Neanche il tempo di respirare dal Frightfest, ed è iniziato pure il Fighting Spirit Film Festival.
È un festival a cui sono profondamente affezionato.
Non ha lontanamente gli stessi mezzi del suo corrispettivo horror, ma ha un cuore gigantesco, e tutt’altra angolazione: è un festival di film di arti marziali, non tanto concentrato sul cinema in se stesso ma su come il cinema sia capace di avvicinare alle arti marziali come pratica (sportiva è riduttivo) di vita.
I film come mezzo e celebrazione, e la carriera nei film come modo per applicare le proprie passioni: se c’è un’altra cosa che il Fighting Spirit fa alla grande è aiutare i talenti che sognano di fare carriera nel settore. Scott Adkins e Cynthia Rothrock sono sostenitori attivi, e qui – grazie a un loro cortometraggio – sono stati scoperti ad esempio i registi di Accident Man 2.
Voglio talmente bene al festival che quasi mi dimenticavo di dire che occasionalmente mi concedono di dare loro una mano intervistando qualche ospite – negli anni scorsi ho avuto l’onore di condividere il palco con James Nunn, Neil Marshall e Jess Liaudin.

Come ogni anno, il programma si divide in anteprime, proiezioni di classici, e concorso di cortometraggi, mischiando fiction e documentari.
Ad aprire il festival è stato l’atteso Mexicali, prima prova di Bren Foster dopo l’exploit di Life After Fighting, che rivelò un talento incredibile a un’età avanzata (è un classe ‘76) ma in condizioni fisiche sovrumane. Il film è persino meglio di quanto mi aspettassi ma non vi dico nulla, ve ne parlerò a fondo separatamente.
A seguire, tre documentari: Valkyries, che segue la carriera di due giovani lottatrici MMA che, tra alti e bassi, iniziano la carriera professionistica; Princess Khulan, su una bambina di 10 anni che sogna di diventare wrestler olimpica in Mongolia; EJ’s Warriors – Part 3, con le nuove peripezie di sensei Ellis Jennings Jr. capace di fondare una scuola di karate no profit in Ohio e portare i suoi studenti a competere in tornei internazionali.
E i classici: quest’anno hanno regalato la possibilità di vedere su grande schermo un caposaldo come Senza esclusione di colpi e una chicca recente come Twilight of the Warriors: Walled In.
Tra i corti: nelle categorie che contano trionfa Floor, ma i miei highlight personali sono: Happy Cooking, demenziale grottesco su una marzialista cannibale e il parallelo tra come mena gli avversari e come li cucina dopo; Nak Muay, su un campione di muay thai costretto ad affrontare i lati meno glamour dei suoi sogni sportivi di bambino.
Ma è stata anche l’occasione per conoscere un’ospite a cui voglio un mondo di bene fin da quando ero ragazzino: Rochelle Ashana, l’indimenticabile Mylee di Kickboxer.
Ha un posto scolpito nel nostro cuore, ma non tutti sanno che proprio sul set di quel film nacque la sua passione per le arti marziali, che la portò a studiare diversi stili e abbandonare la carriera da attrice per dedicarsi piuttosto agli stunt, e ricomparire a sorpresa nientemeno che in Blade.
Presente al FSFF per presentare un corto riassuntivo sulla sua carriera e partecipare a un panel sulla storia dei film di arti marziali legata al Rio, storico cinema di Dalston in cui si svolge il festival, ho avuto l’occasione per una breve chiacchierata e ve la riporto qua sotto:

Come hai iniziato la carriera di attrice?
Mi sono iscritta alla UCLA, e ho studiato arti commerciali, design, film e televisione. Ero sempre dietro alla cinepresa, ma continuavano a chiedermi di provare a stare davanti e aiutare coi progetti, ed è così che ho iniziato. Ho poi trovato un agente che ha cominciato a mandarmi a provini. Ho fatto diverse pubblicità e show televisivi, circa una quarantina. Il primo in assoluto è stato un episodio dell’A-Team, con Mr. T e George Peppard – interpretavo una ragazza che veniva rapita. Quella fu la prima volta che venni rapita. Per tutta la mia carriera sono stata rapita, catturata e salvata… La classica formula anni ‘80/‘90.
Come sei stata coinvolta in Kickboxer?
Avevo avuto un piccolo ruolo in Ammazzavampiri 2, dopodiché ho fatto i provini per Kickboxer. C’erano almeno 200 ragazze a contendersi la parte. Continuavano a chiamarmi e richiamarmi: i produttori preferivano un’altra, ma fu Van Damme a insistere per avere me e alla fine l’ebbe vinta. Era anche lui uno dei produttori per cui era presente ai provini.
Il regista era David Worth [scomparso pochi giorni fa, dopo l’intervista, ndr], che veniva da una notevole carriera come direttore della fotografia. Ho letto la sua autobiografia e ha una conoscenza tecnica impressionante. Com’era lavorare con lui?
David era un regista favoloso. Molto paziente e gentile: ti lasciava spazio per crescere nel tuo personaggio, e ti dava la libertà di provare diverse cose per sentirti a tuo agio. Era una gioia lavorare con lui. Era anche un professore all’UCLA, e insegnava ad aspiranti filmmaker come creare un film. Uno dei suoi studenti era Alan Delabie, con cui sto girando un film ora: David era il suo mentore.
Che ricordi hai di Van Damme? Com’era lavorare con lui in quello che era una delle fasi più elettrizzanti della sua carriera?
Eravamo tutti molto giovani. La gente non si rende conto che all’epoca era difficile essere produttore e creare il proprio personaggio – e penso che Jean-Claude abbia fatto un ottimo lavoro con il personaggio di Kurt Sloan. Si occupava anche delle coreografie e degli stunt, e reggeva praticamente l’intero film da solo. Pensavo che il modo in cui riusciva a gestire tutte queste cose insieme fosse davvero brillante, faceva il lavoro di quattro persone! E lo faceva molto bene. Guarda il risultato: è uno dei migliori film di arti marziali di tutti i tempi. Jean-Claude sapeva come catturare il pubblico, e aveva il carisma per farlo. Ha funzionato tutto molto bene. Rispetto molto il suo lavoro, e penso che sia un artista marziale di grande talento. Siamo stati quelli che hanno fatto conoscere la kickboxing al mondo, e ogni volta che qualcuno mi dice di essersi appassionato alla kickboxing grazie a questo film mi si scalda il cuore.

E com’era invece il tuo rapporto con Mohammed Qissi, il migliore amico di Van Damme, che grazie a un trucco pesante ma efficace interpretava Tong Po?
Lui e Dennis Alexio [che nel film interpreta il fratello di Van Damme, ndr] sono stati i miei primi insegnanti di arti marziali. Non avevo alcuna conoscenza o abilità, e loro hanno iniziato ad allenarmi. Eravamo molto amici, ma sul set non avevamo modo di parlare finché non si era applicato tutto il trucco. Gli ci volevano circa tre ore, e poi diventava una persona completamente diversa: a quel punto, era Tong Po. Per cui era una di quelle situazioni in cui sul set ci portavamo rispetto, sapendo che ognuno doveva rimanere nel proprio personaggio, ma fuori dal set si usciva tutti insieme. Andavamo tutti d’accordo, andavamo a bere insieme, ecc… Eravamo un bel gruppo di persone, e nel film questa intesa si vede.
Quindi questa era la prima volta in assoluto che facevi arti marziali?
Sì, la prima volta. È diventata una passione sul set, al punto che vollero girare anche una scena in cui combattevo, ma poi decisero di tagliarla. Dicevano che sembravo troppo una dura, e all’epoca non era questo che volevano vedere dai personaggi femminili…

Dopo Kickboxer hai fatto Sword of Bushido, con Richard Norton, in cui hai un ruolo ancora più importante – sei praticamente sempre a schermo insieme a lui. Come sei stata coinvolta?
Mentre giravo Kickboxer, nelle pause, giravo per l’hotel vestita con pantaloni mimetici, canotta e bandana, per uscire dal personaggio che interpretavo e fare qualcosa di nettamente diverso. Adrian Carr, il regista, mi ha visto in hotel e mi ha chiesto se volevo essere nel film. Ed è stata un’esperienza molto divertente. Abbiamo lavorato in Thailandia e Hong Kong, e quello che mi ricordo maggiormente è che la crew amava fare scherzi. Ad esempio, Richard odiava i ragni, per cui Adrian faceva creare dei ragni finti e poi li spargeva un po’ ovunque sul set. Allo stesso modo, Richard sapeva che Adrian aveva paura dei serpenti, per un giorno prese un tubo in PVC e lo piegò in modo che da lontano sembrasse un serpente. Si giocavano scherzi di continuo, e ci divertivamo un mondo. Ma a parte quello, tutti si allenavano. Io avevo iniziato ad allenarmi sul set di Kickboxer, per cui mi sono unita e allenata con loro. Ho fatto allenamenti di tipo militare sia di combattimento che nell’uso delle armi. Amo i film di arti marziali perché ci alleniamo sempre: non devi solo imparare le tue battute ma ti alleni anche per la parte. E Richard era un consumato professionista.
E hai iniziato a studiare le arti marziali sul set di Kickboxer, senza precedenti esperienze, un po’ come David Carradine che ha imparato sul set di Kung Fu…
Sì, è stato Kickboxer ad aprire le porte per me per quanto riguarda le arti marziali. Quando poi dopo le riprese sono tornata negli USA, un fan mi ha riconosciuta a un ristorante e gli ho chiesto informazioni su dove allenarmi, e lui mi ha introdotta alla Inosanto Academy [di Dan Inosanto, grande amico di Bruce Lee, apparso anche in L’ultimo combattimento di Chen, ndr]. Lì ho imparato Jeet Kune Do, Eskrima, Shooto wrestling, Pencak Silat, Kickboxing… praticamente Mixed Martial Arts [quando il termine ancora non esisteva! ndr]. All’epoca in generale non ti era permesso di avere diversi istruttori, perché tutti tendevano a chiederti di rimanere fedele a loro: chi faceva judo rimaneva a fare judo, chi faceva kenpo karate rimaneva a fare kenpo karate, ecc… Se volevi imparare nuovi stili dovevi farlo di nascosto perché tendenzialmente gli istruttori si offendevano, lo trovavano irrispettoso. Ma non Guru Dan. Guru Dan insegnava quattro o cinque stili diversi ed era aperto a qualsiasi cosa, perché quella era la filosofia di Bruce Lee, il Jeet Kune Do era un misto di tutto: prendi il meglio di quello che trovi e mescola. Io ora sto imparando il Wushu, e faccio molto Wing Chun. E, seguendo i principi del Jeet Kune Do, continuo a fare anche Eskrima e Kali.
Quindi poi dalla recitazione sei passata a fare gli stunt.
Alla Inosanto Academy ho conosciuto diverse persone che studiavano per diventare stuntman. Studiavo con Diana Lee Inosanto [figlia di Dan, apparsa di recente come Magistrato Morgan Elsbeth in Mandalorian e Ahsoka, ndr] e Ron Belicki, e poi con Chad Stahelski. Ci incontravamo, facevamo pratica, e andavamo ai corsi. Studiavo arti marziali quattro ore al giorno, facevo praticamente solo quello. E a un certo punto Jeff Imada mi ha ingaggiata per fare qualche progetto con lui. Ho fatto Fuga da Los Angeles con James Lew che è scomparso da poco [circa una settimana prima dell’intervista, ndr], Simon Rhee, Al Leong e un sacco di gente da Grosso guaio a Chinatown, e ho fatto Arma letale 4 con Mel Gibson, Jet Li e Conan Lee.

E poi hai fatto Blade…
Sì, con Wesley Snipes. Anche lui studiava alla Inosanto Academy. Mi ha coinvolta, e mi ha chiesto espressamente di attaccarlo facendo “duplicata” [tecnica di Kali/Eskrima con cui si usano due armi contemporaneamente, ndr] con ganci da macellaio. Dopodiché lui mi sparava e mi faceva esplodere in mille pezzi. Questo nella scena iniziale al club – non mi si riconosce perché sono completamente ricoperta di sangue, che in realtà era sciroppo di ribes. Rimasi dodici ore ricoperta di sciroppo di ribes.
Hai nuovi progetti in arrivo?
Sì, sarò nei prossimi film di Alan Delabie. Uno è un thriller intitolato Security Assignments. E sarò anche nella serie di arti marziali che sta girando, chiamata Shepherd’s Code: sono in Lapierre e in Road Back, e speriamo di farne un altro. E a parte quello continuo ad allenarmi. Amo i film di arti marziali perché trovo sia molto speciale imparare a prenderti cura di te stessa, imparare i tuoi punti di forza e le tue debolezze, sia fisiche che mentali, di spiritualità. Mi diverto, e spero di poter continuare il più a lungo possibile.




