyo Drift, una sorta di nuovo inizio dell’avventura Fast/Furious dopo la disastrosa avventura artistica del secondo episodio diretto da John “Da quando mi hanno buttato fuori dal ghetto non ne infilo una manco per culo” Singleton e recitato da una serie di cagnacci talmente indifendibili che quasi quasi è un piacere gustarsi gli assoli di Tyrese (scusa Dolores). Ne tirava fuori un film che non diremmo strepitoso, ma quantomeno interessante, specie una volta usciti dal loop mentale che spinge a chiedersi ininterrottamente se possa esistere un naso più piatto di quello del cinese cattivo. Come andare avanti? F&F IV è un film che si fa da sè, specie se si è già deciso di buttare dalla finestra gli altri due episodi. Ingrediente base: Vin Diesel, stanco di fuggire da se stesso, il volto scavato dalla sconfitta ed un guizzo che balena qua e là. Metafora. Grazie. Paul Walker assiste più o meno impotente al massacro del concetto di Paul Walker in Fast&Furious, massacro consumatosi a partire dalla semantica del titolo (e non da oggi: the fast? Vin Diesel. The Furious? Vin Diesel), limitandosi ad agitarsi con capello più castano del solito e a guidare auto un po’ meno giapponesi del solito.

Eccoci qua. Il messaggio che passa: non conta un cazzo un gioiello giapponese da seicento chilometri orari se il tuo nemico ha una Gran Torino. Quindi Clint Eastwood. Quindi cinema classico. il concetto base è che si può essere western anche con uno spoiler su ogni fiancata. Ma devi avere pochi capelli. Ciccia.

Temporeggio un altro paio di minuti, sto pensando a come e quanto spingere sulla mascella di Jordana Brewster in sede di recensione. Mi immagino il regista di Boris a sibilare cagna maledetta mentre una ragionevole proiezione occidentale del maschio medio americano cerca di appigliarsi all’ultimo brandello di eterosessualità cercando di farsi sgamare dalla fidanzata -ma no cara, non sto fissando le tette di Vin Diesel.

logistica di base

logistica di base

Fine del pezzo. Vin Diesel veste canotte di sei taglie in meno. Paul Walker si arrangia con qualche ragionevole approssimazione del concetto di street style alternato a pretestuosissimi giacca/cravatta. Tutto bene, finchè non c’è da mettersi al volante. Dicevo del messaggio: solo i froci usano il nitrometano, parole dell’unico personaggio della tragedia in corso a cui è permesso dire cose. Tra i cattivi spicca John Ortiz che in mancanza di meglio ripete pari pari la parte che s’era imparato per Miami Vice (senza capelli unti, un po’ un controsenso). Quello che non riesce a non esaltarci (usereste anche voi il pluralia maiestatis, se foste me) è il continuo ritorno di tutto e tutti sulla strada, che tira i personaggi a sè quasi più che in The Hitcher, e che giustifica se stessa in un film strapieno di fuori-strada. Ognuno ha il suo mezzo, anche se l’assenza di carisma del cast tende a farlo sparire dietro il parabrezza. Il problema è che se sei un fan brufoloso di quei format di MTV in cui ti presenti con l’Ape del nonno e te la trasformano in un SUV, F&F4 ti farà cagare il cazzo. Anche senza brufoli. Scartate tutte le macchine giapponesi, scartati tutti i modelli men che leggendari, niente stereo, niente di niente. Qualcosa tipo una Civic come mezzo di fortuna, venti litri di Corona (bevete responsabilmente) e poco altro, e si torna sulla strada a mangiar la polvere di qualcun altro. Cui prodest? Il nome di Vin figura tra i produttori, facile trarre conclusioni. Ma quella scintilla di sconfitta negli occhi vale il prezzo delle dieci visioni in sala che vorremo riservare a F&F4. Qui si fa cinema, ragazzi. Nessuno ha fretta di arrivare da nessuna parte. Il cattivo svanisce, la trama perde colpi. O non so come la volete chiamare. Come Twister, ma senza il tornado. Scusami, è che sto DAVVERO continuando a pensare alla mascella di Jordana Brewster. Ce la vedete una donna con quella mandibola ad avere, non so, le sue cose? Boh. Riassunto: Sam Peckinpah, John Ford, Gustav Klimt Eastwood, Mentadent P, John Frankenheimer e chi altro volete voi. Datemi un riferimento alto e vi solleverò l’indice su Rottentomatoes. Vin D è ABBRONZATISSIMO. Non siamo parenti. Nota a margine: nel viaggio di ritorno dal cine sono riuscito a toccare i 143 Km/h. Strada extraurbana, niente di eccezionale.

“The Fast and The Bi-Curious”: It’s just like the Vin Diesel version, only slightly gayer.

20/04/2009 | divagazioni, media | di Dolores Point Five

I 400 Calci: Miniamo subdolamente la tua identità sessuale da gennaio 2009.

Fast & Furious: solo parti originali (tutte, purtroppo)

14/04/2009 | recensioni | di Nanni Cobretti

fast and furious

Dunque, io capisco Vin Diesel, che è un grandissimo costretto a pagare scelte di carriera sfigate, ma Paul Walker?
Perché, soltanto per amore di “parti originali”, perché un pubblico di paperotti ha ormai disgraziatamente ricevuto l’imprinting con lui, ci tocca sorbirci di nuovo Paul Walker?
Quell’uomo ha una mancanza di carisma abbagliante.
Roba che in confronto Keanu Reeves pare Al Pacino.
La strana storia della saga di Fast & Furious vuole guarda caso che se da una parte il magico Vinnie abbandonò subito la barca spontaneamente in cerca di fortune migliori, dall’altra al momento di girare il terzo furono invece i produttori a segare il Paul al grido di “se ce la fa lui ce la può fare chiunque”.
E non avevano nemmeno tutti i torti: il rimpiazzo Lucas Black non era nulla di memorabile, ma aveva sicuramente più personalità, e i problemi del film erano piuttosto in una generale riduzione dell’appeal ai minimi termini che aveva richiamato al cinema soltanto i pornomani delle corse in auto. Il che era un peccato perché Justin Lin, considerando le premesse, alla regia aveva fatto un lavoro più che decoroso.

Detto questo, Mr. Lin si guadagna una meritata promozione anche per questo sequel/reboot a budget triplicato, e conferma di avere un’ottima mano.
E con ottima mano intendo scene d’azione belle tirate, veloci, spettacolari, per una volta pensate bene e poco confusionarie.
E scene di raccordo non fastidiose. Sceme e illogiche, ci mancherebbe, ma non fastidiose.
E tornando alle scene d’azione: l’iniziale rapina in corsa è un gioiellone da standing ovation.
Si può desiderare di più? Non credo.
Poi ad essere onesti Vin Diesel è visibilmente depresso e recita d’inerzia, costretto com’è a dover duettare con una sagoma di cartone a forma di Paul Walker, ma sempre meglio vederlo così che in Missione tata.
Peggio che vada, ci rimarrà per sempre il monologo di Compagnie pericolose.

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P.S.: in colonna sonora anche un tamarrissimo pezzo italiano, ma non ho avuto la pazienza di stare a leggere di chi fosse

Amarone Means Ammore, aka The Fine Art Of Remare Le Tipe

30/01/2009 | divagazioni | di Casanova Wong Kar-Wai

Fino a qualche anno fa, un film con Vin Diesel mi faceva lo stesso effetto che me ne fa oggi uno con Jason Statham: se esiste, devo vederlo. La colpa ovviamente era di Riddick, il suo personaggio nello straordinario Pitch Black. Che, per la cronaca e per quei pochi che non ce l’hanno a casa in dvd edizione deluxe a 4 dischi, è un bellissimo film di fantascienza con i mostri. E che ha anche il vantaggio di avere un protagonista che ogni volta che entra in scena, si fa notare. Pum! È grosso, ingombrante, inquietante. Anche se sta zitto fermo immobile, recita. Insomma, una rivelazione. Poi con un nome così… Amore a prima vista. Peccato che in brevissimo tempo, una cosa come cinque anni, Vin Diesel sia finito a fare Missione Tata. Non so se l’avete visto, Missione Tata. Una cazzata senza precedenti. Oltre la frutta.
Scelte sbagliate, poca voglia di risultare l’ennesimo forzuto buono a nulla, Vin – dopo un Dominic Torretto e uno Xander Cage – ha scelto la via della rivalutazione attraverso la commedia coi bambini teneri. Ancora prima di poter essere rivalutato. E si è buttato via. Per dire, io Babylon A.D. o quello in cui nella locandina ricordava Celentano, che se non sbaglio era Il Risolutore, manco me li sono visti. Ed è un peccato abbandonare così uno come Riddick.
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Poi l’altro giorno ho letto che è stato ripubblicato in div il suo esordio da regista. Come da regista? Giuro! Da regista! Infatti, prima di tentare di essere il nuovo Dolph Lundrgren, Vin tentava di diventare il nuovo Scorsese. Correva l’anno 1977, e Vin faceva il buttafuori nei locali. Uno di quelli che se ti si avvicina e tu sei mezzo sbronzo, sei pronto a chiedere scusa ancora prima che lui inarchi semplicemente un sopracciglio. Un picchiatore, un tamarro… ma con il pallino del Cinema. Un corto alle spalle – Multi Facial – che gli concede l’attenzione e l’incoraggiamento di Steven Spielberg e una sceneggiatura nel cassetto. Questo gli basta per girare Strays. Scritto, prodotto e diretto da lui, da Vin Diesel!. E adesso che l’ho visto, un po’ lo capisco. Cioè, Missione Tata rimane una roba che io non farei mai nemmanco sotto tortura, ma un po’ lo capisco. Perché Vin, ha quel fisico e quella faccia lì, ma sotto sotto sotto sogna di essere un artista.

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E ha fatto questo film dove per tutto il tempo si impegna far vedere che lui è un ragazzo del ghetto, uno che spaccia, che scopa a casaccio delle tipe che dicono le parolacce e fanno le spogliarelliste e hanno dei nomi da zoccole, uno che va in giro in canotta, uno che ha gli amici che fanno brutto, uno che se lo urti in un locale e se solo lo guardi storto è facile che ti ritrovi con una Ceres rotta sulla nuca… Ma che sogna l’amore. E il bello con la B maiuscola. Che gli appare sotto forma di vicina di casa. Che ovviamente non è come la mia vicina, la Signora Soffritti, che sta in ciabatte 364 giorni l’anno ed è bella come un incidente stradale. No! la vicina di casa di Vin Diesel è una gnocca bionda. Che si muove al rallenti.
Lui, canottiera e pantaloncini, sta portando fuori la spazzatura, i resti di una serataccia alcolica con gli amici del campetto, quand’ecco che lei passa disivolta, con sorriso a 32 denti e vestitino a fuori. Al rallenti. Lui non capisce più nulla. Glielo leggi negli occhi che è pronto a dire addio a quella vita da balordo per una che cammina al rallenti. Allora Vin decide di darci delle lezioni su come remare una tipa quando sei innamorato e questo amore potrebbe farti diventare una persona migliore. Una sera, in jeans e canottiera e acqua di colonia, va ad una festa di un’”Artista Gay Negro” (che è una macchietta – marchio registrato – che viene utilizzata in molti film al solo scopo di evidenziare le differenze sociali tra due personaggi agli antipodi). Ride tantissimo in un angolo, che lui alle feste degli artisti gay negri non è che proprio si sente a suo agio. Ma ad un certo punto il suo sguardo da tamarro imbronciato incrocia quello della vicina. Che sorpresa! Dopo poco l’accompagna a casa a piedi. A metà strada, la ferma, le chiede di chiudere gli occhi e lì pensi “adesso la limona durissimo in mezzo alla via!”. No. Le canta una canzone. Una canzone dolcissima, eseguita con la voce bassa e roca di Vin. Quella che da lì a qualche anno riuscirà a mettere in crisi i marmorei valori morali di Paul Walker. La vicina, tempo una strofa e un ritornello, e già è cotta. Nella sequenza successiva, si vede lei che si mette lo smalto sulle unghie. È per terra, con la schiena appoggiata al divano. Sul divano c’è un pupazzo tenero. Lei ha il telefono tra spalla e orecchio e si sta facendo le unghie. Parla con sua mamma e le racconta che vede uno zarro di periferia, ma che è buonissimo! “Mi ha cantato una canzone!”. La mamma rimane perplessa.

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Ma non sarà certo una vecchia matusa a fermare il fludo erotico! Urlando Ifix Tchen Tchen, lui la invita a cena. Siccome le cose si stanno già facendo serie, lui si veste come se fosse Tony Manero, ma nato in Brianza. Lei insiste col vestitino a fiori. E il rallenti. Il ristorante ha tutta l’aria di essere il lurido di Porta San Felice a Bololgna, ma poco importa quando l’amore illumina come un faro abbagliante le vite fino ad allora buie dei nostri due. Lui è di una galanteria sopraffina: le scosta la sedia per farla sedere, sorride, è gentilissimo. Appena si siedono, con una mossa degna del miglior seduttore, la informa che deve andare in bagno. Ma dopo tipo quattro secondo che sono seduti.
E invece… Non va in bagno!
Ferma un cameriere con fare da spacciatore. Si tocca il naso, si guarda circospetto in giro e poi chiede “oh, eh, oh… ma un vino buono che costi poco?”. E lì rimani sconvolto. Tempo tre anni neanche e questo ragazzone dal fisico già grosso, scolpito, esagerato, ma ancora quasi adolescenziale, ucciderà a mani nude un alieno grosso come un Fiorino della Fiat. E oggi è qui a chiedere un vini passabile a un cameriere con il codino. Il cameriere per altro gli risponde così “Abbiamo l’Amarone. È buono. E in italiano Amarone vuol dire Amore” Giuro. Non sto scherzando. La pronuncia poi di Amarone è da antologia. AmmaRony. Comunque Vin ci crede che lui è un boccaolne vestito come Tony Manero della Brianza, e ordina l’AmmaRony. E quando lei lo assaggia e chiede di che vino si tratta, lui dispensa una lezione sul vino, sull’essere ebbri e gioiosi e ripete pedissequo: ” E in italiano Amarone vuol dire Amore”. A questo punto lei è totalmente andata. Non vede l’ora di andare a casa con lui per fare all’amore. Solo che… il destino beffardo si mette in mezzo, sotto forma di due cialtroni che, sulla strada di casa, fanno un apprezzamento sul di lei vestitino a fiori. Cosa dovrebbe fare uno come Vin in una situazione del genere? Stare zitto e abbozzare? Eh no… Insulta i due e gli fa brutto. Lei a questo punto capisce che non c’è niente da fare: Vin è un caso perso. Anche se ne sa di vini, è solo un buzzurro pronto a menare le mani per strada. Per una causa nobile, certo… ma lei è una che cammina al rallenti, non una che si mescola con gente de borgata. E se ne va in taxi, dopo avergli detto “Vin, è finita! Non mi chiamare mai più!”. Lui la prende malissimo. E per sfogarsi, insegue i due buzzurri e je mena forte. Ma non temete! Entro la fine della pellicola, Vin riuscirà a riconquistare l’amor perduto e secondo me, in una sequenza che curiosamente non si trova nemmeno negli extra, la porterà, una domenica mattina, a pulire la macchina a Paullo, in quell’autolavaggio per niente caro che gli ha consigliato un amico suo, tale Tony Macello.

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