Lo sapevate?
Nel 1992, le 4 Non Blondes firmano il loro primo contratto discografico con la Interscope. Un produttore le aveva viste e le aveva puntate con decisione: “voi siete brave, vi dò i miei soldi, e sentite a me che ho le idee chiare: per prima cosa cacciate la chitarrista e poi, dopo aver ascoltato con attenzione questo album che mi avete consegnato, ho deciso che il primo singolo sarà questo pezzo che si chiama Dear Mr. President”. La band obbedisce, la chitarrista viene cacciata (ed era la co-fondatrice!), il singolo Dear Mr. President esce e non se lo fila nessuno. “E vabbè”, si dicono. Sei mesi dopo, nel marzo ‘93, provano un secondo singolo: What’s Up. Questo esplode a tal punto che non solo è famosissimo ancora oggi, ma lo è a tal punto che quasi nessuno sostanzialmente sa che le 4 Non Blondes hanno inciso anche altre canzoni. O che la frontwoman Linda Perry è poi diventata affermata autrice/produttrice responsabile, tra le altre cose, di Get the Party Started di P!nk. O che la chitarrista originale Shaunna Hall, dopo un giro di carriera acrobatico, è finita nientemeno che nei Parliament-Funkadelic di George Clinton – da non confondere con George S. Clinton, che è il compositore di Mortal Kombat.
Fine dell’aneddoto più insulso della settimana.
SIGLA!
Che poi in tutta onestà non aveva sbagliato di tanto, eh? Aveva puntato sul pezzo che faceva “ya ya – ya ya ya” invece che quello che faceva “hey-ey-ey-ey-ey”, ma gli ascoltatori avevano decretato che la loro preferenza andava nettamente per “hey-ey-ey-ey-ey”.
Inoltre la storia è più complessa di così, all’epoca non era raro che si tenessero il pezzo più forte come secondo o terzo lancio perché faceva parte di una strategia che puntava a valorizzare gli album più che i singoli, ma non sto a dilungarmi in questa sede: la parte importante nel contesto di oggi è che What’s Up è generalmente associata a un meme famoso dei Masters of the Universe ma, siccome il recente film dei Masters l’ha usata sostanzialmente a casaccio tanto per dire di averlo fatto, per qualche motivo Street Fighter ha deciso di sgraffignargliela e usarla come brano portante.
SIGLA!
No, scusate, ne avevo già messa una.
Andiamo avanti.

Ho trovato intrigante il mese scorso che Resident Evil di Zach Cregger, invece che rifare uno dei giochi mettendosi dalla parte dell’autore e adattandone fedelmente una storia, decidesse piuttosto di mettersi dalla parte del giocatore e replicare l’effetto di trovarsi immersi in una partita. Il protagonista, in quel caso, non era tanto l’eroe di un racconto quanto l’avatar di uno di noi che si ritrova – senza che si scada nel meta esplicito – a dover fare le scelte che facciamo noi quando giochiamo a Resident Evil.
Street Fighter di Kitao Sakurai si trova davanti a un dilemma che è determinato a risolvere a tutti i costi: tradurre il gioco in un modo che abbia senso per il cinema, senza sacrificare nessuno degli aspetti chiave e nemmeno vergognarcisi.
Sakurai si fa questa semplice domanda: perché, quando giochiamo a Street Fighter, non ce ne frega un cazzo che i personaggi siano assurdi, che facciano mosse fantastiche, che abbiano costumi e pettinature senza senso, che dicano frasi solenni ridicole e che la trama sia quasi assente?
È una domanda non particolarmente difficile che può avere diversi tipi di risposta, ma Sakurai ne battezza una molto precisa: perché siamo esaltati e umbriachi come delle merde.
Quello che vuole ricreare è quindi l’atmosfera di giocare a Street Fighter durante un party coi vostri amici: quelli in cui scorre birra a fiumi, siete tutti fomentati e il caos e le spacconate regnano sovrane. Quelle serate in cui non ve ne sbatte un cazzo di niente, volete solo fare bordello e pigiare forsennatamente dei bottoni; ogni mossa speciale è esaltante e liberatoria, ogni dettaglio stupido è esilarante per i migliori motivi, e voi e i vostri amici arricchite ogni fase del gioco con dialoghi immaginari composti al 90% da epiteti gloriosamente inappropriati.
Ovviamente, tutto questo in modo molto meno intellettuale e rigoroso che in Resident Evil.

Siamo in un 1993 alternativo.
In questo 1993 alternativo, Ryu ascoltava What’s Up dei 4 Non Blondes pure in un flashback ambientato nel 1987 anche se, come dicevo più su, nel nostro mondo il pezzo è effettivamente uscito nel ‘93. Ma il punto è che, quando siete umbriachi – ma umbriachi fradici, proprio nel centro dell’Umbria, tipo Foligno – non solo What’s Up dei 4 Non Blondes è un pezzo spettacolare da cantare malissimo, ma non ci trovate niente di male ad ammettere che vi piace e che vi piglia bene ascoltarla prima dei momenti importanti quando qualcun altro ascolterebbe che ne so, gli AC/DC.
In questo 1993 alternativo, le star dei tornei di arti marziali diventano celebrità di MTV che fanno pubblicità alla Duracell (gran sponsorizzata), anche se nel nostro mondo bisogna aspettare almeno altri dieci anni prima che un campione di MMA sia ritenuto abbastanza famoso da chiamarlo come ospite/curiosità a un talk show.
In questo 1993 alternativo puoi declamare uno slogan come “To live is to fight – to fight is to live” e farlo suonare buffo e innocuo come se fosse un motto di Ted Lasso.
Dopodiché, uno si aspetterebbe verosimilmente che il film impari la lezione dal suo predecessore del ‘94 – quello con Van Damme e Raul Julia – a cominciare dal non metterci troppi personaggi, e invece no! A occhio credo ce ne metta persino di più. Non gliene frega un cazzo. Ha trovato la chiave giusta per far funzionare tutto. E la chiave giusta è: buttare tutto in caciara da subito. Non come l’originale, costretto a buttarla in caciara per coprire una serie di emergenze e sfighe apocalittiche, facendo la figura dei pagliacci che fanno giocoleria per distrarti dalla nave che affonda: da subito! Apposta! È un party. Sei umbriaco come una cazzo di spugna perugina. Chiunque incontri ha una fazza buffa che ti fa spaccare ed è immediatamente il tuo migliore amico, poi magari cinque minuti dopo ti scordi che esiste. È normale.
A quel punto, finché ci sei, puoi permetterti di correggere anche qualche errore delle gestioni precedenti. Innanzitutto, i protagonisti sono Ryu e Ken. E poi: al centro della trama ci sono combattimenti in strada e un torneo di menare. Capito? Sentite come vi suona questa cosa: è il 2026 e, per la prima volta in assoluto, al terzo lungometraggio, a 40 anni dall’uscita del gioco e a 32 dall’uscita del primo film, Street Fighter mette in scena un torneo di menare e i protagonisti sono i due personaggi più famosi del marchio. E stiamo parlando di una saga cinematografica in cui tutti i capitoli sono stati prodotti dalla Capcom, i responsabili stessi del gioco. C’è voluto Kitao Sakurai, nel 2026, per spiegare loro cos’è che alla gente piace di Street Fighter, ovvero 1) quell’unica cosa che devono appunto fare nel gioco e 2) gli unici personaggi che compaiono in tutte le versioni.
Sakurai ha le idee chiare: il suo pubblico vuole vedere gente che mena, per cui lui fa menare i personaggi quasi costantemente: dentro al torneo, prima del torneo, tra un match del torneo e l’altro e ovviamente pure dopo. Botte continue, a dimostrare che si è imparato la lezione anche dalla concorrenza, ovvero dal primo Mortal Kombat.
Sakurai ha come priorità le botte, e una lista di citazioni e easter eggs più lunga della sceneggiatura. Tale chilometrica lista comprende strizzate d’occhio ai giochi, al vecchio film (nessuno andava a casa se Bison non diceva qualcosa sui suoi martedì), e pure ai cartoni animati. E persino, la mia preferita, al dimenticato Street Fighter I.

E come fai funzionare una strategia del genere?
Sakurai viene dalle commedie con Eric André, per cui come prima cosa ci mette Eric André.
Dopodiché l’idea è un cast misto equilibrato fra gente generalmente grossa con attitudine casinista (Noah Centineo, Jason Momoa, Don Lee, Olivier Richters), wrestlers avvezzi sia a menare che a dare spettacolo (Cody Rhodes, Hirooki Goto, Roman Reigns), comici puri (oltre ad André ci sono Andrew Schulz, Kyle Mooney e David Dastmalchian), e un paio di marzialisti seri (il nostro amico Vidyut Jammwal nei panni di Sexy Dhalsim, e Rayna Vallandingham nei panni di Juli).
E poi, siccome siete ciucchi come delle disgrazie, ci sono quei due nomi che avevate detto per scherzo, tipo 50 Cent che fa Balrog e Orville Peck che fa Vega, mentre inciampavate nel tavolino del salotto di casa vostra che è sempre stato lì. Vi ricordate? Per un pelo non rovesciavate la San Miguel sulla console! Le matte risate…
Completano Callina Liang a fare Chun Li (non la conosco) e Mel Jarnson a fare Cammy (era l’altra di Killer Whale, cosa che forse fa riderissimo solo a me). E infine – ci tengo a evidenziarlo particolarmente – c’è Andrew Koji, nei panni di Ryu, che è il vero asso pigliatutto: sa menare, sa fare le parti comiche/demenziali, sa fare le parti serie, è quello che sgobba più di tutti per tenere il film insieme e merita di diventare una vera star. Dopo di lui, il migliore in campo è Cody Rhodes che fa Guile, e mi sa che sul ring come al cinema abbiamo già trovato un erede di John Cena.

Sapete però qual è il problema dei party in cui vi umbriacate?
C’è che se per caso avete modo di riguardarvi il giorno dopo, da lucidi, scoprite che in realtà non c’era quasi mai un cazzo da ridere.
Scoprite che mentre ci eravate in mezzo l’energia vi prendeva benissimo e avete dei ricordi spettacolari (o nessun ricordo), ma che alla luce dei fatti la stramaggior parte delle volte non avete detto né fatto nulla di realmente divertente – specie per chi vi guarda da fuori.
Ad esempio, quella roba di Blanka che si gratta le ascelle e poi si annusa le dita e dice “sanno di hot dog”: io sono sicuro che sul momento è sembrata una gag mondiale, mi fido, sono stato in situazioni simili svariate volte ridendo a lungo per cazzate molto più mosce, ma come dire, una volta svanito l’effetto non è tutto ‘sto colpo di intuito memorabile. E non dico che quella sia la battuta più divertente del film… però dico che non me ne vengono altre che abbiano l’ambizione di gareggiare.
Street Fighter non è fastidioso come rischia spesso di essere, ma è popolato da un mucchio di gente dal talento variabile che si comporta come se ogni cosa che fanno e dicono sia oro colato ma, se l’energia è a palla, l’ispirazione è ai minimi. Il risultato è generalmente insipido, e provoca reazioni che vanno dalla perplessità al vago sorriso incoraggiato da mal riposte speranze. Sembra di guardare un film di Seth Rogen messo in piedi da gente che non ha superato il provino per partecipare a un vero film di Seth Rogen, e scritto da qualcuno convinto che per fare un film di Seth Rogen basti un finale ad alte dosi di bromance e il resto si può improvvisare. E stiamo comunque parlando di Seth Rogen, mica esattamente di Blake Edwards.

E allora rimangono due cose che sono comunque riuscito ad apprezzare: l’arroganza, ovvero quell’assoluta mancanza di vergogna che permette ai personaggi di essere la versione alcolizzata di quelli originali, per cui non ci si vergogna dei nomi, non ci si vergogna dei costumi e delle pettinature, ci sono tutte le mosse famose non importa quanto stupide e cartoonesche, e ci sono tutte le frasi solenni del videogioco senza battere ciglio. Sembra poco, ma è l’esatto contrario ad esempio di Masters of the Universe, che sembrava invece scusarsi di continuo della propria esistenza. Secondo me Street Fighter è andato da Masters of the Universe, l’ha schiaffeggiato, e gli ha rubato What’s Up dei 4 Non Blondes come un bullo che ruba la merendina.
E poi ci sono le botte, che sono davvero tante.
Io lo ammetto, non sono mai stato un fan sfegatato del gioco e in generale non trovo interessante mischiare qualcosa di puramente atletico come le arti marziali con le palle di energia, i salti infiniti e gli arti che si allungano – tutta roba che smorza l’impresa di allenarsi per cercare i limiti atletici del corpo umano. Però, in questo caso in cui la si butta immediatamente in caciara, riesco ad apprezzare la possibilità di mettere in scena qualcosa di un minimo spettacolare e creativo, ed è dove il film, pur non essendo esattamente Scott Pilgrim, offre i suoi momenti più riusciti. Mi rendo conto che dire che Street Fighter non è esattamente Scott Pilgrim è forse l’insulto più umiliante che potesse sfuggirmi, ma questo è.
Oppure ecco, potrei dirvi che non è una palla inverosimile come il reboot di Mortal Kombat. E assomiglia abbastanza poco a un Marvel.
Può bastare?
Se non basta, magari provate prima a berne un paio.
Nel frattempo, vi dò un cazzotto sul braccio in segno di stima.
Poster-quote:
“#TeamTekken”
Nanni Cobretti, i400calci.com




Anni fa il corto fan made Street Fighter Legacy aveva fatto ben sperare, la successiva serie Assassin’s Fist aveva invece raffreddato gli animi.
Eppure quei live action presenti su youtube e fatti con due spicci sono oro rispetto a questo obbrobrio.
Gli va comunque riconosciuta la coerenza con il materiale di partenza, infatti, come nel gioco, la storia non esiste e non ci si sforza neanche di abbozzarla.
I non giocatori capiranno poco o nulla delle motivazioni dei personaggi, i puristi apprezzeranno i rimandi alle varie mosse speciali, soffriranno per l’utilizzo dei nomi giapponesi scambiati per il mercato occidentale – Dittatore è Vega, Artiglio è Balrog, Pugile e’ ovviamente M(ike) B(y)ison – e si esalteranno per l’inquadratura tra i detenuti di Justin Wong, giocatore pro americano e protagonista di un’epica sconfitta per mano del leggendario pluricampione giapponese Daigo.
Altrettanto perdente si dimostra questa fiera del cosplay nella sua indecisione circa l’adottare toni drammatici o parodistici e, imperdonabile per un film di arti marziali, la sciatteria degli scontri al torneo, privi di mordente e più consoni ad un episodio dei Power Rangers, distruzione di muri di cartapesta inclusa.
Per la quota postmoderna si segnalano le inaspettate derive feticiste di Dittatore, gli scontati doppi sensi del rapporto Ryu-Ken, l’interessante j’accuse – e giusto calcione – alla figura del nerd laido che fantastica su Chun-Li, una Callina Liang che è l’unica a crederci ed a tentare di dare un minimo di dignità alla carnevalata.
Involontaria la citazione della Director’s Cut di The Warriors con gli inserti animati, usati tuttavia nel caso di specie per risparmiare sugli effetti speciali: due ore di cartoni animati sarebbero stati preferibili rispetto allo sgangherato spettacolo offerto. Molto meta il finale aperto, necessario affinché il titolo del sequel sia, legittimamente, Street Fighter 2.
A questo proposito, dopo aver rivolto una prece a Nicola Salmoria, meglio reinstallare il Mame, ritrovare in cantina lo stick Sanwa e farsi una bella partita, dimenticando questo ennesimo sfregio cinematografico alle centinaia di ore di divertimento trascorse a lanciare hadoken e shoryuken in colorate arene virtuali.
Sinceramente credevo che Jason Momoa avesse superato la fase in cui partecipava a questo genere di produzioni, per di più come comprimario.
E’ già in parabola discendente?
No, penso si possa serenamente considerare un’ospitata di lusso, quelle cose che fai perché ti piace il gioco e ci vuoi essere a tutti i costi e il film può vantare un po’ di star power che gli altri nel cast non hanno. Avrà girato le sue scene in un paio di giorni a esagerare.
Visti i paragoni alla fine posso dire di aver preferito il rifacimento di Mortal Kombat e pure Master of the universe. Per fortuna riesce a non fare peggio di quello degli anni 90,
A proposito di aneddoti insulsi: nei primi 90 già cominciavi a non trovare gli album in vinile, ma solo in cd. Visto che in casa non c’era un lettore dei medesimi (e i miei non avevano nessuna intenzione di affrontare la spesa, ai tempi non indifferente), quando proprio non c’era neanche l’alternativa della musicassetta, mi toccava compare il cd per poi farmelo registare su cassetta da qualche amico attrezzato alla bisogna. Tutto questo sembrò finire quando, meraviglia!, i miei acquistarono un maxi-fusto di Dixan(!) con dentro in regalo un lettore cd portatile(!!). Finalmente dotato di tanto prezioso strumento, lo battezzai con l’ascolto dell’appena comprato “Bigger, Better, Faster, More!” delle 4 Non Blondes (di cui tra l’altro mi piaceva più “Spaceman” che non “What’s Up”). Scoprendo così che, quel pezzo di delicata tecnologia venduto in un fustino di detersivi, non era esattamente il massimo, dato che mi rigò istantaneamente il cd rendendo inascoltabili tre canzoni, tra cui proprio “Dear Mr. President”. Il lieve turbamento che mi creò la cosa mi fece odiare seduta stante la mia vita, il Dixan e le incolpevoli Non Bionde. Mai più ripreso quel disco neanche in streaming, tanto ancora lo lego ancora a una pessima sensazione. Anche adesso, dopo 33 anni, l’ascolto della sigla mi ha fatto salire il nervoso.
Non sono molto interessato al film perché non conosco granché il videogame.
Però mi interessa vedere come anche questo pare si inserisca in quel filone in film tratti da giochi (insieme al film di D&D di qualche anno fa e al nuovo Resident Evil) in cui si tenta di trasporre non tanto lo spirito dei mondi in cui sono ambientati, ma lo spirito con cui il più delle volte sono giocati.
È un approccio fresco che mi personalmente mi piace.
Allora non sono l’unico a pensare che il regista abbia un problema coi piedi maschili, messi in primo piano dozzine di volte e oggetto di un monologo di Bison. E poi boh? Concordo con Nanni che sia come una sbronza. A un certo punto qualcuno dice: “E Akuma? E’ stato sconfitto” e fanno bene a dirlo perché io non me ne ero neanche accorto. Se avete la fortuna di avere amici appassionati del franchise con cui vederlo al cinema, godetevelo. Sennò aspettate un paio di settimane che esca in streaming e dedicateci una serata dolce amara.