Gentile pubblico, vi mostrerò ora delle diapositive: vi invito a prestare attenzione ai dettagli.
Cominciamo da Watcher:

Proseguiamo con Longlegs:

Continuiamo con La mano sulla culla, con sorriso affilato appena accennato:

E concludiamo con il film di cui parleremo oggi, In Cold Light – Luce Fredda:

Notate somiglianze? Bravi: le immagini provano che l’attrice qui raffigurata, Maika Monroe, è nel pieno della fase contrita della sua carriera.
Mandibola serrata, labbra leggermente sporgenti, sguardo tra il vacuo e il traumatizzato: la contrizione è la sua chiave di volta nel mestiere – più che un type casting, possiamo parlare di frown casting, addirittura di una costrizione contrattuale alla contrizione.
In questa recensione, vi illustreremo come questa specifica scelta interpretativa e la sua relativa ma chirurgica modulazione abbia consentito all’attrice di portarsi a casa un film piuttosto trascurabile come questo thriller canadese low-budget intitolato In Cold Light.
Bando alle ciance, SIGLA!
Ava (Maika Monroe) esce di prigione dopo essere stata arrestata per spaccio. Un secondo prima di rimettere piede nella civiltà, la ragazza ha un attacco di panico. Una volta fuori, il gemello Tom la sistema in un appartamento e le trova un posto di lavoro nell’attività di rodeo di famiglia, guidata dal padre sordo (Troy Kotsur), che la incolpa per la morte della madre e la disprezza per la sua vita di espedienti, preferendole il fratello, che uno stinco di santo non è pe’ nniente.
Ana non ha alcun vero interesse a redimersi – la vita lontano dalle sbarre una condanna peggiore del carcere. Ava vuole rientrare nell’organizzazione di spaccio che aveva fondato e che ora è in mano a Tom. Questa porta si chiude subito: il fratello le viene ammazzato davanti a sangue freddo da una gang rivale. La polizia – che con la gang rivale è in combutta – la incastra e lei si deve dare alla fuga. Sembra l’inizio di una sofferta storia di vendetta e/o redenzione. Tranquilli: lo svolgimento lo si annusa, ma il posto in cui atterra è più doloroso di quanto sembri.

C’è un particolare genere di film cuciti addosso a un interprete. Non intendo solo scritti per un attore/attrice o magari anche concepiti su misura per le loro abilità o per metterli in rotta di collisione con un Oscar. Intendo quelli realizzati con l’intento preciso di dare credibilità a un performer, di affermare delle skill al loro curriculum.
La storia del cinema è piena di questi casi, dai più alti come Monster per Charlize Theron, passando quasi tutti i film di Aronofsky, fino a Madonna in Travolti dal destino o a Melania.
In Cold Light è il “film cucito addosso a un’interprete” di Maika Monroe. Maika è una che ha sfondato lo schermo con It Follows e da lì ha passato un po’ un purgatorio prima di arrivare a Longlegs. Questo film, girato pochi mesi dopo il film di Perkins ma uscito quasi tre anni dopo, la vede spremere al massimo quel vocabolario, ma con una nota più disperata e ottusa. Meno PTSD e soffocata di Longlegs, meno sadica e autodistruttiva della cieca vendetta de La Mano sulla Culla, meno bisognosa e frustrata della reclusa sentimental-sessuale che interpreta in 100 Nights of Hero.
Tutto questo per darvi l’idea di quanto sia versatile una contritura da contratto.

Maika Monroe è una delle quattro cose che funzionano in un film che non ha niente di necessariamente sbagliato, ma pochissimo di ineluttabilmente corretto.
Le altre, prese una per una (ma sappiate che nessuna vi conquisterà abbastanza da giustificare i comunque sostenibili 90 minuti): Troy Kotsur, la fotografia e i la politica no-fronzoli della scrittura dritta, con fronzoli minimi e tutte le ellissi al posto giusto, il finale.
Di Troy Kotsur ci sono piccole tracce e tutte magnetiche, specie quando si trasforma in protagonista occulto di una delle scene più tese mai ambientate in un diner, anche merito di un uso ispirato della lingua dei segni.
Della fotografia ci dice tutto il titolo: glaciale, capace di amplificare i momenti più ispirati e graffiare quelli più claustrofobici – tanto impietosa da costringere a stringere gli occhi. Purtroppo la scrittura, quando si tratta di costruire una trama attorno a un personaggio, ci costringe poi a chiuderli.

Il paradosso è palese: il beneficio di avere una protagonista così impermeabile a nozze con una narrazione estremamente ellittica viene annacquato da uno svolgimento piuttosto prevedibile. Metà del film corteggia il moralismo più spiccio a ogni angolo, l’altra metà innesta l’inevitabile marcia verso il finale passando per il cliché del boss nemico di disarmante normalità (Helen Hunt in pieno female Gus Fring mode). E poi, appunto, un finale rotondo, che dice più su Ava di tutto il farraginoso secondo atto, e proprio grazie alla performance di Maika Monroe, misurata ai limiti dell’anally retentive.

È fantastico che una produzione indipendente tutto sommato locale (il film è canadese) approfitti di tre talenti di peso (Monroe, Kotsur e Hunt) per guadagnarsi peso e uscire dai propri confini. È altrettanto interessante che un’attrice utilizzi un’occasione del genere per cucirsi addosso un sizzle reel (è pure produttrice esecutiva, d’altronde). Il problema è quando c’è un pubblico che si vorrebbe godere il risultato – e chi guarda desidererebbe almeno un po’ di solletico ai neuroni.
Il dubbio è se il limite stia nell’operazione in sè o nell’acerbità di troppi dei suoi singoli elementi: forse, con uno script meno monouso e più sicuro sui punti di forza in cui investire, il resto avrebbe funzionato meglio.
Frown-quote:
“L’aggiunta al CV più costosa di tutti i tempi”
Dredd Astaire, i400calci.com




@Dredd, non hai però citato un’altro film in cui Maika fa Maika, e che per me è una discreta bombetta: God is a Bullet.
Maika la stalker… ehm, la seguo con interesse sui social, dove ogni tot pubblica foto di lei fighissima e mezzanudissima con le sue amiche tutte fighissime e mezzenudissime in una qualche esoticissima (e fighissima) parte del mondo. Non sembra particolarmente contrita. Secondo me si coltiva con serenità la sua carriera da reginetta dei budget di basso profilo, con uno ogni cinque che magari è anche carino.