Dieci anni fa, sul finale di recensione di The Neon Demon, nel tentativo di spiega il progressivo abbandono da parte di NWR di un cinema… come dire? Canonico? Narrativo? Dalle forme conosciute? ebbi a scrivere:
Sembra quasi che il successo di Drive l’abbia spiazzato, spaventato, e che i due film successivi siano dei tentativi evidenti di fuggire da quel tipo di cinema, di mondo, di aspettative di un pubblico che l’ha unanimamente riconosciuto come un Genio. Forse è una forma di autolesionismo, una presa per il culo, the Great Nicolas Winding Refn Swindle…
Ci pensavo oggi, uscito dalla sala per questo suo atteso ritorno al grande schermo, Her Private Hell. Poi, ma atteso da chi, esattamente? Chi è oggi il pubblico di Refn? Sono le problematiche al primo anno del DAMS che si fanno le foto mentre leggono Baudelaire al mare? I wannabe influencer di cinema da TikTok che mi ammorbano la vita con le loro classifiche dei film più mindfuck di sempre? Gente performativa con la pipa in radica e la tote bag de La Nave di Teseo che ti parla dell’odore dei libri? Non lo so. Difficilmente però penso che il suo pubblico sia composto da fancalcisti, ecco… Forse qualche fancalcista della prima ora, che si ricorda nostalgico della trilogia di Pusher… Comunque, pensavo alla mia recensione di The Neon Demon, prima di tutto perché è sempre bello ed elegante autocitarsi, no? Dà proprio l’idea della bella persona che sono. E poi perché in parte lo penso ancora. Penso che la Great NWR Swindle sia vera, che quell’intuizione sia abbastanza azzeccata. Cioè, la domanda che ci dovremmo fare è: ma cosa diavolo è successo a Nicolas Winding Refn? Perché il suo cinema è diventato “questa cosa qui”?
Ah, la sigla la offre lui, visto che è proprio lui che ha deciso di fare del citazionismo spicciolo e chiamare Johnny Thunders il padre della protagonista del suo film. E sapete che fa il padre della protagonista? È un maturo, lascivo, perverso regista famoso, che sta in fissa con le ragazzine giovani e belle che chiama le sue bambine…
“Questa cosa qui”, il cinema di NWR nel 2026, è sostanzialmente lo stesso di The Neon Demon. Non è cambiato molto. È un cinema mega estetizzante, lentissimo, fatto principalmente di colori (ricordo incidentalmente che Refn, come Nolan e come anche il sottoscritto, è daltonico), con attori che recitano come se fossero perennemente in uno stato di ipnosi, in trance (o messi a tradimento in una telenovela). Un tipo di cinema più concentrato sui suoni, sulla musica, sulle sensazioni, piuttosto che su una canonica struttura narrativa. Un cinema sensoriale, estremo, che può (se non proprio, desidera) essere respingente. Qualcuno potrebbe chiamarla video arte. Un modo di fare cinema che si può amare alla follia, come odiare visceralmente. Esattamente come The Neon Demon. Anzi, forse un filo ancora più estremo. E personalmente trovo la cosa un po’ strana, se non addirittura deludente.

Penso sia una delusione per le aspettative che avevo. Aspettative che mi erano state raccontare proprio da lui, da Refn in persona. Il regista infatti ha dichiarato che si era reso conto, dopo The Neon Demon, di aver perso l’ispirazione, di non avere più nulla da dire. Si era messo a fare televisione (le due serie Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy, che ho saltato a piè pari perché già faccio fatica a non addormentarmi al cinema con lui, figurati a casa, buttato sul divano, davanti alla televisione…), ma sembrava avere abbandonato l’idea di tornare a scrivere e dirigere un film. Poi è successo che è morto. Sì, NWR ha scoperto di avere una malattia al cuore. È stato operato d’urgenza e durante l’intervento il suo cuore si è fermato per 20 minuti. Poi, così racconta, come il Mostro di Frankenstein, è stato riacceso dall’elettricità ed è tornato alla vita. E ovviamente, come nelle più belle storie che si possono raccontare alle conferenze stampa dei Festival di Cinema d’Autore, è tornata anche la creatività. NWR è tornato dall’Ade con una ritrovata ispirazione! Chissà cosa farà adesso il regista che si è reinventato mille e una volte! L’uomo che è partito con la camera a mano aderentissma alla realtà di Pusher per poi addentrarsi con Fear X in metafisici territori Lynchiani! L’autore che è passato dal cinema/teatro di Bronson al romanticismo melò al neon di Drive! Chissà cosa si inventa adesso che è tornato dal regno dei morti! Eh, sai cosa? Niente. NWR ha ritrovato l’ispirazione e questa ispirazione ha ancora oggi la forma che aveva The Neon Demon.

Her Private Hell assomiglia a The Neon Demon non solo per la forma, lentezza esasperante e i colori, i suoni, quella roba lì del cinema d’arte. Ci assomiglia anche dal punto di vista narrativo. A grandi linee, eh? The Neon Demon raccontava la storia di un’aspirante e bellissima modella che arrivava in città. Poi c’erano altre modelle cattive che tentavano di ucciderla e Jena Malone che si scopava un morto. Her Private Hell toglie la moda e mette il cinema, però più o meno racconta ancora quella storia lì. Più o meno, ho detto, eh? Che faccio, signò: ci provo? Ci provo.

Siamo in una città immaginaria del futuro, una metropoli fatta di grattacieli al neon e perennemente avvolta da una misteriosa nebbia. Elle (la magnetica Sophie Tatcher) è un’attrice giovane e famosa che sembra però già stanca e disillusa dalla vita. Quante ne ha viste, Elle. Non come la nuova arrivata, Hunter, interpretata da una bionda, innocente, naive Kristine Froseth. È lei quella destinata a prendere il suo posto? Nel frattempo, un posto a fianco del padre, il già citato regista maturo e perverso Johnny Thunders, l’ha trovato invece Dominique (la algida, elegantissima e anche un po’ negata Havana Rose Liu). Dominique, anche se hanno più o meno la stessa età, è diventata la matrigna di Elle. Ha fatto la scalata sociale e ha smesso di essere un’aspirante attrice, sposandosi direttamente il regista vecchio e famoso (e bavoso). Erano amiche un tempo, Elle e Dominique. Forse anche qualcosa di più, ma poi quella s’è sposata il padre… e adesso c’è quest’aria di incesto che non aiuta la serenità in casa.

Anche perché Elle, che nel frattempo sta girando Candyfloss, un film di fantascienza retrò ambientato in un mondo fumettoso e pieno dei cristalli del primo Superman, è piena di daddy issues, mentre il padre fa di tutto per stare il meno possibile con lei, la vessa sul set e fa il marpionazzo urfido appena può con tutte le modelline e attricette che incontra. Ma c’è di più: in città si aggira un assassino, il Leatherman, l’uomo di cuoio. Una specie di mimo, col vestito tempestato di diamanti, che uccide giovani donne e che può essere fermato solo tagliandogli le mani. Ma visto che Johnny Thunders ha appena regalato ad Elle un’ascia d’oro, direi che su quel versante siamo pronti, no? Ma ce dell’altro: incontriamo l’eroe del film! Private K (un belloccio pazzesco che risponde al nome di Charles Melton e che è uno dei tanti bellocci pazzeschi che c’erano nella serie teen Riverdale) è un militare tostissimo, che si accende le sizze con lo zippo, che parla poco e mena forte (due piccole scene di mazzate ci sono, amici. Due. Piccole. Ma questo è quello che passa al convento, che vi devo dire). Private K è un eroe taciturno e tormentato – come Mads Mikkelsen in Valhalla Rising e come Ryan in Drive e Only God Forgives – in cerca di vendetta, visto che Leatherman gli ha rapito e ucciso la figlia. Lui gliel’ha giurata e adesso vaga ramingo tra la nebbia, sperando di ottenere una sanguinosa giustiza. Finirà, non ho capito esattamente bene il motivo, risucchiato tra i cristalli di Superman e si trasformerà in qualcosa di diverso… Poi a un certo punto vanno tutti a ballare, Sophie Tatcher si fa praticare l’amore da uno perversissimo poi, già che c’è, infila i suoi slip tutti sborrati in bocca alla sua matrigna Havana Rose Liu. Da lì in avanti, difficile a credersi, perdono tutti un po’ la brocca e succede il patatrac.

Oh, ve l’ho detto, ci ho provato. Questa è la storia di Her Private Hell. Messa così, anzi, sembra più movimentata di quello che poi in realtà è. Perché, sempre come The Neon Demon, si avanza con estrema lentezza, ma una lentezza che non sai. Si danno per scontato mille cose, non viene spiegato nulla, i dialoghi ogni tanto sono inutilmente didascalici, ogni tanto ermetici e incomprensibili. Insomma, per dirla come va detta, non si capisce un cazzo, sembra tutto campato per aria ed è pure lento, lentissimo, e difficile da seguire. Eppure, e qui sta il bello, NWR è convinto di aver raccontato una grande storia. Cioè, in tutte le interviste o conferenze stampa che ho visto – e ne ho viste un sacco sempre nel tentativo di capire cosa sia successo a quest’uomo – lui dice che dal punto di vista narrativo si sente in una botte de ferro. La storia c’è. La gente esce dal cinema esasperata perché non ha capito nulla, ma lui sostiene che la storia c’è, è potentissima ed è lì davanti ai nostri occhi. E allora eccoci giunti alla mia nuova teoria su NWR.

Vabbè, non volevo metterla giù così dura. Non è che ho chissà quale teoria sul nostro strambo amico danese. Mi sembra di poter dire però che Refn stia inseguendo una forma di sintesi. Una sintesi personalissima e folle, per certi versi controintuitiva, visto che solitamente la sintesi va di pari passi con un certo minimalismo formale, mentre qui si tende ad esagerare con i cristalli di Superman, i mimi assassini tempestati di diamanti, le navicelle spaziali, i colori pazzi e la musica roboante (ci sono alcune tracce electro firmate da Julian Winding, figlio di ATTENZIONE Brigitte Nielsen <3 e di Kasper Winding, il fratellastro di Nicolas Winding Refn) eccetera eccetera. NWR punta alla sintesi definitiva, vuole realizzare la Storia Universale. Mi fa abbastanza strano pensare che il prossimo lavoro di Refn, che aprirà a maggio del 2027, sia The Superstar Syndrome, un’installazione immersiva ambientata nel Black Diamond, l’enorme e bellissima Biblioteca reale di Copenaghen, dedicata a Hans Christian Andersen. Refn si paragona spesso ad Andersen, dice che sono kindred spirits, spiriti affini, anime gemelle. Cioè, Refn pensa di essere uno che scrive fiabe, una delle più alte e difficili forme di sintesi narrativa mai esistita. Lui fa dire un paio di volte a Sophie Tatcher che si sente “come la piccola fiammiferaia”, fa wink wink, e poi si paragona all’autore de La Principessa sul Pisello, di Pollicina o La Sirenetta. Non solo si sente di far parte di quel campionato lì, ma pensa anche di possedere i mezzi per raccontare storie che siano universali. Nelle interviste parla spesso di strutture triangolari, come se facesse riferimento a quegli schemi da manuale di sceneggiatura che sostengono alla base i modelli narrativi di tutte le storie che sono mai state raccontate. Lui sente di essere arrivato alla sintesi definitiva.

L’altro riferimento che usa per definire il suo ultimo film è l’Opera. Dice di essersi reso conto strada facendo che il suo film era un’Opera. E scrivo “strada facendo” apposta, nel senso che il nostro sostiene di partire con un finale in mente, ma che poi, girando rispettando l’ordine cronologico della storia, lavora mega open minded, consapevole che tutto può cambiare da un momento all’altro. È, si sente, talmente un artista che la sua sceneggiatura è influenzata da quello che succede sul set, dalla musica che mette a tutto volume durante le riprese, da quello che portano sul tavolo gli attori con la loro personalità. Se a un certo punto un attore fa una cosa pazza, magari lui apprezza e cambia tutta la storia. Cioè, capite?, siamo a questi livello di arty-fartiness. Vabbè, comunque… Refn si rende conto che il suo film è un’Opera. E torniamo sempre lì, alle storie universali, quelle talmente radicate nel nostro immaginario che puoi cambiare temi e figure, ma alla fine rimangono sempre le stesse, radicate nella natura umana. Possono anche essere folli, esagerate, possono succedere cose pazze come la tua migliore amica/amante che si sposa tuo padre, ma tutto rientra nella natura umana, ancora, nell’universalità delle cose, l’Edipo Re, il Mito di Elettra, quelle robe lì…

Come scrive Herzog nel suo libro Il Futuro della Verità, le storie che racconta l’Opera (e il Wrestling) sono universali ma al tempo stesso incredibili, nel senso che necessitano di una sospensione dell’incredulità altissima. Questi deliri di intrecci peccaminosi assolutamente implausibili vengono resi plausibili dalla carica emotiva della musica. “Nel caso dell’Opera (la credibilità della storia), è resa possibile dalla forza della musica, grazie alla quale anche le storie più inverosimili, quelle che non esistono nell’esperienza umana, diventano credibili. L’immaginabile, l’impossibile, diventa logico e naturale”. Ed è per questo che, una volta capito che Her Private Hell era una versione operistica della fiaba de la Piccola Fiammiferaia, Refn – che è quello che è stato in grado di cambiare significato a brani “pop” come Nightcall di Kavinsky o The Electrician di Scott Walker – si è rivolto per la prima volta a un compositore. Nello specifico a Pino Donaggio. A cui ha chiesto un requiem.

Faccio una piccola pausa, tanto qui ho capito che siamo andati già lunghi. Refn non dev’essere un campione delle interazioni sociali. A me è capitato una volta di incontrarlo e intervistarlo (al Torino Film Festival, nel 2015, quando portava in giro il restauro di Terrore nello Spazio di Bava) ed era stato di rara maleducazione. Era scocciato, durante l’intervista ha risposto a una telefonata senza poi manco scusarsi… Mi ha dato l’impressione di uno ingestibile. Magari involontariamente maleducato, quelli che non si accorgono (o fanno finta di non accorgersi) di essere spiacevoli. Vabbè, fatto sta che il nostro, nella famosa conferenza stampa di Cannes dove ha detto di essere morto, ha raccontato che verso la fine delle riprese si è reso conto appunto che il suo film era un’Opera. Realizzato quello, ha quindi cercato un compositore italiano, perché Opera -> Italia. E, cito più o meno testualmente, “ero convinto che Pino Donaggio fosse morto, visto che è mega vecchio, poi ho scoperto che non era morto e allora gli ho chiesto di fare la colonna sonora del mio film!”. Pino Donaggio poi prende la parola e racconta, da bravo e serio musicista, come ha lavorato sui diversi temi del film, che è stata una collaborazione difficile ma fruttuosa, quelle robe lì. Una persona normale, insomma. Ma Nicolas insiste: “Oh, io pensavo fosse morto e invece guardalo qui: è ancora vivo! Incredibile!”. Fino a quando poi, giustamente, non solo Pino si tocca a pelle i maroni (questo non si vede, ma lo posso tranquillamente immaginare), ma riprende parola per dire una cosa come “oh, nonostante ne abbia compiuti 84, non sono morto, li mortacci tua, sono ancora in forma e farò altre colonne sonore… toh!”. Ma, se la cosa vi appassiona e se volete vedere il migliore di tutti, guardate le interviste a Charles Melton: un montato raro, senza assolutamente nulla da dire se non chiamare Nick il regista per farci capire che lui e Nick sono amici intimi, tipo quelli che chiamano Morgan Marco.

E la colonna sonora di Pino nostro, a cui io voglio francamente un sacco di bene, è stupenda, bellissima, la sto ascoltando a ripetizione da giorni e penso sarà la cosa che mi porterò nel cuore di questo film, ma è anche questa – immagino volutamente – un’operazione di sintesi. Bastano gli 84 secondi della prima traccia, The Arrival, per rendere chiara la questione. Sembra un piccolo riassunto delle capacità compositive di Donaggio. Ve la faccio sentire.
Ancora una volta, sintesi. Quello che sembra fare qui Pino è scomposizione dei singoli elementi e una loro conseguente ricomposizione (autocitazionista). Ovvero lo stesso che fa Refn. Scompone, arriva alla radice delle cose e poi ricompone il tutto rifacendo il se stesso del periodo Neon Demon.

In conclusione, la solita domanda: che dobbiamo farcene noi de i400Calci di NWR? Fa ancora cinema di menare? Sono sufficienti quei due piccoli momenti di violenza per giustificare 110 minuti di visione? Non lo so, vostro onore. Direi di no, nel dubbio. Bisogna avere coraggio per vedere un film del genere. Bisogna drogarsi fortissimo per godere al meglio questo coloratissimo trip fatto di immagini esteticamente perfette. Bisogna sospendere qualsiasi canonico metro di giudizio per tentare di trovare il modo di godere di un’esperienza cinematografica a suo modo unica. Può essere che vi piaccia. Può essere che usciate dalla sala dopo 5 minuti. Rimane il fatto che NWR è un regista unico. Anche se la sua idea di cinema in questi 10 anni non è cambiata, gli va dato atto che rimane l’unico a metterla in pratica.
DVD-quote:
“NWR, aka uno a cui vorrei alternativamente spaccare la fazza e stringere la mano”
Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com




Ma sta cosa che ha avuto una malattia al cuore ed è morto per 20 minuti è vera? Perché detta così sembra che lui abbia preso maledettamente sul serio il personaggio che interpertava in Death Stranding.
Pensato esattamente la stessa cosa. Ma per niente strano, in effetti. Negli interventi al cuore anche di routine (classico bypass) è normale fermarlo per periodi di tempo che vanno dai 40 ai 90 minuti, ma viene inserita la circolazione extracorporea, altrimenti ci sarebbero ovviamente danni cerebrali permanenti. Quindi o non glielo hanno spiegato bene, oppure l’ha voluta sparare grossa.
Il passaggio su quanto sia antipatico e scostante Refn, se mi permettete, è un po’ una cazzata. Ho incontrato molti registi nella mia vita e Refn va di diritto nella Top 3 dei più gentili e disponibili che abbia mai conosciuto. Uno che si fermava a parlare con tutti i fan, a scattare foto e a fare autografi. Credo che chiunque abbia partecipato a una data del suo tour promozionale in questi giorni in Italia possa affermare le stesse cose che dico io. Poi ci sta benissimo che i problemi di salute lo abbiano “cambiato” eh e che tu l’hai beccato nel momento sbagliato (o nel momento cocaina, fai tu). Però ecco, ci tenevo a fare questa piccola precisazione.
Non che uno non possa cambiare a distanza di anni ma anch’io l’ho incontrato all’Orviesto horror fest del, boh, tipo 2009, e fu gentilissimo. Rispose pure a molte domande senza che fossero state programmatee chiaccherò con tutti con molta dolcezza. Comunque da Neon Demon non riesco più ad avere la voglia di guardare cose sue, ho provato con la serie tv ma ho passato…
Ma quant’è bella Sophie Thatcher?
molto
Io personalmente dal refn più integralista mi tengo alla larga, detto questo dopo aver passato qualche giorno a Copenaghen ho deciso di rivedermi la trilogia di pusher e per quanto la ricordavo bella Non la ricordavo così meravigliosa. Va dritta tra le mie cose preferite di sempre
Successivamente ho provato anche a rivedere sia drive che OGF, entrambi piaciuti moltissimo all’epoca, drive Si conferma la dimensione più popolare in cui l’estetica di refn messa a servizio anche di una storia basica ma dal giusto ritmo dà uno slancio che lo rende un prodotto bellissimo. OGF che all’epoca aveva amato oggi lo trovo irricevibile. Come suppongo troverà irricevibile per motivi non troppo distanti anche valhalla rising e bronson.
Le due serie di refano Ho provato a vederle con entrambe non sono andato oltre la deconda puntata
Io “too old ecc.” sono riuscito ad arrivare all’ottava puntata prima di mollare.
Una delle cose maggiori prove di resistenza che sia mai riuscito a fare nella mia vita.
Grazie al cielo, finalmente un vero grande regista. Questo 2026 potrebbe cominciare ad avere ( cinematograficamente)un senso, nell’ attesa a fine anno anche del maestro Eggers..
Scusami.
Negli ultimi dieci mesi abbiamo già avuto film di grandi registi.
Grandi film di grandi registi.
“Cam Miasma” di Jane Schoenbrun.
“Project Heil Mary” di Phil Lord e Chris Miller.
Non sono molto d’accordo, Jane Schoenbrun mi sembra un Lucky McKee fatto bene, sicuramente più sperimentale, ma fatico a considerarla una grande regista(anche se non conosco tutti i suoi film), “Camp Miasma” mi ha lasciato perplesso a dir poco…Anche Phil Lord e Chris Miller non credo si possano considerare dei grandi(però, onestamente, “Project Heil Mary” non l’ho ancora visto, parlo per i loro lavori passati).
Al limite un altro grande regista uscito quest’anno potrebbe essere Ridley Scott(che qualche capolavoro, insieme a cose meno riuscite, nella sua filmografia indubbiamente lo può vantare)ma non era nella sua versione migliore…
Nice bite..
…But NO
Il film dei Lego era uno di quei titoli per cui i tanto abusati vocaboli “geniale” e “visionario” una volta tanto non sono fuori luogo, e dici che non sono grandi registi!?!
Lo stesso, farei attenzione prima di lasciarmi andare al disfattismo: Spielberg e Spike Lee lavorano ancora. L’ultimo ci ha anche dato un bellissimo film, l’anno scorso.
Lo stesso, avrei qualche remora prima di lasciarsi andare al disfattismo: quest’anno abbiamo avuto “Project Heil Mary”, per me uno dei migliori film degli ultimi anni, “Il Prigioniero” che ho trovato uno dei migliori titoli dell’anno, e proprio adesso sta in sala l’animato “Isola dei ricordi”, di cui sento parlare entusiasticamente.
Caldeggio il recupero, se manca, del capolavoroso “I saw the TV glow”
Bella e lunga rece per dirci che il film è ‘na pera e che non ha molto senso che wingdings-rotfl venga più recensito sui Calci…
donaggio a parte, per me assolutamente miscasted e la cui ost non ho apprezzato neanche in sé (con martinez almeno un’ost della madonna la portiamo a tracolla), mi genufletto a ogni rigo: è quanto di più profondamente e insopportabilmente sbagliato abbia mai fatto refn credendosì sua maestà sto cazzo, quanto a prosopopea ed esasperazione cubitale del nulla sta anche decimigliaia di spanne oltre quella maccheronata di copenaghen cowboy. ci ho messo 2 giorni a finirlo e m’ha stroncato la voglia di imboccare film per almeno altre due settimane, se l’avessi visto in sala probabilmente m’avrebbe preso l’abbiocco o la diserzione (o avrei preso a svellere le poltroncine e lanciarle contro schermo e proiezionista) dopo neanche mezz’ora di fantayakuza nello spazio di bava (un po’ tipo only god forgives misto star trek misto ash cenere mortale), la lisergia frocia cromoboostata, l’estetismo scopinculista e il substrato esoterico for dummies per colmare un’evidente mancanza di pregnanza e di idee (cose che da qualche parte ammette lui stesso, da notare). son quegli esperimenti sul niente siderale che fanno capire perché agli haters è partito il moccolone, e accodarti di tutto cuore a loro con la fionda carica di merda.
d’accordissimo anche su quanto mi arriva come persona: arietta perennemente supponente come se fosse il solo depositario dei misteri eleusini e del senso del cinema.
dato l’high five però @casanova: capisco la durata vaster than eternity che ha (e la densità-flemma alla bela tarr non te lo dico manco), ma ti suggerisco il recupero di Too die to die young, che non è tanto una serie (non ne ha punto la grammatica) quanto un film di circa 900′ che prime gli ha parcellizzato in 10′ parti taggandolo serie. meriterebbe almeno 20 righe, mi limito a dirti “give it a try”: ha sempre l’andamento del trip psilocibinico ma è la cosa più degna di nota e più intelligentemente narrativa che ha fatto da neon demon a oggi.
Questa recensione è l’emblema di chi può scrivere di cinema e chi invece lo fa co sto linguaggio sgangherato alla Bukowski per sentirsi figo, pur non capendoci un cazzo. E dire che ho pure sprecato 10 minuti a leggere sta sequela di stronzate…
Ero presente all’evento del The Space di Roma dove finito il film si è presentato Refn. Riguardo il film c’è veramente poco da dire: poche idee, piuttosto confuse e l’impressione è che il film sia roba fatta per dare un contentino ai suoi fan (lo definirei quasi un auto-parodia).
Molto più interessante raccontare l’esperienza in sala. La fauna che ha partecipato all’evento era esattamente quella descritta qui nell’articolo (compilation di performativi e addetti al lavori del cinema wannabe); finito il film c’è stato un gelo in sala, manco mezzo applauso, al che ho pensato “allora non sono l’unico a cui sono state rubate 2 ore di vita”. Arriva Refn e mi aspettavo quantomeno che si presentasse con delle pastarelle per chiederci scusa a tutti, invece non soltanto si è presentato a mani vuote ma nemmeno ci ha chiesto scusa, inizia a fare un discorso in cui attacca anche l’AI (credo fosse in cerca di un applauso facile) e partono le domande del pubblico, gente che prima di chiedergli qualcosa partiva dai complimenti al film col classico “grazie maestro” etc..
Ok, mettendo da parte le battute, probabilmente sarebbe stato maleducato umiliarlo davanti a tutti per quanto il film sia veramente una roba indifendibile, però non riesco a capacitarmi dei complimenti fatti dalle persone in sala che molto probabilmente di li a poco saranno corsi su letterboxd per stroncare il film. Ah poi l’ora di Q&A è stata una sequenza interminabile di banalità e slinguazzate al regista, ho come l’impressione ormai che Refn non solo giri roba che appositamente strizza l’occhio ai suoi fan, ma anche le risposte che da alle interviste mi sembrano sempre mega ruffiane, come se per tirare a campare si è ritagliato sto ruolo nel mondo e a lui sta bene così. Contento così, io al posto suo mi ritirerei a godermi i big money.
The Neon Demon era una boiata quasi inguardabile…il resto va dalla follia ipercalcista a quella razionale acchiappona ma incontestabile di Drive…per il resto boh è una storia così a occhio talmente insignificante che anche se fosse sceneggiata e diretta da qualcun altro sticazzi
Dunque, nella rece ho incontrato vari punti che mi spingono a rispondere qualcosa.
Con la serie “Too old bla bla” sfondi una porta aperta: l’ho voluta recuperare a inizio anno, e davvero è stata una sfida alla mia concentrazione, alla mia capacità di rimanere sveglio (Morfeo vegliava su di me). Eravamo quasi dalle parti di “Inland Empire”!
Una prolissità che alla lunga ho capito che se avessi continuato era solo per puro farmi del male. Ma sono arrivato all’episodio 8, per me è tanto.
Evidentemente, NWR è quello! Inutile girarci attorno.
Sulla sua indole come persona:
Guarda, più leggevo questa rece, più attendevo il punto in cui dicesse chiare tondo che Nichi non è precisamente mister simpatia. Anzi, era chiaro che andasse a parare là. Casanova non ha deluso!
In effetti, non faccio fatica a immaginare NWR come un tipo pesante.
Poi, devo dire di conoscerlo poco, non ho visto tanti suoi film, ma dal basso della mia ignoranza voglio azzardarmi a dire una cosa:
Probabilmente “Drive” non è la migliore pietà di paragone per la sua filmografia, per il semplice fatto che non è un suo film personale,
Appunto, dopo aver visto quella serie noiosa, ho fatto un po’ di compiti, e si dà il caso che Drive il nostro NWR non l’ha mica scritto, l’ha solo diretto.
Non è un suo film personale.
La sceneggiatura esisteva già, e anche l’attore protagonista, cioè Gosling, produttore del film che ha voluto lui mettere alla regia questo Niki.
Refn aveva già l’impalcatura pronta per “Drive”, poi nulla toglie che abbia aggiunto il suo tocco personale, che la sua regia sia molto personale e abbia impreziosito la pellicola.
Ma lui è entrato a produzione già avviata, e copione già scritto. Non è un esempio di suo lavoro personale.
Io personalmente ricordo, risalenti a quegli anni là, una sua intervista in cui affermava candidamente di non sapere cosa sia il crimine, di non conoscerlo per nulla, ma che il crimine di finzione è una buona impalcatura per le sue trame.
Un’altra cosa che ricordo è un documentario su Alejandro Jodorowski.
Evidentemente, i modelli sono quelli lì Jodorowski, probabilmente Lynch, e quindi di rimando Fellini (quello di “Otto e mezzo”) e Ingmar Bergman.
È inutile guardarlo aspettandosi Chad Stahelski o Luc Besson o Cary Fukunaga, o uno che abbia in mente Don Siegel o Sergio Leone.
Il signor Refn vuole fare “La Montagna Sacra”. Statece! E non pretendete da lui qualcosa di diverso!
E adesso ditemi quanto vi sembro montato da 1 a NWR 😅😅😅😅
Associo,in modo sempiterno, la canzone “Born to lose” al film “Il Belpaese” con Paolo Villaggio e boh,niente,tutto qua
Il pezzo poi dà spunto per affrontare una questione che ogni tanto mi piccava di affrontare in certe recensioni del blog:
Il rapporto con l’autorialità.
Gente, io credo che vada messa così: un autore di un testo (scritto, o audiovisivo) è una persona che dice certe cose in un certo modo.
Alcunə lo fanno in maniera più inusuale e meno convenzionale di altrə, o hanno una voce potente, per questo riescono a ottenere un seguito oppure attenzione.
Tutto qui, questo non presuppone automaticamente la glorificazione.
Non siete obbligati a farvelo piacere. (perdonate la banalità)
E neppure a seguire tale voce, se il discorso che fa non vi piace.
Una cosa a cui siamo/siete tenuti è averne rispetto, o riconoscere le particolarità che lo rendono unico o gli guadagnano degli ammiratori.
Ma se non vi piace non c’è nulla di male.
In fondo, è lo stesso meccanismo che in questi commenti applichiamo con Christopher Nolan: io vedo sempre che le opinioni sui suoi film sono frammentarie, metà sì e metà no, lo viviamo in maniera diversa, ma gli riconosciamo una sua unicità come Autore unico, perché è una voce con una sua forza, o comunque una voce capace di attirare attenzioni.
Refn è un altro: è un autore unico, ha una voce unica, e questo dobbiamo essere tanto onesti da riconoscerlo, come anche essere abbastanza onesti da dire con rispetto che non abbiamo intenzione di seguirlo, seppure per i motivi più diversi: perché la sua voce è troppo unica, o perché non si capisce quando parla, o perché abbiamo l’impressione che lui non sappia di cosa stia parlando.
Finché lo si fa con rispetto, per lui e per il suo pubblico, possiamo ammettere che non lo vogliamo seguire.
Con buona pace dei suoi fan più intransigenti.
(Io personalmente un po’ dei suoi film che mi mancano li voglio recuperare, ma dopo la serie che ha fatto mi è venuta la diffidenza)
Come già facciamo in altri ambiti: quante volte abbiamo sentito o detto la frase “questo musicista/scrittore/fumettista non lo seguo” oppure “non mi esalta particolarmente” o “non mi piace” ?
Vale anche per gli autori prestigiosi!
Spielberg non piace a tuttə, eh! Ricordiamolo!
Anzi, parlando di autori prestigiosi, ne approfitto per togliermi un sassolino, sperando di non urtare la sensibilità di nessuno, e anche che il capo supremo Cobretti sia misericordioso:
non apprezzo molto Terry Gilliam!
Ebbene sì, so che è una bestemmia per alcuni qui, ma con lui non mi trovo.
Sicuramente, ha uno stile molto personale, e comprendo perché piaccia, ma io personalmente lo trovo troppo opulento per le mie corde!
Anche il pluri celebrato “Brazil” per me è troppo “pieno”.
Poi, francamente, non posso davvero credere che certi suoi film possano dirsi riusciti: “il barone di Munchaussen” non è un film riuscito, e “Tideland” è una pesantezza mortale!
Terry Gilliam è un genio della settima arte, “Le avventure del barone di Munchausen” è tra i suoi suoi due/tre film più belli ; però ci può stare che non sia nelle corde di tutti,qui conta molto anche la sensibilità soggettiva .A me ad esempio non piace Spielberg( tranne qualche eccezione) e trovo Nolan un bluff assoluto. Così come trovo Winding Refn uno dei rari grandi registi emersi in questo secolo(pochissimi altri casi Eggers,Aster,etc), speriamo non si debbano aspettare altri dieci anni per il suo prossimo film…