Questa volta, ve lo dico subito, sono in difficoltà. Ci sono poche cose sulle quali ho costruito una posizione sufficientemente solida da poterle chiamare dogmi. La prima: mai mangiare in un ristorante del quale non vedi l’interno. L’ho imparato a mie spese, una fredda sera d’inverno a Saint Vincent, ma non penso vi interessino i dettagli. La seconda: è legittimo preferire il panettone al pandoro, ma chi lo mangia senza canditi è un ipocrita e un vigliacco. La terza: non esistono western brutti. Su questa non transigo proprio, perché se un western viene male non è colpa sua: è colpa di chi non è stato capace di sfruttare il genere drammaturgicamente più perfetto che l’essere umano abbia inventato dopo la tragedia greca e prima di Temptation Island. Prendi un uomo, dagli una cavalcatura, una frontiera, qualcosa da difendere e qualcuno dall’altra parte che vuole prenderselo e hai già metà film. Sostituisci il cavallo con una carovana di mongolfiere aliene e viene fuori Avatar: Fuoco e Cenere, con un camion hai Mad Max, con un tizio che consegna un bambino hai The Mandalorian. Con Kevin Costner hai Kevin Costner, che è praticamente un genere a parte riconosciuto dall’UNESCO.
The Dog Stars, però, mi mette proprio in difficoltà. Perché è un western post-apocalittico con tutti i crismi, e in quanto western possiede una struttura talmente robusta che mi risulta quasi impossibile dire che sia un film brutto nel senso pieno del termine. Ridley Scott, oltretutto, è ancora Ridley Scott: sa dove mettere una macchina da presa, sa fotografare un paesaggio, sa girare un assalto e a ottantotto anni continua ad avere più mestiere nel mignolo di certa gente. Però è contemporaneamente uno dei film più smaccatamente americani che abbia visto da parecchio tempo. Non americano nel senso di Hollywood, Coca-Cola e aquile che planano sul tramonto, ma americano nel senso ’MMMMURICA: bunker, fucili, autosufficienza, proprietà privata difesa col calibro grosso e soprattutto quell’idea molto precisa per cui il mondo là fuori è pieno di gente che vuole venire a prenderti le cose, gente a cui sparare senza troppi complimenti. Andiamo con ordine, che non mi va neppure di accusare Ridley Scott di aver diretto Make America Great Again: Fury Road. SIGLA!
The Dog Stars è tratto dal romanzo omonimo di Peter Heller del 2012, che non ho letto e quindi vi risparmierò quella cosa meravigliosa per cui uno passa metà recensione a spiegare che «nel libro questo personaggio è molto più approfondito» basandosi sulla sinossi di Wikipedia. Il film è scritto da Mark L. Smith, già sceneggiatore di The Revenant, e racconta di Hig, Jacob Elordi, ex meccanico e pilota sopravvissuto a una pandemia che ha praticamente spazzato via il mondo. Vive in un piccolo aeroporto abbandonato del Colorado insieme al cane Jasper e a Bangley, Josh Brolin, ex militare e survivalista talmente sotto che immagino prima dell’apocalisse comprasse l’acqua in taniche da cinquanta litri perché «non si sa mai cosa combinano i democratici». I due sono chiaramente una coppia ideologica prima ancora che narrativa: Hig continua a pensare che là fuori possano esserci persone, comunità, qualcosa per cui valga la pena uscire dal proprio recinto; Bangley considera invece gli estranei alla stregua di scarafaggi e segue una filosofia molto semplice: prima spari e poi eventualmente fai le domande al cadavere. Per tutta la prima ora la traiettoria sembra chiarissima. Hig vola, cerca medicine, aiuta una comunità mennonita e pensa ai bambini, mentre Bangley difende il perimetro. Uno pensa che la sopravvivenza senza umanità non abbia senso, l’altro pensa che l’umanità sia esattamente quella cosa che ti fa abbassare il fucile cinque secondi prima di prenderti una pallottola in fronte.
Siamo tematicamente dalle parti degli ultimi 28 anni dopo, a ben vedere. E infatti il film sembra porsi in dialogo con una parte recente della filmografia di questo periodo, quella che continua a ragionare su colpa, responsabilità, comunità e sulla necessità di mettere in crisi le proprie certezze senza per questo trasformare ogni essere umano in un santo perché #volemosebene. The Last Duel, per esempio, era costruito letteralmente sulla moltiplicazione dei punti di vista e sull’impossibilità di continuare a raccontarsi una versione comoda della realtà. Anche Odissea e The Death of Robin Hood, pur in forme molto diverse, riflettono su individui costretti a riconoscere i limiti del proprio sguardo. Qui sembra persino più semplice. Hig vuole partire perché da anni riceve un segnale proveniente da Grand Junction. Bangley gli dice di non andarci perché fuori c’è la merda. Hig parte perché crede che Bangley abbia torto. Fine del primo atto, appare la scritta invisibile «ora il protagonista dimostrerà che senza fiducia e solidarietà siamo soltanto animali con un AR-15», sipario. Solo che no, proprio per il cazzo. Da qualche parte dopo la prima ora, mentre attraversiamo le montagne del Colorado più abruzzesi che siano mai apparse su uno schermo – perché parecchio film è stato girato in Italia e ogni tanto ti aspetti che dietro una curva spunti qualcuno a venderti arrosticini – Ridley Scott viene improvvisamente posseduto dal fantasma di House of Gucci. Si insomma, avete capito: inizia la fase MATTA.
Da qui in poi non c’è modo di continuare senza entrare pesantemente negli SPOILER, quindi considerate questa la LINEA DELLO SPOILER, tracciata con venti metri di filo spinato e Bangley appostato sopra un capanno con un fucile di precisione, anzi ve lo lascio proprio qui sotto con tutto il suo abbagliante sorriso.

Succede innanzitutto una cosa curiosa: il mondo di The Dog Stars è devastato, certo, ma non è The Road. Non siamo arrivati al livello «mangio uno scarafaggio trovato dentro una scarpa e ringrazio il Signore per il banchetto». Ci sono carburante, medicine, aerei funzionanti, generatori, dentifricio, gente che riesce addirittura a mantenere una certa igiene personale. Poi però compaiono improvvisamente delle bande di uomini rasati, tatuati, urlanti, conciati come se fossero usciti da un casting per i War Boys dopo che qualcuno aveva scritto sul foglio «meno George Miller, più maranza in giro per Desenzano», e attaccano la base di Bangley gridando sostanzialmente «Ammiratemi». Subito dopo succede praticamente la stessa cosa al ranch di Pops, il vostro australianissimo Guy Pearce, dove nel frattempo Hig ha incontrato Cima, la vostra [inserire aggettivo superlativo appropriato] Margaret Qualley, e scoperto che forse il futuro dell’umanità comprende ancora innamorarsi di qualcuno senza dover prima verificare se abbia nascosto carne umana nel freezer. Qui gli invasori arrivano a cavallo, urlano, assaltano la proprietà e vengono ripresi attraverso un immaginario che richiama in modo piuttosto evidente quello del vecchio western con gli “indiani” che attaccano l’insediamento dei coloni.
È da qui che le cose iniziano a diventare matte mattissime. Fino a quel momento Hig e Bangley erano stati usati come due modi opposti di guardare il mondo: apertura contro isolamento, fiducia contro paranoia, comunità contro fortezza. Poi, quasi senza accorgersene, The Dog Stars comincia a rappresentare gli estranei proprio come li vede Bangley: orde ferali, corpi minacciosi, gente priva di linguaggio o di una vera identità, puro pericolo che arriva da fuori e invade il tuo spazio. Cinematograficamente, vi dirò, il cambio di marcia potrebbe pure funzionare. Sono due momenti di rara cafonaggine, ma dopo un’ora molto comoda fanno l’effetto di due Red Bull bevute una dietro l’altra. L’assalto visto attraverso il visore notturno, in particolare, è Ridley Scott che si ricorda di essere Ridley Scott e organizza corpi, spazio, buio e violenza con quella scioltezza da vecchio del cantiere che guarda tutti usare il laser e poi tira su un muro perfettamente dritto con lo spago.

A quel punto, comunque, il discorso potrebbe ancora reggere. Potrebbe essere il momento in cui il film smette di essere schematico e ammette che forse Bangley non ha completamente torto, che essere umani non significa essere coglioni e che la solidarietà non richiede necessariamente di aprire la porta di casa a chiunque arrivi urlando con una mazza. Sarebbe una complicazione interessante, adulta, persino coerente con quello Scott che nei film migliori ama mettere i personaggi davanti a sistemi morali troppo semplici per sopravvivere al contatto con la realtà. Il problema è che The Dog Stars non si ferma lì e va dritto verso Grand Junction, dove da anni Hig intercetta la voce radiofonica di Darlene, Allison Janney, e dove il film decide che non aveva ancora usato abbastanza cartucce dal caricatore delle post-apocalissi viste in altri film.
Grand Junction sembra uscita dalla fusione a freddo tra Fallout e soprattutto BioShock: comunità apparentemente perfetta, sorrisi larghi mezzo metro, estetica congelata negli anni Cinquanta, cordialità così innaturale che dopo venti secondi stai già pensando al cannibalismo. E infatti. Il problema non è neanche che sia prevedibile, perché The Dog Stars è un western e abbiamo appena stabilito che i western funzionano proprio perché puoi vedere arrivare certe cose da cento chilometri e goderti comunque il modo in cui arrivano. È che questa svolta completa il cortocircuito iniziato poco prima: Hig è partito perché rifiutava l’idea che il mondo esterno fosse soltanto merda e, tappa dopo tappa, incontra precisamente la merda che Bangley gli aveva promesso. Il survivalista armato fino ai denti viene attaccato a casa propria, Pops viene assediato nel suo isolamento boschivo e la comunità finalmente trovata oltre l’orizzonte è composta da cannibali matti in culo. L’unico gruppo davvero affidabile resta quello dei Mennoniti, che vive separato, coltiva la terra e suona la chitarrina nei prati. Non è quindi tanto che “Bangley aveva ragione” in senso assoluto, quanto che il film accumula talmente tante prove a favore della sua paranoia da rendere sempre più difficile capire su quale terreno morale voglia stare.

Attribuire questa lettura direttamente a Ridley Scott sarebbe esagerato e ingeneroso. Durante la promozione il regista ha definito The Dog Stars un film speranzoso e ha spiegato di non volerlo costruire attorno a un’agenda politica precisa. Le sue dichiarazioni pubbliche, oltretutto, non delineano certo un improvviso convertito al bunkeraggio armato e al “noi contro tutti”. Niente Scott con un cappellino rosso davanti allo specchio, quindi, ma bisogna prendere atto di qualcosa di interessante: il film sembra produrre un significato molto più chiuso e isolazionista di quello che, sulla carta, vorrebbe sostenere. Il cuore teorico dovrebbe essere la tensione tra sopravvivere e restare umani. Hig vede possibilità di connessione dove Bangley vede minacce, e il suo viaggio dovrebbe servire a verificare se fuori dal recinto esista ancora qualcosa che meriti di essere salvato. Solo che il mondo costruito intorno a lui trasforma continuamente la fiducia in ingenuità e la prudenza in buon senso. È come girare due ore di film sull’importanza di superare la paura dell’acqua e chiudere con il protagonista divorato da uno squalo cinque secondi dopo essere entrato in mare: puoi anche mettere sui titoli di coda «abbiate coraggio», ma io intanto domani compro i braccioli e una fiocina pure per andare in piscina.
Per questo The Dog Stars è un film difficile da liquidare. Non è semplicemente reazionario, perché l’impianto e le intenzioni dichiarate puntano altrove; non è nemmeno soltanto confuso, perché per lunghi tratti sa esattamente quali idee vuole mettere in campo. È piuttosto un film che cambia pelle nella seconda metà e, insieme al ritmo, cambia anche il peso delle proprie immagini. Passa dalla malinconia al pulp, da The Road a Fallout, dalla poesia del paesaggio ad Allison Janney che sembra la presentatrice di un quiz televisivo prodotto dall’Enclave, e nel farlo rende molto meno stabile il discorso che aveva costruito fino a quel momento. Resta comunque Ridley Scott, e questo basta a impedire che tutto collassi. Ci sono due o tre sequenze in cui ricorda a chiunque perché ha passato mezzo secolo a insegnare come si mette in scena uno spazio, come si fa entrare la violenza dentro un paesaggio e come si gestisce un western anche quando il cavallo è diventato un Cessna. Potrei anche arrivare a sostenere una posizione molto controversa: Elordi funziona – peccato, niente battute sul fatto che sia un attore (con un) cane – proprio perché Hig ha qualcosa di fragile e irrisolto sotto quella faccia da statua greca cresciuta a proteine; Brolin invece si diverte tantissimo e ogni volta che prende in mano un’arma sembra finalmente essere arrivato il Natale, mentre il segmento di Grand Junction è talmente fuori asse da possedere almeno il pregio di restare impresso.

Forse, alla fine, è davvero il western a salvare tutto. Perché restano gli uomini, le armi, il territorio, la frontiera e quella domanda antichissima su quanto siamo disposti a perdere di noi stessi per difendere ciò che consideriamo casa. I western migliori prendono quella domanda e la complicano fino a renderla dolorosa; The Dog Stars la apre in modo promettente, poi si diverte talmente tanto a riempire la frontiera di pazzi, predoni e cannibali da rendere la risposta parecchio meno chiara di quanto dovrebbe. Non riesco a dire che sia un brutto film, perché abbiamo stabilito che di western brutti non ne esistono. Ma se il prossimo sconosciuto che bussa alla mia porta finisce impallinato prima ancora di presentarsi, sappiamo almeno chi denunciare per il danno culturale.
P.s: non chiedetemi che fine fa il cane, non mi va di parlarne.
Poster-quote:
“Make Abruzzo Colorado Again”
Lou Ferragni, i400calci.com




Una puntata di The Last of Us, con meno azione e più didascalismo.
Le armi da fuoco sono cattive ma difendono dai predoni alla Ken Il Guerriero e dai cannibali della business lounge Pan Am.
Paradossalmente è il prepper ed ex forze speciali di Josh Brolin il personaggio più riuscito ed interessante, anche perché il suo contraltare è un bucolico Benedict Wong, che manca il gol a porta vuota della deriva folk horror e rimane inguardabile nella sua tenuta da mennonita. Come sottolineato dalla sceneggiatura, si badi a non confonderli con gli amish, vincolati al divieto di usare la tecnologia moderna, incluso il generatore di elettricità che il meccanico/pilota/vedovo consolabile riparerà.
Film irrisolto, in bilico tra suggestioni autoriali e pretese di realismo, fallendo su entrambi i versanti. Poteva forse salvarsi con un finale più coraggioso ed invece i test screening hanno selezionato l’opzione melensa.
Le Dolomiti sono bellissime e va comunque ribadito che “in Italia si mangia incredibilmente bene”. Nel prossimo prequel di Alien, in una sperduta malga friulana, David alleverà caprette e xenomorfi quale metafora di accettazione delle rispettive alterità, tra dotte citazioni filosofiche e degustazioni di montasio d’alpeggio.
“in Molise nessuno può sentirti urlare”
Nel trailer ho riconosciuto lo stadio Flaminio, solo che l’ hanno ripulito un po’ per farlo sembrare meno abbandonato.
puzza enorme di cagata già dal trailer..poi i sopravvissuti apocalitticamente supergnagni dai…inaccettabile
Secondo me Scott voleva mostrare come il mondo esterno sia pieno di pericoli ma anche il lugo che vale la pena di esplorare perche ti può donare amore (Qualley) e rispetto (Pierce). Ovviamente parliamo di un regista che non fa delle sceneggiature il suo marchio di fabbrica, soparttutto negli ultimi decenni, dunque in effetti tutto appare più confuso di quanto dovrebbe esserlo. Però ecco, non si può ignorare il sistema di pesi e contrappesi che quantomeno si prova a mettere in atto.
È proprio quel sistema di pesi, IMHO, ad essere sbilanciato. Se ci mettiamo a fare la conta, il risultato è che il mondo fa schifo ed è pieno di violenti barbari stranieri ma se trovi Margaret Qualley nei boschi vale la pena andare avanti. Oddio, ora che ci penso…
Probabilmente voleva essere anche una riflessione più ampia su come la differenza valoriale porti alla formazione di diverse organizzazioni, alcune delle quali poi in grado di integrarsi a vicenda. Sul piatto abbiamo due coppie, un successivo trio, gli pseudo indiani, i tizi di Grand Junction, sparuti gruppetti, financo singoli individui tipo quello che si vede all’inizio.
@Lou, e se vai nei boschi, trovi la Qualley ma poi scopri che è ‘na cannibale?
“Straziami ma di baci saziami”
Nota puramente a margine, da abruzzese che ha vissuto negli USA:
Durante un memorabile viaggio in Arizona, il paesaggio era TALMENTE TANTO UGUALE alle montagne abruzzesi che da un momento all’altro aspettavamo di veder comparire la scritta “PESCASSEROLI”.
FANTASTICO
A me è proprio piaciuto.
Non un capolavoro intendiamoci, ma il classico film che quando passeranno in TV guarderò volentieri.
Scott prende il genere post-apocalittico tornato tanto in voga ultimamente per farci quello che vuole. È un film con passaggi intimisti, riflessivi, che a tratti può sembrare pure volutamente lento. Ben recitato (Elordi mi ha sorpreso per come si è calato nel ruolo). E comunque nelle parti in cui c’è da spingere Ridley dimostra di avere ancora la mano anche per l’azione, tutta la parte di Grand Junction è fatta benissimo a mio modo di vedere.
Poi dopo averlo visto mi sono letto le stroncature che si è preso, ma secondo me fa parte della moda recente di dire che i registi storici si sono rincoglioniti (lo dicono anche di Spielberg e di Scorsese)
Ok allora non sono l’unico che ha notato questa moda. Me ne rallegro. Il film non l’ho ancora visto, lo farò prima o poi, ovviamente se mi farà cacare non significherà nella maniera più assoluta che Scott o altri registi storici si sono rinco.
P.S.: “Oh zio e comunque Coppola si è rincoglionito ahahah. Bro”
Beh boh, Scorsese mi pare sia difficile dire in buona fede si sia rincoglionito, ma in effetti dopo Disclosure Day su Spielberg qualche dubbio lo si puo’ avere
ps:@louferragni recensione ispiratissima, il panettone mi ha ucciso
Scott è rincoglionito sul serio. E se non lo è, è diventato un vecchio svogliato del cazzo che fa film solo per continuare a dare sfogo al suo ego adagiato sui capolavori di decenni fa.
In questo film non c’è nulla di salvabile, nulla! La sceneggiatura fa cagare, la fotografia fa cagare (ormai potremmo tranquillamente definire il genere solo guardando la color correction, senza dialoghi e senza nulla), la colonna sonora fa cag…ah no non c’è, quindi assente, la recitazione appena sufficiente da parte di tutti, il cane fa cagare.
Come si fa a difendere sta roba?
Malcolm ti posso assicurare che ho letto parecchi commenti negli ultimi anni che sostenevano che Scorsese s’è rincoglionito e molti di questi riguardavano Killers of the flower moon.
Per il resto ho scarsa considerazione per Ridley Scott da ormai 20 anni, ma devo ammettere che commenti come quelli di Takeshi Kojak stanno alimentando moltissimo la mia curiosità e mi spingono un sacco a buttare 10 euro per vedere The dog stars in sala anche se non è mai stata la mia intenzione
Vai vai Miciò, poi mi trovi quì ad accoglierti a braccia aperte.
Ti giuro, non so come fai, ma mi spingi a volerlo vedere subito, anche spendendo soldi. Valuta la possibilità di chiedere un incarico alla Walt Disney Studios
Mando subito il CV allegando lo screen del tuo endorsement
Oh ragassi ma guardate che non è una “moda”…Trattasi di semplice, ineluttabile ed infallibile legge sull’Entropia dei sistemi. O, per meglio dire, Padre Tempo che si riprende tutto quello che è suo.
Tutti si rincoglioniscono con l’età, chi più, chi molto, chi tanto.Tutti. A prescindere da cosa e quanto tu abbia prodotto allo zenit della tua creatività. Fateci pace che chiunque sia stato citato in questo sotto tread non fa una roba all’altezza da almeno 3 decenni.
@Giocher: discorso che di base potrebbe essere condivisibile, ovvio che per un regista il tempo possa farsi sentire, se non fosse però che spesso le stesse persone che danno per finiti gli Scott, gli Spielberg, gli Scorsese ecc. poi si gasano per ciofeche tremende e pacchi assurdi (sto pensando esattamente a robe tipo Backrooms e simili). E allora a quel punto il dubbio che sia “nuovismo” fine a se stesso mi sorge
Altra roba che c’è sempre stata, il ‘nuovismo’ intendo..Però sai, la mia discriminante unica è sempre e solo stata da parte di CHI qualsivoglia giudizio o critica arrivi. OVVIO che chi mi sia all’altezza di trovare del cinema in Backrooms non ne troverà in costrutti di artigiani della prima metà del secolo scorso, per giunta impegnati ad inseguire istanze e saliscendi umorali mai nemmeno ipotizzati nelle produzioni. E viceversa, quindi.
Io personalmente sarei proprio dell’idea di escludere, in produzioni medio-grosse come questa, la responsabilità di un regista anche di nome Autoriale per la riuscita o meno del film, ormai. Che poi venga ancora usato come scudo e specchietto per le allodole e le loro deiezioni, è altro paio di maniche.
Siamo troppo critici verso i vecchi registi.
La verità è che I film di Ridley Scott sono ancora ben oltre la media, e ” The Last duel” è ( ad oggi) tra i dieci migliori film degli anni ’20 ; Scorsese vanta tra le sue ultime pellicole ,opere notevoli come ” Killers of the flower moon” o “Silence”,etc…
Poi però ci si esalta per i rumorosi blockbusters di gente come Nolan…
@Christian Princeps: ecco, a me per esempio Killers of the Flower Moon non ha proprio convinto del tutto, di certo però non penso per questo che Scorsese si sia rincoglionito ed aspetto i suoi prossimi film
Sì ma ragazzi è meglio che non date peso a quello che dice Giocher perché la quantità di cazzate che spara e che ha sempre sparato da anni e anni a questa parte è veramente incredibile. Ha una capacità invidiabile di attirare l’attenzione facendo affermazioni esageratissime con un linguaggio a metà tra il “Quanto è saggio!” e il “Non si capisce un cazzo di quello che scrive”, però fondamentalmente 2 cose sa fare: provocare e sminuire i film di registi di alto livello. Non dategli corda, davvero. Poi oh, voi fate un po’ quello che volete, il mio è un consiglio :D
Boh, magari hanno l’età e il potere di fare roba che piace a loro, come la vogliono loro. Spesso se la pagano pure di tasca loro. Deve essere liberatorio fare finalmente l’artista senza preoccuparsi di tutte le menate hollywoodiane.
@Miciò te lo ggiuro fratè, non me l’ha detto che stavate insieme. Ha accennato solo a uno con cui stava prima che ce l’aveva inutile e puzzava, ma come potevo capire che fossi proprio tu. :(((
@Giocher Ma su Giò, veramente mi dici che Scott non ha voce in capitolo e che si limita (o deve limitarsi) al mestiere?
Ubik, se ti riferisci a Coppola che si paga le produzioni da solo e fa quello che vuole senza preoccuparsi di seguire schemi che fanno incassare sono molto d’accordo. Un po’ meno se parliamo di Scott o Spielberg o perfino Scorsese, chi più chi meno quella preoccupazione lì ce l’hanno ancora. Poi io penso che molti sottovalutino il fatto che magari a certi registi quegli “schemi hollywoodiani che fanno incassare” gli vadano benissimo e siano proprio parte del loro gusto. Del tipo: “riempio il film di azione, inseguimenti ed esplosioni, perché a me piacciono proprio e non ho bisogno che arrivi il produttore spietato a impormi di ficcarci dentro quella roba”.
@Sergio. Uhm, si, capisco il tuo punto di vista.
Faccio l’artista tanto ho il potere per fare quello che mi pare (e me lo fanno fare) però aspetta che ci piazzo l’inseguimento con le macchinine che serve nel trailer così la produzione (che tanto non ha le palle per dirmi nulla perché sono Spielberg) ha il suo contentino.
Ci sta.
Pensavo più a un Coppola (come dici tu).
Poi per fortuna abbiamo un Miller che facendo quello che vuole lui come piace a lui ci regala uno dei film del secolo. (per poi sfrociare col prequel, ma hey, quello gli serviva per pagare le bollette)
@ Takeshi : ma perchè no, che ci sarebbe di male? Ha sicuramente più peso di moltissimi altri sull’opzione per un soggetto o uno script, più facilità di moltissimi altri a farsi dare un cast di livello Alpha e più possibilità di ricevere luce verde sulle via alla produzione.
Ma se mi parli di budget sopra i 100 milioni di svanziche, direi che non è il primo su cui punterei il dito in caso di prodotto finale banalmente moscio o direttamente fallimentare.Non è così che funziona l’industria e ci mancherebbe anche altro. Ormai certi nomi li usano per l’engagement e poco più. Ed a certe età e certi ambientini lavorativi ci mancherebbe anche altro che loro per primi non ci stessero.
È difficile segnare tutte le epoche. Ad un certo punto hai meno propulsione e perdi intimità con la contemporaneità. Scorsese e Spielberg non sbaglieranno mai uno shoot ma sono a fine carriera. Spielberg secondo me aveva fatto bingo con ready player one, che portava la nostalgia nella contemporaneità. Non se l’e’ costruita lui la storia, hanno chiamato l’unico in grado di filmarla. Scorsese ha perso grinta ed è piu interessante con Silence. Scott è sempre stato discontinuo, Coppola è ancora convinto di essere deflagrante, onore e gloria ma è impensabile scattare ad 80 anni come si scattava a 30. Miller però lo ha fatto. Eccezione
@akiracurioasava Personalmente non credo sia importante “essere sul pezzo” con la contemporaneità, a meno che quello non sia un obbiettivo specifico dell’opera in questione, tipo Ready Player One, come dicevi. Per fare un esempio banale, pensa ai drammi di Shakespeare, le favole di Esopo, Citizen Kane, A Christmas carol, The Twlight zone, The Thing etc.. è roba scritta mille anni fa eppure le vicende funzionano benissimo anche oggi. Questo per dire che delle volte l’ambientazione (e di conseguenza il tempo dell’ambientazione) è un contesto che si puo’ cambiare senza necessariamente dover mutare il fulcro e il valore delle storie raccontate.
Si puo’ affermare che Scorsese abbia perso grinta unicamente se per grinta si intende un’idea di fare cinema abbastanza specifica, tipo chenneso’, Mad Max fury road appunto.
Per quel che mi riguarda Silence e Killers of the flower moon sono entrambi film con un fegato raro, e tra l’altro violentissimi, molto più di uno slasher classico, per intenderci. Questo ovviamente se non si lega a doppio filo l’idea di violenza con nient’altro che l’idea di botte e sangue, o l’idea di grinta con un film di Guy Ritchie.
Certo che è impossibile scattare a 80 anni come si scattava a 30, pensare in compenso che si debba farlo peggio e che il contrario sia una semplice eccezione, come se il mestiere di regista sia paragonabile al prendere in mano una vela da windsurf mi sembra, boh, un’affermazione poco attenta
“Per quel che mi riguarda Silence e Killers of the flower moon sono entrambi film con un fegato raro, e tra l’altro violentissimi, molto più di uno slasher classico, per intenderci”
Tutto qui.
Poi chi è in grado di vedere la forza, la potenza eversiva, la rabbia presenti in quei film, bene. Chi non ne è in grado e vede solo ritmi laschi, parole, fiacchezza, noia… pazienza, dispiace per lui/lei, vorrà dire che si perde due dei film migliori usciti in questo secolo.
@Malcolm, ho perso il controllo delle metafore e quindi non mi sono espresso chiaramente. Per contemporaneità non intendo “stare sul pezzo” ma stare attenti a non rimanere legato al glorioso passato, cercando di esprimersi sempre in maniera fresca.
Oltre ad essere maldestro con le metafore, mi manca pure il dono della sintesi e quindi lascio perdere il perchè la storia del windsurf non sia una mia affermazione poco attenta ma una tua lettura superficiale. Detto senza polemica
@akira
parte1: Ah ok, capito.
parte2: Bellezza, lanci la pietra e nascondi la mano? ahah
La mia lettura superficiale è che in buona sostanza parli di registi come si parla di calciomercato, rileggi cio’ che hai scritto e in buona coscienza dimmi se non lo si potrebbe pensare.
Dammi la possibilità di capire che sbaglio e saro’ contento di farlo, o evita di discuterne, come preferisci. Ma non farti scudo nell’accusarmi “senza polemica” di superficialità senza disturbarti di spiegarmi il perché, non è un discutere onesto
Beh sì “Silence” è di una bellezza, talvolta, commovente ; ” Killers of the flowers moon” è cinema politico nel senso più alto e nobile del termine. Non so cosa si possa chiedere di più a Scorsese.
Scott è stato sempre un po’ discontinuo, ma nella sua filmografia compaiono spesso gemme preziose e abbaglianti quando meno te lo aspetti,anche tralasciando i tre ( indiscutibili) capolavori iniziali ; non voglio ripetermi citando nuovamente ” The last duel”,ma (per esempio )anche il suo,(molto)criticato, “Robin Hood” del 2010,che razionalizza il mito del fuorilegge di Nottingham,sarà un film che prima o poi verrà rivalutato…Spielberg è già uno che non ho mai digerito troppo,anche se, a paragona di certe nuove leve, mi sembra paradiso pure lui…
Dello Scorsese degli ultimi anni come ho scritto ieri Killers of the Flower Moon non mi ha convinto del tutto, ma The Irishman lo ritengo un capolavoro assoluto per dire
“Irishman”, colpevolmente, non l’ ho ancora visto. Ma mi sembra di aver letto che riguardasse storie di malavita , un genere dove il buon Martin ha sempre dato eccellenti risultati,quindi non fatico a crederti.
Parlando di Scorsese (ma può valere per Scott, Spielberg, Cronenberg, mia zia Clomena, che è una filmmaker fottutamente rivoluzionaria) la mia impressione è che la quantità di persone che se ne escono con definizioni come “bollito”, “rincoglionito”, “tramontato”, ma anche e soprattutto “tramontana” aumenta significativamente nel momento in cui il vegliardo realizza film dove: non si spara (o si spara poco), non si mena (o si mena poco), non si accoltella (ibidem), non si fa brutto (ibidem), non si scopa, non si rockeggia, non si metamorfosizza o non si sparaflesha.
O si sparaflesha sì, ma in quantità ridotte.
Per carità, fa parte delle regole del gioco, d’altronde siamo su I400calci. E tutto il mondo è I400calci.
Ciao @malcolm. Provo. Ho usato l’immagine dello “scatto” soltanto per Coppola e intendevo semplicemente che lui percepisce Megalopolis come Apocalypse now, una bomba che discute il Potere. Anche Keith Ritchards continua a fare ed essere rock ma i suoi riff degli ultimi anni non è che siano risuonati, decantati e ricordati. Non è un’osservazione meramente muscolarista, mi sembra abbastanza nell’ordine naturale delle cose. Ora puoi continuare ad essere in disaccordo ma credo mi sia spiegato, per quanto possa fare senza birra in pugno.
Ed aggiungo che Killers of the flower moon è si un bel film ma lo trovo prolisso. Come i racconti di mio padre. 20 anni fa mi raccontava la stessa cosa ma con piu tiro. Tutto qua
@Sergio Micione Per quanto mi riguarda le splosioni e gli sparamenti sono sempre ben accetti, ma non non sono la conditio sine qua per ogni cazzo di film che guardo, specialmente se il soggetto originale (che conosco molto bene) è in tutto e per tutto un survival. Voglio dire, la tematica post apocalittica/distopica/post pandemica può già annoverare dei buoni pesi massimi spalmati su diversi medium, ti capita per le mani materiale diverso dal solito, valido, con una parte drammatica che colpisce sotto alla cinta e tu che fai? Lo riduci ad una merda di una banalità unica. Ciò significa che non solo non hai neanche buttato mezzo occhio al materiale originale, ma non te n’è proprio fregato un cazzo, e allora meriti tutto il mio disprezzo perché significa che ormai (ma a bene vedere lo hai sempre fatto) sforni film a catena di montaggio…e a culo, qualche volta, incappi nel capolavoro perché alla fine il manico ce l’hai.
Kojak sì, il mio discorso era più di carattere generale (con particolare riferimento a quello Scortese di Martin), non posso parlare per The dog stars perché ancora non l’ho visto come ho detto. Diciamo che leggendoti capisco quello che intendi e mi fido, in linea di massima, perché alla fine della fiera Scott quella cosa lì che dici tu l’ha sempre un po’ avuta: un drago per la confezione, un talento da narratore quantomeno molto discutibile o che comunque funziona “a corrente alternata”. Banalmente: sono anni e anni ormai che dico che se lo script è solido in partenza Scott può anche sfornare qualcosa di buono o perfino molto buono, ma se alla base non c’è quello i suoi film risultano freddi, mosci, “carino da spallucce” o addirittura cagate pazzesche in certi casi. Ripeto, parlo sempre in linea generale, perché Il cane delle stelle o Le stelle a forma di cane ancora non l’ho visto.
Ma se ne parli così male lo vedrò per direttissima.
L’hai mandato il curriculum, D.C.?
@Akira ti sei spiegato benissimo. Perfetto il paragone.
Restando su Scorsese, the Irishman è bello, ma è prolisso come dice Akira. Osannato da tutti, quindi me lo sono pure visto 2 volte che magari non l’avevo capito e no, è proprio una palla al cazzo.
Paragonatelo al “ritmo” di the good fellas, che è di 29 anni prima, per capire cosa intendo. (Se che sono due prodotti diversi, ma per stare in tema “film di Scorsese colla mafia”).
Poi si potrebbe aprire una parentesi su Robert De Niro e la sua qualità recitativa degli ultimi [inserire numero a due cifre di vostro gradimento], ma è tutto un altro topic.
@akira: daje
Su Scorsese basterebbe paragonare il ritmo di The Irishman a quello di The wolf of Wall Street che è solo di 6 anni prima, senza bisogno di tirare in ballo Quei bravi uaglioni, la sensazione è che chi nota la senilità di Scorsese degli ultimi anni dimentichi spesso che il film su Belfort è suo. Che poi The Irishman abbia i suoi problemi sono il primo a dirlo, non tanto nella lunghezza, quanto in altri aspetti, primo tra tutti quei cacchio di effetti speciali che, Marty, p.l.m., molla che non è il tuo campo. Riguardo alla prolissità di The irishman una volta ho avuto una brillante e colta conversazione con un amico che manco lo aveva gradito molto lui in primis. A un certo punto retoricamente mi ha chiesto “Sì, va bene tutto, Micione, ma… cosa si poteva tagliare da quel film senza togliere parti importanti per la storia e lo sviluppo? Il dialogo tra Graham e Pacino “Sei in ritardo”? Quello non è fondamentale, si poteva tagliare, peccato che avresti tagliato una delle scene migliori del film…”. In seguito io e il mio amico avremmo fatto all’amore e dopo quella riflessione ho capito che sì The irishman avrà anche dei difetti, però… questo non toglieva nulla alla mia omosessualità.
Non lo so ragazzi, premesso che de gustibus, per me la questione è complicata. Per me Silence è uno dei film più belli usciti in sala negli ultimi 20 anni, ma capisco che per altri sia una palla colossale. Spiace per loro, ma lo capisco. Scusate queste digressioni su Scorsese, ma quando me lo toccano divento tutta focosa, solo io posso criticare il mio Marty. Se devo continuare la conversazione su Scorsese mi sposto su un topic più adeguato. Tipo, non so, i commenti sotto alla recensione di Alice non abita più qui, per esempio.
Come avevo detto che ” the last duel” di Scott è uno dei dieci film migliore degli anni ’20 ,allo stesso modo(indubbiamente )il “Silence” di Scorsese è uno dei dieci film più belli del decennio precedente…
La tendenza oggi è quella di trovarsi i film migliori da parte di registi in attività da almeno 25 anni( a parte poche eccezioni, tipo il magnifico Eggers e, fino ad un certo punto, Aster…).
Le montagne sullo sfondo della foto di Hig e Bangley non sono in Abruzzo ma sono le (Pre)Alpi Carniche, più precisamente siamo a Bordano in Friuli dove si sono svolte le riprese ( con set blindato) tra aprile e maggio 2025 con viste magnifiche del Tagliamento
Bellissimo il paesaggio che si vede in una scena di volo a un certo punto, girata nelle campagne di Vignola. Ci andavo a pere anni fa e ricordo che una volta, nel punto che viene inquadrato, il proprietario disse “Se a cat quel ca met i pir a cul in sò al met mì a cul in sò e ag fag sinter mì un piron bel dùr”. Fantastico.
Quel giubbotto in pelle non ha manco visto i saldi, altro che apocalisse
Ahahahahah, morto
Encomiabile sintesi. Una piccola pennellata che racchiude tutto un mondo.
Grazie <3
Diciamoci la verità ….dopo House of Gucci, che certo non era un capolavoro ma si lasciava guardare Ridley non azzecca un cazzo di niente, penso che o si debba dare una regolata o che si deve concentrare sul pagare l’affitto all’ospizio dove inevitabilmente può finire. Napoleon è stato un esperimento mezzo fallimentare, tenuto insieme con un pò di polvere da sparo, la Kirby e J. Phoemix. Il Gladiatore 2 è stata una puttanata colossale, con cui Scott ha ribadito il suo immoblismo storico e narrativo, un film di merda da 400 milioni di dollari che andava semplicemente soppresso prima di iniziare anche solo a PENSARE di girare. The Dog stars semplicemente non funziona, gli attori fanno quello che possono ma sono tutte le vicende che sono sempre derivative e non mi puoi fare una bella fotografia del mi Abruzzo e qualche sparatoria per risollevare il tutto… credo che Scott sia finito.
Come facciamo a rovinare un ottimo materiale post apocalittico? Diamolo in mano a quel rincoglionito di Ridley Scott.
Tant’è!
Fine recensione.
Devo ancora vedere il film, ma quello che mi piace di più del dibattito su The dog stars nelle 750 aree commenti che ho visitato è che chi ha già visto il film occupa il 2% del suo commento a parlare della riuscita o meno del film e il 98% a parlare di quella scena girata dietro al palasport di Spezzano Sabbiadoro dietro a casa di su tzia o la sparatoria dove sullo sfondo si vedono le montagne di Passatello Sulmona dove andava in vacanza o la scena dove Elordi mangia i babbà che è girata a Mortacci in provincia di Campobasso, non lontano da Salispurgo e a 15 km da Saliscendi.
Continuate così perché mi sto divertendo un mondo.
Neanche io ho letto il libro, ma dello stesso autore ho letto “The river”:
due protagonisti, soli in centinaia di chilometri di natura selvaggia; uno buono bravo e pieno di fiducia nel prossimo oltre l’ingenuità, l’altro buono bravo ma col dito sul grilletto che sai mai.
Indovina un po’ chi aveva ragione dei due? Sarà il suo topos.
Ben descritto, soprattutto nell’amore per il wild, ma con una trama che l’hai prevista a pag. 21.
Insomma, un autore che ha molto da dire e che ama variare le storie
Premetto che questo film nello specifico non l’ho visto, però dare Ridley Scott per finito mi sembra prematuro. La verità è che il regista inglese ha avuto sempre una filmografia piuttosto diseguale negli esiti( non ne ricordo altri così discontinui) ; così a film mediocri sono spesso seguite opere notevoli ( ” The last duel”, ad esempio, è uno dei migliori film di questo decennio…)…
Papale papale il punto di vista di personaggi( autore del libro, sceneggiatore, regista, gente dei semafori verdi) al di là con gli anni e con le idee. Una semplicistica e patinata elucubrazione su quanto sia bella la democrazia ed i suoi ideali nel tuo salottino familiare per poi sfracellarsi di faccia sulle orde di beluine individualità svilite nell’ingegno ominide che popolano il resto del globo.
Sibi Pacem Para Bellum. L’ Ammmerica con le mid- term alle porte se la fa sotto, sapendo che per sfuggire ad una dittatura militare dovrà far fuori a mano armata un fracco di gente.
Margaret Qualley è una bella donna
Il tuo nick è pazzescamente figo.
Sempre ste puttanate trite sul Kill or be killed.
Mai un film in cui dopo il disastro dottori e agricoltori/allevatori vengono trattati come dei protagonisti di un harem-manga.
Sante parole
sorry, ma il capitolo “fanta-western con cannibali” è già stato sigillato da Craig Zahler (con una sceneggiatura che – da quanto intuisco da questa rece – probabilmente funziona meglio anche per le intenzioni bucate da questo film qui).
Sono anche dell’opinione che “il mio film ha un MESSAGGIO, ma la sceneggiatura/messa in scena tira dalla parte opposta, uuups” non sia accettabile: il messaggio del film è quello che alla fine il film stesso finisce per comunicare (una specie di versione cinematografica del POSIWID di Beer :)
mi viene in mente il contro-esempio di “The Suicide Squad”, dove il messaggio (sicuramente secondario) di “noi statunitensi siamo delle scimmie urlatrici decerebrate” viene supportato splendidamente dalla scena dell’attacco al campo dei ribelli.
(o, meglio ancora, idealmente, i film di Miller, che il MESSAGGIONE di solito non ce l’hanno ma lavorano di sublime world- e character-building, e ogni spettatore si porta a casa quello che può/vuole/riesce)
Mi citi Bioshock nella recensione e hai già vinto il mio cuore.
Detto da uno che il panettone se lo mangia senza togliere o aggiungere nulla, così, “integralista” (cit.).
Scott è sempre stato un regista piuttosto altalenante. Dopo un esordio tripletta iniziale inarrivabile (I Duellanti, che oltretutto era il suo esordio come lungometraggio, Alien e Blade Runner) si era tutti col fiato sospeso, ma Legend era ok, Chi protegge il testimone chi se lo ricorda, e mi rammento una certa delusione quando vidi Black Rain. Si risollevò con Thelma e Louise, ma per me ci volle Black Hawk Down per farmi dire di nuovo “apperò” (Gladiatore iconico ma per me solo ok). I film successivi alcuni apprezzati altri no, un po’ come Spielberg, che anche nei meno riusciti ci infila sempre una/due scene che da sole valgono la visione. Guarderò con calma anche questo appena sarà disponibile sui canali non ufficiali…
vabbè, ho fatto casino alla seconda frase, intendevo “dopo una tripletta iniziale inarrivabile”
Chi, superata la pubertà, preferisce ancora il pandoro al panettone si meriterebbe l’accompagnamento e/o la 104
Chi toglie i canditi dal panettone merita lo stesso rispetto di chi toglie il grasso dal prosciutto crudo: nessuno
“Non sono d’accordo con quello che dici sul pandoro, ma darò la vita affinchè tu possa esprimere la tua opinione” – Voltaire
Non esistono western brutti? Come la mettiamo con Il mio west di Pieraccioni?
Scacco matto.
Risposta da fan del western nonché avvocato della difesa: “Quello non è un western”.
Si scherza: sono un grande amante del western, ma non arrivo a dire che non esistono western brutti, esistono anche quelli………………… tipo Il mio west di Pieraccioni, per esempio :-| (annuisce con veemenza)
Io abito non troppo lontano da dove è stato girato Il mio West e mio padre mi ci ha portato, in casa sua ha ancora la foto con me e Pieraccioni nel mosaico di foto di me da bambino, questo per dire che anche se ho un ricordo personale e affettivo di quel film, questo non mi esime dal poter dire che è UNA MERDA DI WESTERN, però gli voglio bene lo stesso :-)
Ma ci sta. io da bambino adoravo i film di Bud e Terence, li rivedo oggi per quello che sono: ‘na zozzeria. Però che nessuno me li tocchi, altrimenti lo meno.
Il pezzo è molto buono. Complimenti a te.
Sì ma il cane?