Mai sottovalutare Hollywood.
Io credevo di aver raggiunto il massimo dell’assurdità quando avevo recensito Ti uccideranno e Finché morte non ci separi 2, due film che mi ci è voluto un paragrafo di mille battute per elencare tutte le coincidenze strutturali, incluse le scelte di cast, come se fosse lo stesso treatment rielaborato da persone diverse, e che uscivano a due settimane di distanza.
Riuscirà Hollywood a fare peggio di così, mi chiedevo?
“Hold my beer”, ha risposto Hollywood, parlando come i meme di sette anni fa: eccoli proporre, stavolta ad appena una settimana di distanza tra di loro, due film con lo stesso cazzo di titolo. Ed entrambi con protagonista un attore minore dalla saga di Fast & Furious.
Uno è uscito su Prime e ha per protagonista Gal Gadot; l’altro è uscito in sala in US/UK e ha per protagonista Alan Ritchson (che oltre a essere Jack Reacher stava anche in Fast X, nel caso non ve lo ricordaste).
Uno si chiama Runner.
L’altro, per essere precisi, si chiama The Runner.
Ma mettiamo le cose in chiaro: io ora copioincollo chi si chiama cosa e vedo di non sbagliarmi, così ce l’avete scritto giusto per vostra comodità, ma non c’è verso che me lo ricordi a recensione finita. È evidente che a Hollywood qualche giovane scettico voleva rimettere in discussione le basi del mestiere. E per carità, è sano essere scettici! Non fidatevi delle “convenzioni”! Rimettete tutto in discussione e verificate di persona! E chissenefrega se fate una roboante figura demmerda con un errore strategico elementare, io sono quello che vi ispira ad essere voi stessi con l’ottimismo, mica quello che rischia il posto se fate una cazzata.
SIGLA!
Prima di iniziare, due rapide parole su cos’hanno in comune questi due film a parte il titolo e il franchise in comune tra i due protagonisti.
Ad esempio: una corsa contro il tempo. Fin qua è abbastanza ovvio: fai un film su gente che corre, che senso ha che se la prendano comoda? In entrambi i film, i protagonisti hanno una scadenza impellente che verrà messa a dura prova se no qualcuno muore.
Poi: entrambi i film hanno uno script stupidissimo, ma su questo mi ci dilungo dopo.
Infine: entrambi i film sono ambientati e girati fuori dagli Stati Uniti d’America. The Runner è tecnicamente un film inglese, anche se la protagonista è un’israeliana diventata famosa per aver fatto Wonder Woman, ed è girato a Londra; Runner, pur avendo come protagonisti gli americanissimi Alan Ritchson e Owen Wilson, è ambientato e girato a Melbourne. Nessuno dei due ha esigenze di trama particolari per spiegare la loro non americanità ma – dopo il caso clamoroso dell’ultimo Spider-Man che è un’ode a New York girata a Glasgow – evidenziano abbastanza forte ancora una volta come girare film in USA oggi sia costoso e sconveniente.
Comunque, cominciamo:

THE RUNNER (quello con l’articolo determinativo, e con Gal Gadot)
Ah, uno dei miei sottogeneri preferiti: il “ma perché diavolo una grossa organizzazione criminale dovrebbe affidare una parte cruciale del proprio piano a una persona qualunque”. È super-chiaro perché, a livello di metafora, uno spettatore trovi mega-intrigante identificarsi in una persona qualunque che viene costretta da “forze superiori” a fare qualcosa che non vuole fare, e pure in fretta, e poi nel giro di circa 90 minuti passare dallo shock alla rassegnazione per sopravvivere e infine alla gloriosa e virtuosa ribellione. Sembrava un* qualunque, ma poi ce l’ha fatta vedere l*i!!! È una storia bellissima. Tranne che raramente ha senso anche dall’altra parte. Ogni santa volta sembra molto più rischioso e dispendioso sperare, convincere, ricattare, sorvegliare e accompagnare un* qualsiasi che risolversi la faccenda da soli – specie per qualcuno che ha i mezzi per convincere, ricattare, sorvegliare ecc…
Questo film risolve il problema solo in parte, e in modo poco convincente. L’organizzazione criminale in oggetto non sceglie Gal Gadot a caso, ma in quanto pubblico ministero al processo contro il loro boss: l’idea consiste nel costringerla a uccidere un testimone chiave usando un’arma di proprietà del suddetto boss… E lasciatevelo dire: come pensino che, anche in caso di successo, il tutto non risulti comunque estremamente sospettoso, non è particolarmente chiaro.
Gal Gadot è una “runner” perché corre e perché, per poter continuare a rintracciarla tramite il suo telefono hackerato, la voce che la guida (Damian Lewis) le impone di non usare la metro. Rispetto alla formula classica vengono quindi a tapparsi un paio di buchi: 1) il criminale la conosce, specie dopo averle hackerato il telefono, e ha puntato specificatamente a lei; 2) il criminale ha un piano B. Si potrebbe stare a discutere di come il piano B sia meglio del piano A, e di come il cattivo dimostri di avere i mezzi per un piano C ancora migliore, ma hey, se si voleva divertire un po’ che male c’è? È un film, è comunque destinato a perdere, tanto vale che si intrallazzi un po’. Credo però che l’idea del progetto venga da questo vecchio video virale (e non solo perché c’è effettivamente una scena identica):
A questo punto devo farvi una confessione: Gal Gadot, al di fuori delle sue posizioni politiche prevedibilmente distanti dalle mie, mi sta simpatica. È veramente la versione femminile dei classici eroi anni ‘80: un manichino dal range espressivo strettissimo, ma con una notevole presenza fisica, un cuore gigante e un’ingenuità d’altri tempi. È un incrocio fra le abilità recitative del primo Dolph Lundgren, l’animo sognatore del Christopher Reeve di Superman 4, e il curriculum elettorale di Chuck Norris. The Runner si infila esattamente nel filone che ha intrapreso dopo il successo di Wonder Woman: action semplicioni, più idealistici che ideologici, in cui un’eroina umana ma assolutamente positiva e ammirevole combatte paure attuali generiche. Questo film avrebbe potuto farlo Liam Neeson, se non fosse che a Liam Neeson oggi puoi chiedere qualsiasi cosa tranne che correre. E la cosa più bizzarra, che mi ha spinto a ricontrollare almeno tre volte, è che non l’ha diretto un mestierante arrembante come Jaume Collet-Serra, bensì addirittura il pluripremiato Kevin Macdonald – quello di L’ultimo Re di Scozia. Tra lui e Gal Gadot la voce creativa più forte la fa platealmente Gal Gadot, ma il motivo per cui siano amici è piuttosto ovvio.

Ma che vi devo dire: questa è roba di cui vado ghiotto. Mi affascina. Più di ogni altro genere deve spingerti a identificarti con le scelte emotive, e più di ogni altro genere deve sforzarsi continuamente di nascondere gli ingranaggi, cercando allo stesso tempo di rimanere un minimo ancorato alla plausibilità. E fare tutto il più possibile a ritmi travolgenti. Puntualmente, mani poco raffinate finiscono per creare scenette involontariamente esilaranti. Ogni volta è come vedere una barzelletta costruita al contrario, in cui si spera che la battuta sia sufficientemente potente dal cancellare le forzature necessarie per arrivarci, in un genere di film che deve procedere svelto e tuffarsi in questo tipo di situazioni praticamente a getto continuo.
Gal Gadot che fa il procuratore distrettuale è credibile quanto Dolph Lundgren che fa l’ingegnere biochimico– no aspettate, esempio sbagliato… ok, facciamo che non mi vado a infilare in questi terreni scivolosi. Mettiamola così: sembra il tipo di persona le cui idee “brillanti” funzionano solo perché la sceneggiatura gliele dà buone. Fa quasi sempre l’opposto della scelta più furba, a favore di tensione, ma mantenendo ogni volta l’espressione stoica di chi sta giocando una raffinata partita a scacchi con il suo scaltro ricattatore, e il modo in cui ne esce alla fine sfonda ampiamente i limiti di decenza. Nessuna delle sue interazioni con nessun personaggio del film, importante o comparsa, suona naturale, e spesso vedi le comparse stesse in difficoltà: “Non mi sta dando niente Kevin, NIENTE”, ti sembra di vedere lo scippatore sul treno lamentarsi col regista fra un take e l’altro, e il regista che gli dice di portare pazienza mentendo spudoratamente sul fatto che aggiusteranno tutto in montaggio.
Il villain di Damian Lewis, che per quasi tutto il film non viene inquadrato in fazza come se tu spettatore non avessi capito chi è leggendo i credits, passa buona parte del tempo a fare la versione del discount del Jeremy Irons di Die Hard 3: si atteggia a specie di Dio dalla superiorità non solo tecnologica e monetaria ma anche morale, quando in realtà nel contesto delle cose è poco più di uno scagnozzo. Boh, questo è il genere di roba che se fosse finita con lei che si sveglia ed era solo un incubo sul burn out e i sensi di colpa avrei addirittura apprezzato di più, e invece tutta la questione viene addirittura incorniciata come critica alla tecnologia intrusiva, roba che a confronto potremmo mandare Shelter agli Oscar. Comunque mi sono divertito un botto, e una cosa sacrosanta la fa: dura 85 minuti. Praticamente un unicorno, di questi tempi.

RUNNER (quello senza articolo determinativo, con Alan Ritchson)
Ok in realtà ho capito un piccolo trucchetto per distinguere i due film. Questo si chiama Runner, senza articolo, perché si riferisce al mestiere di runner, ovvero quello che fa le consegne. Quello con Gal Gadot invece, The Runner, ha l’articolo perché si riferisce a lei che è una che corre. Runner invece, a dirla tutta, fa quasi tutto in macchina.
Runner, praticamente, è il Transporter della sfiga: uno che invece che giacca e cravatta si veste con la stessa maglietta e camicia comprata all’Oviesse nel 2008, e uno che i pacchi che gli chiedono di consegnare li guarda eccome e non si pone manco il problema.
Comunque: si capisce già l’andazzo del film quando all’inizio ti dà a schermo la definizione di “runner”, e scrive che a volte fa consegne legali… puntini puntini… pausa a effetto… testo che compare dopo… e a volte illegali. Il resto del testo sparisce e “a volte illegali” rimane e viene persino grassettato, per poi sparire per ultimo. Insomma: basta pochissimo per capire che questo film sarà incredibilmente ancora più scemo di quello con Gal Gadot, ma che per qualche motivo è riuscito ad arrivare fino in sala.
La trama è semplice: Alan Ritchson è un ex-soldato il cui PTSD ha rovinato la vita, portato all’alcolismo e impedito di farsi una famiglia. Sta cercando di rimettersi in piedi e lavora come corriere per i pacchi più loschi. Un giorno il pacco che deve trasportare è Owen Wilson, che a sua volta trasporta un contenitore con un fegato di gruppo sanguigno raro che deve consegnare a una bambina che aspetta un trapianto – tranne che il pericolosissimo cartello della droga rappresentato da una banda di motociclisti criminali portoghesi/australiani (non fatemi domande a cui il film non risponde) vuole lo stesso organo a tutti i costi.
Ora, i problemi sono molteplici.
Il primo è che Owen Wilson interpreta un personaggio che ha zero possibilità di risultare simpatico: quello con la logorrea inarrestabile e la mitomania di se stesso. In un film comico in cui il protagonista è Owen Wilson lo puoi anche accettare; in un action con il tizio di Jack Reacher, in cui deve fare solo contrasto, si fa molta più fatica. Al minuto 7 vorresti ammazzare Owen Wilson e iscriverti al mercato nero degli spacciatori di organi, si fotta la bambina. Verso il minuto 20, dopo aver faticosamente superato una fase in cui il nervoso che ti provoca ti ha portato fino alle allucinazioni, ti rendi lentamente conto che se non fosse Owen Wilson sarebbe andata quasi sicuramente persino peggio.
Il secondo problema è che lo script è di un grezzo come raramente ho visto su grande schermo. La parte buddy è al sicuro, è impossibile da sbagliare: uno parla a raffica, quell’altro gli dice di stare zitto, ma gradualmente si affezionano anche perché si capisce che Alan Ritchson nonostante la stazza è un tenerone. Però il film ad esempio continua a staccare anche sulla madre della bambina in paranoia per la consegna, in una serie di momenti forzatissimi che dovrebbero costruire il fatto che 1) c’è un infiltrato nell’ospedale che fa la spia per i motociclisti, e 2) si vuole coinvolgere la madre della bambina nella scazzottata finale, anche se non al prezzo di scriverle un personaggio. Sono tutte scene incollate con una Vigorsol ciucciata ieri.

Sul serio: guardarsi un film come The Runner con Gal Gadot e poi, poco dopo, uno che riesce a essere persino più scemo di così, è una combo che stordisce. Runner con Alan Ritchson ha molte meno esigenze di incastrarsi in forzature. The Runner presenta un protagonista che agisce quasi controvoglia e ha mille vie di fuga continuamente a disposizione, e uno script che ogni volta deve convincerti che il cattivo ha in qualche modo sempre il controllo della situazione; Runner è solo un lungo inseguimento: scappano, si raggiungono, si menano, scappano di nuovo, ecc… ed è incredibile come riesca a incartarsi in così tanti momenti senza senso. A un certo punto, considerando che hanno un pacco da consegnare entro una scadenza strettissima e il cartello della droga alle calcagna per fermarli, Alan e Owen hanno due opzioni: potrebbero a) rubare o fermare e sequestrare al volo la prima auto che trovano, oppure b) farsi una passeggiata con calma fino alla casa dell’ex di Alan, chiederle l’auto in prestito (pur sapendo che molto facilmente finirà incidentata), sentirsi dire che l’auto è dal concessionario e devono andarla a ritirare a qualche blocco di distanza, rispondere con serenità “nessun problema”. Siccome lo script ci teneva troppo forte a farci vedere Alan davanti alla sua ex che si è rifatta una famiglia, e siccome l’idea di andare a prendere l’auto in concessionaria è un’occasione d’oro per proporci l’immagine esilarante di Alan e Owen in bicicletta, si va per la seconda opzione. In tutto questo, sappiate che Runner è anche il tipo di film che trova irresistibile che Alan abbia in auto un pappagallo che ripete “peek-a-boo” e stacca su di lui un numero sconsiderato di volte. “Senti, io avrei a disposizione un pappagallo che dice peek-a-boo che potrei noleggiarti, ti può interessare?”, disse apparentemente un tizio al regista due settimane prima delle riprese inducendolo a strappare sette pagine di sceneggiatura sul posto in preda all’entusiasmo. Anzi, ora vi dico un’altra poverata fuori scala: a un certo punto durante una sparatoria/scazzottata potrebbe partire un pezzo rock qualunque, e invece parte la scelta più ovvia e abusata degli ultimi 15 anni, ovvero Kickstart My Heart dei Mötley Crüe – tranne che no, non è manco quella, è una cover. Una cover fedele. Come nelle peggiori pubblicità dei biscotti. Non ci credo che ho visto questa roba in sala.

Ma passiamo ai lati positivi.
Innanzitutto, anche questo se la gioca fortunatamente agile e sta poco sopra i 90 minuti.
Poi, qualcuno di voi non si stupirà a scoprire che alla regia c’è il nostro amico Scott Waugh… a me Need for Speed era piaciuto, ma dopo di quello il buon Scott ha infilato una tale sequela di cazzatissime che non ho più trovato il coraggio di riguardarlo. Eppure c’è di peggio in giro, perché comunque quando si tratta di coreografare scene d’azione Scott sa il fatto suo, è un ex-stuntman e si vede, e si diverte un mondo con le inquadrature impossibili e ha ancora idee più che discrete.
E poi Alan Ritchson non è male: è grosso come un cartone animato, ma – al contrario di Gal Gadot – è anche capace di donare la giusta dose di umanità al suo personaggio. Non è chiarissimo perché prenda le decisioni giuste fin da subito nonostante tutti i dettagli loschi, ma il suo rapporto con Owen Wilson effettivamente funziona. Potrebbe puntare a roba migliore di così (e presto vi parleremo anche di Motor City). Owen Wilson invece dà sfoggio a tutta la sua professionalità e al suo rilassato carisma naturale, ma si vede che si tratta di puro senso del dovere. Alla fine comunque i 90 minuti volano, e speriamo che per Alan questo sia soltanto un esercizietto in più.
IN CONCLUSIONE
Forse è un bene che certa roba si ostacoli a vicenda.
Poster-quote:
“Correte altrove. A gambe levate.”
Nanni Cobretti, i400calci.com
SCENA POST-CREDIT
CE N’È UN ALTRO





Credo che il film più idiota su gente normale tirata dentro in cose più grandi di sè, per me è stato “the commuter”. Fui costretto a vederlo…sono film che puzzano di vaccata fin dalla locandina.
I miei momenti preferiti di the runner sono: 1) Gal Gadot che corre più veloce del treno e 2) Gal Gadot che confessa (credo) l’omicidio del padre dicendo “quando sono scesa quella notte era davanti al frigorifero e stava bevendo il latte direttamente dal cartone…” A questo punto fa una lunghissima pausa e per un attimo ho pensato che l’avesse ucciso per quello. Purtroppo no, lo ha fatto perché picchiava sua madre.
Film su gente normale tirata dentro piani criminali: ho un bel ricordo di Cellular, con un quasi esordiente Chris Evans e una Kim Basinger prof di scienze da non far arrabbiare.
Ma per quale motivo dopo “Fury Road” c’è ancora gente convinta che devi raccontare di due su una brum brum inseguiti da altri cento su varie brum brum che li vogliono ammazzare FACENDOLI PARLARE?
E’ come se dopo The Raid la gente girasse film in cui hai la scalinata di MontMartre, le balaustre della scalinata di MontMartre, cento tizi da sfondare sulla scalinata di MontMartre, ma ci arrivi dopo decine e decine di minuti di noia brutale alleviata solo da un famoso marzialista cinese che fa Zatoichi (che è un personaggio giapponese) e un famoso marzialista occidentale che fa il cosplayer di Sammo Hung (che è cinese ed è ancora vivente).
Perchè la gente continua a complicarsi la vita credendosi stocazz… ?
gal gadot….che cagnaccia incredibile…cioè trasuda cagnaggine già dai poster…il manzo da 2 quintali invece ha un suo perché…in fin dei conti se ce l’ han fatta gii statam e i momoa…magari un giorno finirà in un film almeno decente.