Cominciamo dalla parte più controversa di questa recensione: io non sono un fan di Resident Evil.
Sono ovviamente a conoscenza del fatto che esiste un franchise con questo nome, dell’impatto che ha avuto sul mondo videoludico dalla fine degli anni 90 e dei film non esattamente stellari che ne sono stati tratti. Ho visto amici e parenti giochicchiare ai vari capitoli e ho guardato distrattamente alcuni degli adattamenti del migliore degli Anderson con la migliore delle Jovovich. Ma non mi definirei un esperto, e neanche un occasionale frequentatore. E di certo non un fan.

In un mondo perfetto, se un adattamento è buono, la conoscenza del materiale di partenza impatta zero sulla fruizione e su un giudizio critico del film. Ma non viviamo in un mondo perfetto, Fabrizio, e se hai mai aperto Facebook in vita tua saprai meglio di me che un critico cinematografico non può parlare di film tratti da videogiochi se non è amico personale di Hideo Kojima.
Fortunatamente, io sono un amico personale di Hideo Kojima:

E ok, non sarò un fan di Resident Evil, ma potete scommetterci il culo che sono un fan di Zach Cregger – e questo, per tutta una serie di motivi che andremo a vedere tra poco, ha molta più rilevanza e impatta esponenzialmente di più sulla fruizione e il giudizio critico del Resident Evil di Zach Cregger.
Io sono quello che, proprio su queste pagine, dopo aver visto Barbarian ha scritto: wooooooooooooooooooooooooohhhhhhh. E anche: segnatevi il nome di questo Zachary Cregger, è matematico che farà grandi cose.
E le ha fatte!
Weapons, per me, è uno degli horror più belli e più importanti del 2025. E sì, lo so che non tutti sono della stessa opinione, è un film che ha certamente diviso il pubblico e si è attirato critiche anche legittime, ma sono certo che la Storia mi darà ragione (e quando dico “ragione” penso a quando Stalin è salito al potere dell’URSS e ha fatto cancellare Lenin dalle foto); un film cattivissimo e inquietante che ha confermato il talento di Cregger come filmmaker perfettamente a suo agio con i registri sia dell’horror sia della commedia, con una visione estremamente personale e idee di messinscena e storytelling tutt’altro che banali.
Anche per questo non mi faceva impazzire questa cosa di Resident Evil. Voglio dire, abbiamo un regista che ha dimostrato di sapere il fatto suo fuori dai circuiti del mainstream, che è in grado di portare a casa grandi risultati a fronte di budget piccolissimi, senza scendere a compromessi e parlando di cose che gli stanno a cuore. E cosa fa non appena la gente inizia a osannarlo e a ricordarsi come si scrive il suo nome? Sale sul carrozzone dei franchise, delle IP e dei film su commissione, accettando di dirigere il secondo reboot in meno di 5 anni di una saga millenaria che ha già sette capitoli. Non esattamente stupendi.

La buona notizia è che Resident Evil è un buon film a prescindere da Resident Evil. Zach Cregger ha sì accettato un lavoro su commissione, ma ha fatto un film che avrebbe fatto comunque, anche se non avesse potuto chiamarlo “Resident Evil”. Cregger, a differenza mia, è un fan del videogioco e quello che ha realizzato, più che un adattamento, è un omaggio appassionato e sperticato a ciò che Resident Evil rappresenta a livello videoludico: una sorta di fanfiction che funziona sia se la ambienti a Raccoon City, sia se la ambienti ad Anonima Cittadina del Cazzo X durante un’orrorifica pandemia che trasforma i cittadini in violenti ammassi di carne mutanti. Il suo segreto? Ha scelto di ignorare gli aspetti più ovvi della lore, limitando la presenza della Umbrella Corporation a pochi riferimenti (non ne si vede una sola volta nemmeno il logo!), evitando accuratamente i luoghi caratteristici come la Spencer Mansion o la centrale della R.P.D. e ignorando completamente personaggi consolidati come Chris, Jill, Claire e Leon. “Non ho intenzione di raccontare la storia di Leon” ha detto Cregger in un’intervista. “La storia di Leon è già nei giochi”. I fan non ne hanno bisogno.

Il film di Cregger segue la lunga notte di Personaggio Originale Bryan, non un supersoldato, né un poliziotto in cerca di redenzione e nemmeno un’istruttrice di scuba che non ha fatto in tempo a cambiarsi dopo il lavoro, ma un povero babbo come potremmo essere io o te, che di lavoro fa le consegne di materiale sanitario per gli ospedali (peraltro con la stessa grazia con cui io e te consegneremmo le pizze) e l’unica volta in vita sua che ha sparato a qualcosa è stato nei videogiochi (wink wink). Affetto da un grave caso di Trama Personale Che Lo Pone Di Fronte A Un Bivio Tra Prendere Una Decisione Da Adulto E Non Prendere Nessuna Decisione Rimanendo Un Eterno Ragazzino™, Bryan prende tempo accettando una chiamata super importante priorità massima top urgent per consegnare una borsa piena di MacGuffin all’ospedale di Raccoon City. E, ragazzi, sapete che mi sforzo sempre di non fare spoiler quando non sono necessari, ma, beh, non indovinerete mai cosa sta succedendo proprio quella notte a Raccoon City.

Quello che segue è un po’ After Hours con i mostri mutanti assassini e un po’ Die Hard con i mostri mutanti assassini, in quel connubio a cui ormai ci ha abituati Cregger tra orrore e comicità – dove il primo è dato dalle circostanze di un’epidemia zombi condita da tutto il repertorio di schifo pseudo-lovecraftiano tipico dei capitoli più recenti di R.E., e il secondo dalle reazioni assolutamente condivisibili di un tizio qualunque catapultato in una situazione assurda, che prima fatica a capire cosa gli sta accadendo intorno, poi si rifiuta di crederci e infine procede per pura inerzia e senza farsi troppe domande mentre attorno a lui si scatena l’apocalisse. Una prova davvero eccellente di Austin Abrams (già visto in Weapons, faceva il tossico che vive nel bosco) che in più di un momento mi è sembrato la reincarnazione di Libero De Rienzo in Santa Maradona (credo il più bel complimento che possa fare a un attore e a una persona).

Visivamente, è una festa per gli occhi. C’è tutto quello che un amante del body horror potrebbe volere e fidatevi se vi dico che l’ambientazione notturna non lascia comunque niente all’immaginazione. Tentacoli, budella, cervella, occhi e denti dove non dovrebbero trovarsi né gli occhi né i denti, sangue, vomito, mutazioni di ogni tipo tra cui spiccano per carisma e affabilità i caratteristici dobermann con la sorpresa, neonati insettoidi, il Barone Harkonnen di Dune ma con la pancia piena di ratti (mutati, ovviamente, anche loro) e come boss finale una specie di palla di carne e arti mutilati che guadagna pezzi e cresce man mano che rotola per le strade di Raccoon City come un terrificante Katamari dell’orrore.

Cinematograficamente, la macchina da presa è quasi sempre alle spalle di Bryan, lo segue da vicino in lunghi piani sequenza quando non si sostituisce direttamente al suo punto di vista: i suoi spaventi sono i nostri spaventi, le sue reazioni sono le nostre reazioni. L’intenzione di Cregger è abbastanza ovvia, non vuole raccontare la storia di un personaggio di Resident Evil, vuole raccontare cosa si prova a giocare a Resident Evil. L’ansia, l’adrenalina, le corse e le rotture di coglioni (28 piani di scale e l’ascensore non funziona!), gli spaventi, ovviamente, e la soddisfazione di quando si riesce a risolvere un puzzle o ad abbattere un boss. E se ha fatto piazza pulita dei nomi e degli aspetti di trama più ingombranti legati al franchise, non significa che il film non sia pieno di citazioni gustosissime che servono proprio a rievocare quell’atmosfera e quelle esperienze, tra mappe, lucchetti, munizioni che non sono mai vicino alle armi che hai appena trovato, registrazioni di messaggi affidati ai posteri e una macchina da scrivere che non serve apparentemente a nulla.
Questa chiave di lettura spiega anche il ruolo che ha l’umorismo nel racconto, che non è un vezzo di Cregger o una concessione a un pubblico lobotomizzato dai cinecomics che non è più capace di guardare un film se non ci sono le battutine, ma parte integrante dell’esperienza di qualunque giocatore. O volete veramente farmi credere che voi non vi divertivate come matti quando ci giocavate insieme ai vostri amici, che a ogni jumpscare non seguivano fragorose risate o che non eravate voi i primi a prendere per il culo le assurdità della trama o le meccaniche nonsense del gioco? Ehi, magari ora mi direte che Resident Evil è una roba profondissima, in fondo io non ci ho mai giocato.

La dichiarazione di Cregger di aver levato parecchie battute nella versione finale del film perché durante gli screen test il pubblico “rideva troppo” può sembrare una spacconata, e probabilmente lo è, ma ha il suo perché in questo contesto, se l’intenzione è fare un horror in cui si ride, ma non una commedia horror.
Questo ragionamento vacilla in un unico punto (in realtà in due momenti diversi, ma il senso è lo stesso), e cioè quando entrano in scena gli scienziati pasticcioni, interpretati dai grandissimi Paul Walter Hauser e Zach Cherry (meno di un mese fa dicevo che voglio Zach Cherry in tutti i film: immaginate che faccia ho fatto quando si aprono le porte del laboratorio dell’Umbrella e c’è lui ad accogliere Bryan!). Sono forse la cosa più vicina a un momento di alleggerimento comico puramente “diegetico”, oltre che la deviazione più grossa e deliberata rispetto al canone di Resident Evil.
Nei giochi (ma anche nei film precedenti), l’Umbrella Corporation è generalmente descritta come una multinazionale del male ultra competente che sa benissimo cosa sta facendo quando scatena l’inferno in terra: i suoi scienziati sono pazzi, ma non stupidi, le loro azioni sconsiderate, ma non maldestre. E tuttavia, come già in Weapons e Barbarian, Cregger non si tiene dal parlare di attualità e qui l’occasione di tirare una stoccata al mondo delle big tech era veramente troppo ghiotta. Prontissimo a essere smentito (Cregger è noto per rispondere a qualsiasi sovrainterpretazione dei suoi film con un “ah sì? Io l’ho fatto un po’ a caso”) ma non riesco a togliermi dalla testa il parallelismo tra il T-virus e l’AI: una tecnologia spaventosa (sviluppata in collaborazione con l’esercito) che ogni giorno è un po’ più fuori controllo, una bomba a orologeria che, salvo miracoli, porterà alla nostra estinzione e i cui campanelli d’allarme vengono quotidianamente ignorati non da scienziati resi ciechi dalla propria hybris, ma da scemi veri. Musk, Altman e ogni CEO impegnato nella corsa a chi distrugge il mondo per primo, gente con un potere immenso e che non è neanche così intelligente o competente come vorrebbe sembrare, che prima o poi farà cadere la (metaforica) provetta sbagliata e ci condannerà tutti.
In questo senso, tutto concorre a tracciare un quadro di un pessimismo totale che poi è un altro dei marchi di fabbrica di Cregger. È il motivo per cui non siamo di fronte a un epigono di Shaun of the Dead, quanto piuttosto di Evil Dead 2: l’umorismo esiste all’interno di una visione del mondo nerissima – come dimostrano alcuni spoiler che se non avete ancora visto il film magari non volete leggere.

Basterebbe citare il finale, amarissimo e beffardo, ma ci vuole un bel pelo sullo stomaco pure per mostrare un reparto maternità pieno di neonati spappolati o orribilmente mutati. È pur vero che a quel punto siamo immersi nello schifo già da un po’ e non ci sorprendiamo più di nulla, molto più incisiva allora la parte della bambina nel camper a metà film. Quello è un classico caso in cui un autore meno capace o meno coraggioso avrebbe imboccato una strada completamente diversa e telefonatissima, con Bryan che si carica in braccio la ragazzina e la sua missione diventa portarla in salvo. Proteggendo la bambina, Bryan matura, si scopre pronto a sacrificarsi per gli altri e capisce di essere in fondo tagliato per fare il genitore, così da poter tornare dalla sua compagna con spirito rinnovato, pronto ad affrontare una sfida ben più paurosa di un’orda di zombi – fare il papà! Diversamente, se Bryan fosse morto per proteggere una bambina, quella morte avrebbe avuto un significato, sarebbe stata il suo trionfo e la sua redenzione. E invece non succede nessuna delle due cose: l’inquadratura scende sui piedi della bambina mostrandoci che la mutazione è già in corso, non c’è già più niente da fare, Bryan non avrà altra scelta che spararle in faccia, ma non prima di essere morso e infettato a sua volta. Nessun senso, nessuna giustizia poetica, la vita è caos e cose brutte succedono a gente che non se le merita.
E scusate se salto di palo in frasca, ma fintanto che siamo in area spoiler, c’è un’altra roba su cui ho rimuginato per mezzo film e poi per tutto il tragitto verso casa. La struttura di Weapons e Barbarian, tutto il gioco dei punti di vista multipli, mi aveva convinto che avremmo assistito a qualcosa di simile anche qui. Nel momento in cui Bryan viene morso dalla bambina ho pensato: è spacciato, lo seguiremo ancora per un po’, poi inevitabilmente creperà o si trasformerà in un mostro e il film proseguirà col punto di vista di un nuovo personaggio, magari qualcuno che abbiamo intravisto prima, ma a cui non avevamo dato troppa importanza. Figo, no? Un po’ mi è spiaciuto che Cregger non abbia seguito la sua stessa lezione e il film finisca esattamente con la “fine” di Bryan. D’altra parte se c’ho pensato io, figurarsi se non ci aveva pensato Cregger: e allora forse il punto è non diventare la propria gimmick, non trasformarsi in “quello dei film con tanti punti di vista”. Il film funziona alla grande anche così, come backstory del mini-boss che dovrai spazzare via a metà gioco, o del messaggio strappalacrime di un povero diavolo alla sua ragazza trovato nel parcheggio dell’ospedale. Non c’è bisogno di complicarsi la vita.

Anche a fronte di una storia ultra lineare, Resident Evil evita le strade facili o le scelte troppo scontate, e si diverte a spaventarci e sorprenderci tutte le volte che può. Un survival horror che fa ridere di gusto, fa fare dei gran salti, mette in campo delle belle idee a cui, incredibilmente, nei sette film precedenti nessuno aveva ancora pensato. Non ha Milla Jovovich, questo bisogna ammetterlo, ma il suo cast ridotto all’osso (è il one-man-show di Abrams, con quelli che sono poco più che dei camei di Hauser, Cherry e la pugile Kali Reis, che forse vi ricordate dall’ultima stagione di True Detective) si difende bene. Funziona sia come storia autoconclusiva sia come capitolo zero di una saga che Sony e Constantin Film (lo studio tedesco che è il vero detentore dei diritti cinematografici del franchise) hanno tutta l’intenzione di portare avanti. E dura 90 minuti spaccati, una roba che mi ha sorpreso più di qualsiasi colpo di scena, conferma l’idea che ci eravamo fatti di Cregger (buona o cattiva che fosse, comunque la conferma) e dimostra che adattare un videogioco che va avanti da 30 anni è possibile se ci si concentra sul mood che quel gioco è in grado di evocare, piuttosto che sforzarsi inutilmente di raccontarne l’impossibile, intricatissima, a tratti ridicola mitologia.
Blu-ray quote:
“Un po’ After Hours con i mostri mutanti assassini, un po’ Die Hard con i mostri mutanti assassini”
Quantum Tarantino, i400calci.com




SPOILER
È un Peter Jackson prima maniera, quello delle commedie splatter alla Bad Taste e Braindead.
Il marchio Resident Evil è solo un pretesto, qualche contentino tipo la macchina da scrivere o le soggettive quando si imbraccia un’arma,
Cregger voleva offrire, riuscendoci, il suo sguardo originale sull’usurato genere zombie (che qui in realtà latitano) declinato all’action, sovvertendone gli stereotipi.
L’uomo qualunque, protagonista impreparato di fronte all’orrore ma dotato di straordinaria resilienza, l’eroina dalla mira infallibile che tuttavia dura un battito di ciglia.
I videogiocatori duri e puri grideranno al reato di lesa maestà, incapaci di considerare prospettive inedite, chiusi come i lucchetti che impediscono di proseguire in nuove direzioni.
L’ultima beffa è la rinuncia all’apparente, scontata, plot armor del fattorino, dal destino segnato non tanto dal morso, quanto dalla telefonata alla compagna in cui si assume le sue responsabilità di futuro padre, concludendo il suo arco narrativo.
Nessun happy ending, solo l’amara constatazione che i mostri abbattuti senza pietà nei videogiochi o nei film siamo noi, persone più o meno risolte, che hanno la sola colpa di essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Gli Schizzacervelli ottimo parallelismo
Sulla parte “corporation che sa esattamente cosa sta facendo” rimando a tutta la linea memetica (corroborata dal gioco):
– Trovi una nota
“Abbiamo impiantato le motoseghe sulle braccia di questo mostro mutante e abbiamo iniziato a punzecchiarlo, affamarlo e torturarlo, speriamo non si liberi”
– Seconda nota due metri avanti
“Ops si è liberato”
verissimo, eh, ma pensavo più ai cattivi finali che prima di trasformarsi in un mostro tentacolare disgustoso ti fanno il monologo sull’evoluzione e su come quella sia la forma perfetta a cui ogni persona dovrebbe ambire
il progetto per il perfezionamento di racoon city
Filmone divertentissimo, con gran ritmo!
Gustatevelo appena potete!
Uno dei piu sfiziosi di quest’anno
A me ha ricordato ad ogni inquadratura Pierluigi Diaco, quindi onestamente per me è il finale più soddisfacente.
Solo a me ha ricordato INSIDE? Non ho mai giocato a RE, ci sono anche lì i mostri-katamari?
Che fotta, non vedo l’ora. Più Cregger, meno Eggers
il ritmo è allucinante, credi di trovarti di fronte ad un film lungo dove succedono un sacco di cose e minuti ti volano, e invece ti trovi di fronte ad un film “corto” dove succedono un sacco di cose e i minuti (gonfi e pieni come un ventre ricolmo di sorci) ti volano.
la sostanziale assenza totale di dialoghi sicuramente contribuisce all’effetto.
film estremamente godibile che, se si è conoscitori della saga anche senza arrivare a conoscere il nome di tutti i protagonisti antagonisti e comprimari e come si scrive, offre sicuramente qualche sorrisino ebete in più
unica cosa di cui ho sentito la mancanza, una scena genuinamente e sinceramente ansiogena senza la catarsi della risata, che, al di là dei gusti personali, sarebbe state in linea con alcuni capitoli/sezioni dei videogiochi
Nelle mutazioni, umane e canine, direi che c’è molta Cosa, quella di 44 anni fa. O no?
Beh io quando ho visto il cagnolone che mutava ho pensato proprio che fosse un omaggio alla Cosa
Non mi sono mai piaciuti i videogiochi violenti,tantomeno quelli di zombie e affini.Non ho mai visto nemmeno un film di RESIDENT EVIL , pur amando l’horror, ma Cregger mi ha lasciato a bocca aperta con quel capolavoro di Weapons quindi avendo deciso che Creggers e’ il mio giovane regista preferito insieme all’ormai quasi veterano Jordan Peele lo guardero’ con molta molta curiosita’ appena possibile.
Bello!
Una versione simile del mostrone Katamari damage appare anche in Colony se non erro
Grande twist in un sito che ha coperto con grande attenzione tutti i RE del migliore degli Anderson assegnare il reboot a qualcuno che non li ha mai visti
È un reboot anche questo a ben vedere
niente è casuale su questo dannatissimo sito
Cazzo di capolavoro era molto che non mi divertivo cosi al cinema! Bravo bravo bis!
Ma è una mia impressione o stanno aumentando (almeno tra quelli recensiti qui) i film che durano circa 90 minuti?
POSSIAMO SOLO SPERARE!