Allora, chiariamoci: fare una trilogia sequel di The Strangers – una trilogia – è una delle idee più stronze che io abbia sentito di recente.
Ok, nella mia rece del secondo capitolo ho scritto che mi faceva simpatia, ma è perché era talmente stronza che faceva il giro, dai. E anche perché non sapevo come andava a finire e potevo immaginarmi il finale più glorioso possibile. Che bella che è l’immaginazione! Spiace che a volte ci siano dei film che la rovinano. Non sottovalutate la vostra fantasia. Coltivatela.
Il punto è questo: il film originale, del lontano 2008, era minimale. Parecchio minimale. Ridotto letteralmente all’osso. Ma non solo: era proprio quello l’obiettivo dichiarato! Spaventare con la minimalità! Spaventare con la semplicità della situazione: sei a casa in un paesetto che non conosci, ti entra in casa gente che non conosci – gli Strangers in a strange land – e cerca di torturammazzarti. Non sai perché, e non ti viene spiegato. Non sai chi sono né cosa vogliono, e il film non lo svela mai. Ti devi cagare addosso dal non sapere!!!
Per cui ho dovuto indagare: l’idea stronza non è venuta a Bryan Bertino, autore dell’originale a cui arriva ancora una percentuale di tutto, ma a Courtney Solomon.
Courtney Solomon è nientemeno che il regista di Dungeons & Dragons – quello del 2000 con Jeremy Irons – che poi, dopo un altro paio di tentativi, ha comprensibilmente cambiato mestiere e si è limitato a produrre, partecipando a diversi gradi di responsabilità a cose che ci piacciono (il reboot di Universal Soldier!), a cose che non ci riguardano (la saga di After), e a Jimmy Bobo.
Courtney Solomon viene contattato dal tizio che ha i diritti di The Strangers e, con acrobatico sprezzo del pericolo, decide di trasformare una pessima idea in un’idea ancora peggiore. Secondo lui non ha senso fare un remake, dice. Secondo lui invece ha senso prendere questo piccolo cult del minimale – un concetto che molti normalmente fanno fatica a tirare a 90 minuti, e che basava gran parte del suo appeal specificatamente nel suo mantenere tutto avvolto nel più impenetrabile e inquietante mistero, e che se chiedete a me non era neppure particolarmente interessante manco in partenza – e stirarlo a ben tre film da girare simultaneamente.
Cosa potrà andare storto?
SIGLA!
È ovvio che non ti lanci in un’operazione del genere se non hai l’arroganza di dire “te lo spiego io chi è ‘sta gente qua”, ed è già molto che il temutissimo flashback incriminante scattasse già alla fine del film precedente, che se non altro divertiva – grazie al mestiere di Renny Harlin – finché per un’ora e dieci sembrava voler essere soltanto un inseguimento continuo spruzzato di qualche occasionale idea matta.
Il primo capitolo era quello che Solomon voleva evitare: un semi-remake del primo film.
Il secondo capitolo era Renny Harlin che cavava sangue dalle rape facendo solo cinema – nei (grossi) limiti del contesto.
Il terzo è quello dove i due sceneggiatori, Alan Freedman e Alan R. Cohen, sentono di colpo il peso di una missione ingrata e cedono alla depressione cosmica. Manco avere lo stesso nome li risolleva più! Era la loro arma segreta! “Io mi chiamo Alan!’ “Anch’io mi chiamo Alan! Hahahahaha”, e su ogni brutta giornata risplendeva di nuovo il sole. Ma il capitolo 3 di The Strangers è troppo anche per loro.

Si prosegue espandendo il flashback rivelatore che chiudeva il capitolo precedente. Il ritmo è lento, la storia è cupa, l’atmosfera è tetra, il carisma è sempre assente (a parte quando inquadrano Richard Brake). Il pessimismo si fa largo e comincia a imporre la propria manona sugli eventi: del resto come fai? Hai tre personaggi che si inseguono: se non metti momenti in cui la protagonista crede di essere sfuggita ma viene ripresa, tre film non li riempi. In tre film, succede abbastanza volte da stroncare la voglia di vivere anche a Ted Lasso.
Curiosamente, in mancanza di altri spazi, il film si ritrova a dover rispondere ad alcune delle domande più ovvie. Ad esempio: non è furbissimo ammazzare gente a caso solo perché sono nuovi in città, non si pensa che a un certo punto qualcuno possa venirli a cercare? E che possa diventare una statistica un po’ troppo visibile per la polizia? C’è del notevole nichilismo nel mostrare come i nostri killer se ne fottano, o non se ne rendano conto ma agiscano lo stesso, e alla fine comunque questo serve solo a fare arrivare altra carne da macello.
Ma non è sufficiente: una volta che hai rivelato l’identità degli Strangers in a strange land, tanto vale trasformarli in personaggi un po’ più definiti. E con la loro definizione arriva anche una svolta nella nostra protagonista [va a ricontrollare su IMDb] Maya, su cui il peso dell’esperienza, del dolore, della fatica, e delle morti multiple di contorno inizia a farsi sentire.
Il ritmo non aumenta mai: questo è il capitolo dell’apocalisse.
A un certo punto sembra che il film voglia sfiorare addirittura territori alla Devil’s Reject: si apprezza la suggestione, ma Renny sa che non può davvero calcare troppo in quella direzione. Spinge, confeziona volentieri il più brutale dei tre capitoli, ma non esce mai dai binari del film da guardarsi a caso in un multisala senza possibilmente uscirne traumatizzati. È solo totalmente nero, più cinico e diretto dei precedenti. E nel suo rimanere nei binari suggerisce comunque svolte più interessanti di quelle che è costretto a mettere in pratica, e lo apprezzo molto per quello.

Non vorrei però darvi l’impressione che sia un film interessante: lo è solo da un certo masochistico punto di vista.
È più l’esperienza di guardare qualcuno lasciarsi prendere dallo sconforto per il compito ingrato, cercare di usare quello sconforto per aggiungere un po’ di pepe ai noiosi procedimenti, al vero e proprio nulla ormai stirato per quattro ore, e poi sul più bello darsi comunque un contegno per rimanere nei binari dell’obiettivo originale.
Non aiuta che la rivelazione principale non sia particolarmente interessante, e che nella paura di rivelare troppo rimanga un po’ timida a metà strada. Non aiuta che Renny Harlin in regia sappia come far filare tutto liscio ma non sia attrezzato per i miracoli. E non aiuta, di conseguenza, che il cast sia completamente privo di carisma e che per accorgervi di tutto quello che ho scritto dovete forzarvi a interessarvi a quello che sta accadendo più di quanto il film sia capace di convincervi che ne vale la pena. La povera Madeleine Petsch a un certo punto è travolta dagli eventi e va completamente in standby: un misto tra il celebre contrita da contratto™ di Maika Monroe e il più classico dei “non capisco ma mi fido”.
Quando finisce il film, il sospiro di sollievo di chi vi ha partecipato è quasi più forte di quello degli spettatori che se lo sono dovuto sorbire.
E c’è un solo vincitore: Bryan Bertino.
Poster-quote:
“Of our elaborate plans, the end
Of everything that stands, the end
No safety or surprise, the end
I’ll never look into your eyes again”
Jim Morrison, i400calci.com
P.S.: siamo onesti, questo non se lo ricorda nessuno, il che rende l’idea di una trilogia ancora più stronza
P.S. 2: se mi impuntassi a usare solo sigle degli Iron Maiden da qua alla fine dell’anno credo che ci riuscirei senza sforzo senza andare fuori tema




Gli Iron Maiden offrono una sigla perfetta per tutto o quasi.
Può andare peggio di strangers 3?…..si, puoi finire in murphy trashy camp AKA american horror story.
Scappa ANCORA Madeleine