Al quarto progetto zombie-centrico, vi aspettereste che Yeon Sang-ho – quello di Train to Busan e Peninsula – non abbia null’altro da dire sul genere.
La buona notizia? Tutt’altro!
La cattiva notizia? Il problema non sono gli zombie… ed è sostanzialmente lo stesso dei suoi film precedenti.
Per ora… SIGLA!
Lo scienziato pazzo Seo Young-cheol (Koo Kyo-hwan) annuncia senza troppe cerimonie di voler scatenare un’arma biologica in un palazzo in piena Seoul, e si inietta il vaccino. Capiamo subito il perché seguendo la nostra eroina, la professoressa Kwon Se-jeong (Gianna Jun): questa disillusa e ostracizzata esperta di biotecnologia sta questuando un lavoro presso il CEO della Chains-Bio, che proprio in un centro congressi nel suddetto palazzo sta per presentare le sue ultime scoperte in fatto di coordinamento tra cellule e rigenerazione dei tessuti.
La donna non fa in tempo a incontrare il suo futuro datore di lavoro, che Young-cheol prende il CEO da parte, lo accusa di avergli rubato la ricerca, e gli inietta l’arma biologica nel collo. Attento lettore, lo vedo che ti si è accesa la spia: “è così che ha inizio una nuova apocalisse zombie coreana!”
Nel giro di pochi minuti, la prima ondata di infetti prende possesso del palazzo, centro commerciale compreso, efficientemente messo in quarantena dalle forze dell’ordine: la professoressa Se-jeong, la guardia di sicurezza Choi Hyun-seok con la sorella inferma Choi Hyun-hee, l’agente del controterrorismo Lee Bong-seok, la studentessa bullizzata Lee So-eun e un’altra manciata di maglie rosse sono intrappolati nel palazzo con gli zombie.
Gli infetti mostrano segni di comportamento coordinato, un’intelligenza collettiva capace di fare salti evolutivi e condividere obiettivi e informazioni – immaginatevi Pluribus con gli zombie, e con una mezza crisi epilettica ogni volta che l’upgrade viene rilasciato. Insomma, uno SmartZombie.
Ma i militari non vogliono far saltare la quarantena, quindi addio salvataggio: l’unica speranza dei sopravvissuti è catturare lo scienziato pazzo – che d’ora in poi, come nel film, chiameremo Vaccino – prima che forzi il blocco e diffonda il virus fuori in tutta la città, il mondo, l’universo.

Yeon Sang-ho avrà mille difetti ma non l’autostima e l’ambizione: la premessa di Colony comprende tutto il film, ne contagia tutte le scelte creative.
Il regista prende tre cose che da sole abbiamo visto in parecchie salse – gli zombie sciame, l’evoluzione darwiniana dei non-morti e l’infrastruttura biotecnologica fungina (The Last of Us) – e non solo le salda organicamente, ma ci costruisce sopra l’impianto stesso del racconto. I contagiati dettano la suspense del film: Colony ri-innesta la marcia a ogni loro salto evolutivo e a ogni disseminazione d’informazione, alzando la posta in gioco a ogni snodo (fin quando questo meccanismo diventa indigeribile). Questo concetto di “salto” zompa dritto anche nelle scelte di regia, con la camera si diverte a passare da un gruppo di personaggi all’altro non con uno stacco di montaggio, ma con un balzo, inseguendoli nello spazio.
E poi le coreografie: gli zombie sono chiaramente ballerini con novemila punti di articolazione. Si incricchiano e dimenano con una precisione tale da suscitare l’applauso anche quando chiedono il conato di vomito, persino nelle loro pose più grottesche e dichiaratamente parodistiche. Per darvi un’idea: prendete le scene di Spider-Man: Brand New Day in cui (SPOILER) salta di omino in omino, con la differenza che qui sono agghindati di una poltiglia di sangue e vomito bianco.
Ma, opera d’arte totale a parte, la cosa che brucia di più nel sangue di Sang-ho è affrontare temi grossi, importanti, poderosi, a manciate di concetti scritti grossi: Colony è in essenza un dramma sulle conseguenze dell’incomunicabilità. Praticamente un Antonioni minore, ma di menare.

Parliamo del cattivo, il Vaccino (alla faccia dell’oggettificazione). Lo identificherete dal primo fotogramma, ne avete visti novemila di tipi come lui: non dategli speranza, i villain non cambiano e lui ancora meno.
Ci troviamo davanti all’ennesima variazione sul Joker – l’outsider maledetto che rivela nel modo più violento e brutale le contraddizioni e la futilità dei costrutti a cui l’animale uomo si aggrappa. Nel suo passato c’è un torto da correggere, nel suo futuro la sicumera di chi sa che chiunque tenterà di fermarlo proverà quanto abbia ragione.
Un trope talmente stanco che nemmeno un film come Joker: Folie à deux ha saputo farci niente di interessante neanche infilandoci il musical e sfondando quarta e quinta parete. Un trope talmente stanco che Sang-ho trasforma il Vaccino in un villain da cinecomic a metà film, con effetto incartapecorimento immediato.
Ve lo vedete Sang-ho a sfregarsi le mani? Che genialata usare il cattivo per rinverdire la sua sfiducia verso il prossimo, dentro il cavallo di Troia pseudoscientifico della “prossima grande rivoluzione cognitiva”, o del “cancellare le barriere di comprensione tra persone”.

Vi sconvolgo: Train to Busan – lo sapete tutti – era ambientato su un treno, ma Colony è per tre quarti localizzato in un grattacielo (centro congressi, commerciale, uffici, persino lavanderia, tutto), NON in una Colonia! Non siamo dalle parti dei centri commerciali del Romero di Dawn of the Dead, ma dopo essersi perso in troppa abbondanza con Peninsula, Sang-ho ha deciso che confinare rigidamente il mondo del film tira fuori meglio la sua acrimonia verso l’umanità.
Nella visione Sanghoiana, tre sono le forze che dividono gli individui: la gerarchia sociale (il palazzo), la specializzazione delle competenze (il gruppo di sopravvissuti) e i rapporti di potere (la comunicazione imperfetta tra esseri umani). Basta la minima pressione a evidenziare i punti di rottura del sistema: non c’è alcuna relazione funzionale tra i piani di questo palazzo/gerarchia, ognuno è un universo in sé. Il gruppo di sopravvissuti è composto da persone con conoscenze precise e limitate, ma trova difficilissimo coordinarsi e darsi obiettivi in comune persino attraverso un gruppo WhatsApp – la priorità di ciascuno di loro (tranne la nostra eroina) sarà sempre e comunque salvare il proprio sedere e a culo tutto il resto. Al confronto, gli zombie sono un’allegra e snodabile famiglia felice.
Come Pluribus, Colony prova a riflettere sulla contraddizione tra individuo e collettivo; al contrario di Pluribus, non c’è scampo per nessuno in nessun caso, c’è sempre un prezzo amaro da pagare: il prezzo della perfetta condivisione è diventare zombie, e perdere agenzia e individualità; chi sceglie l’individualismo, diventa meschino (quasi tutti personaggi) o estremista (il Vaccino); gli altri pagano il prezzo degli altrui tentativi di salvarsi il culo.
Ma alla fine, tutti vengono assimilati. Difficile non vederci un parallelo con l’intelligenza artificiale, ma, considerati i rapporti di controllo e potere tra contagiati, la lettura più coerente è quella politica: la gerarchia sociale è insostenibile se non già crollata, il libero arbitrio è un illusione, ma l’appiattimento a leader scellerati genera mostri (e la prevedibilissima inquadratura finale sembra andare in quella direzione).
Come se ne esce? O ci si esclude dal corpo sociale, o lo si decapita.

Colony tene o’ Sang(-ho) ma tiene anche o’ vuommeco: il film ha un’ambizione grossa e l’high concept giusto per sostenerla, ma urla tutto ciò che ha da dire talmente forte da non lasciare scampo. Nella seconda metà, sembra impossibile non sentirsi appesantiti dalla meccanica stessa del racconto, nonostante i massacri sempre più creativi degli zombie, o le pillole acidissime di cultura pop (c’è una bellissima citazione che unisce FPS e la foto di Obama che monitora la cattura di Bin Laden), o l’uso delle automobili come armi contundenti nel gran finale.
Insomma, per Yeon Sang-ho il problema non è tanto trovare ricette per rinfrescare gli zombie o pescare idee pimpanti per far sopravvivere il genere, ma superare la convinzione che basti un sottotesto un po’ furbetto per elevare lo stesso identico catalogo di archetipi, schematismi e meccanismi da melodramma già sfiancanti dai tempi di Busan.
«Chi non zomba in compagnia, è un ladro, una spia, un professore bio, un poliziotto stronzo o uno scienziato pazzo.»
Dredd Astaire, i400calci.com




Di Train to Busan mi ricordo solo di aver pensato che era un concetto fico anche se poi il film non mi ha lasciato niente, comunque questo lo vedrò lo stesso, i film di zombie sono un genere che mi intriga a prescindere (anche se TWD ad un certo punto l’ho lasciato anche io) credo perchè mi affascina tantissimo l’idea che un giorno sei dietro alla tua solita noiosa routine, il giorno dopo botto di adrenalina devi sopravvivere in un apocalisse per non morire male, con i due momenti che si intrecciano brevemente tipo il personaggio che va a lavoro mentre sullo sfondo passa lo zombie. Se fossi americano terrei in casa un paio di pistole solo per questa evenienza.
Secondo me allora troverai questo Colony quantomeno divertente!
Ne sono sicuro grazie di avermelo fatto conoscere ;-)