Sala dei trofei è la video-rubrica che si occupa di catalogare i grandi classici del cinema da combattimento.

Sì, anche qui si narra la storia di uno a cui capitano un sacco di imprevedibili avventure tra cui il fatto che a un certo punto si trova ad accudire un bambino non suo, ma no, il protagonista non è Zack Galifianakis e questo non è Una notte da leoni. Qui si parla degli Stati Uniti d’America poco dopo la guerra con il Messico, quando conquistarono un altra manciata di territori e un golfo a cui cambiarono nome con calma molto dopo: un uomo disilluso decide di fare vita solitaria di montagna, e tra le insidie di territori selvaggi, incomprensioni con le tribù di nativi e la solitudine rapidamente vanificata e poi restituita con eccessiva brutalità, a un certo punto (termine tecnico) strippa male. Corvo rosso non avrai il mio scalpo!, entusiasta titolo italiano del più solenne originale Jeremiah Johnson, è un film che costruisce una ballata epica su complessità e contraddizioni là dove Hollywood oggi avrebbe probabilmente ingaggiato un affascinante equivalente di Robert Redford per farne un più prosaico emulo di John Wick. A voi il filmato integrale:
(trovate i nostri episodi anche su Youtube e Spotify)
APPENDICI ALLA VISIONE
PREMIO JIMMY BOBO
I candidati di questa settimana sono stati pescati un po’ a caso tra la filmografia di Robert Redford
- Phillip Chi (shark bait)
- Tom Cresci (accounting clerk) e Molle DeBartolo (vfx producer)
- Art Piantadosi (re-recording mixer) e Joe Bou (2nd assistant camera)
Congratulazioni a Phillip Chi e al suo mestiere pericoloso. Crognale d’argento a pari merito a Tom Cresci, sperando che lo aiuti a maturare, e a Molle DeBartolo, sperando che la aiuti a raddrizzarsi. Votate il vostro preferito nei commenti per assegnare in differita il Premio Manon Serve! E ricordate: se vi abbonate al nostro canale Twitch il vostro voto vale doppio.

PROSSIMI APPUNTAMENTI SU TWITCH
Lunedì 29 settembre, ore 21: LA PALESTRA DEI 400 CALCI
Il nostro consueto appuntamento con le news più calciabili della settimana
Dopodiché…

Il primo ottobre ritorna la Horror Challenge dei 400 Calci! Come funziona la Horror Challenge? È facile. Si guarda un film d’orrore ogni giorno per tutto il mese di ottobre. Noi vi diamo un calendario di categorie e, ogni giorno su Instagram, un nostro suggerimento: voi potete seguirlo, oppure farci sapere che titoli alternativi avete scelto facendo una story e taggando @i400calci con hashtag #400challenge, così, per il gusto di condividere cose belle. Il film che vi suggeriremo il giovedì sarà lo stesso di cui poi vi parleremo quella sera stessa su Twitch. Leggete il calendario integrale. Ma prima…
Giovedì 2 ottobre, ore 21: per la rubrica Gli stranissimi e la categoria “un film con bambini orribili”, in compagnia di Eugenio Ercolani, vi parleremo del meravigliosamente delirante Stridulum.

TRAMA: una marmocchietta ha poteri telecinetici e viene contesa da uno dei cast più incredibili di tutti i tempi capitanato da Franco Nero nei panni di Gesù. [IMDb | Trailer]
Un grazie finale alla videosigla di Christian Aliprandi e Dario Cogliati, all’inno Trenodia per le vittime di Val Verde di Ludwig Van Verhoeven e alla sigla 400 Calci dei Nanowar of Steel.




Confermo, Stridulum è un delirio con un cast pazzesco che ancora fatico a credere di aver visto.
Mitico Piantadosi, l’altro giorno mi sono ri-sparato i 3 Giorni e alla fine l’ho beccato pure io, ebbravi ragazzi!
Mamma mia che filmone “Corvo Rosso non avrai il mio scalpo”.
Ma proprio uno di quelli IMMENSI.
Comunque il discorso sugli indiani nel western è complesso.
Intanto nella maggior parte dei film più che “cattivi” erano antagonisti, una sfumatura non da poco. E attraverso il cinema western, anche se usati in senso negativo, sono stati mitizzati e sono entrati nell’immaginario collettivo mondiale, tanto è vero che tutti siamo consci della loro tragedia, mentre di quel che è accaduto a indios e civiltà precolombiane dal Messico in giù ce ne sbattiamo abbastanza.
Detto ciò, film con indiani “buoni” sono sempre esistiti, anche all’epoca del muto. Negli anni 50 ci fu addirittura tutto un filone molto fortunato con protagonisti indiani (va da sè, interpretati da attori bianchi) e non sono mai neanche mancati film che mettevano in scena le loro ragioni storiche.
La rivoluzione copernicana della loro rappresentazione, iniziata da “Ucciderò Willie Kid” (sempre con Redford, tra l’altro), perseguita dalla fondamentale trilogia del 1970 “Piccolo grande uomo”, “Soldato blu”, “Un uomo chiamato cavallo” e poi continuata da altri western revisionisti, non riguardava dunque tanto il fatto che gli indiani fossero i “buoni”, ma che di contro si rappresentasse in senso totalmente negativo la società bianca. Esattamente come “Corvo rosso” sono stati film che hanno negato le basi del sogno americano, mostrando il caos della Storia e provando a far capire agli americani che gli USA sono figli di quel caos senza senso tanto quanto qualsiasi altra società. Visto come stanno andando le cose non è servito un cazzo, ma almeno ci hanno provato.
In realtà nel western della golden age gli indiani venivano rappresentati alternativamente come crudeli selvaggi (assolvendo un ruolo piuttosto classico nel c.d. “viaggio dell’eroe”) o come fieri nemici, a seconda della sensibilità dei produttori: in entrambi i casi il film terminava sistematicamente con la sottomissione degli indiani a rincuorare lo spettatore. Sentieri selvaggi, Ombre rosse, Fort Apache, etc. etc… tutti rispecchiavano la vecchia idea propagandistica degli indiani, e negli anni’50 e ‘60 era vecchia veramente perché c’era chi la considerava desueta già un secolo prima. Non è mia intenzione fare dietrologie su ombre politiche/culturali dietro le grandi case di Hollywood ma è un fatto che in quell’epoca in cui la questione indiana era stata risolta e vinta dal governo con qualcosa di molto simile al generalplanost nazista, rivolto però verso le grandi pianure, quelle fossero storie vincenti, con un approccio rassicurante e in grado di incassare bei milioni. Se i tedeschi avessero vinto la guerra oggi i classici del cinema vedrebbero scontri fra bravi coloni ariani e slavi selvaggi e furenti.
Le ragioni (sacrosante), la cultura e lo stile di vita degli indiani hanno cominciato a far la loro comparsa al cinema a partire dalla new hollywood, tutti i film “revisionisti” sono usciti praticamente dopo il 1970 e la pubblicazione di “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” di Dee Brown.
Prima di allora nessuno si sarebbe mai sognato di fare un film in cui gli indiani la fanno franca, escono vittoriosi da una battaglia con l’esercito o addirittura in cui le giubbe blu sono rappresentati per quei crudeli ammazzabambini che erano.
Il fatto che esistessero film con protagonisti indiani (interpretati da bianchi, come giustamente sottolinei) o financo indiani “buoni” non cambia lo schema originale; alla fine la morale e l’etica dovevano sempre stare dalla parte dei bianchi, forse non proprio di tutti, ma dei protagonisti sì.
Hans, non mi pare che diciamo cose molto diverse.
Ribadisco: è appunto solo con la New Hollywood che si mette in totale discussione il sogno americano (ma in generale, non solo nei western) e quindi si contestualizzano storicamente e politicamente le cosiddette guerre indiane, con tutto il sacrosanto revisionsmo che ne consegue.
E’ vero, prima l’indiano “buono” nei film era comunque visto in un’ottica di valori totalmente bianca, e dove le eventuali ingiustizie che subiva non erano mai attribuite a un sistema e alla società americana nel suo complesso, ma erano sempre causate dall’agire di criminali solitari, trasgressori anche nell’ambito della società bianca.
Quei limiti però non tolgono il fatto che il luogo comune che prima degli anni 70 gli indiani nei film fossero sempre brutti, sporchi e cattivi è appunto solo un luogo comune e che i film con protagonisti indiani positivi o che comunque si schieravano (anche) dalla loro parte ci fossero ben prima degli anni 70. Negli anni 50 c’era tutto un filone, con persino attori specializzati nell’interpretare indiani buoni, tipo Jeff Chandler, come non sono neanche mancati quelli espliciti sulle ingiustizie da loro subite (Il passo del diavolo di Anthony Mann del 1950, L’ultima caccia di Richard Brooks del 1956) o i molti che, in chiave più avventurosa, avevano protagonisti bianchi che, divisi tra società bianca e vita tribale, voltavano volentieri le spalle alla prima e sceglievano volentierissimo la libertà della seconda (quasi sempre invogliati dalla presenza di una bella squaw innamorata).
Tra l’altro nella live si cita “Balla coi lupi” (che pure è un film che amo molto) come un ulteriore passo in avanti nella rappresentazione dei nativi nei film, quando a me sembra proprio il contrario: un ritorno al concetto un po’ tropo idilliaco del “buon selvaggio” di molti western degli anni 50; tanto è vero che “La tortura della freccia” di Sam Fuller del ’57 – uno del filone pro-indiani – ne è quasi il prototipo.
Mentre negli anni 70, proprio in film come “Corvo rosso”, non ci si tirava indietro nel rappresentarli per quello che erano: tribù per lo più di stampo guerriero, orgogliosissimi di essere dei gran tagliagole, espertissimi nella guerriglia più spietata. Ma proprio perché era una rappresentazione più reale diventavana più reale anche la denuncia del loro massacro.
Sia come sia, il paradosso di base che mi premeva sottolineare è che se comunque tutti (anche chi non ha mai visto un western in vita sua) conosciamo almeno per sentito dire i nomi come Apache, Cheyenne, Sioux, Mohicani, Crows, Navajo, Seminoles, ecc. o personaggi storici come Geronimo, Cochise, Toro Seduto, Cavallo Pazzo lo si deve alla mitologia western, pur avendoli nella maggioranza dei casi rappresentati come nemici. Invece, ad esempio, a meno di non essere vecchi lettori di Mister No con una buona memoria, di quante tribù amazzoniche conosciamo i nomi? Io nessuno, sinceramente. Eppure non è che i nativi sudamericani siano stati massacarti meno di quelli nordamericani. Anzi.
Aggiungo quest’ultima cosa e poi giuro la pianto. Questa sorta di imbarazzato senso di colpa ed estrema prudenza nel parlare di queste cose, avvertibile anche in questa live, a cosa porta nel cinema? Porta che da una ventina d’anni il western ha avuto un suo curioso e appartato ritorno in auge, con almeno un’ottantina di titoli “mainstream” girati con professionalità.
Su questi quasi 80 film in 20 anni quanti hanno protagonisti indiani? Zero. (Almeno di non voler considerare “The New World” di Malick un western; per me non lo è.)
Su questi quasi 80 film quanti hanno protagonisti bianchi, ma trattano almeno della questione? Tre: “Hostiles” di Scott Cooper (praticamente un penitenziage di due ore), “Woman Walks Ahead” (un polpettone romantico con Jessica Chastain) e “News of the World” di Greengrass (che tratta l’argomento in modo per altro laterale). Insomma, ci sentiamo così in colpa che abbiamo smesso semplicemente di raccontare la loro storia. Ottimo, direi.
Dio che wall of text che mi è uscito. Pardon.
Non ti preoccupare, anch’io non ho scritto molto meno di te ;) e poi è una buona discussione.
Sull’ultima parte, l’unico film degli ultimi vent’anni che mi viene in mente in cui compaiono degli indiani che rivestono un ruolo oserei dire “insolito” e che sotto sotto è a suo modo un western è Wind River di Taylor Sheridan, penso sia l’unico film (o almeno l’unico film mainstream) a mostrare le brutture delle riserve indiane nel XXI secolo.
“1923”, sempre di Taylor Sheridan, mostra anche l’arco narrativo di una ragazza indiana costretta a vivere in una “Indian Boarding School”.
Ma quanti film western ti sei visto Tommaso?? Chapeau :)
“Jeremiah Johnson” é un grandissimo film, vorrei accodarmi a fan del titolo.
E appartiene tra l’altro a quel filone che a me piace molto, Il western con la neve, che ha partorito pochi film, relativamente alla messe di Western della storia del Cinema.
I film western ambientati nella neve sono pochi, probabilmente per motivi legati ai costi e alla complessità organizzativa, anche senza spingersi agli estremi di Jeremiah Johnson.