Attenzioni! Come ogni estate, I 400 Calci vanno in ferie per un paio di settimane per ricaricare le energie. Le recensioni tornano lunedì 24 agosto 2026 e sì, poi torneranno anche le dirette streaming con un nuovo titolo e un format rinfrescato. Ci vediamo presto! E ora prego la regia di mandare in onda il pezzo di oggi:

Allora, c’è questa gag che ho già fatto un milione di volte e ogni volta che si ripresenta l’occasione di farla mi chiedo se sia il caso di perpetrarla o se non sarebbe meglio smetterla visto che non fa più ridere da anni ed è diventata prevedibilissima.
Però The Death of Robin Hood, in italiano Robin Hood – Il prezzo del sangue, me la chiama fortissimo, e la gag di per sé non è che faccia particolarmente ridere, eh? È più una roba da sorrisetto saputo, e non sono manco sicuro sia una gag visto che è la pura verità, forse la gag sta nel fatto che sto per applicare una definizione di genere a un film al quale all’apparenza non dovrebbe applicarsi, o forse la gag sono le amicizie che abbiamo stretto lungo la strada, vabbe’ facciamo che ve la dico e basta:
The Death of Robin Hood è un western.

Che se ci pensate è ironico, no? Degli americani prendono un australiano per fargli interpretare un personaggio della storia e della leggenda inglese, nato vissuto e morto quando ancora gli Stati Uniti non erano neanche sperma nelle palle della geopolitica, e lo rileggono con una sensibilità che non arrivo a definire moderna ma che è comunque successiva al periodo storico nel quale si svolge la vicenda stessa. Il mito dell’eroe, la morte del mito dell’eroe, la fine della frontiera, la differenza tra realtà e leggenda, il modo in cui le storie nascono, crescono, prendono una vita propria e non muoiono mai ma al massimo cambiano volto… Robin Hood come Buffalo Bill, come Clint Eastwood negli Spietati, un’operazione di ricontestualizzazione di un mito che se l’avesse fatta Nolan avremmo passato gli ultimi sei mesi a leggere post indignati di medievalisti ed esperti di famosi ladri gentiluomini, ma siccome l’ha fatta Michael Sarnoski il regista di Pig con Nicolas Cage non se l’è filata nessuno di striscio.
Un western, quindi, crepuscolare e all’insegna dell’anticlimax, e sì ovviamente non può non far pensare a quel succitato film del 1992, che non è ovviamente il primo western della storia a celebrare la morte del West ma è diventato da trent’anni il riferimento primo, narrativo e anche stilistico, per chi vuole parlare della fine di un mondo – quel mondo ma anche altri mondi concettualmente attigui, in questo caso quello di Robin Hood appunto, e dei suoi allegri compagni che non sono più tanto allegri e non sono neanche tanto compagni, visto che il nostro Robin qui è un solitario (“No grazie, non gioco a carte”). Un western per concezione e gestione di un po’ tutto quanto, dagli spazi ai silenzi alle fazze, ma che ha pure il coraggio di ammazzare ulteriormente ogni epica nel nome del pentimento e della redenzione; un film lirico, me l’ha definito l’amico e collega Lou Ferragni, equipaggiato di tutto punto per deludere e che proprio in questo suo coraggio di smontare pezzo per pezzo un personaggio così arcinoto trova anche la sua (lenta, paziente, filosofica) bellezza.
Insomma una roba che potrebbe legittimamente farvi cagarissimo. Ma comunque un western. SIGLA!
Per onestà intellettuale e completezza di informazione è giusto ricominciare da quanto dicevo sulle feci prima della SIGLA!. Nel senso: se vi approcciate a The Death of Robin Hood con lo sguardo calcista, il rischio è di rimanerne scottatissimi. A un primo atto di una violenza sublime e quasi pornografica, fatto di botte, sangue e Hugh Jackman che ruggisce coperto di sangue dopo aver fatto a botte, fa infatti seguito quello che è il vero cuore del film: una lunga sessione di recupero da un infortunio, con la fisioterapista che funge anche da psicologa. Sarnoski, vagamente ispirato a una ballata composta alla fine del XVII secolo, vuole (attenzione) decostruire il personaggio e l’uomo prima ancora di tutto il resto: il contesto storico fa da sfondo, le gesta di Robin Hood sono date quasi per scontate, il film parte dal presupposto che il pubblico già sappia di cosa si sta parlando e da lì lavora di fino per far crollare tutto l’edificio e salutarci con una bella infornata di sfiducia nell’umanità.
Questo all’atto pratico significa che tutta l’azione di The Death of Robin Hood è concentrata nella prima mezz’ora di film; il resto è gente che parla, spesso molto lentamente. Per dire che il rischio di gasarsi e poi passare un’ora e mezza a pensare “sì ma quand’è che ricominciano a menarsi?” è fortissimo e per una volta spero che una mia recensione venga letta PRIMA della visione, non DOPO: almeno potrò dire “ve l’avevo detto”.

Chiarito questo, The Death of Robin Hood resta comunque un film che parla di morte e violenza, anche quando non ce la fa vedere. Dopo un tremendo infortunio di quelli che rischiano di stroncare una carriera, soprattutto quella di uno che ormai è troppo vecchio per queste stronzate e vorrebbe solo l’oblio e la morte, Robin Hood si ritrova in un convento sperduto, dove ad accudirlo c’è la Suora Esistenzialista (ottimamente interpretata da Jodie Comer, fun fact, Jodie Comer è un’attrice anglo-spagnola il cui nome si potrebbe tradurre in “Giodi Mangiare”). Mr. Hood si porta sulle spalle il peso di decenni di criminalità e terrorismo: non è vero che rubava ai ricchi per dare ai poveri, e soprattutto è uno che ha ammazzato decine di persone nel corso della sua carriera, talmente tante che (grande classico dell’antieroe pentito) “non mi ricordo i volti di nessuno ma ciascuno di loro si ricorda di me”.
Sarnoski mette così in piedi quella che di fatto è una lunga sessione di psicoanalisi, un approccio al western che può ricordare certe robe di Cormac McCarthy, forse il migliore al mondo quando si tratta di prendere gente comune e far loro filosofeggiare di grandi temi usando un linguaggio semplice e non colto. Robin Hood odia sé stesso e odia quello è stato fino a tipo una settimana prima, e gran parte del secondo atto ruota intorno alla domanda “quand’è che l’hai fatta troppo grossa per meritarti una seconda possibilità?”. Ruota, aggiungo, molto lentamente: se vi turba l’approccio peripatetico alla narrazione potreste arrivare a odiare il convento (che poi tecnicamente è un “priorato”) di St. Clement, i suoi corridoi, le sue stanzette buie, il suo cazzo di frutteto. C’è di buono che, anche in tutta questa melassa narrativa, Sarnoski non perde mai di vista la tensione: Robin Hood è comunque un uomo braccato e ricercato, e la sua permanenza in loco è a tempo fin dal primo momento in cui mette piede sull’isola; e quindi qui e là questa cosa ci viene ricordata, con poche, ottime scene da thriller puro che evitano che la lentezza diventi ristagno.

A proposito di influenze spurie e che fanno giri immensi e poi ritornano: quanto sarebbe bello se potessi dirvi che esteticamente The Death of Robin Hood guarda ai grandi film di cupe leggende tipo l’Excalibur di Boorman? Invece non posso fare altro che constatare un’altra volta l’impatto visivo che Game of Thrones ha avuto anche sul cinema in costume più o meno medievaleggiante: le scene d’azione sono quel bel mix di casino organizzato e momenti di statica epicità

, l’ultraviolenza è celebrata anche per il suo valore estetico (c’è già una delle migliori morti dell’anno, e c’è un momento di dolore che non riesco neanche a descrivere ma mi ha fatto esclamare ad alta voce alcune brutte parole), cromaticamente siamo dalle parti di quei marroni onnivori che fanno tanto Medioevo mixati con sprazzi di luci e colori quasi sempre prodotti da fiamme più o meno grosse… Game of Thrones alla fine della fiera è sempre stato molto cinematografico nel suo approccio a certe robe, e il fatto che il suo successo abbia convinto anche il cinema a ritornarci su per me è una piccola/grande vittoria.
Non so, mi rendo conto che la reazione “questo film è una palla al cazzo” è perfettamente plausibile e non me la sento di escludere che tu, proprio tu che stai leggendo, possa sentirti così dopo la visione. Per quel che mi riguarda ho apprezzato il coraggio e la pervicacia con cui Sarnoski decide di partire a razzo e finire a cazzo costruire un’opera che è di fatto un gigantesco anticlimax, che parte piena come un’otre e va via via sgonfiandosi con il suo protagonista e le sue menate. È l’approccio più anticommerciale che mi possa venire in mente, e The Death of Robin Hood avrebbe potuto essere un film dieci volte più facile e dieci volte più di successo se avesse ceduto alla tentazione di normalizzarsi. Così com’è sembra un film a cui non frega un cazzo di piacere, testardo e concentratissimo su quest’idea di demolire un eroe e la sua leggenda: merce rara, e quindi preziosa.
Quote
«Robin Hood e Little John massacrano innocenti, urca urca tirulero oggi splende il sol»
(Stanlio Kubrick, menestrello)
PS visto che so che ve lo siete chiesto leggendo la quote: sì, Little John c’è, è un irriconoscibile Bill Skarsgård nel suo miglior cosplay di Travis Fimmel in Vikings:





Quando leggo “decostruzione” riferito a un film/personaggio o a un piatto della cucina mi girano i coglioni a elica. La parola magica per difendere ogni cagata… Starne alla larga da cose “decostruite”
concentratissimo su quest’idea di demolire la carbonara e il suo sapore: merce rara, e quindi preziosa.
Come nel caso della definizione “molecolare”, trattasi di concetto ideato per metter in condizione degli incapaci completi di presentarti un prodotto finito, senza averne compreso la fondamentale dinamica di realizzazione, ma fermandosi a malapena agli ingredienti.
Va beh ma non è che devi proprio sbatterci in faccia la tua ignoranza, va bene anche meno.
Chissà se un giorno l’industria cinematografica mondiale e tutti i recensori del sito riusciranno a fare qualcosa che ti piace!
per definire “merce rara” il demolire un eroe e la sua leggenda, soprattutto quando è maschio bianco etero e ha combattuto nelle crociate, ci vuole un bel coraggio… robin hood cattivo, amici maranza di ceuta buoni, yeee
Ma quanto piacere dona frignare ogni tre per due sul woke? Non che non si apprezzi il siparietto comico ancorché involontario, solo che alla lunga l’effetto è https://www.youtube.com/watch?v=jHn3Y_jSELw
La cosa ti triggera evidentemente, piciu.
Dio.. cominciate col farvi crescere i coglioni visto che ci tenete tanto al machismo, piagnine.
Come disse uno famoso una volta: certe storie non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano.
Filologicamente parlando, non v’è nulla nelle ballads anglosassoni del periodo post Romano/Medioevale, che non abbiano già tutto delle epopee western esportate negli States della Frontiera, cambia solo il tasso di umidità del paesaggio.E neanche sempre, se ci si sposta verso il Grande Nord stile Revenant.
La tematica Old Man Loksley era stata sfiorata anche in quello col buon Connery, fra l’altro. Pare un’operazione molto vicina all’ultima Nolanata: roba per gente con meno di 30 anni e molti meno di istruzione scolastica di base. Per tutti gli altri….ROSICARE!
Sembra molto interessante, la recensione è convincente, lo vedrò.
Ma non posso fare a meno di aggiungere che devo ,ammettere di essere forse un pò stanco di decostruzione delle leggende con cui sono cresciuto. Mi rendo conto che il periodo storico è quello che è, ma quanto mi piacerebbe un film fatto bene, epico, con un eroe che non è problematico/cinico/deluso/fallito etc. Mi sembra questo genere di narrazione il tipico caso in cui l’anticonformismo diventa conformismo, per quanto sia assolutamente sicuro che la recensione abbia colto nel segno e il film sia più che valido.
Anticipo un’eventuale risposta del tipo “ma film come vuoi tu se ne fanno ancora eccome”. Il segreto sta nella definizione di “fatto bene”. Quelli di cui sopra sono tutti film da cestone.
Vuoi una interpretazione dell’eroe alla American Sniper nel 2026?
Da MCU iz 4 U
Mi hai tolto le parole dal commento.
Sottoscrivo tutto (“decostruire” e riuscire a gettare le basi per ricostruire l’ha fatto alla grande solo Alan Moore, a mio parere, ma quelli erano “solo” fumetti…).
C’è anche da dire che Watchmen era inevitabilmente autoconclusivo…messa in discussione l’idea tradizionale e ottimista del “supereroe”, non dà risposte né ricette per andare oltre (lo stesso vale, mi sembra, per V per Vendetta). Non ci sono ragioni o torti, l’Autore guarda alle sue craeature (ma anche a tutta l’umanità, dal Presidente degli Stati Uniti all’edicolante) distaccato e senza neppure troppo giudicare, come il Dr Manhattan guarda l’intero universo in modo asettico e materialista. Da quella posizione non c’è più molto da ricostruire, che probabilmente è proprio il mood generale anglosassone in questa fase storica. E la storia di Watchmen (Doomsday Clock non mi pare ci si avvicini nemmeno) nessuno avrebbe più potuto proseguirla: semplicemente perché si chiude lasciandoti lì con delle domande irrisolvibili, tipo libro di Giobbe, ti molla senza risposte, e mette the end.
Concordo, ma sono sistole e diastole, spero… dopo un’onda di decostruzione arriverà la pars construens!
@Kylo Kalorie: sei conscio del fatto che American Sniper sia un gran film, vero?
@Zavits: concordo. Ma Watchmen è di quarant’anni fa. Quarant’anni fa a decostruire una leggenda, come quella dei supereroi, eri un originale iconoclasta. Oggi sei un conformista.
@Borson Welles: probabile. Ma un pò di sano equilibrio non si potrebbe avere?
Scusa, ma in pratica tutti i film l’eroe ha qualche problema, sicuramente da Die Hard in poi. Poi magari si salva qualcosina, ma la formula del riscatto/superamento dell’astrologia c’è sempre
@GGJJ e @pasquale perfetti
Dopo la decostruzione infatti occorre sempre ricostruire e per Alan Moore, che amava i fumetti dei supereroi, bisognava ripartire dal sense of wonder che saturava i comics degli inizi, in questo senso All Star Superman di Morrison è il perfetto fumetto post-decostruzionista. Poi per me le buone storie non hanno un “tempo”, se sei Moore scrivi The Last Superman story, se sei Ennis, che i supereroi li odia, scrivi Preacher.
Watchmen, V per Vendetta, The Dark Knight Returns, ed anche altre che ora non mi vengono, sono comunque storie per loro natura “non proseguibili” – non tanto perché autoconclusive, in fondo un sequel puoi sempre inventartelo, ma nel senso che, in linea di massima, ciascuna di esse ha detto quel che doveva, nel proprio universo, ed anche con particolare ampiezza di temi, per cui lo specifico viaggio dell’autore, lí, è terminato – che non impedisce di continuare a realizzare altro, o anche tornare sul personaggio, come Miller, che su Batman però non ci ha più tanto preso. Il Punisher di Ennis a me per lo più piacque, a storie alterne diciamo, mi sembra anche (opinione strettamente personale, no trolling) il modo più maturo, artisticamente, di rendere un personaggio che è intrinsecamente, e per sua natura, “ripugnante”. In questo mi sembra molto onesto intellettualmente – come anche il Joker di Azzarello, per dire.
Ho capito che parecchi commenti saranno del tipo “non è mica nuovo, è dagli anni ’80 che si deostruisce, le antiche ballad erano già western”. Tutto vero e credo anche tutte cose che il lettore/commentatore medio dei 400Calci sa bene fino a darlo per scontato.
Io mi limito a dire che sarebbe stato carino cogliere l’occasione e fare un pezzo per il blog su “Robin e Marian”, appunto il film che viene in mente per primo quando si deostruisce Robin Hood.
A proposito di tal film, per il puro gusto di suscitare reazioni: il Morandini ci tiene a affermare chiaro e tondo “ironia, non parodia”.
E sempre per fare la lista: un Robin Hood deostruito è il fulcro di recenti miniserie a fumetti statunitensi, con un approccio che noi potremmo definire “Alla Nolan”, nel senso che la serie si chiama “Nottingham”, fa ampio uso di violenza anche morale, mette il noto sceriffo come protagonista e reduce di guerra, offre una Marian combattiva nel senso più ostile del termine, e dice chiaro che Robin è un serial killer.
Tanto per parlare di originalità delle idee: è una miniserie di tipo due o tre anni fa. Recentissima! Da dare un occhio se cercate una alternativa sullo stesso tema.
E sempre per parla re di originalità:
“pensare a quel succitato film del 1992, che non è ovviamente il primo western della storia a celebrare la morte del West ma è diventato da trent’anni il riferimento primo, narrativo e anche stilistico, per chi vuole parlare della fine di un mondo – quel mondo”
Queste stessissime cose si erano viste due anni prima nel film per la televisione USA “El Diablo”, probabilmente noto ai calcistici poiché la sua sceneggiatura è stata scritta da baffo John Carpenter, o anche perché, mi dice internet, è un caposaldo del palinsesto di 7Gold.
Fa le stesse cose di “Gli Spietati” nel deglorificare il western, ci mette persino l’autore di dime novels che in realtà è uno scrittore di balle.
E se è una sceneggiatura di Carpenter messa in scena nel ’90, allora molto probabilmente è stata scritta negli anni ’70: per dire quanto vecchie siano certe idee di decostruzione.
OK, non è per fare sterile polemica, ma è il tipo di nozione che dovrebbe portare a qualche riflessione interessante:
-certe idee non è tanto che qualche autore più intelligente degli altri ci arriva prima, semplicemente sono già nell’aria, è un mood culturale che i professionisti sanno cogliere, e allora sono in vari che in maniera indipendente sviluppano gli stessi spunti.
-magari ci mettono più tempo a decantare e a svilupparsi, anche nel senso di successo di grande pubblico: appunto la decontrazione di miti del ventesimo secolo è una cosa che si faceva già negli anni ’70, ma è diventato appeal di massa fra lo ’86 e il ’92
-alcune idee che sembrano innovative hanno già dei precedenti, ma appunto ora dovrebbe essere scontato
-“El Diablo” è dimenticato, “Gli Spietati” no, anche se facevano (quasi) le stesse cose, e ci si dovrebbe chiedere perché: non credo perché i prodotti cinematografici sono promossi meglio (all’epoca), più perché non è solo sceneggiatura e contenuto: il film di Eastwood è visivamente e cinematograficamente potente, incisivo, memorabile nelle immagini nella messa in scena, “El Diablo” è a un livello quasi amatoriale, sia di soldi per il budget, sia sul piano meramente tecnico.
Mi autorispondo solo per aggiungere: “El Diablo” ha anticipato anche i fratelli Cohen.
L’umorismo è quello, come anche mettere come protagonista un fesso, che si circonda di mezzi fessi.
La gag del protagonista che per salvare la sua bella sale sul cavallo e cade subito è degna di un film dei fratellini.
Scusate, sono un debole, non ho resistito a dirlo.
Il mood sociale in occidente (ovvero in Usa) ha virato, sembra, sul depresso/nichilista andante, e da una trentina d’anni ormai, forse perché la sbornia illusoria degli 80 ha prodotto il suo contrario, vai a sapere…se il protagonista non è almeno problematico, meglio ancora sociopatico/moralmente pessimo, oggi non interessa forse neanche più (anche una faccia pulita come Keanu Reeves è dovuto passare da Speed alla saga di un assassino prezzolato, peraltro osannato dalle folle, per dire). Avrà a che fare con un pubblico attinto dalle epidemie psichiatriche (apparentemente) in corso da quelle parti? O è un ritorno ciclico del gusto (gotico, ma anche greco-romano, poi elisabettiano, poi romantico, etc etc) per sangue, dolore e tragedia? Sto Robin a naso sembra pure il cugino di Logan del 2017, ma su questo riservo a dopo la visione.
Premetto un grazie a Mel Riggs per il commento prima di tutto in topic e che mi ha perfino dato alcune informazioni che ignoravo. Mi proteggo un attimo la faccina dai 400 calci che mi arriveranno in bocca dagli utenti incazzati perché ho ringraziato uno per aver scritto un post interessante sottintendendo che altri post sono becere cafonate… ecco fatto, mi sono protetto, ora posso continuare… aggiungo solo che in generale per quello che capisco io, la moda del “dark” è nella logica dei corsi e ricorsi e che in un’epoca (tipo la nostra, per dire) ci sono tendenze, ma non interessi univoci. Banalmente: da 20 anni se da una parte c’è la “decostruzione” crepuscolare e dark, dall’altra parte c’è una fetta della produzione Marvel che è solare, muscolare, ottimista, superficiale, manichea, quindi il contrario del crepuscolarismo.
Poi boh, alla base del discorso sull’interesse, io resto sempre dell’idea che il grande pubblico nei film cerca fondamentalmente l’azione e il sangue. Come tendenza generale almeno.
Ahahahahahahahah…
Intervento interessante comunque, come sempre.
Minchia bro, me l’hai venduto malissimo. Magari salto
Visto nn mi è dispiaciuto, il finale invece è la parte che mi è piaciuta di più…
Che palle ste robe, cazzo mene di robin preso male, anzi cazzo mene di tutti i fighi della mia infanzia presi male, da luke skywalker sull’isola a xavier in demenza senile, io li voglio vedere si rivisitati ma sempre spaccare i culi. Comunque basta non guardare e suca
Tutte le volte che si parla di “Western che celebra la fine del Western” io penso a “Il mio nome è Nessuno” e a quanti insegnamenti mi ha elargito.
Che filmone.
Lo vidi da bambino e mi deluse tantissimo, ma ancora non sapevo come funzionava la distribuzione italiana.
C’è Terence Hill, quindi montiamo uno spot televisivo e disegnamo un cartellone che lo faccia sembrare Trinità 3.
(Scenario che si ripeterà spesso nella storia… mi viene in mente The Cable Guy con Jim Carrey)
Rivisto più cresciutello e rivalutato tantissimo. Gran film sul declino del West e dei Western. E ben… (controlla date su Wiki) 19 anni prima de Gli Spietati.
TI GIURO! Ci stavo pensando ieri! Dopo aver letto la rece!
“Il mio nome è Nessuno” è uno dei migliori esempi di celebrazione e rappresentazione della fine! Uno che indicherei come modello per gli altri!
Non foss’altro perché almeno dà un presagio del mondo nuovo che inizia: la violenza si è organizzata! Non è più tempo per i romantici.
L’ho visto al cinema e gli squali sono fatti col culo, mi spiace per Nolan ma Alien non fa per lui..
È previsto che si vedano degli squali nel vostro film su Robin Hood?
Watchmen, V per Vendetta, The Dark Knight Returns, ed anche altre che ora non mi vengono, sono comunque storie per loro natura “non proseguibili” – non tanto perché autoconclusive, in fondo un sequel puoi sempre inventartelo, ma nel senso che, in linea di massima, ciascuna di esse ha detto quel che doveva, nel proprio universo, ed anche con particolare ampiezza di temi, per cui lo specifico viaggio dell’autore, lí, è terminato – che non impedisce di continuare a realizzare altro, o anche tornare sul personaggio, come Miller, che su Batman però non ci ha più tanto preso. Il Punisher di Ennis a me per lo più piacque, a storie alterne diciamo, mi sembra anche (opinione strettamente personale, no trolling) il modo più maturo, artisticamente, di rendere un personaggio che è intrinsecamente, e per sua natura, “ripugnante”. In questo mi sembra molto onesto intellettualmente – come anche il Joker di Azzarello, per dire.
Era in prosecuzione a GGJJ…
Detto così sembra ispirato a La vera storia della banda Hood di Wu Ming 4