Forse non ci voleva un genio, ma quando ho visto il trailer di Mammina ho pensato subito “questo incassa un fantastiliardo di paperdollari”.
Mi è sembrata la classica cosa che oggi incassa un botto: un bel creepypasta a tema che più universale non si può, e con una Jessica Chastain ispiratissima. Guardate che faccette che fa! Un po’ Smile, un po’ Obsession, un po’ il buon vecchio J-Horror che ormai queste cose le fa da oltre 30 anni. È bravissima! Ha colto lo spirito al volo.
Il difficile era fatto, e il resto – anche a seguire pigramente le solite formulette – era impossibile da sbagliare.
Sigla!
Partiamo dal titolo?
Mammina è un gran bel titolo. È il titolo che ti verrebbe in mente dopo aver visto il trailer, quando non sai cosa sta succedendo.
Sembra essere una tipica ossessione moderna quella del sorriso falso che nasconde orribili segreti, la facciata che ci costringiamo ad avere per sembrare normali/inseriti, e poi sotto sotto non sono inquietanti le persone che sembrano troppo gentili ecc… E ancora più di questo è l’uncanny valley in cui ci hanno fatto precipitare i video in AI, con le loro imitazioni di umani estremamente dettagliate ma piene di inquietanti difetti, espressioni calcate, mobilità innaturale, e soprattutto con la loro voglia costante di compiacere. E pensa se una di queste persone fosse tua madre! Chi non ha mai avuto paura che la propria madre fosse posseduta da uno spirito malvagio che inizialmente sembra buono ma in realtà c’ha chiaramente qualcosa che non va? È di questo che parlava Freud? Non ho mai letto Freud. Sto prima finendo i fumetti di Junji Ito.
Mammina è un gran bel titolo, dicevo: ha quel retrogusto da fiaba inquietante, da normalità corrotta, da segreti oscuri che si nascondono dietro l’insospettabile, che rende molto bene. Vedi il trailer completamente all’oscuro della trama, e già ti figuri tutto.
Jessica Chastain tra l’altro aveva già fatto un horror sovrannaturale su una madre inquietante, La madre (Mama). Nella mia testa era uscito ieri l’altro, e invece porcamiseria è del 2013. Tredici anni fa! È plausibile che pure lei si sia dimenticata. Ma è qui che viene in aiuto il titolo originale di Mammina, ovvero: Other Mommy. Non è lo stesso film di 13 anni fa: è un altro! Così è subito chiaro. Io avrei fatto la stessa cosa con i due Runner usciti il mese scorso: ne avrei chiamato uno Runner e l’altro Other Runner. Non sarebbe stato molto meglio?

Il punto più importante però è che in realtà il film non si chiama così a caso, e il significato è chiaro fin da subito.
Questo perché Rob Savage, uno di quei talentacci spuntati fuori negli ultimi anni che non ha ancora trovato la consacrazione commerciale ma la sta decisamente sfiorando, ha deciso che non vuole in realtà giocare con la suspense ma scoprire tutte le carte da subito.
Che Mammina sia un demone viene svelato dritto dal cartello iniziale.
Che sia un’altra mamma, e che non ci sia affatto l’ambiguità mostrata dal trailer, è nella primissima scena quando la piccola Bela (una “l” sola, come Bela Lugosi), una volta usciti i genitori, chiama “other mommy?”. E passi il titolo, ma se pure qui l’adattamento ha tradotto con “mammina” in bocca al lupo capirci qualcosa.
I veri genitori, che iniziano il film sapendo zero al contrario della bambina che pare invece già abituata, scoprono l’intero inghippo prima ancora che compaia il titolo del film.
Insomma: quello che normalmente sarebbe il primo atto, qua è in parte off screen e in parte risolto nei primi cinque minuti.
Questo è un buon momento per aggiungere un altro dettaglio: Mammina è tratto da un libro di Josh Malerman, Incidents Around the House, del 2024.
È così il libro? Non esattamente: il libro è narrato in prima persona dal punto di vista della bambina, che è già abituata a Other Mommy. Ma poi, come ti aspetteresti, prosegue con una lunga parte in cui i genitori non sanno una sega di Other Mommy e colgono solo indizi e apparizioni, lasciando tutta la suspense del caso in costante crescendo.
Come si chiama il libro in Italia? L’altra mamma.

Io lo tengo d’occhio il Rob Savage, è uno che ha dei colpi.
È uno sveglio, che sa girare e creare tensione con poco, con il movimento di macchina giusto, tipo quella volta che ha girato un horror su una seduta spiritica via Zoom e, contro ogni buon senso, gli è uscito bene.
A un certo punto qui imposta un jump scare di quelli belli arroganti, quelli che ti avvertono prima così hai tutto il tempo di capire e girarti, e poi mantengono esattamente quello che promettono ed esplodono ad arte. E questo è esploso talmente bene che in sala qualche fila dietro la mia si è sentito un verso sconnesso, il classico verso incontrollato di persona platealmente cagatasi addosso, provenire da una bella voce baritonale maschile. È stato glorioso.
Rob Savage è anche uno che ogni tanto si intriga a sfidare le regole della narrativa, tipo quella volta che ha girato un horror in cui la final girl era una stronza insostenibile.
Rob Savage è anche uno che non gli piace avere la pappa già pronta, tipo quella volta che, con tutta la roba di Stephen King che poteva scegliere, ha preso un racconto breve per stirarlo a lungometraggio.
Questa volta invece ha preso un libro già fatto e finito e ha detto “No! Troppo lungo!”, e ha segato il primo atto per divertirsi a vedere che fazza fate quando compare il titolo sparafleshato a lettere epilettiche, non c’è già quasi più niente da svelare e quelli che sono entrati con cinque minuti di ritardo pensano di aver sbagliato proiezione. E si è tenuto l’esercizio di comprimere il resto della storia in pochi giorni, raccontandolo durante gli inutili tentativi di fuga dei nostri tre protagonisti.
A questo punto potrei rassicurarvi, dirvi che è tutto bellissimo, che è il virtuosismo di un autore mai banale che sorprende e impreziosisce. Potrei dirvi “andate a vederlo, va tutto bene, vi piacerà, non temete, ci sarò io a tenervi compagnia, fatemi entrare nel vostro cuore”.
Ma no, spiace deludervi, non sono l’altro critico: sono sempre io, Nanni Cobretti. Quello vero! Ho resistito alla tentazione. E ok, nemmeno io ho un cuore, ma ve lo giuro, non mi interessa entrare nel vostro. Sto bene così.
Non sono qui per rassicurarvi: sono qui per dirvi le cose come stanno, come quelli che vi vogliono veramente bene. Vi colpisco con verità difficili: non importa quanto spiacevoli o complesse perché, come diceva il profeta Tonino Carotone, “è un mondo difizile“.
E quindi ve la butto lì, papale papale e senza peli sulla lingua: uhm, Rob, mi dispiace, non funziona.

Lo scopo pare chiaro: Rob non si fidava della premessa, o temeva di annoiarcisi, per cui voleva sentirsi libero di usare il mostro al massimo del potenziale più o meno da subito senza incastrarlo in troppe sottigliezze.
Il problema è che il libro non sostiene davvero questa versione dove improvvisamente la tensione è secondaria, e fa succedere cose piuttosto standard mentre il focus è sul descrivere a modo il suo bel metaforone elevated sull’incarnazione demoniaca dei traumi di una bambina che vive in una famiglia dove le dosi di amore sono insufficienti signora mia. Io qui apro una parentesi e la chiudo alla velocità della luce: la depressione post-parto è una cosa seria e delicata e a mio avviso non siamo ancora pronti a trattarla in un horror, dove la maggior parte degli sceneggiatori in circolazione sembra aver esclamato “hey, questo tema su cui montare un po’ di facile inquietudine e i nostri peggiori pipponi morali non è ancora stato abusato!” (fine della parentesi, tra parentesi).
Nel tentativo di comprimerlo, diversi pezzi sfuggono di mano all’istante diventando piuttosto grossolani: il padre (Jay Duplass) fa di tutto per sembrare simpatico ma fa ragionamenti incomprensibili; la madre, quella vera, è semi-indecifrabile e calca sul tema dell’assenza semplicemente non diventando mai un vero personaggio – conosciamo Other Mommy molto meglio che Standard Mommy. E se zio Frank (Arian Moayed) fa nasare subito il suo ruolo nella faccenda semplicemente in virtù del volersi far chiamare “zio Frank”, nonna Ruth (Karen Allen!) è il Ministro delle Spiegazioni in persona su tutti i livelli, morale e soprannaturale, e faceva miglior figura a fare direttamente lei la voce narrante. Alla piccola Bela (la bravissima Arabella Olivia Clark), la sceneggiatura appioppa invece direttamente una grossa cicatrice sulla schiena, frutto – credo – di una riunione in cui nessuno è riuscito a proporre un’idea più ovvia per rappresentare tangibilmente i segni della sua condizione… voglio dire, lo si dice spesso che i traumi sono come cicatrici… e le hanno messo una cicatrice.
Tutto quanto insomma si incarta in maniera abbastanza inutile e incomprensibile, considerando che non ci sarebbe stato nulla di complesso o controverso a seguire il libro, i cui temi vengono comunque grossomodo rispettati (finale escluso). Pare di vedere quegli attaccanti che, improvvisamente davanti alla porta vuota, vengono colti da pensiero intrusivo, sentono di avere l’occasione imperdibile per non limitarsi semplicemente ad appoggiare la palla in rete e finiscono per cincischiare, incartarsi e mancare.

La parte che dispiace è ovviamente quella in cui Rob Savage chiaramente sa girare e costruire una sequenza horror. Funziona principalmente Jessica Chastain in versione demoniaca, che vale sostanzialmente da sola il prezzo del biglietto: le influenze del Pennywise dei film di Muschietti (anche regista di La madre, #coincidenzanoncredo) sono piuttosto forti, ma Jessica riesce a essere serenamente inquietante anche con molto meno trucco di Bill Skarsgård. Funziona anche – ma magari qua giocano i miei interessi personali – il parallelo tra Other Mommy e l’AI: non penso che il film intenda necessariamente mettere in guardia sul fatto che ChatGPT voglia mangiarti l’anima, ma il ruolo che strumenti simili rischiano di avere in situazioni di questo tipo, offrendo conforto e un comportamento abbastanza realistico da attirare e confondere, non andrebbe sottovalutato. Se le espressioni calcate e gli strani glitch surreali non vi sembrano sufficienti, il riferimento è abbastanza diretto nella scena in cui Bela, da sola con Other Mommy in un momento tranquillo, si accorge che ha sei dita e glielo fa notare per correggerla.
Però hey, il film sta davvero incassando benone, e soprattutto in Italia l’argomento ha colto nel segno registrando cifre imprevedibili – il nostro personale Obsession/Backrooms in termini di box office, e assolutamente ci mancherebbe non qualcosa che ha a che fare con lo stereotipo degli italiani legati alla mamma. Quindi probabilmente era davvero impossibile da sbagliare.
Poster-quote:
“:)”
Nanni Cobretti, i400calci.com




Rece negativa, ma vivaddio più equilibrata di quel che si legge in giro, dove viene descritto come il peggior film della storia della cinema. Mi sta veramente stancando questa polarizzazione da ebeti, soprattutto riguardante horror e (per quel che ne esce) fantascienza. Quindi grazie di esistere, indipendentemente dal titolo in questione, di cui mi frega poco… Jessica Chastain permettendo.