
In tutte le compagnie di amici c’è sempre quello che, nel momento clou di un film, quando ci si sta divertendo e c’è proprio una bella atmosfera, deve rovinare la festa facendo presente a tutti che “questa parte è problematica”.
Ce l’avete presente?
Se siete amici miei ce l’avete presente di sicuro: quella persona sono io.
Se siete amici di Jane Schoenbrun, quella persona si chiama Kris Williams e fa la regista. Kris ha ottenuto una certa notorietà col suo film d’esordio, forse vi è capitato di vederlo a qualche festivalino, un horror indie e low budget molto meta, molto cerebrale (qualcuno direbbe elevated, ma non io), che a ben guardare è sostanzialmente un remake di Psycho dal punto di vista della tenda della doccia (ma solo il terzo atto, tiene a precisare Kris). Non ci è diventata ricca, ma l’ha messa sui radar della Hollywood che conta e, come accade puntualmente in questi casi, un grosso studio le ha messo gli occhi addosso, affidandole il reboot di una IP di successo degli anni 80, il famigerato Camp Miasma.

Ora, non intendo offendervi spiegandovi cosa sia Camp Miasma – è veramente l’ABC del cinema horror, una tappa obbligatoria e inevitabile per chiunque sia cresciuto a pane e slasher. Sta lì, nell’olimpo dei grandi insieme a Nightmare e Halloween; centinaia, se non migliaia di pagine sono state scritte sull’argomento, critici più esperti e più autorevoli di me l’hanno analizzato in lungo e in largo, quindi cercherò di essere il più sintetico possibile: caposaldo del sottogenere “carneficina al campo estivo” a pari merito con Venerdì 13, Camp Miasma è la fortunatissima saga cinematografica che ha come protagonista Little Death, l’iconico serial killer con la tuta da imbianchino e una vecchia ventola dell’aria condizionata al posto della testa, che uccide le sue vittime trafiggendole con un arpione. Il titolo viene ovviamente dal luogo in cui sono ambientati i primi capitoli della saga, il campeggio dove Little Death semina il panico e fa strage di adolescenti arrapati, ma nel corso degli anni il franchise ha conosciuto mille declinazioni, più o meno ispirate, più o meno centrate, spostandosi in luoghi e tempi diversi (il mio capitolo preferito? Non ho dubbi, il prequel in costume Medieval Miasma, ma sono convinto che anche Miasma 3000, quello ambientato nello spazio, vada rivalutato e che non meriti tutta la merda che si è preso negli anni) e scavallando poi in media diversi come giochi da tavola, videogiochi, addirittura album musicali.

Ma è inutile nascondersi dietro un dito, il motivo per cui Camp Miasma è famoso oggi sono i sottotesti omofobici e transfobici che permeano l’opera, a partire dalle controverse origini del suo personaggio-simbolo: voglio dire, un bambino, figlio di “due ermafroditi fuggiti da un ospedale psichiatrico”, diventato un maniaco omicida perché cresciuto dai genitori per essere sia un maschio che una femmina? Gesù Cristo, non so da dove cominciare su quanto sia sbagliata e offensiva questa cosa. La tradizione di codificare come queer gli assassini degli slasher è vecchia quanto gli slasher, ma qui siamo in un altro campionato. Roba del genere era di cattivo gusto nel 1980, quando è uscito il film, oggi è (giustamente) improponibile.
Non è un caso, dunque, che Kris Williams sia una persona queer: chi meglio di una regista cis ma vicina al mondo LGBTQ+, politicamente impegnata, attenta alle battaglie e ai temi cari alla comunità trans, per dimostrare la buona fede dello studio, fare un po’ di sano rainbow washing nel mese del Pride e incassare un mucchio di paperdollari su una proprietà che fino alla settimana scorsa era radioattiva? Non sarebbe del resto la prima volta che il mondo queer prende qualcosa di platealmente omofobo e lo “rivaluta”, se ne appropria rileggendolo come un simbolo di rivalsa per l’intera categoria. Se ha funzionato con Leatherface, può funzionare con Little Death.
Aiuta il fatto che Williams sia dichiaratamente una fan sfegatata della saga: non ci è dato sapere che compenso abbia negoziato la sua agente con lo studio, ma sono pronto a scommettere che l’avrebbe fatto anche gratis.

A oggi, tuttavia, non abbiamo news né su quel progetto, né (particolare un po’ inquietante) su Kris Williams.
L’ultima cosa che sappiamo sul suo conto è che questo inverno era diretta a Camp Tivoli, nel Pacific Northwest vicino al confine col Canada, il vero campeggio usato come location di Camp Miasma, per incontrare Billy Presley, la final girl originale che dopo il primo film ha abbandonato completamente le scene, non appare in pubblico né rilascia interviste e per quello che ne sappiamo vive da decenni come una reclusa in perfetto stile Norma Desmond di Viale del tramonto.

Da quello che siamo riusciti capire mettendo insieme tweet, leak, voci di corridoio e fonti non verificabili, Williams si era messa in testa di realizzare una sorta di mattissimo legacy sequel, una roba ancora una volta tutta meta e cervellotica, che avrebbe ampliato la lore di Little Death e ribaltato tutto quello che credevamo di sapere sulla saga, mostrandocela dal punto di vista del cattivo. E in cui Presley – una donna sulla 60ina che non recita da decenni e non ha neanche una pagina su Wikipedia – sarebbe tornata a vestire i panni della protagonista.
Facile parlare senza aver visto il risultato finale, ma non c’è da stupirsi se, come pare di capire, lo studio ha staccato la spina senza pensarci due volte e ricacciato la IP nel congelatore. Se l’intenzione era quella di fare tanti soldi con il minimo sforzo, il pitch di Williams andava nella direzione più contraria possibile: un film complesso, autoreferenziale, tutto attorcigliato su sé stesso, per soli impallinati e addetti ai lavori. Pochi l’avrebbero capito e ad ancora meno sarebbe piaciuto.
Io, probabilmente, l’avrei adorato.

Ok, usciamo un attimo dalla quarta parete.
I più svegli di voi l’avranno probabilmente già intuito, ma lo chiarisco a beneficio di tutti i Fabrizi (Fabrizii?) in ascolto: Camp Miasma non esiste davvero. Non esiste come campeggio e non esiste un franchise horror con questo nome. Esiste invece un film che si chiama Teenage Sex and Death at Camp Miasma (in Italia Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte: formalmente corretto, ma un po’ anticlimatico), la cui recensione sarebbe potuta tranquillamente essere “Jane Schoenbrun is at it again!” senza bisogno di elaborare ulteriormente. Ma che volete farci, sono un tipo loquace.
Oltre al talento dietro la macchina da presa e i gusti impeccabili, colpisce di Jane Schoenbrun l’assoluta coerenza con cui sta portando avanti un discorso estremamente preciso e personale sui corpi e sugli schermi. Il suo film d’esordio, We’re All Going to the World’s Fair era uno strambo screenlife movie sull’esperienza di passare gli anni dell’adolescenza cronicamente online, tra vlog, challenge e creepypasta. Quello che per me oggi resta il suo capolavoro, I Saw the TV Glow, è un angosciante horror esistenziale sullo scoprire, grazie a una serie tv, che come sei dentro e come appari fuori sono due cose che non necessariamente coincidono. Teenage Sex and Death at Camp Miasma è un esilarante, ma anche toccantissimo meta-slasher che riflette sul rapporto tra sesso e morte (duh), ma anche tra sguardo e azione, desiderio e trauma, realtà e finzione, attrice e regista, vittima e carnefice, soggetto osservante e oggetto osservato, essere arrapate e correre per la propria vita.

Come i precedenti due, è un film sulle ossessioni contratte negli anni della formazione, ma che fa quel passetto in più raccontandoci di come queste ossessioni possano rivelarsi l’anticamera di un risveglio sessuale del tutto inaspettato. Ed è un film in cui si parla tanto di nostalgia, che in questo caso sbrodola nella retromania e nella feticizzazione della cultura pop, e quindi, ancora una volta, del nostro rapporto coi media. Se per World’s Fair Schoenbrun aveva inventato una horror challenge con le sue regole e la sua lore, e in TV Glow un’intera serie televisiva – The Pink Opaque – con una trama, una sigla, attori e autori e di cui aveva addirittura filmato qualche scena, con Camp Miasma lo sforzo aumenta esponenzialmente: Schoenbrun ha immaginato un intero franchise cinematografico, fatto di film con titoli, locandine e trame, alcuni più riusciti e altri meno, film che sono esistiti e hanno contribuito alla storia del Cinema, hanno avuto un impatto, un riscontro di critica e di botteghino, e generato abbastanza memorabilia da riempirci un museo. Sopratutto, ha girato — naturalmente con lo stile, l’estetica, le ingenuità e le limitazioni del genere — intere porzioni del film “finto”, che occupano il blocco centrale e più importante del film “vero”.

Non ultimo, Camp Miasma è una spassosa parodia di Hollywood e dei suoi meccanismi più cialtroni. Non faccio alcuna fatica, per esempio, a immaginare che dopo il successo di I Saw the TV Glow, Schoenbrun abbia ricevuto reali offerte, da reali loschi burocrati di Hollywood, di dirigere un reboot di Sleepaway Camp o una serie su Venerdì 13. E che girare Teenage Sex and Death at Camp Miasma sia stato più facile che rispondergli “fidatevi, non la volete veramente la mia versione di Sleepaway Camp”.
Forse sto solo proiettando, ma è pacifico che il cinema di Schoenbrun sia estremamente autobiografico e con un focus, come accennavo prima, assolutamente non celato sul tema dell’identità sessuale. Non è per niente esagerato dire che la sua filmografia sia andata finora di pari passo col suo percorso di affermazione di genere: World’s Fair parlava del desiderio di esistere al di là del proprio corpo (cioè online); TV Glow della scoperta di non abitare il corpo giusto (cioè quello di Buffy); la logica evoluzione di questo discorso è un film, Camp Miasma, sul prendere finalmente confidenza con il proprio corpo e, dopo aver passato anni a ossessionarci su cosa ci repelle, concentrarci finalmente su cosa ci piace (Michael Myers) – anche quando ciò che ci piace non è particolarmente conveniente o rispettabile (qualcuno direbbe politicamente corretto, ma non io).

L’horror, si sa, è il genere che più di qualunque altro parla di sesso senza essere esplicitamente sessuale, eccetto quando è anche esplicitamente sessuale e Schoenbrun prende questa cosa e porta il volume a 11 per il nostro e il suo divertimento: il killer si chiama Little Death, santo cielo, la petite mort, come lo stordimento post-orgasmico! Uccide le sue vittime penetrandole con un oggetto lungo duro e appuntito e ogni omicidio è coronato da un’eruzione, praticamente un bukkake, di sangue di proporzioni grottesche. Amo quando le metafore sono così sofisticate che solo chi come me ha dedicato la vita a studiare i codici del cinema è in grado di decifrarle.
E solo in questo contesto, in cui una versione del sesso distorta ed esagerata permea ogni cosa, le due protagoniste possono esplorare la propria di sessualità: Billy rivela il trauma di una violenza subita sul set del film e come è stata in grado di elaborarla, e Kris viene finalmente a patti con la dicotomia, apparentemente inconciliabile, tra ciò che la eccita e ciò che a livello intellettuale ritiene essere politicamente e culturalmente accettabile. Il rapporto di entrambe col piacere si può riassumere perfettamente con le parole della mia poetessa preferita Laura Jane Grace, I’m having a hard time having a fun time.
“Now if it gets too real you can always turn it off” è invece lo slogan dell’edizione home video di Camp Miasma (la stessa scritta capeggia anche sulla facciata del capannone dove Billy espone le sue opere d’arte, inquietantemente tutte ispirate da Little Death), un mantra che ricorda il principio della safe-word in una dinamica di roleplay o in un rapporto bdsm: la parola magica che pone insindacabilmente fine ai giochi nel momento in cui quello che si sta facendo diventa un po’ troppo per una delle parti coinvolte (e a ben vedere sarebbe una valida linea guida in qualsiasi tipo di rapporto, professionale per primo, ma mi sa che sto di nuovo proiettando). Per Schoenbrun, significa che nella finzione cinematografica siamo liberi e al sicuro, possiamo mettere in scena fantasie inconfessabili senza giudizi, vergogna o sensi di colpa, sapendo che tanto non si fa male nessuno, perché è, appunto, finzione e può essere interrotta in qualsiasi momento.
Fa sorridere che questi bellissimi discorsi su liberazione sessuale, accettazione e autoassoluzione abbiano luogo sul terreno di gioco dell’horror, che sappiamo essere in realtà, e lo slasher in particolare, il genere cinematografico con le idee più balorde – o almeno un dignitoso secondo posto dopo i film cristiani: bacchettone, misogino, e sopra ogni altra cosa conformista. L’horror sessualizza i corpi e poi li punisce per essere sessuali; premia la purezza, ma solo dopo essersi sollazzato con l’idea che possa essere violata; estetizza la violenza; chi non è bianco muore per primo; l’assassino è sempre un emarginato, confermando che la comunità faceva bene a emarginarlo. Se la cancel culture esistesse davvero, questi film sarebbero fuorilegge, invece è il 2026 e sono ancora qui, alla portata di tutti, con noi che continuiamo a vederli e a divertirci come matti sapendo quanto sono scemi e indifendibili.
Certo, negli anni molti di questi questi principi sono stati messi sempre più spesso in discussione, passati al microscopio, derisi e ribaltati: Scream, The Cabin in the Woods, It Follows, eccetera eccetera. Il problema è che non è più sufficiente. Non ha alcun senso, oggi, guardare in macchina e dire lol se c’è un assassino a piede libero non bisogna scopare — la ribellione a quelle regole è stata riassorbita e addomesticata dal sistema, diventando una regola essa stessa, ed è così che accade che la tua agente ti chiama per chiederti se ti va di girare un “remake woke” di Venerdì 13.

È necessario un approccio diverso per essere veramente “controcorrente”, qualcosa di davvero nuovo, rivoluzionario, e che preferibilmente non sia campionabile e riproducibile in serie. La strada che sceglie Schoenbrun è di non cambiare le regole, ma cambiare il punto di vista. Ipotizza una immedesimazione totale tra vittima e carnefice (e l’immedesimazione dello spettatore con entrambi) in cui i punti di vista dell’una e dell’altra si scambiano di continuo fino a sovrapporsi. È davvero “nuovo e rivoluzionario”? Questo non lo so, ma quando il risultato è una sequenza come quella del massacro a metà film, la carneficina sulle note – di tutte le scelte possibili – di A Long December dei Counting Crows, che riesce ad essere contemporaneamente esilarante, toccante, liberatoria e stranamente sessuale… beh, io alzo le mani e firmo un assegno in bianco perché Schoenbrun possa continuare a fare tutto il cazzo che vuole per sempre.
Camp Miasma non “riabilita” la figura del killer attraverso una origin story strappalacrime che ci faccia dire beh dai anche lui ha i suoi motivi e in fondo ha sofferto tanto. Non c’è alcun interesse a redimerlo suscitando empatia, il killer è quello che è: è cattivo ed è sexy, e va bene così, le due cose possono tranquillissimamente convivere perché stiamo parlando di un dannatissimo film.

Tutto questo non sarebbe possibile innanzitutto senza un camerawork pieno di idee creative e ingegnosissime (ehi, l’abbiamo detto che la testa di Little Death è una ventola dell’aria condizionata, ma sembra anche una vecchia cinepresa?), un reparto scenografie che ha fatto veri e propri miracoli (i fondali innevati di Camp Tivoli sono dipinti, prendendo spunto dalla lezione del Dracula di Coppola) e ovviamente le interpretazioni fenomenali di Hannah Einbinder e Gillian Anderson.

Einbinder è patetica e irresistibile nel ruolo di Kris, parodia precisa e spietata dell’unico Gen Z che abbiate mai incontrato, con tanto di nome gender neutral, equilibrio tra lavoro e vita privata inesistente e relazione poliamorosa insoddisfacente tutto incluso. Anderson è perfettamente a suo agio nel ruolo della diva d’altri tempi (non sfugge l’ironia del fatto che quegli “altri tempi” fossero i fosforescenti anni 80, e non l’epoca del muto come il suo abbigliamento lascia immaginare; e che non esistono “dive dello slasher”, ma solo scream queen di cui l’industria si è dimenticata nel momento in cui hanno smesso di essere giovani), la femme fatale un po’ matta, e i fan di Hannibal (io) avranno piacere di constatare che Billy Presley è praticamente una variazione sul tema del personaggio di Bedelia Du Maurier nella serie di Bryan Fuller.
Che entrambe fossero brave già lo sapevamo – una è un talento consolidato da 30 anni passati a fare della grandissima televisione, l’altra una star in ascesa di cui non posso che consigliarvi, se per assurdo non l’avete ancora vista, l’ottima serie tv Hacks. Ma insieme danno vita a qualcosa che è più della somma delle sue parti: se la storia d’amore tra Kris e Billy non solo è credibile, ma qualcosa per cui fare il tifo, è merito di una chimica e una tensione sessuale tra le due fuori scala, una roba che se domani leggo che si sono sposate in segreto sul set non ho alcun problema a crederci.
Menzione d’onore Jack Haven, che avevamo già incontrato in I Saw the TV Glow, nei panni (e senza panni!) di Little Death: secondo me è la persona sul set che si è divertita di più.

C’è ancora un mucchio di roba che domani mi pentirò di non avere scritto, ma si è fatta una certa. Ho finito, grazie per l’attenzione. Andate a scopare o svuotare un secchiello di caramelle gommose.
Blu-ray quote:
“I Saw the Theater Fuck”
Quantum Tarantino, i400calci.com





Leggere questa recensione è stato come ricevere in faccia un bukkake di woke, adesso mi devo dare una ripulita. Scherzi a parte, sono *contentissimo* che finalmente Schoenbrun abbia fatto un film divertente, perché I saw the tv glow mi aveva depresso come nient’altro al mondo: un film cupo e nero da cui ho fatto fatica a riprendermi.
non barare, se il bukkake era woke ti ha prima chiesto il consenso.
ma a parte questo sono d’accordo, per me I Saw the TV Glow rimane migliore ma col cazzo che lo riguarderò, mentre per camp miasma trnerei allegramente al cinema anche stasera
(ma infatti mica ho detto che l’ha fatto senza il mio consenso :P )
Non guardo un film horror da almeno trent’anni, e questo non cambierà le cose, se non altro perché non potrà mai essere all’altezza di questa recensione. Chapeau.
♥
Tutti i film di Schoenbrun, questo compreso, vengono pubblicizzati come horror ma alla fine non lo sono; c’è in teoria grande amore per i classici del genere ma poi prende un’altra strada e mi sembrano film molto più divertenti come esercizio intellettuale che per l’esperienza di visione in sè. Anche in questo caso il limite per me è che sembrava più interessante il film che kris descrive che quello che stavo vedendo io, dove per un’ora buona si è parlato dei temi affrontati come se fosse un articolo accademico sugli slasher adattato in forma teatrale. Però alla sequenza finale mi sono arreso pure io, quindi boh. Sul lato artistico e attoriale però quantum ci ha preso, tanta roba eccetto gli effettazzi in cgi che cozzano parecchio con l’estetica anni ’80
è tutto vero, i film di Schoenbrun su questo sito sono più eccezioni meritevoli. tuttavia se su TV Glow mi sono effettivamente chiesto se aveva senso coprirlo (poi sono contentisismo che l’abbiamo fatto), con Camp Miasma non ho avuto dubbi. anche se non è un horror nel senso più classico ne condivide in modo così autentico la grammatica che non puoi ignorarlo
Ripensando alla visione di TV glow mi trovo d’accordo al 200% con la tua affermazione
“sembrano film molto più divertenti come esercizio intellettuale che per l’esperienza di visione in sè”
Ho voluto benissimo a TV glow perché per ambientazioni è reference mi ha parlato tantissimo però più vedevo il film e più pensavo che io avrei voluto vedere tantissimo the Pink Opal e non la storia meta che ci stava intorno.
“le parole della mia poetessa preferita Laura Jane Grace, I’m having a hard time having a fun time.”
“Il cinema, in questa scena, è stato interpretato dal cinema Beltrade di Milano”
Non ti conosco, Quantum, ma ti voglio bene
♥ (magari invece mi conosci e dal vivo mi odi, non si può mai sapere!)
Di horror che hanno decostruito il genere horror se ne sono già visti molti, dai primi Scream a Quella Casa nel Bosco, con la differenza fondamentale che a differenza di questo oltre a decostruire erano anche dei bei film in sé
Prima o poi farò pace con questa cosa, ma mi è piaciuta moltissimo di più questa recensione (con cui sono d’accordo al 100%) del film. Purtroppo mi ha fatto un cazzo così. E dico purtroppo perchè intellettualmente ha tutto quello che potrei amare. Non è andata così e passerò i prossimi mesi a cercare di capire se è colpa mia o del film.
Visto al cinema qualche giorno fa. Sicuramente non mi ha annoiato e la scena video musicale del massacro è stata goduriosa (tant’è che ho pensato che se la Schoenbrun fosse vissuta in piena era MTV sarebbe stata tra i migliori registi di videoclip di sempre). Il problema che c’è tra me e il film è che questo parla di robe di cui francamente non me ne frega un cazzo; sia la parte del “o mio dio mi piacciono le cose maleducate sono una brutta persona” ma soprattutto la critica ad Hollywood (fatta dalla stessa Hollywood) la trovo abbastanza autoreferenziale da essere fastidiosa, che poi non c’è stato nemmeno il coraggio di rompere qualche regola hollywoodiana: per esempio non conoscevo la Einbinder, ma appena l’ho vista ho pensato “questa adesso la fanno vedere cessa, poi sicuro si scopre che è una turbofregna” e incredibile ma vero succede proprio questo, forse un’attrice meno appariscente avrebbe fittato di più col personaggio.
La finta serie di film Camp Miasma l’ho poi trovata poco credibile: sì, ok, quei film erano misogeni e tutto, ma a parte che gli spezzoni del film sembravano presi da puntate scartate di Stranger Things, le scene misogene/transfobiche le ho trovate forzatissime e per nulla genuine; consiglierei alla Schoenbrun di guardarsi Tammy e il T-Rex per capire cosa intendo. Citando Backrooms: “è come chiedere di far girare uno slasher movie a uno che non ne ha mai visto uno e glielo hai soltanto raccontato”.
Capisco comunque che Camp Miasma sia un film molto personale e probabilmente che quelli siano i problemi della Schoenbrun; è che forse questi suoi problemi sono meno interessanti di quanto lei creda.
Bella rece, mi hai invogliato a vederlo. L’avevo già mezzo cassato dopo quello che ho letto qua e là (che Jaeger qui sopra ha riassunto magnificamente), ma Quantum è Quantum, quindi mi fido.
Unica nota: non sono d’accordo su Hacks: ci prova a essere “Bret-Easton-Ellis-iana”, ma boh, mi ci sono annoiato a morte. Ho fatto davvero fatica ad arrivare alla fine.
bret easton ellis e hacks?
tell me more, perché è un’associazione che mai in 5 stagioni mi è venuto in mente di fare.
poi legittimo che non ti sia piaciuta, mica deve piacere a tutti, ma non ho proprio capito la critica
Hahahaa! Sono un cretino… il mio cervello ha letto Shards. E l’ho pure riscritto nel commento.
Maledetto debito di sonno.
Quindi niente, sono sicuro che Hacks (che non ho visto) sia fichissima pur non essendo Ellis-iana.
AHAHAHAHAH la risoluzione di certi misteri è spesso la più semplice
Non ho capito niente, ma va bene lo stesso