
C’è questa roba estremamente fastidiosa che ogni volta che esce un film italiano c.d. “di genere” sembra impossibile non passare tre quarti di ogni pezzo che ne parla a usare espressioni condiscendenti quando non insultanti tipo “è ottimo… per essere italiano” oppure “in Italia queste cose qui non si fanno più” e più in generale [discorsi sistemici, fondi pubblici, amichettismo, circoletti] e nel giro di poche righe senza che manco te ne accorgi ti ritrovi a citare Ozpetek o Muccino o Stefano Accorsi (ultimamente sta prendendo quota molto in fretta anche Elio Germano).
Figuratevi poi se parliamo sostanzialmente di un esordio! Riccardo Cannella non è al suo primo lavoro (personalmente ricordo la web serie Web Horror Story, per [motivi], e il suo film precedente ha avuto una distribuzione limitatissima e, se ho capito bene, solo regionale) ma è al suo primo effettivo lungometraggio per la sala, e quindi per regolamento è molto importante che io parli per metà pezzo di questo dettaglio perché in fondo siamo un Paese di mammoni e ci piace sapere come vanno le nostre creature. E pensate quando vi dirò che la fotografia di Jastimari gliel’ha fatta Daniele Ciprì! KITTIPAGA? Sarà forse questo Cannella un (gasp!) raccomandato? (spoiler: no, è solo bravo, ha un gran colpo d’occhio e il senso dei luoghi che gira)

Sarà mica forse questo film (glab!) un folk horror? Che destino curioso che sta avendo questo genere: fino all’altroieri ce lo cagavamo in sette, ora sta diventando impossibile fare due passi in montagna senza inciampare in una sceneggiatura che parla di capri, streghe e bafometti. E in Italia, poi! È da anni che ci diciamo con aria sconsolata “eppure con tutte le incredibili leggende folkloriche del nostro Paese e con la nostra tradizione orrorifica dovremmo riuscire a dominare la scena…”, e ora che ci stiamo provando… Che poi Jastimari manco è un folk horror, anche se ne indossa gli abiti. Quindi perché questo paragrafo?
Per dire che in Italia CI CAGHIAMO FORTISSIMO IL CAZZO DA SOLI riuscendo a risultare contemporaneamente ipercritici e ombelicali, e dunque la fortuna di questo film è che parla di cose italiane delle quali si può discutere senza scadere nei soliti meta-discorsi sul sistema-cinema e tutto il resto del pacchetto.
La sua sfortuna è che per parlarne davvero dovrei fare una parola con la S, e pure grossa così, nel senso che Jastimari è un film che inizia in un modo, poi dopo una mezz’ora circa ha uno scarto di tono talmente brusco che mi si è aperto l’airbag dello schermo, e da lì diventa un’altra roba seppure tenendosi addosso le vestigia di quanto accaduto fin lì, e tutte le cose che vuole dire le concentra di fatto in questa seconda metà e quindi come faccio a discutere di temi, tematiche, messaggi e messaggini senza rovinarvi la visione? Io ci provo, intanto eccovi una preziosissima SIGLA!
Quando studiavo a Trieste avevo un coinquilino napoletano (ciao Rob!) e una delle prime cose che mi insegnò fu la parola “jastemma”, cioè la bestemmia. Grazie a Jastimari scopro che il termine equivalente siciliano non è molto diverso: “jastimari”, mi si spiega, significa “maledire”. Siamo infatti sulle Madonie, un posto pazzeschissimo all’interno del quale si trova tra l’altro uno dei paesi italiani con il nome più bello della penisola, Blufi, e siamo in compagnia di Rossella Brescia.
(aspetto un attimo nel caso sia partito anche a voi l’airbag)
Giuro! È solo al secondo film per il cinema in carriera, e qui interpreta un 25% del nucleo familiare protagonista della vicenda. Ve lo dico subito: lei e il marito (Francesco Foti) sono, insieme ai boschi delle Madonie, la cosa più azzeccata del film, calatissimi nella parte e anche esteticamente tanto perfetti da diventare quasi uno stereotipo; sono loro che tengono in piedi il film anche quando comincia a zoppicare un po’ in fase di scrittura, ma sto correndo troppo: il punto è che vivono insieme ai due figli in una casa nel bosco, letteralmente, isolati da tutto e tutti, paranoici fino al buco del culo, sempre con il fucile pronto quando un estraneo si avvicina alla loro proprietà. Prontissimo, eh! La prima cosa che vediamo nel film è un vezzo palesemente malato a cui il patriarca Saro spara in fazza in tempo zero.

Lo ammetto: la rapida accoppiata “droni panoramici sulle Madonie” + “fucilata in fazza” mi ha fulminato, nonché fatto subito venire il mente il clamoroso When Evil Lurks. In realtà è un po’ un inizio ingannevole, visto che non si vedrà più tanta azione e tanta violenza fino al finale; il vezzo, povero, serve a stabilire alcune regole, chiarite le quali Jastimari si abbandona per una mezz’ora buona ai puri e semplici vibes.
Impossibile non pensare a The Witch: c’è una famiglia che vive isolata, in un tempo senza tempo che potrebbe essere la fine dell’Ottocento come l’altroieri, e che ha tutte delle regole complicate da rispettare per tenere lontano il Male e sopravvivere a qualsiasi cosa ci sia là fuori, oltre il bosco. E sì ho pensato anch’io anche a The Village, il miglior film di Shyamalan, ma sono tornato su Eggers quando ho realizzato che avrei assistito a un numero imprecisato di dialoghi in siciliano strettissimo, talmente incomprensibile per chi non sia del posto (e io sono di parecchio lontano dal posto) da necessitare di sottotitoli.

Funziona tutto alla grandissima. Passiamo mezz’ora a scoprire come campa questa bizzarra famiglia, mentre sullo sfondo veniamo titillati da rumori incomprensibili, manifestazioni probabilmente di carattere soprannaturale e persino da una orrida strega tutt’altro che magra e per nulla vestita che vive anch’essa nei boschi, ha i denti marci e la risata inquietante. E continuiamo a restare all’oscuro di tutto, nel senso di quanto stia succedendo oltre il bosco: sappiamo quello che sanno i due figli e poco altro, tanto che quando Angelo, il maggiore, abbandona la magione per fuggire tra le fronde si ha l’impressione che sia questo il vero punto di partenza della storia, un viaggio di formazione e maledizione et cetera.
E invece no. Va detto che fin lì Jastimari mantiene alta anche una certa tensione post-apocalittica, come se la famiglia vivesse in un costante stato di assedio dal mondo esterno, non solo di isolamento – quel genere di storia nella quale parlano tutti di “l’Incidente” con tono misterioso. E lo sapete, no, dove vanno a parare prima o poi i film con questa struttura? L’unico modo per rompere l’equilibrio è far arrivare degli elementi estranei, che verranno prima respinti, poi accettati un po’ controvoglia, e inevitabilmente genereranno scompiglio in una situazione altrimenti statica. Jastimari fa esattamente questo, e da lì prende una direzione che mi ha fatto storcere il naso più volte.

In parte c’è il fatto che l’allargamento del cerchio familiare porta all’abbandono del dialetto e più in generale ridefinisce i rapporti umani in maniera molto più moderna e digeribile – si finisce a parlare di telefonini e di web e di viralità ed è sempre tutto un po’ forzato, un po’ scritto in “italiano del cinema”, quella strana lingua che usa le stesse identiche parole dell’italiano comune ma che nessun essere umano userebbe mai nella realtà. Quello che prima scorreva liscio come una passeggiata nel bosco maledetto comincia a zoppicare, ogni personaggio ha il suo piccolo dramma e un paio di questi suonano incredibilmente fuori posto nel contesto. Si finisce per rinchiudersi in un metaforico tinello a discutere di minchiate e a dimenticarsi della tensione, dell’orrore, dell’apocalisse.

Più di tutto il resto c’è il fatto che, nel cambiare pelle, Jastimari sembra un po’ dimenticarsi della precedente, quasi schifarla. Quello che sembrava folk horror si rivela una patina, un bel vestito, ma l’entità che lo indossa è di fatto disinteressata al folklore, alla tradizione, al legame tra uomo e natura, e preferisce navigare nelle acque più italiane del dramma interpersonale. Ancora: è una scelta, non un errore, che però (per me come immagino per altri) non è facile da digerire e accettare fino in fondo.
E a proposito di fondo: al netto di quanto detto e lamentato finora, Jastimari ha un colpo di coda proprio sul finale, talmente crudele che quasi si fa perdonare tutto. È il momento in cui, un po’ frettolosamente, i nodi vengono al pettine e si torna a quell’azione che citavo prima: qui Cannella torna a fare l’horror, cita tra gli altri Dario Argento e chiude in gran bellezza una storia che fino a poco prima aveva rischiato di collassare sulle sue stesse frignate. Non sono convinto che chiuda bene tutte le parentesi e i discorsi aperti fin lì, ma è una gran botta, e coraggiosa: per la rule of cool non si può che promuoverlo.
Comunque tutto sommato promuovo Jastimari (“e sticazzi?” commentarono tutti i coinvolti): non credo sia intellettualmente onesto bocciare un film solo perché è scritto diversamente da come l’avrei scritto io. Il “cosa” sono da sempre solo cazzi di chi scrive e dirige; e le mie riserve sul “come” sono comunque meno dei pollici alti che rivolgo a quel primo atto, a Rossella Brescia, ad Angela Motta, alle Madonie e al finale. La mia impressione è che sarebbe bastato abbandonarsi un po’ di più all’orrore per avere un filmone, ma ehi, preferisco comunque un mondo in cui la strega non magra finisce su un grande schermo che quello in cui rimane relegata allo streaming.

Quote
“AAAAAH AH AH AH AAH AAAHHHH!”
(La strega non magra)




Quindi siamo dalle parti del film di genere italiano che poi si ricorda che il genere è brutto e passa a dramma da tinello? Mi sa che salto, se anche si riprende nel finale io solitamente a queste conversioni sulla via di Damasco nel terzo atto non riesco a credere.
E dire che abbiamo avuto da poco La valle dei sorrisi, che fa un buon lavoro sul genere facendo le cose da elevated horror ma senza mai rinnegare se stesso. Peccato
Si ma perchè allora non avete recensito Testa o Croce?
Allora, la curiosità di vederlo m’è comunque venuta, ma data la distribuzione che è quella che è penso che lo vedrò quando passerà in streaming. Peccato perchè mi rendo conto che ce ne sarebbe da commentare.
P.S.
Personalmente non ritengo “The Village” il miglior film di Shyamalan. Anche se mi rendo conto che il mio giudizio dipende anche da una circostanza sfortunata: io i colpi di scena non li capisco MAI in anticipo, sono in un certo senso il pubblico ideale per un certo tipo di film. Lo Shyamalan twist di “The Village”, caso unico nella produzione del regista indo-statunitense, l’avevo capito a metà film.
So che l’ho già scritto, ma ribadisco (più che altro per smerdare Shyamalan): io dopo (meno di) 5 minuti.
Io ho una sospensione dell’incredulita’ a prova di bomba. Ho realizzato che il mostro non era il mostro solo quando è stato smascherato. Spettatore da scooby doo
Più che altro The Village è un film impossibile da rivedere. Una volta che viene svelato quello che deve essere svelato diventa davvero una puntata di Scooby Doo, a tratti anche involontariamente(?) ridicola. O almeno questo è l’effetto che ha fatto a me quando c’ho provato.
Forse esageri un po’, ma il senso è quello, e non vale solo per The Village. Per questo, nonostante sia in un certo senso il più “facile” tra i film di Shyamalan alla fine preferisco il Sesto Senso. Anche se conosci già il colpo di scena te lo rivedi con piacere.
Cosa che, per uscire dalla sua produzione, non vale per “The Others”. Che è un filmone, ma solo la prima volta che lo vedi.
Penso che si troverà,fra qualche tempo, su quella zozzeria di prime video.
Insomma, The Nest rimane ancora un apice che non è riuscito ad indicare la via.
Sono d’accordissimo su The Nest come picco più alto dell’horror italiano degli ultimi decenni
Tra l’altro anche lì c’era un’attrice (la Cavallin se non erro) conosciuta al più per le blande fiction Rai che dà una prova eccellente in un genere che non frequentava affatto!
Ma sta recensione e’ più lunga de i promessi sposi.
Vabbe’: la leggo in due tempi.
Fine primo tempo.
Rossella Brescia?
ROSSELLA BRESCIA?
Che Gran StramegaTurboFregna era Rossella Brescia!
Suppongo lo sia ancora.
Non lo dico con rispetto, perché l’unica volta che l’ho vista era altezzosa e inavvicinabile, protetta da due guardie del corpo.
Potevo stenderle entrambe, beninteso, ma questo lo sapete già.
XD!
niente salto.. che senso ha scrivere delle recensioni senza spoiler? non si sa… chi vuole se le legge chi non vuole non se le legge, meglio di sta stenta
Grazie per la chicca degli Ancient Rites!
Il fatto che si parli di BESTEMMIARE e nessuno citi i meravigliosi Inchiuvatu è una cosa che mi spezza il cuore.
Il film lo guardo quando esce aggratis su prime anche se la tripletta Brescia-Foti-tinello mi ha spezzato le gambe
You got me at “Rossella Brescia”. Venduto, sempre felice di dare possibilità al cinema nostrum.
E comunque il miglior Shyamalan è “the Unbreakable”. Ma si sa, de gustibus etc…
Fun fact:
“Jastimari” dalle mie parti significa bestemmiare
*anche dalle mie parti (sud)