Benvenut* a una nuova puntata di “Nostalgia Canaglia”, siore e siori! Oggi vi parleremo di J.J. Abrams e della sua strana ossessione per i film di regazzini anni Ottanta, quelli con quella fotografia lì coi lens flare e la golden shower HOUR e gli amici in bicicletta che combattono i mostri. Ce li avete presente no? Dai, sono i film con cui siamo cresciuti tutti, quelli che non se ne fanno più così! Che ne sanno questi giovinastri di cos’è il vero cinema?! Poi ti credo che diventano tutti vegani transgender con la passione per la quinoa! Sta a noi mantenere alta la tradizione e far scoprire ai nostri figli gli unici veri film per ragazzi giusti – quelli in cui i ragazzi si innamoravano delle ragazze e le minacce interplanetarie si raddrizzavano a botte di sani valori americani – anche a costo di legarli davanti al televisore stile Cura Ludovico quegli stronzetti ingrati. Dio benedica J.J. Abrams, difensore della fede!
…o no?
SIGLA!
Oh raga io non l’avevo mica capito che La fine di Oak Street era ambientato nel 1982. È vero, nei trailer non si vedevano gli smarfons, ma non è che tutti i trailer debbano mostrare degli smarfons. E non venitemi a dire che quello stile di abbigliamento non potrebbe adattarsi anche a una famigliola hipster di oggi. Poi ho iniziato a leggere recensioni che ne parlavano come di un omaggio al cinema Amblin classico, ma ancora non avevo fatto due più due. Voglio dire: si possono fare omaggi al cinema Amblin classico senza per forza dover ambientare una storia negli anni ’80, e Stranger Things e Super 8 sono qui a… Vabbè. Comunque: La fine di Oak Street è effettivamente un omaggio al cinema Amblin classico, è ambientato nel 1982 – anche se la premessa è che succeda una cosa enorme che non avrebbe mai potuto passare inosservata negli anni ’80 e quindi si tratta di un 1982 alternativo, stupidi! – è prodotto da Abrams ma diretto da David Robert Mitchell, aka il regista di It Follows, che da allora non aveva più combinato granché e che con questo film ritenta la strada del mainstream. Mitchell se l’è scritto e diretto, eh, non è che sia solo un prestanome, e in un certo senso si vede. Ma prima: la trama!
Ci sono giornate in cui sembra andare tutto storto: piove, rimani bloccato nel traffico, hai litigato con la signora, arrivi tardi al lavoro, il tuo capo ti mangia la faccia. E poi ci sono giorni in cui una strana luce ti trasporta nel Cretaceo, vieni inseguito da dinosauri incazzati e un allosauro ti mangia per davvero la faccia. È quello che succede (meno la faccia mangiata) ai Platt, famiglia all’apparenza perfetta che vive la sua perfetta vita in un perfetto sobborgo ameregano, quelli con le aiuole tutte curate, le rotonde alla fine delle strade, le vecchine che portano a spasso il cane e i vicini che minacciano querela. E qui si vede la mano di Mitchell, che come in It Follows sceglie come sfondo il massimo del conformismo americano e lo rende perturbante con piccoli tocchi – all’inizio – per poi trasformarlo in un incubo quando la merda di dinosauro tocca il ventilatore.

Tutta la prima parte, quella dell’attesa, è da manuale di sceneggiatura: conosciamo i protagonisti, i loro vicini, le minacce (gli immancabili bulletti che tormentano il figlio minore Brian), i potenziali alleati. Ci viene presentato anche quello che sarà l’arco dei Platt: Greg e Denise (McGregor e Hathaway) sono sull’orlo del divorzio, e ovviamente la loro disavventura preistorica li riavvicinerà e farà sbocciare di nuovo l’amore. Dico “ovviamente” io, ma deve averlo detto anche Mitchell, perché è evidente che non aveva idea di come raccontare questa maturazione. Non c’è davvero rapporto tra l’azione, quello che i personaggi sono costretti a fare per sopravvivere contro i mostri, e il loro cambiamento interiore, che avviene a singhiozzo e tendenzialmente in scene di pausa in cui i protagonisti hanno tempo per parlare. A un certo punto, Greg e Denise sono di nuovo uniti perché sì, perché in questo tipo di film ci si aspetta che succeda, senza che Mitchell se lo sia guadagnato. Allo stesso modo, alcuni dei perfetti set up della prima parte sono seguiti da pay off abbastanza loffi nella seconda, quasi che Mitchell non avesse voglia di starci troppo a pensare su because DINOSAURI.
E qui, che vi devo dire, ci si diverte: c’è sempre dietro la Industrial Light and Magic, ci sono i dinosauri piumati che faranno contenti i più incontentabili, un sacco di inseguimenti, spaventi, anche un po’ di cattiveria assortita che da un PG-13 non mi aspettavo e che – perfettamente in tema – sembra quella dei PG-13 di una volta, che non rinunciavano a orrore e sangue. Si vedono molte persone trascinate e mangiate, cadaveri per strada (anche di ragazzi!), animalini domestici che fanno una brutta fine. C’è insomma una stronzaggine benvenuta e fuori dal tempo, se mi passate la battuta. E poi, a un certo punto, c’è una scena che mi ha fatto davvero saltare in piedi e applaudire per quanto fosse inaspettata e coraggiosa in un contesto di questo tipo. Una scelta con due palle così che purtroppo il film si rimangia almeno in parte, ma che al momento mi ha messo un gran sorrisone in fazza. Se solo tutto il film fosse allo stesso livello, magari non staremmo gridando al capolavoro, ma almeno la maledizione della medietà che Abrams si porta dietro modello Tutankhamon sarebbe stata sconfitta.

La fine di Oak Street, dicevo, è scritto e diretto da Mitchell, ma è evidente che dietro c’è la mano produttiva di Abrams. Non mi spingo a dire che abbia modellato lui la storia, magari Mitchell l’aveva già scritta e Abrams ci ha trovato punti in comune con le sue ossessioni e ha deciso di produrla. Fatto sta che quelle ossessioni ci sono eccome, a partire dalla nostalgia per il primo Spielberg di cui sopra – e che qui risulta abbastanza superflua: il film avrebbe funzionato allo stesso modo se fosse stato ambientato oggi – ma non solo. Se mi dicessero che Oak Street è segretamente un altro capitolo della saga di Cloverfield ci crederei: come in molti film di Abrams, c’è un evento misterioso che causa tutto quanto ma resta completamente inspiegato. Chiaro, non è una roba che si è inventato lui – Romero, per dirne uno, ci ha confezionato un’intera saga – ma è indubbiamente un suo marchio di fabbrica. In un film anni ’80 non ci sarebbe mai stato spazio per qualcosa di così ambiguo, e l’idea di Abrams è infatti sempre stata quella di omaggiare fino a un certo punto, ibridando per il resto la formula con le sue trovate da marketing virale sooo anni Dieci. La fine di Oak Street si inserisce in questo solco con l’arroganza di chi arriva troppo tardi ma è troppo sicuro di sé per rendersene conto, e alla fine ci fa anche un po’ di simpatia.
Per il resto, il film attinge a piene mani da un sacco di fonti più che evidenti, ancora una volta senza la minima vergogna. Ci sono dentro The Mist, Ritorno al futuro (nel finale c’è un omaggio direttissimo che, devo ammetterlo, mi ha un po’ conquistato) e, soprattutto, e qua ragazzi c’è margine per una causa legale grossa come un brachiosauro piumato, Oblivion Song di Robert Kirkman e Lorenzo De Felici. Già vedendo il trailer era palese, ma nel finale la cosa diventa talmente esplicita da spingermi a chiedermi cosa ne pensino Kirkman e la Universal, che da tempo sta lavorando a un adattamento del fumetto. Ok che non esistono più le idee nuove

Ma sapete cosa ho trovato davvero strano? Magari mi prenderete a parolacce, ma il film non trova mai il tempo per fare un passo indietro e commentare l’assurdità di trovarsi di fronte dei dinosauri. I personaggi vedono dei dinosauri – per giunta piumati, cosa che negli anni ’80 manco si sapeva – li accettano immediatamente come dinosauri, passano oltre. Chiaro che la loro priorità è sopravvivere, ma – tanto per citare un film minore – Jurassic Park trovava un equilibrio perfetto tra momenti di tensione e altri di pura meraviglia. Qui forse a mancare è proprio la meraviglia, il sense of wonder. In due parole: la Spielberg Face, e se nel tuo omaggio a Spielberg manca la Spielberg Face, forse non hai mai veramente capito Spielberg.
A conti fatti, La fine di Oak Street resta un film abbastanza godibile, con un bel cast, bei momenti, bei dinosauri, ma mi aspettavo molto di più. E ora scusatemi ma devo tornare a lavorare a quel progettino che sto cullando da tempo: la storia di un hacker che scopre che il mondo è in realtà una simulazione creata da macchine intelligenti. È la volta che sfondo!
Poster quote:
“No Spielberg Face, no party”
George Rohmer, i400Calci.com




Abrams…un altro “spielberg ma non posso”… Il nulla cinematografico… quello che prende in mano la roba di altri e la rovina.
Tutto sommato io credo che il film sia spielberghiano più che nella sua parte action/fantasy proprio in quella intima ed umana.
Cioè, è proprio una famiglia che ti aspetteresti di trovare in un film dello Spielberg degli anni d’oro, o comunque di tutti i registi e i film che ha ispirato. Una famiglia anche abbastanza disfunzionale ma che alla fine si vuole bene e rimane unita “perché sì”, come scrivete voi nella recensione. Un esempio non spielberghiano può essere pure la famiglia di Gremlins, col padre simpatico inventore pasticcione mezzo fallito
Diciamo che Mitchell e Abrams non hanno avuto la fortuna di trovare Apu che gli diceva che Billy e il clonesauro era una pessima idea
dire che non ha fatto nulla di che da It Follows quando in mezzo c’è stato Under The Silver Lake, rispetto al quale questo bel film è tutto sommato una cazzatina… vai Jack
Con tutto il rispetto per Under the Silver Lake, sono passati otto anni e non è che abbia lasciato il segno come It Follows, che è quel tipo di debutto che ti fa immaginare una grande carriera.
Mi correggo, opera seconda, non debutto.
Bello Under the Silver Lake! Strano ma sottovalutato.
I tempi sembrerebbero maturi per sottoporre alla glossa Calcistica la categoria semantica di ” Cinesata”, cui quest’opera rappresenta un paradigma.
Se non fosse che tutta la parte sulla famigliola in crisi è un catalogo ammuffito della peggior specie di stereotipi del cinema americano… Per me insalvabile.
Poteva essere un blockbuster scatenato come non se ne vedevano da decenni, poteva essere il sorpasso a destra col dito medio ai vari Jurassic World, poteva essere una roba super matta che giocava coi loop temporali, con le cronosostituzioni, coi wormhole, poteva essere una rilettura 2.0 del Philip Dick di “Tempo fuor di sesto” o almeno di Donnie Darko, poteva essere il nuovo The Mist, poteva decidersi se essere un decorosissimo film d’avventura per famiglie o un horror truculento senza pietà, poteva avere il coraggio di rimanere in equilibrio perfetto fra le due cose come appunto Jurassic Park o Gremlins. Poteva tantissime cose. Poteva, e non ne ha fatta mezza. L’unica cosa memorabile di questa minestra d’ospedale è lo spreco di potenziale. Abrams, saranno passati vent’anni da Lost ma resti sempre l’imperatore della SÓLA.
Ragazzi noooo perché questo nuovo tema scuro nel sito? Vedo righettine per qualche minuto dopo che finisco di leggere :(
Lo puoi cambiare! Ti basta scrollare alla fine della pagina e puoi selezionare il tema. Se lo vedi scuro è perché le impostazioni generali di sistema del tuo computer/telefono sono settate sui temi scuri, ma puoi scegliere il tema chiaro dal fondo pagina e le ignorerà.
Ah per fortuna non sono solo io :(
Confermo anche che no, con gli aggiornamenti di layout non prendiamo di mira utenti specifici
A me onestamente ha divertito nella prima parte, poi inizia a fare scelte che ho trovato strane (la gente che esce di notte, in mezzo ai predatori, con una certa tranquillità) o un finale dove il morale era abbastanza ambiguo, ma comunque resta godibile nel suo.
Più sulla sufficienza che altro
Mi aspettavo di piu’,molto di piu’ (cit.Panella) .E’ divertente ma un po’ scontato.Dal regista di It Follows mi aspettavo un po’ piu’ di horror anche se qualcosina c’e’.Soprattutto QUELLA scena li.Pero’ si ,mi sa di occasione mezza sprecata.Tanto potenziale sfruttato abbastanza male.
Peccato.