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Non mi ricordo dove ho letto questa frase che per me riassume perfettamente gli americani: sono gli unici che vanno in giro a fare la guerra e poi fanno i film per dirti quanto hanno sofferto mentre ammazzavano la gente. Heart of the Beast parte sempre da quelle premesse che abbiamo visto in miliardi di film sui soldati con la PTSD, solo che in questo caso i soldati sono due e uno è un cane. L’altro è un pastore tedesco. HAHAHAHAHA! L’avete capita? Sto paragonando Brad Pitt a Patrick Wilson! Solo che è una battuta disonesta perché Patrick Wilson in fondo non è così male Brad Pitt è un bravo attore, dai. Magari non è il più versatile, però sa il fatto suo e funziona anche in un film come questo, in cui i dialoghi sono davvero pochi. Certo, va detto che ha forse la risata più fastidiosa di tutta Hollywood.
Devo ammettere che, a un certo punto, ho pensato che Heart of the Beast sarebbe diventato uno di quei film che faceva la Disney una volta, col cane che deve ritrovare la strada di casa dopo essere rimasto abbandonato in mezzo al nulla. Succede quando arriva il famigerato INCIDENTE SCATENANTE: Odino, il cane dal nome divino, si sta godendo una vacanza nelle terre selvagge dell’Alaska col suo padroncino James, berretto verde in pensione con gli adesivi degli Slayer ma un animo gentile – lo si capisce dal fatto che si porta dietro un fucile d’assalto, ma lo usa solo per guardare gli uccelli dal mirino – quando BOOM! Mentre sta pilotando il suo idrovolante, James fa un infarto e l’aereo va giù. Odino viene sbalzato dalla cabina, l’aereo finisce in acqua. E qui ho pensato: Odino è acciaccato ma vivo, James è per forza morto. Cioè dai, ha fatto un infarto! È caduto in acqua! È evidente che Brad Pitt era a bordo solo per fare un favore all’amico David Ayer, il suo era poco più di un cameo e Heart of the Beast sarà un remake di Quattro cuccioli da salvare, solo con meno cuccioli di puma e più lupi incazzati. Ci posso stare.

Salta fuori che invece si può sopravvivere a un infarto (leggero) senza cure, così come si può sopravvivere a un risveglio nelle acque gelate di un lago alaskano (alaskese? Alaskico?) dopo aver fatto un infarto. Il maccosometro ne risente un po’, ma chi sono io per giudicare. E così James si riprende, trova Odino e insieme si incamminano per ritrovare la civiltà. Questo è il punto in cui ribadisco che entrambi soffrono di PTSD: anche Odino ha i flashback brutti dell’Afghaniran e si sveglia di notte abbaiando. Non sono proprio sicuro che la memoria dei cani funzioni così, ma mi… Fido. Comunque: entrambi ne hanno viste di tutti i colori (o almeno qualcuno), quindi sopravvivere a un infarto e un incidente aereo Nel profondo selvaggio (ah, lo sentite anche voi il profumo dei migliori sottotitoli italiani?) loro lo chiamano “un mercoledì”. Naturalmente le sfighe non si fermano qua: i boschi dell’Alaska sono popolati di creature grosse e cattive che ti vedono solo come uno spuntino, la natura in generale è fredda, inospitale, violenta e capisce solo la legge del più forte.
Il film ci presenta James e Odino come due individui che non dovrebbero essere vivi, eppure lo sono. Sono già due sopravvissuti all’inizio della storia, ma siccome il mondo è una merda dovranno attraversare letteralmente l’inferno un’altra volta. E quando dico letteralmente, intendo che all’inizio del film incontrano uno strano signore interpretato da J.K. Simmons, vestito come un trapper (Jeremiah Johnson, non Sfera Ebbasta), che sta navigando lungo il fiume a bordo di una lugubre canoa. Come direbbe Toshiro, beccami gallina se quello non è il vecchio Caronte. Quindi, ricapitolando: abbiamo due ex soldati che hanno ingannato la morte più di una volta, al punto da incontrarla per strada e berci una birra al tramonto. Cosa staranno mai cercando di dirci il regista veterano David Ayer e lo sceneggiatore emergente Cameron Alexander? Forse che James e Odino hanno guardato la morte negli occhi e non la temono più? Forse che sono due duri figli di puttana e faranno di tutto per sopravvivere? O forse che il loro destino è già segnato, non si inganna davvero mai la morte perché la morte è come Gandalf, arriva precisamente quando intendeva farlo?

Risposta non c’è, o forse chi lo sa, c’è, ma non ve la dico perché è uno spoiler. Il punto non è tanto se ce la faranno o meno, il punto è non smettere mai di provarci: Heart of the Beast è in fondo una celebrazione della vita filtrata attraverso un paesaggio di morte, ma anche una celebrazione degli affetti incentrata su un uomo che sta cercando di isolarsi da tutto e tutti, ma che non ce la fa mai davvero perché, insomma, ha un cane. È un po’ anche un film a tesi, che intende dimostrare come da soli è impossibile cavarsela, e come – mettetevi a sedere perché questa è pazzesca – NESSUN UOMO È UN’ISOLA. Potrai anche non avere nessuno al mondo, potrai nasconderti nel buco di culo più remoto sulla faccia della Terra, ma un segno del tuo passaggio su questo sasso spaziale che amiamo chiamare casa lo lascerai comunque.
Mi rendo conto che niente di questo è troppo originale, ma Heart of the Beast lo dice bene, ovvero lo dice con l’azione e non con i discorsi strappalacrime. E non è nemmeno uno di quei film, tipo The Grey, che vuole presentarti una minaccia dietro ogni angolo: sì, c’è un orso (brutto, in CGI), sì, ci sono dei lupi famelici (brutti, in CGI; capisco sia necessario, ma non mi convincerete mai che un animale fatto al computer sia minaccioso come uno reale), ma spesso gli ostacoli sono i limiti del proprio corpo, o gli errori dei due protagonisti. È un film che riesce a essere – odio questa parola, ma mi tocca usarla – poetico senza dare fastidio, persino lirico quando vuole, persino toccante. Certo, verso la fine non riesce a evitare di sbrodolare un po’ nel patetico, tra una musichetta al pianoforte nel momento clou e le immancabili didascalie finali che celebrano i cani che hanno servito accanto ai militari in anni di guerre insensate. Gli americani non ce la possono proprio fare a non scadere in questa retorica da orgoglio nazionale mal riposto, ma che volete fare, tocca portare pazienza. Perché poi l’altro lato di questa medaglia è spesso una capacità innegabile di arrivare al cuore delle faccende umane. Si vede che Ayer è più a suo agio con questa roba che con i supereroi che fanno le battutine, perché Heart of the Beast è un’apoteosi di show don’t tell come Odino comanda.

E poi, vabbè, se come me vi sudano gli occhi ogni volta che un canetto vi guarda con quei suoi occhioni pieni di amore, specialmente quando quel canetto è una macchina da guerra addestratissima con i denti in titanio, Odino vi ruberà il cuore. Di sicuro ruba la scena alla sua co-star umana che, va detto, ce la mette tutta e lavora tantissimo col corpo e pochissimo con la voce, ma come cazzo si fa a resistere davanti a un pastore tedesco che si azzuffa con i lupi e vince gli staring contest con gli orsi?
Davvero, sono piacevolmente sorpreso. Non mi aspettavo nulla da questo film, e invece mi ritrovo a dover dire: bravo David Ayer, dacci altri film così e finalmente potrai riabilitare il tuo nome.
Poster quote:
“Giocare a scacchi con la morte is for boy, berne un paio con Caronte is for man”
George Rohmer, i400Calci.com




Lo vedrò col mio pastore tedesco (Conan), che si azzuffa coi serpenti in giardino e di notte ha i flashback della ciccia che gli lancio dal BBQ e si sveglia leccandosi il naso (disturbo post grigliatico).
Ovviamente ero già andato a verificare la sorte dell’attore 4 zampe al primo trailer che è uscito.
Non lo andrò mai a vedere ma mi sono divertito un sacco a leggere la rece.
Consigliereste il film ad un fan dei Paw Patrol quale io sono?
“ho pensato che Heart of the Beast sarebbe diventato uno di quei film che faceva la Disney una volta, col cane che deve ritrovare la strada di casa dopo essere rimasto abbandonato in mezzo al nulla.”
Mi hai fatto venire in mente quella scena dal film dei Cohen “A proposito di Davis”.
“ Non sono proprio sicuro che la memoria dei cani funzioni così”
Saldapress ha da pochi mesi pubblicato in Italia un fumetto incentrato proprio su come funziona la memoria dei cani, “Stray dogs”.
“ ma mi… Fido”
Niente! Macchianera award per il migliore articolo subito, e se non te lo danno è solo per motivi politici.
“ da soli è impossibile cavarsela, e come – mettetevi a sedere perché questa è pazzesca – NESSUN UOMO È UN’ISOLA“
“ Ogni uomo è un’isola, e rimango di questa opinione. Però, chiaramente, alcuni uomini fanno parte di un arcipelago di isole. E sotto l’oceano in effetti le isole sono collegate.”
“ ma Heart of the Beast lo dice bene, ovvero lo dice con l’azione e non con i discorsi strappalacrime”
Oh! Bene! Almeno quello!
Riguardo ad Ayer: credevo che su questi lidi il suo nome si fosse già riabilitato con gli ultimi di Statham (anche se io non è che sia rimasto folgorato).
Nessuno qui ricorda “Swat”?
“Non sono proprio sicuro che la memoria dei cani funzioni così, ma mi… Fido” gelo… ahahah
“Non mi ricordo dove ho letto questa frase che per me riassume perfettamente gli americani: sono gli unici che vanno in giro a fare la guerra e poi fanno i film per dirti quanto hanno sofferto mentre ammazzavano la gente.”
Scommetto che anche te come me l’hai letta in un post random su Facebook ma non lo vuoi ammettere per non sembrare vecchio.
Ps ottima rece!